L’Ocse boccia la scuola italiana | Fonte: rassegna

L’Italia deve “migliorare equità ed efficienza” del suo sistema educativo, che “ha un basso rapporto tra qualità e costo e dovrebbe fare di più per migliorare le opportunità per i meno qualificati”. A dirlo è l’Ocse nel suo rapporto ‘Going for Growth’ rilevando, in particolare, le poche risorse destinate al settore. L’organizzazione parigina bacchetta in particolare il nostro Paese per la spesa per l’istruzione “scesa ben al di sotto della media” e per i numerosi cambi, “tre in quattro anni”, al vertice dell’agenzia per la valutazione della scuola. “Cambiare verso significa ripristinare le risorse”, commenta a caldo su twitter il segretario confederale della Cgil, Gianna Fracassi.

l dossier dell’Ocse parla anche del Pil procapite dell’Italia che nel 2013 è stato al di sotto del 30% rispetto agli altri Paesi più ricchi che fanno parte dell’organizzazione. Segue la solita richiesta dell’Osce: le riforme strutturali – è l’invito – sostengano domanda a breve termine. In questa fase di limitato margine delle politiche macroeconomiche, “è importante che l’agenda delle riforme strutturali metta più attenzione su quelle riforme che oltre ad accrescere la produttività e la creazione di posti di lavoro nel medio termine sappiano sostenere la domanda nel breve termine”.

Scrive la capo economista dell’Ocse, Catherine Mann, nel rapporto: “Se il passo di queste riforme dovesse rallentare troppo c’è il rischio che si sviluppi un circolo vizioso, in cui la domanda debole mina alla base la crescita potenziale, prospettiva che deprime ancora di più la domanda, dato che sia gli investitori sia i consumatori diventano ostili al rischio e preferiscono risparmiare”.

Anche su privatizzazioni e deregulation l’Ocse insiste. L’Italia deve ancora fare passi avanti sulle privatizzazioni, che “non hanno raggiunto gli obiettivi fissati” negli anni scorsi, e implementare con più efficacia le riforme per la riduzione delle “barriere alla concorrenza”. In particolare, occorre “eliminare i legami di proprietà tra i governi locali e i fornitori di servizi, migliorare gli incentivi all’efficienza della giustizia civile, e snellire ulteriormente le procedure di bancarotta per ridurre durata e costo”. Inoltre, rimarca l’Ocse, “un numero significativo di decreti attuativi” per le riforme di “deregulation abbastanza estesa” approvate tra il 2011 e il 2012 “devono ancora essere emanati”.

Tredici miliardi per gli F-35 Fonte: il manifesto | Autore: Manlio Dinucci

A un giorno di distanza, nes­suna rea­zione vera e forte all’annuncio della mini­stra della difesa Roberta Pinotti. Così, men­tre l’Italia spro­fonda nella crisi e i lavo­ra­tori ancora ieri sono scesi in piazza con­tro il governo, Pinotti ha annun­ciato trion­fante «l’Italia ce l’ha fatta»: è stata scelta dal Pen­ta­gono quale «polo di manu­ten­zione dei veli­voli F-35 schie­rati in Europa, sia di quelli acqui­stati dai paesi euro­pei sia di quelli Usa ope­ranti in Europa». L’annuncio della mini­stra al ter­mine di un incon­tro con l’ambasciatore Usa a Roma, John Phil­lips, che le ha tra­smesso la deci­sione del Pen­ta­gono. Deci­sione in realtà scon­tata in quanto, come ricorda la stessa Pinotti, l’impianto Faco di Cameri (Novara) è stato con­ce­pito fin dall’inizio per ospi­tare sia le atti­vità di assem­blag­gio e col­laudo che quelle di manu­ten­zione, ripa­ra­zione, revi­sione e aggior­na­mento del cac­cia F-35.

