Don Ciotti: «Corruzione come la mafia» | Fonte: il manifesto | Autore: Riccardo Tagliati

In duecentomila per la giornata in memoria delle vittime della mafia. Don Ciotti attacca la legge sulla responsabilità civileei magistrati. E al leader della Lega Salvini: «Cacciare i corrotti, non i migranti»Un fiume impres­sio­nante di per­sone ha fatto di Bolo­gna, per un giorno, la capi­tale ita­liana della lotta anti­ma­fia. Decine di migliaia di donne e uomini (200 mila secondo gli orga­niz­za­tori) hanno sfi­lato ieri mat­tina dallo sta­dio al cen­tro sto­rico per la ven­te­sima gior­nata della memo­ria e dell’impegno per le vit­time inno­centi delle mafie. In tutto poco meno di 4 chi­lo­me­tri che il ser­pen­tone ha per­corso con la testa alta e la schiena dritta. «Cam­mi­niamo insieme per chie­dere verità e giu­sti­zia» ha detto il fon­da­tore di Libera, don Luigi Ciotti. Più tardi in una piazza VIII Ago­sto gre­mita all’inverosimile, don Luigi ha sfer­zato la poli­tica det­tando una fitta agenda di impe­gni da assu­mere (leg­gasi: leggi da appro­vare, ndr) per con­tra­stare effi­ca­ce­mente le mafie. Per­ché «non c’è più tempo».

Il cor­teo
In testa, come da tra­di­zione, lo stri­scione di Libera con lo slo­gan scelto per la gior­nata: «La Verità illu­mina la giu­sti­zia». A reg­gerlo ci sono i fami­liari delle vit­time inno­centi delle mafie. In oltre 600, sono arri­vati a Bolo­gna coi pull­man della poli­zia e della Fore­stale, poco dopo le nove, pro­ve­nienti da Rimini dove hanno pas­sato la notte. Ognuno con un’immagine del pro­prio caro ucciso: c’è chi la porta visi­bile in un car­tello appeso al collo e la mostra ai pas­santi, chi l’ha impressa sulla maglietta bianca e la sfog­gia con orgo­glio, chi la tiene in mano con rispetto e discre­zione e chi la con­serva nel cuore e la mostra solo a parole.
Verità e giu­sti­zia: è que­sto bino­mio che spinge le stan­che gambe dei coniugi Ago­stino, geni­tori dell’agente Anto­nino, ucciso insieme alla gio­vane moglie a Palermo il 5 ago­sto del 1989. Il padre Vin­cenzo ha i capelli e la barba lun­ghis­simi: non se la taglia da quel 5 ago­sto: «Lo farò solo quando avrò avuto giu­sti­zia per i miei morti (nell’agguato, oltre al figlio Anto­nino, fu uccisa anche la moglie incinta, ndr)» spiega men­tre cam­mina per le strade medie­vali del cen­tro con accanto la moglie e un nipote.

Poco più indie­tro ci sono i fami­liari di Anto­nio Lan­dieri, ucciso nella faida di Scam­pia. Sono circa una decina: c’è anche una gio­vane che spinge una car­roz­zina. Por­tano tutti una maglietta bianca con su scritto il suo nome. Anto­nio è stato ucciso per errore men­tre in rione Sette Palazzi stava gio­cando a cal­cio balilla con alcuni amici. Sono stati scam­biati per degli spac­cia­tori. Gli assas­sini non sono ancora stati indi­vi­duati. «Non vogliamo essere qui per ricor­darlo in maniera malin­co­nica — dice suo cognato -, vogliamo fare memo­ria attiva. Que­ste morti non devono essere inu­tili, la nostra testi­mo­nianza deve fare sì che certe cose non acca­dano più».

A poca distanza c’è un altro napo­le­tano, Giu­seppe Miele, fra­tello di Pasquale, ucciso a Grumo Nevano nel 1989. «La nostra fami­glia aveva una fab­brica di abbi­glia­mento. Ci siamo rifiu­tati di pagare il pizzo e loro hanno deciso di fare un’azione inti­mi­da­to­ria. Hanno spa­rato con­tro le fine­stre. E’ così che mio fra­tello è stato col­pito ed è morto sotto gli occhi di mia madre e di mio padre».
Nel lungo ser­pen­tone che segue i fami­liari ci sono i gio­vani delle scuole, gli ammi­ni­stra­tori di Avviso Pub­blico, i sin­da­ca­li­sti della Cgil e della Fiom, ma anche della Cisl e della Uil. Ognuno rico­no­sci­bile ma rigo­ro­sa­mente senz’altra ban­diera che non sia quella di Libera.

