Amazon, le dure condizioni di lavoro nell’inchiesta del New York Times: “Turni di 80 ore a settimana, crisi di pianto e controlli anche in bagno” da: huffngton post

Pubblicato: 17/08/2015 13:39 CEST Aggiornato: 17/08/2015 13:55 CEST
AMAZON

Appena mettono piede nell’azienda, gli viene ordinato di dimenticare tutte le “cattive abitudini” che hanno imparato svolgendo altri lavori. Perché Amazon è un mondo a parte e per riuscire in questo mondo bisogna rimboccarsi le maniche, oltre ogni limite di sopportazione fisica e mentale. Un’inchiesta del New York Times ha raccontato cosa sono costretti a subire ogni giorno i dipendenti, costantemente monitorati e stimolati a produrre sempre di più. C’è chi giura di aver visto scoppiare in lacrime ogni collega almeno una volta e chi ricorda di aver lavorato per quattro giorni senza dormire. Di solito, poi, chi non regge il ritmo delle 80 ore settimanali viene cacciato via, senza pietà.

“L’azienda sta conducendo un esperimento per capire quanto può ‘spingere’ sugli impiegati per soddisfare le sue sempre più grandi ambizioni”, scrive il Nyt. Jeff Bezos, il miliardario fondatore, non ha esitato a rispondere all’attacco del giornale americano, insistendo sul fatto che quello non è il luogo di lavoro da lui conosciuto e quei racconti non appartengono ai suoi “premurosi dipendenti”: “Credo fermamente che chi lavora in una società che è davvero come quella descritta dal New York Times sarebbe pazzo a rimanere. Io la lascerei”.

Amazon è tristemente famosa per il “trattamento speciale” che riserva ai suoi dipendenti. Già tempo fa aveva fatto scalpore il racconto di una donna americana, che aveva deciso di lasciare il posto di facchina in uno dei magazzini della Pennsylvania, riducendosi in povertà. “Meglio senzatetto che lavorare da Amazon – aveva affermato -. Non ho una casa dove abitare. Ma le mie giornate peggiori sono meglio delle migliori giornate passate a lavorare lì dentro”. L’ex dipendente aveva raccontato di essere stata costretta a lavorare in isolamento e sotto sorveglianza costante.

Alla sua storia ora si aggiungono le testimonianze riportare dal New York Times: turni sfiancanti, mancanza di aria condizionata (le ambulanze aspettano all’esterno per portare via chi collassa), impiegati costretti a mandare email anche in orari notturni o obbligati a fare la spia sulle performance degli altri colleghi, donne incoraggiate a migliorare le loro prestazioni anche quando malate di cancro. “Ho subito un aborto, è stato uno degli eventi più devastanti della mia vita. Ma mi hanno messa nel programma per migliorare le prestazioni per assicurarsi che la mia attenzione continuasse ad essere focalizzata sul lavoro”, ha raccontato al giornale un’impiegata.

La dura strategia di Amazon si fonda su 14 regole. La prima si chiama “L’ossessione del cliente”: “Gli impiegati lavorano per soddisfare ogni necessità del cliente. Sono ossessionati da lui”. La seconda mira a far sentire ad ogni impiegato il senso di responsabilità: “Non dicono mai: ‘Questo non è il mio lavoro'”. Dalla capacità di pensare in grande e inventare a quella di aver giudizio, si passa a illustrare altri principi che mirano ad incoraggiare chi all’interno ha il ruolo di capo (“I veri leader fanno crescere altri leader”). E che caratteristiche devono avere i leader? “Devono pretendere gli standard più alti – dice la regola -. Molti penseranno che questi standard sono assurdi. Ma i leader alzano sempre di più l’asticella e portano il loro team a sviluppare prodotti sempre migliori”.