«È un risul­tato straor­di­na­rio», ha dichia­rato la mini­stra, sot­to­li­neando che «l’Italia, nel pro­getto par­tito nel 1998, sin dall’inizio ha deciso di essere part­ner non acqui­rente». Onore al merito bipar­ti­san. Dopo la firma del primo memo­ran­dum d’accordo da parte del governo D’Alema nel 1998, è stato il governo Ber­lu­sconi a fir­mare nel 2002 l’accordo che ha fatto entrare l’Italia nel pro­gramma come part­ner di secondo livello. È stato nel 2007 il governo Prodi a per­fe­zio­narlo e pro­spet­tare l’acquisto di 131 cac­cia. È stato nel 2009 il governo Ber­lu­sconi a deli­be­rarne l’acquisto. È stato nel 2012 il governo Monti a «rica­li­brare» il numero dei cac­cia da 131 a 90 per dimo­strare che, di fronte alla crisi, tutti devono strin­gere la cin­ghia. È stato nel 2013 il governo Letta e nel 2014 quello Renzi a con­fer­mare gli impe­gni dell’Italia nel pro­gramma F-35 capeg­giato dalla sta­tu­ni­tense Loc­kheed Mar­tin, prima pro­dut­trice mon­diale di armamenti.

13est1piccola pinotti«Un suc­cesso indu­striale for­te­mente voluto dalla Difesa», lo defi­ni­sce Pinotti, assi­cu­rando che la scelta di Cameri pro­durrà «rica­dute enormi per l’Italia». Enormi? Resta da vedere in che senso. «Lo sta­bi­li­mento di Cameri a pieno regime aumen­terà note­vol­mente le per­sone impe­gnate diret­ta­mente», pre­vede Pinotti. Non dice però quanto ven­gono a costare i pochi posti di lavoro creati a Cameri e nella ven­tina di aziende che pro­du­cono com­po­nenti per l’F-35. L’impianto Faco di Cameri, costato all’Italia quasi un miliardo di euro, dà lavoro a meno di mille addetti che, secondo Fin­mec­ca­nica, potreb­bero arri­vare a 2500 a pieno regime. E, nell’annunciare la scelta di Cameri, il gene­rale Usa Chri­sto­pher Bog­dan chia­ri­sce, in pre­vi­sione di ulte­riori spese per lo sta­bi­li­mento, che «i paesi part­ner del pro­gramma F-35 si fanno carico degli inve­sti­menti per tali impianti».
L’ambasciatore Phil­lips ram­menta poi a Pinotti ciò che si è dimen­ti­cata di dire (e che gli altri gior­nali non scri­vono), cioè che «l’Italia man­terrà la parola data sui 90 aerei», ossia sull’acquisto di 90 cac­cia F-35. A un prezzo ancora da quantificare.

L’accordo sti­pu­lato in otto­bre dal Pen­ta­gono con la Loc­kheed Mar­tin per l’acquisto di altri 43 F-35, di cui 2 per l’Italia, sta­bi­li­sce che «i det­ta­gli sul costo saranno comu­ni­cati una volta sti­pu­lato il con­tratto». L’Italia si impe­gna quindi ad acqui­stare altri F-35 senza cono­scerne il prezzo. Per una stima di mas­sima, rica­vata dal bilan­cio del Pen­ta­gono, il costo uni­ta­rio attuale è di 177 milioni di dol­lari – oltre 140 milioni di euro – ossia circa 13 miliardi di euro per 90 cac­cia. La Loc­kheed assi­cura che, gra­zie all’economia di scala, il costo uni­ta­rio dimi­nuirà. Non dice però che l’F-35 subirà con­ti­nui ammo­der­na­menti che faranno lie­vi­tare la spesa. L’annuncio di Pinotti che l’F-35 «rimarrà in atti­vità per 30 anni con revi­sioni perio­di­che» signi­fica quindi che per decenni altri miliardi usci­ranno dalle casse pubbliche.

Il gene­rale Bog­dan pre­vede per Cameri un futuro ancora più «radioso»: «Dato che l’Italia accre­scerà la capa­cità di pro­du­zione dell’impianto – dice – vi è la pos­si­bi­lità che gli Usa e altri part­ner costrui­scano a Cameri loro aerei», in col­la­bo­ra­zione con la Gran Bre­ta­gna e la scelta di Cameri, come quella di un impianto turco, è dovuta a diversi fat­tori, tra cui «la posi­zione geo­gra­fica, la neces­sità ope­ra­tiva e la pre­vi­sta distri­bu­zione degli aerei». In altre parole, il gene­rale Bod­gan spiega che l’Italia è stata scelta quale «polo di manu­ten­zione» dei cac­cia F-35 per­ché il Pen­ta­gono pre­vede di usarla ancora di più quale por­tae­rei Usa/Nato nel Mediterraneo.