I nomi che graffiano
Il cor­teo, par­tito dallo sta­dio poco dopo le 9.30, pro­cede a sin­ghiozzo, alter­nando pause a momenti in cui il passo si fa veloce. Come sot­to­fondo, dal camion­cino elet­trico in testa, la let­tura dei nomi delle 1035 vit­time inno­centi della mafia, del ter­ro­ri­smo e delle stragi. Gli stessi nomi che in piazza VIII Ago­sto una staf­fetta di poli­tici, sin­da­ca­li­sti, per­so­na­lità dello spet­ta­colo, auto­rità, fami­liari e sem­plici cit­ta­dini ha letto prima del discorso con­clu­sivo di don Ciotti. «Tutti i nomi, non solo quello di mio fra­tello — dice Giu­seppe Miele -, ven­gono a graf­fiare den­tro ognuno di noi, ven­gono a graf­fiare le nostre coscienze, a spin­gerci a fare qual­cosa per miglio­rare la nostra società». La prima a salire sul palco è stata la pre­si­dente della com­mis­sione anti­ma­fia Rosy Bindi; l’ultimo l’ex pro­cu­ra­tore di Torino Gian­carlo Caselli che, dopo aver pro­nun­ciato l’ultimo nome, quello del giu­sla­vo­ri­sta Marco Biagi, ha detto: «A voi va la nostra memo­ria e il nostro impe­gno affin­ché la verità possa illu­mi­nare la giu­sti­zia». A quel punto, la com­mo­zione delle decine di migliaia di per­sone giunte in piazza si è sciolta in un lungo applauso.

Il discorso
Don Luigi Ciotti sale sul palco poco dopo le 12.30. Ha con sé un pic­colo plico di appunti. «La demo­cra­zia è incom­pa­ti­bile con il potere impo­sto o con il potere segreto. Per que­sto non può restare il dub­bio che ci sia stata una trat­ta­tiva con la mafia». La piazza applaude, a più riprese. «Certe leggi non rie­scono a pas­sare, ma quella sulla respon­sa­bi­lità civile dei magi­strati è pas­sata, eccome se è pas­sata» incalza don Luigi che chiede più stru­menti e risorse per la magi­stra­tura e le forze di poli­zia impe­gnate nelle inchie­ste sulla cri­mi­na­lità orga­niz­zata e la corruzione.

Dal palco, e con la forza delle 200 mila per­sone giunte da tutta Ita­lia, il fon­da­tore di Libera detta alla poli­tica gli impe­gni per pas­sare dalle parole ai fatti: appro­va­zione di una legge sulla cor­ru­zione, sul falso in bilan­cio, sulla pre­scri­zione. Il tutto senza media­zioni, senza nego­ziati con quelle forze che si oppon­gono a que­ste leggi. «Chi non vuole una legge sulla cor­ru­zione fa un favore ai mafiosi, ai potenti, alle lobby» dice don Ciotti. E poi­ché «la cor­ru­zione è la più grave minac­cia alla demo­cra­zia e l’avamposto delle mafie» biso­gna col­pire duro.

«Le mafie dia­lo­gano con le imprese, con­di­zio­nano la poli­tica, sono tra­sver­sali»: «non si può par­lare di infil­tra­zione, ma di occu­pa­zione dei ter­ri­tori» da parte dei clan. Insomma, nes­suno può più dire, anche al nord, anche in Emi­lia, «io non sapevo». «Il pro­cesso di libe­ra­zione non è finito, ci vuole una nuova resi­stenza» dice don Ciotti che, pur senza citarlo, attacca anche il lea­der della Lega Nord Mat­teo Sal­vini: «Vor­rei dire a chi si è tanto pre­oc­cu­pato di cac­ciare i migranti dal paese, che biso­gna cac­ciare i mafiosi e i corrotti».