E se “la velocità è ciò che conta in questo lavoro” (altra regola d’oro, ndr), Amazon ha pensato di monitorare anche il “tempo libero” dei suoi dipendenti: perfino i minuti che trascorrono in bagno vengono annotati. Una realtà troppo dura da accettare? L’azienda ha più volte smentito le accuse, affermando di trattare i suoi dipendenti con “dignità e rispetto” e che il suo scopo è quello di “dar vita ad un luogo di lavoro sicuro e positivo”. Molti degli impiegati ed ex-impiegati hanno raccontato di essere invece scontenti, ma, in alcuni casi, di non poter fare a meno di lavorare sempre di più. Dina Vaccari, dipendente dell’azienda nel 2008, ha spiegato al Nyt: “Ero così presa dall’idea di avere successo. Per quelli che lavoravano lì era come una droga. Una volta non ho dormito per quattro giorni consecutivi e ho continuato a fare il mio dovere”.

Il Ceo Jeff Bezos ha scritto una lettera di risposta all’articolo del New York Times, indirizzandola ai suoi dipendenti. “Cari amazonians, se non l’avete ancora fatto vi invito a leggere attentamente questo articolo”, continua inserendo il link al giornale. “L’articolo non descrive l’Amazon che conosco né i premurosi amazonians con cui lavoro ogni giorno”, aggiunge puntualizzando sul fatto che il pezzo “sostiene che il nostro approccio è quello di creare un luogo di lavoro senz’anima, distopico, in cui non c’è divertimento e non si sentono risate. Ancora una volta non mi riconosco in questa Amazon e mi auguro vivamente non lo facciate neanche voi”. “Non credo che una società che adotta l’approccio ritratto potrebbe sopravvivere né tanto meno prosperare in un mercato tecnologico come quello odierno che è altamente competitivo per quanto riguarda le assunzioni”. Per questo, Bezos spera che chiunque lavori ad Amazon possa continuare a divertirsi, come ha sempre fatto, e a “ridere lungo il cammino”.

Art. 18 e precarietà. Una riflessione dal punto di vista operaio. Intervento di Gianni Marchetto Autore: Gianni Marchetto da: controlacrisi.org

Personalmente vengo da aziende di operai di mestiere (FIAT COMAU). Quando vi lavoravo avevo notato che ogni tanto qualcuno andava in Direzione per dare le dimissioni. Una parte di questi operai (e anche di tecnici) poi rimanevano. Chi erano costoro? Erano tra i più bravi. E usavano le “dimissioni” come arma di “ricatto” nei confronti della Direzione per avere aumenti di salario, avanzamenti di carriera, ecc. Ovviamente la Direzione ci stava per non perdere della professionalità e delle competenze acquisite in anni e anni di esperienza. Per avere un operaio provetto o un tecnico capace, autonomo, ci vanno anni e anni di accumulo di esperienza lavorativa.

Domanda: nei lavori di “fino”, quelli di qualità, quelli a cui si richiede il massimo di autonomia e di professionalità, nella epoca attuale cosa è cambiato? C’è stato un mutamento sostanziale con l’introduzione della informatica, arricchendolo (il lavoro), ma il contenuto del lavoro qualificato, della prestazione non è per nulla cambiato.
La flessibilità del lavoratore, quella ricercata dal soggetto era nei fatti un accumulo di esperienza che il lavoratore faceva magari in diverse imprese, ma sempre sulla stessa professionalità: aggiustatore, stampista, tracciatore, addetto alle macchine (a Controllo Numerico, frese, torni, ecc.). Evidentemente chi ne traeva profitto era il lavoratore stesso ma anche l’ultimo imprenditore che gli dava lavoro.

Dice sull’art.18 Gino Rubini della CGIL Emilia Romagna: “Il lavoro di qualità richiede relazioni fondate sul rispetto e sulle regole. La crescita della qualità e dell’elevato contenuto in valore tecnologico di molte aziende emiliane è andata di pari passo con l’espansione dei diritti e della civilizzazione dei rapporti sociali. Per non fare nomi ma solo qualche esempio, aziende come Ferrari, Lamborghini e Ducati perderanno di qualità se prevarrà la logica barbarica di trattare i lavoratori come “vuoti a perdere”… Questa ideologia miserevole per cui oltre al cenno (ad nutum) butti sul tavolo una manciata di banconote per scacciare il lavoratore e acquisire competitività può andare bene per imprese che stanno a livelli miserevoli di contenuto tecnologico e di qualità del lavoro”.