Tortura, l’Onu visiterà l’Italia nel prossimo anno. La Cassazione ammonisce il Parlamento:”Ancora non c’è la legge!” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

L’Italia è nella lista dei paesi in cui gli esperti dell’organo dell’Onu per la prevenzione della tortura intendono compiere una missione l’anno prossimo. Insieme a Guatemala, Nauru e Filippine, l’Italia è tra i paesi che il Sottocomitato delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura (SPT) intende indagare per i trattamenti crudeli, disumani o degradanti dei detenuti. L’organo composto da esperti indipendenti collabora con i governi dei paesi che hanno ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura (OPCAT).
In tutto 76 Stati hanno ratificato il protocollo. L’l’Italia ha depositato lo strumento di ratifica nell’aprile del 2013. L’anno prossimo, oltre a visitare Italia, Guatemala, Nauru e Filippine, gli esperti indipendenti dell’SPT torneranno in Azerbaijan, per portare a termine una missione interrotta nel settembre 2014, ed effettueranno visite di consulenza nei Paesi Bassi e in Turchia per quanto riguarda i loro meccanismi nazionali di prevenzione. L’SPT prevede anche due visite di follow-up in Paesi visitati in precedenza.

In missione in un paese, la delegazione dell’SPT visita i luoghi in cui le persone sono private della libertà. Alla fine della visita, gli esperti comunicano le loro raccomandazioni e osservazioni allo Stato in un rapporto confidenziale. Lo Stato è incoraggiato a chiedere il documento sia reso pubblico. Secondo la prassi, il Sottocomitato Onu per la prevenzione della tortura (SPT) informerà ufficialmente l’Italia della visita prevista e delle date, solo successivamente le date saranno rese pubbliche, ha spiegato l’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani a Ginevra. L’SPT decide quali paesi visitare “sulla base di regioni geografiche e l’Italia era uno dei paesi europei che fino ad oggi non hanno ricevuto una visita”, ha aggiunto spiegando che non vi sono “ragioni particolari”. Una visita è prevista in tutti i Paesi che hanno ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione contro la tortura.

Tuttavia proprio sul reato di tortura, assente in Italia, nei giorni scorsi è arrivato il monito della Corte di Cassazione. Se la mancanza di questo reato nel codice penale era stata definita “una vergogna nazionale”, i supremi giudici hanno scritto che non si può fare a meno di “rilevare come l’inadempienza dell’Italia nell’adeguarsi agli obblighi della Convenzione Onu crei una situazione paradossale in cui un reato come la tortura che a determinate condizioni può configurare anche un crimine contro l’umanità, per l’ordinamento italiano non è un reato specifico”.
Data l’assenza della previsione di questo reato, i supremi giudici sono stati ‘costretti’ a respingere la richiesta del governo argentino di estradare a Buenos Aires don Franco Reverberi, il sacerdote di Parma accusato dalla magistratura argentina di aver partecipato come cappellano militare “agli interrogatori e tormenti” degli oppositori politici durante il regime del generale Jorge Videla nel 1976. Dato che in Italia non c’è il reato di tortura, la Cassazione ha confermato la prescrizione delle altre accuse ‘assimilabili’ (lesioni personali e sequestro di persona) contestate al sacerdote annotando che si tratta di reati prescritti “per l’ordinamento italiano, essendo trascorsi ben oltre 22 anni e sei mesi dall’epoca dei fatti attribuiti all’estradando, risalenti al 1976”. Quando i reati sono prescritti in base ai calcoli di pena previsti dalle leggi italiane, il nostro Paese non concede l’estradizione. “E’ quindi necessaria una legge che traduca il divieto internazionale di tortura in una fattispecie di reato, definendone i contenuti e stabilendo la pena, che potrà determinare anche il regime temporale della prescrizione.