Per col­pire al cuore le mafie, ha sem­pre soste­nuto Libera, biso­gna col­pire i patri­moni dei mafiosi. E quindi sì ai seque­stri dei beni mafiosi e sì all’affido degli stessi alla col­let­ti­vità. Ma ora che la crisi ha lasciato senza lavoro milioni di gio­vani e non solo, biso­gna agire per ridurre la povertà. «Ci vuole una legge per il red­dito minimo o di cit­ta­di­nanza: pos­si­bile che l’abbia tutta Europa tranne la Gre­cia e l’Italia?».

Tutti impe­gni da rispet­tare in fretta per­ché, come ricorda don Ciotti citando don Primo Maz­zo­lari: «Rischiamo di morie di pru­denza in un mondo che non può più attendere».

Don Ciotti: Le minacce di Riina rivolte al tutto il popolo di Libera, solo un “noi” può vincere la mafia | Autore: Don Luigi Ciotti

-Le minacce di Totò Riina dal carcere sono molto significative. Non sono infatti rivolte solo a Luigi Ciotti, ma a tutte le persone che in vent’anni di Libera si sono impegnate per la giustizia e la dignità del nostro Paese. Cittadini a tempo pieno, non a intermittenza.-Solo un “noi” – non mi stancherò di dirlo – può opporsi alle mafie e alla corruzione. Libera è cosciente dei suoi limiti, dei suoi errori, delle sue fragilità, per questo ha sempre creduto nel fare insieme, creduto che in tanti possiamo fare quello che da soli è impossibile.

-Le mafie sanno fiutare il pericolo. Sentono che l’insidia, oltre che dalle forze di polizia e da gran parte della magistratura, viene dalla ribellione delle coscienze, dalle comunità che rialzano la testa e non accettano più il fatalismo, la sottomissione, il silenzio.

-Queste minacce sono la prova che questo impegno è incisivo, graffiante, gli toglie la terra da sotto i piedi. Siamo al fianco dei famigliari delle vittime, di chi attende giustizia e verità, ma anche di chi, caduto nelle reti criminali, vuole voltare pagina, collaborare con la giustizia, scegliere la via dell’onestà e della dignità. Molti famigliari vanno nelle carceri minorili dove sono rinchiusi anche ragazzi affiliati alle cosche.

-La politica deve però sostenere di più questo cammino. La mafia non è solo un fatto criminale, ma l’effetto di un vuoto di democrazia, di giustizia sociale, di bene comune. Ci sono provvedimenti urgenti da intraprendere e approvare senza troppe mediazioni e compromessi. Ad esempio sulla confisca dei beni, che è un doppio affronto per la mafia, come anche le parole di Riina confermano. Quei beni restituiti a uso sociale segnano un meno nei bilanci delle mafie e un più in quelli della cultura, del lavoro, della dignità che non si piega alle prepotenze e alle scorciatoie.

-Lo stesso vale per la corruzione, che è l’incubatrice delle mafie. C’è una mentalità che dobbiamo sradicare, quella della mafiosità,dei patti sottobanco, dall’intrallazzo in guanti bianchi, dalla disonestà condita da buone maniere. La corruzione sta mangiando il nostro Paese, le nostre speranze! Corrotti e corruttori si danno man forte per minimizzare o perfino negare il reato. Ai loro occhi è un’azione senza colpevoli e dunque senza vittime, invece la vittima c’è, eccome: è la società, siamo tutti noi.

-Per me l’impegno contro la mafia è da sempre un atto di fedeltà al Vangelo, alla sua denuncia delle ingiustizie, delle violenze, al suo stare dalla parte delle vittime, dei poveri, degli esclusi. Al suo richiamarci a una “fame e sete di giustizia” che va vissuta a partire da qui, da questo mondo. Riguardo don Puglisi – che Riina cita e a cui non oso paragonarmi perché sono un uomo piccolo e fragile – un mafioso divenuto collaboratore di giustizia parlò di “sacerdoti che interferiscono”. Ecco io mi riconosco in questa Chiesa che “interferisce”, che non smette di ritornare – perché è lì che si rinnova la speranza – al Vangelo, alla sua essenzialità spirituale e alla sua intransigenza etica.
Una Chiesa che accoglie, che tiene la porta aperta a tutti, anche a chi, criminale mafioso, è mosso da un sincero, profondo desiderio di cambiamento, di conversione.
Una Chiesa che cerca di saldare il cielo alla terra, perché, come ha scritto il Papa Francesco: «Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo».