Turchia, Erdogan deve dire addio alla maggioranza assoluta. I Curdi entrano trionfanti in Parlamento. Prc: “Una vittoria del Pkk e di Ocalan” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Erdogan perde la maggioranza assoluta dopo il voto alle politiche di ieri. E addio riforme costituzionali. Dopo 13 anni ininterrotti al potere il partito islamico Akp, pur rimanendo il primo partito, fa un netto passo indietro. Nelle preferenze dei turchi sale, invece, e di molto il partito curdo di Selahattin Demirtas, che ha portato Hdp, nato appenna nel 2014, ben oltre la micidiale soglia di sbarramento del 10%, con un bottino di almeno 78 deputati. Erdogan non solo ha perso la sua scommessa, ma il trionfo di Demirtas toglie la maggioranza e forse il governo al partito islamico. L’Akp, dopo lo spoglio ormai pressoché completo delle schede, ha riferito Cnn Turk, resta il primo partito turco ma si ferma a poco più del 40% (contro il 50% alle politiche 2011) e a 258 deputati su 550, quindi sotto la maggioranza di 276 necessaria per formare un governo monocolore.

Nella capitale del Kurdistan turco Diyarbakir a migliaia sono scesi in piazza nella notte a cantare e ballare.  “Con questo voto hanno vinto coloro che stanno dalla parte della giustizia, della liberta’ , della pace e dell’indipendenza” ha detto Demirtas. “Curdi, armeni, turchi, aleviti, sunniti, cristiani, hanno vinto tutti coloro che si sono sentiti esclusi. Hanno vinto gli emarginati, i disoccupati, coloro che hanno dovuto soffrire per vivere e coloro che hanno sofferto il fascismo del colpo di stato. E’ una vittoria per le donne che hanno sostenuto il nostro partito”.

Nonostante la costituzione imponesse a Erdogan di essere super partes, ha fatto una campagna martellante per l’Akp, chiedendo in mille comizi 330 seggi per proclamarsi ‘superpresidente’ con pieni poteri,e scatenando una dura offensiva contro la stampa non asservita. “E’ l’ultima uscita prima della dittatura”, aveva avvertito prima del voto un’analista.

Il primo partito di opposizione, il Chp di Kemal Kilicdaroglu è intorno al 25% (131 seggi), l’Mhp di Devlet Bahceli è oltre il 16% (82 seggi), l’Hdp sfiora il 13% (78-80 deputati). Insieme le opposizioni hanno più di 290 seggi. In teoria potrebbero formare una coalizione di governo. Sarebbe un ulteriore terremoto per il Paese, malgrado le scintille fra i curdi del Hdp e i nazionalisti del Mhp. Ma, anche se il Chp già chiede la designazione a premier del suo leader Kilicdaroglu, Erdogan, come prevede la costituzione, sarà anche l’arbitro della partita truccata del dopo elezioni. Il partito del ‘sultano’ ha perso molti consensi nel Kurdistan, dove sembra che Demirtas sia riuscito ad attirare parte del voto conservatore, e anche nelle regioni lungo il confine con la Siria, dove la politica aggressiva del ‘sultano’, accusato di appoggiare i gruppi armati jihadisti, e la presenza di centinaia di migliaia di profughi siriani, provocano scontento.Il ‘Podemos curdo’, che ha fatto proprie parte delle idee libertarie della rivolta nel 2013 dei ragazzi di Gezi Park contro la deriva autoritaria e islamica imposta al Paese da Erdogan, repressa con pugno di ferro, ha conquistato consensi oltre l’elettorato curdo. E ha ottenuto probabilmente l’appoggio di buona parte dei circa tre milioni di giovani che ieri hanno votato per la prima volta.

Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista – Sinistra Europea, e Fabio Amato, responsabile Esteri di Rifondazione Comunista, hanno dichiarato: “Nonostante le intimidazioni, gli attentati e le minacce, il disegno neo autoritario di Erdogan esce sconfitto dalle elezioni, grazie alla grande affermazione del partito della sinistra e kurdo Hdp. Un successo aver superato l’assurdo sbarramento del 10% e aver proposto un’idea di paese fondata sul pluralismo e sulla tolleranza, sulla democrazia e sulla giustizia, e non su basi settarie e autoritarie. E’ una vittoria importante del compagno Ocalan e del Pkk che in questi anni hanno lavorato per costruire un progetto comune tra la sinistra turca e movimento curdo”.

I due esponenti di Rifondazione Comunista si congratulano con i compagni kurdi e turchi, che ad ottobre hanno incontrato a Diyarbakir, e con i quali pochi.mesi fa è stata organizzata ad Istanbul la conferenza della sinistra mediterranea, per un futuro libero dalneoliberismo e dalla guerra, di democrazia.

Italicum, Onida: “Renzi viola le regole del gioco. Democrazia a rischio” da: l’inkiesta

Il presidente emerito della Corte Costituzionale: «Non dovevano discutere tutti assieme? C’è un problema di modello istituzionale»

AFP

Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, per nove anni giudice della Consulta, professore all’Università degli Studi di Milano, è tra gli esperti di diritto in Italia che in queste settimane ha criticato l’Italicum, la legge elettorale voluta da governo di Matteo Renzi in questi giorni in discussione alla Camera. Lo ha scritto nero su bianco sul Corriere della Sera in una lettera il 10 marzo scorso. A distanza di quasi due mesi non ha cambiato idea, anche se altri suoi colleghi come Augusto Barbera o Stefano Ceccanti stanno portando una dura battaglia a favore. «Siamo su tesi radicalmente diverse» spiega Onida. «Ho avuto un fitto scambio di email con Barbera e Ceccanti, ma resto della mia idea».