Crisi, l’Ue tiene l’Italia sotto tiro: a settembre si prospetta un’altra manovra Autore: fabrizio salvatori da: contrlacrisi.org

Oggi l’Ue ha fatto conoscere le “raccomandazioni” per paese, ovvero la lista dei promossi e dei bocciati. Per il momento non ci sono cifre, ma per l’Italia il “compito” di una manovra aggiuntiva è sicuro. E se da una parte grazie a un intenso lavoro diplomatico si evita il pronunciamento ufficiale sulla richiesta di dilazione avanzata da Renzi, dall’altra non c’è alcun ammorbidimento: l’Italia deve stare dentro i parametri. Anzi, visto che il bonus è piaciuto, dovrà anche trovare i soldi per replicare. Ma questo non potrà avvenire facilmente con gli scenari “ottimistici” delineati dal Governo Renzi. E quindi se per il momento una leggera indulgenza è giustificata dalla recessione, la Commissione Ue è pronta a rimettere il Bel Paese in tensione. Nel documento, si sottolinea piu’ volte l’esigenza di interventi aggiuntivi nel 2014 e nel 2015 per ridurre il deficit strutturale che al momento, secondo la Commissione, non e’ in linea con le richieste del Patto alla luce delle regole sul debito. A chiarire il ‘pensiero’ della Commissione e’ stato anche il responsabile per gli affari economici Olli Rehn. “E’ importante sottolineare – ha detto rispondendo a una domanda sull’Italia nel corso della conferenza stampa – che rinviare il raggiungimento degli obiettivi di medio termine non pone l’Italia in una buona posizione nei confronti delle regole che ha sottoscritto e che ha inserito nella Costituzione”.”Lo scenario macroeconomico sul quale si fondano le proiezioni di bilancio” del Programma nazionale di riforme dell’Italia “è leggermente ottimistico, in particolare per quanto riguarda gli ultimi anni del programma”, fa rimarcare l’Ue. E del resto la ripresa dell’economia in Italia “e’ ancora molto fragile”: come dice Rehn, “se l’Italia dovesse tornare in recessione tutte le regole dovrebbero essere riviste da cima a fondo” ed e’ quindi importante che “mantenga un livello di consolidamento del bilancio continuo ma che sia anche favorevole alla crescita”. In particolare, Rehn ha citato la “razionalizzazione della spesa pubblica e della politica fiscale”, sottolineando che deve essere mantenuta “la pratica della disciplina sui conti pubblici, rafforzando le misure adottate o pianificate come le privatizzazioni”.
LaCommissione Ue ricorda che l’Italia “si e’ impegnata a portare avanti riforme considerevoli” il cui slancio dovrebbe ora “intensificarsi” perche’ “si creino le condizioni per una ripresa forte e duratura nella crescita e nella creazione di occupazione”. Rehn non dimentica poi di sottolineare che “gli sforzi di consolidamento fatti dall’Italia negli ultimi anni le hanno permesso di uscire l’anno scorso dalla procedura per deficit eccessivo” che era partita nel 2009.

Occupazione in Italia sotto il 60%, si torna ai livelli del 2002, peggio solo la Grecia da: controlacrisi.org

Eurostat fa sapere che l’obiettivo, per l’Italia, di occupare, entro il 2020, il 67% della popolazione lavorativa si va allontanando. Gli italiani tra i 20 e i 64 anni, nel 2013, sono rimasti occupati al 59,8%,in calo rispetto agli anni precedenti, Il Paese torna così indietro di 10 anni, quando registrava, nel 2003. il 60,1% di occupati.Al livello del nostro Paese ci sono – secondo Eurostat – altri 12 paesi dell’Unione europea che, dal 2008, hanno registrato un continuo ribasso del tasso di occupazione.

Solo la Grecia nel 2013 ha perso più dell’Italia: il tasso di occupazione è sceso da 55,3% a 53,2%, perdendo 2,1 punti.

Laureati d’Europa, Italia fanalino di coda Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

L’Italia è ultima in clas­si­fica in Europa per numero di lau­reati. Ormai è così da tre a que­sta parte. Gli ita­liani fra i 30 e i 34 anni che hanno com­ple­tato il ciclo di studi uni­ver­si­tari sono il 22,4% della popo­la­zione, il livello più basso fra i 28 Paesi dell’Unione europea.Secondo i dati dif­fusi ieri da Euro­stat, e rela­tivi al 2013, l’Italia si clas­si­fica die­tro Roma­nia (22,8%), Croa­zia (25,9%) e Malta (26%), men­tre la media Ue si atte­sta al 37%. Dal 2002 al 2013, si sot­to­li­nea nel rap­porto dell’Eurostat, c’è stato un aumento costante della per­cen­tuale di per­sone lau­reate nell’Unione euro­pea, pas­sata dal 24% al 37%. E il numero è aumen­tato in tutti i Paesi, con in testa Irlanda (52,6%), Lus­sem­burgo (52,5%) e Litua­nia (51,3%).