E aggiunge: “Questi signori tecnici (del governo) hanno una vaga idea della complessità del reticolo di relazioni sociali che fondano la produzione di valore in una impresa? La penosità e in qualche misura il pensiero atrofizzato di questi tecnici assomigliano alla visione di quel comandante di jumbo che manda in stallo l’aereo per risparmiare sul carburante”.

Diverso è invece il lavoro ripetitivo (es. ad una catena di montaggio). Le mansioni sono del tutto povere. Da qualche manciata di secondi a qualche manciata di minuti: e sempre con la ripetizione. Epperò! Con il tempo, dovuta proprio alla particolare prestazione ripetitiva, l’esperienza accumulata faceva sì che il lavoratore acquisiva abilità e destrezza nella propria mansione, aumentando di parecchio la sua bravura e la sua produttività (in termini di velocità di esecuzione). Basta vedere un lavoratore nuovo assunto e posizionato in una catena di montaggio nei primi giorni di lavoro: si “imbarca” sempre (= non riesce a stare nei tempi assegnati). In più l’accumulo di esperienza va tutta in favore dell’impresa nel senso che tutto il lavoro male progettato o non progettato viene colmato dalla bravura del lavoratore (bravura, mai o poco riconosciuta sia in termini salariali che di qualifica). Nella epoca attuale questi lavori ripetitivi si sono arricchiti con l’introduzione della robotica (e quindi abbiamo dei lavoratori che fanno quasi solamente prestazioni di controllo) o di nuove tecnologie tra le quali anche apparati informatici.

Perché allora questa insistenza sull’art. 18? Perché il personale dell’attuale governo non sa assolutamente nulla di un luogo di lavoro, non l’ha mai visto, né tantomeno vissuto, ne fa solamente un argomento di carattere ideologico. Diverso è invece l’approccio del padronato: fatto salvo quei padroni (pochi purtroppo) che con il fischio ricorreranno all’art. 18 in quanto i lavoratori che impiegano se li vogliono tenere in quanto gente brava ed esperta nel lavoro (che gli è magari costata nella formazione ricevuta), il rimanente (una buona maggioranza) che fa solo delle “carabattole” lo userà in due modi:
• per produrre l’ennesima pulizia etnica, ergo tutti coloro che per passate vicende lavorative oggi si ritrovano con qualche acciacco alla salute (inidonei e invalidi, oltre che anziani più donne in maternità!) e rischiano di essere in grande numero, sostituendoli con giovani precari molto disponibili perché più ricattabili.
• tutti coloro che hanno la “schiena dritta” (a prescindere dalla loro collocazione politica e/o sindacale), coloro i quali per es. non accettano supinamente lo straordinario, ecc. saranno pochi però con un chiaro obiettivo terrorista: “colpirne uno per educarne 100”.Per fortuna non tutto è così…
Il che non significa affatto che tutta la nostra manifattura sia tutta di questa specie, lo è purtroppo la maggioranza e specie la piccola e micro impresa. Infatti stando al libro di A. Calabrò (Orgoglio Industriale, Ed. Mondadori) questi ci dice che nel 2008 su ca. 4.000.000 di aziende manifatturiere presenti nel nostro paese, ce ne sono 4.600 (lui le chiama “multinazionali tascabili” che vanno dai 50 ai 500 addetti) che forse ci tireranno fuori dalla crisi.

Domanda: chi le conosce, cosa fanno e cosa fa lì il sindacato (posto che ci sia)? Domanda successiva: è una bestemmia pensare di poter costruire a sinistra (a partire dai sindacati) un archivio di queste aziende per portarle all’onore del mondo, per tentare di farle mettere in contraddizione con il resto delle imprese? Per tentare una sorta di “alleanza dialettica” con il movimento dei lavoratori. Non fosse altro perché in questo campo vi sono senz’altro le possibilità di un “conflitto” più avanzato e non solo sulla difensiva.