Lei non critica tanto il tema dei capilista bloccati, che invece è una delle critiche più in voga rivolte all’Italicum in questi giorni.
È solo una parte del problema. Con i capilista bloccati si determina la conseguenza che chi domina il partito può dominare anche il gruppo parlamentare. Ma il punto chiave è l’attribuzione della maggioranza assoluta dei seggi alla Camera ad un solo partito o lista, o al primo turno se raggiunge il 40% dei voti, o nel secondo turno se prevale nel “ballottaggio” ristretto alle sole due prime liste. Così un partito, pur non essendo espressione della  maggioranza degli elettori né dei votanti, risulta collocato in Parlamento in una posizione di predominio esclusivo.

Sul Corriere della Sera criticava il premio di maggioranza alla singola lista
Questo è il punto. Prevedere il premio di maggioranza alla singola lista significa di fatto premiare un solo partito anche se è una minoranza…Teoricamente potrebbe esserci una lista multipartito, ma è ovvio che è difficile che si verifichi perché necessita di accordi preventivi, e comunque ciò impedirebbe di misurare il consenso dei singoli partiti fra gli elettori.

Lei mette sotto accusa anche il ballottaggio.
Un “ballottaggio” fra liste non ha lo stesso senso di un ballottaggio cui si ricorre per la scelta di una persona, come potrebbe accadere in un sistema a collegi uninominali. Passare poi dal ballottaggio di coalizione al ballottaggio di lista comporterà che si avrà un solo partito che conquista la maggioranza assoluta della Camera anche se non ha il consenso di una reale maggioranza fra gli elettori.

Ovvero?
Se ci fossero solo due partiti in campo non ci sarebbe niente di male. Ma noi non siamo in una situazione di bipartitismo. L’elettorato è frazionato. Invece l’Italicum forza le cose in modo tale da dare a un solo partito il dominio assoluto del Parlamento.

Le risponderebbero che c’è un problema di governabilità nel nostro paese, che queste riforme sono necessarie.
Questa è la solita scusa. Non si può, in nome della governabilità, distorcere troppo la rappresentatività dell’assemblea, in una situazione che non è di bipartitismo. Si può governare (e magari talvolta si governa meglio) anche con governi di coalizione, come accade in molti Paesi. I governi si fanno spesso in base ad accordi. L’ha scritto anche Ilvo Diamanti: questo dell’Italicum è un sistema che porta di fatto all’elezione diretta del presidente del Consiglio. Con l’argomento della governabilità e del rafforzamento ulteriore dell’esecutivo (che in realtà è già molto forte) si persegue un sistema in cui il presidente del Consiglio sarebbe legittimato a fare tutto ciò che vuole senza dover costruire e conservare una maggioranza né perseguire un allargamento del consenso.

Le critiche che muove la minoranza del Pd sono pretestuose o fondate?
La proposta di consentire l’apparentamento di più liste per il ballottaggio andrebbe nella direzione giusta.

C’è chi teme una deriva autoritaria.
Non è questione di autoritarismo, è un problema di modello istituzionale. La sinistra ha sempre combattuto in prevalenza contro l’elezione diretta del capo dell’esecutivo, perché conduce ad una riduzione della democrazia. Non è un problema di nuovi Mussolini: questo rischio ci sarebbe se domani si presentasse un partito autoritario. Ma la questione attuale non riguarda Renzi, riguarda l’impianto istituzionale del nostro Paese.

Un’altra critica è l’assenza di una larga adesione dei gruppi parlamentari attorno al progetto di riforma elettorale.
In effetti la legge elettorale sarebbe bene che fosse votata con largo consenso. Inoltre lo stesso Pd è diviso. Sostituire i deputati in commissione, porre la fiducia, sono tutte azioni volte a superare i dissensi in seno al partito. Alla fine quindi la legge elettorale sarà frutto di un consenso assai ristretto.

Avrebbe preferito magari un apparentamento delle liste?
La possibilità di apparentamento di liste in sede di ballottaggio sarebbe un modo per far sì che  la maggioranza assoluta che nasce dal secondo turno possa riflettere con maggiore probabilità una maggioranza effettiva degli elettori

Le riforme non rappresentano «un affare di governo» dice Pier Luigi Bersani.
Normalmente non è così per le riforme che riguardano le istituzioni, che dovrebbero essere discusse e deliberate dal Parlamento

Eppure suoi colleghi costituzionalisti rievocano esempi del passato per dire che non ci sono forzature.
Non è questione di trovare dei precedenti. Il problema è di merito e di metodo. Se poi si volesse approvare addirittura la riforma costituzionale a colpi di voti di fiducia si violerebbe il criterio fondamentale per cui le regole del gioco, come diceva anche Renzi, dovrebbero essere condivise da tutti o almeno da larghe maggioranze. Ne va della credibilità delle istituzioni, della fiducia nelle istituzioni.