Dalle tabelle dell’istituto di sta­ti­stica euro­peo emerge anche che l’Italia sof­fre nella clas­si­fica dell’abbandono del secondo ciclo di studi, dove si piazza quin­tul­tima. In Europa la per­cen­tuale di abban­dono sco­la­stico dei gio­vani fra i 18 e i 24 anni è dimi­nuita costan­te­mente, dal 17% del 2002 al 12 del 2013. Anche sul fronte della bat­ta­glia con­tro gli abban­doni sco­la­stici, l’Italia si clas­si­fica in fondo alla clas­si­fica: 23esima su 28 per numero di ragazzi tra i 18 e 24 anni che hanno abban­do­nato studi e for­ma­zione dopo la scuola media, il 17%, men­tre la media Ue è dell’11,9%. Peg­gio fanno solo Spa­gna (23,5%, record nega­tivo), Malta (20,9%), Por­to­gallo (19,2%) e Roma­nia (17,3%). Ma se Madrid e Lisbona hanno tut­ta­via regi­strato impor­tanti pro­gressi: gli spa­gnoli sono pas­sati dal 31% di abban­doni del 2007 al 23,5% del 2013 e i por­to­ghesi dal 36,9% al 19,2%, l’Italia in sei anni è miglio­rata solo del 3%. I paesi vir­tuosi sono invece Croa­zia (3,7%), Slo­ve­nia (3,9%) e Repub­blica ceca (5,4%).

Que­sto qua­dro a tinte fosche è stato ripe­tu­ta­mente trac­ciato da ana­lisi simili a quelle di Euro­stat, pub­bli­cate negli ultimi mesi sia da Alma­lau­rea che dall’Anvur in occa­sione della pre­sen­ta­zione del primo rap­porto sullo stato dell’università 2013. Ad appro­fon­dire però gli effetti della deli­be­rata stra­te­gia intra­presa dalle classi diri­genti ita­liane con il taglio di 10 miliardi di euro dal 2008 all’istruzione e alla ricerca è giunto ieri il rap­porto Ricer­carsi, una ricerca sul pre­ca­riato nelle uni­ver­sità con­dotta su un cam­pione di 1.700 que­stio­nari pre­sen­tato ieri alla città della scienza di Napoli nel corso del con­gresso della Flc-Cgil. «Meno della metà dei ricer­ca­tori delle uni­ver­sità ita­liane è assunto a tempo inde­ter­mi­nato, men­tre tra i ricer­ca­tori solo il 30 per cento ha un rap­porto a tempo inde­ter­mi­nato» ha detto il ricer­ca­tore Fran­ce­sco Vitucci. Negli ultimi 10 anni il pre­ca­riato nelle uni­ver­sità è quasi rad­dop­piato: 10 mila posi­zioni in più, a dimo­stra­zione che al blocco del tur­no­ver le uni­ver­sità hanno rispo­sto in un solo modo: mol­ti­pli­cando il numero dei con­tratti pre­cari, senza con­tare il lavoro gra­tuito e le cor­vée. Nel decen­nio della grande dismis­sione deciso dal governo Ber­lu­sconi e mai più cor­retto dai suoi suc­ces­sori, solo il 7% dei 35 mila con­tratti sti­pu­lati si è tra­sfor­mato in assun­zioni. Il 35% dei fuo­riu­sciti è oggi disoc­cu­pato. Lo Stato ita­liano si con­ferma il più grande sfrut­ta­tore al mondo di lavoro pre­ca­rio, in par­ti­co­lare di quello qua­li­fi­cato. Non biso­gna infatti dimen­ti­care che, solo restando al mondo dell’istruzione, tiene da tan­tis­simi anni sulla corda almeno 141 mila docenti pre­cari, senza con­si­de­rare le mul­ti­formi pre­ca­rietà del resto del per­so­nale scolastico.

I dati di oggi rive­lano tut­ta­via qual­cosa in più. Come taglia­tore di teste, lo Stato ita­liano è molto più spie­tato di qual­siasi mana­ger in un’azienda privata.