Prima di me, oltre me. (Quasi una lettera in attesa di risposte) da:ndnoidonne

Una riflessione alla luce del mio percorso femminista nell’Udi. Destinata alle giovani e non solo…

inserito da Rosanna Marcodoppido

PRIMA DI ME, OLTRE ME (Quasi una lettera in attesa di risposte)

Per quelle come me, che hanno vissuto dagli anni settanta un tempo lungo segnato dalla sperimentazione di forti relazioni tra donne per uscire dal sistema culturale e politico del patriarcato, essere oggi una anziana femminista significa avere un patrimonio di consapevolezze e di saperi che confliggono, a volte stridono dolorosamente, con molto di quello che accade intorno a noi in ogni ambito della vita.
Quando ho iniziato il mio impegno nel movimento delle donne ero cattolica osservante, artista per formazione e passione, insegnante impegnata in una pedagogia e una didattica antiautoritarie. Avevo due figli maschi molto piccoli e mi interrogavo in solitudine su come essere madre in un altro modo, attenta a mostrare i valori della tenerezza e della cura come responsabilità di tutt*: tra i loro giocattoli c’erano, richiesti, la lavatrice e una bambola fino a quando… sono entrati nella scuola per l’infanzia dove qualcun* ha detto loro che erano giochi “da femmina”. Venivo da una adolescenza vissuta nella convinzione che avrei lavorato per vivere e che era possibile costruire con l’altro una relazione di reciprocità, nonostante i modelli e i comportamenti tradizionali dicessero il contrario; vivevo infatti con disagio il mio corpo di donna esposto a rischi di aggressioni e offese (la violenza sessuale era reato contro la morale pubblica e indicibile vergogna per la donna; le botte del “capofamiglia” una normalità) e sopportavo come inevitabili fatalità piccole e grandi discriminazioni quotidiane e limitazioni di libertà. Quando nel 1974 sono entrata nell’Udi non conoscevo l’estenuante lotta delle donne per ottenere il diritto di voto e nulla sapevo dell’impegno del movimento di emancipazione, di cui l’Udi era parte fondamentale, per ottenere le principali leggi antidiscriminatorie nel mondo del lavoro e leggi istitutive di servizi sociali quali la scuola per l’infanzia e gli asili nido. Tuttavia ero, senza rendermene conto, all’interno di un processo storico che mi aveva in parte allontanato dall’esperienza quotidiana della maggioranza delle donne della generazione di mia madre, senza libertà e dignità sociale, eppure portatrici di un senso autentico dell’esistenza umana nel suo risvolto materiale e relazionale e perciò, nonostante tutto, modelli potenti di riferimento.

Stare nell’Udi ha significato entrare in una storia collettiva nata prima di me: alcune donne che l’ avevano vissuta dall’inizio rappresentavano nella mia pratica politica quotidiana una memoria viva, parlante. Uscita da una scuola di stampo patriarcale, immersa in un clima culturale estremamente misogino, ho sentito come altre il bisogno di conoscere una mia/nostra collocazione storica più veritiera di quella trasmessa dalla storiografia ufficiale e trarre da lì radici e alimento per una diversa idea di me come genere e una ricostruzione della storia umana mai fatta prima. Fondamentale è stato il lavoro di ricerca delle storiche femministe, ma anche il riferirsi reciproco tra donne, la capacità di nominare e nominarsi al di fuori di un simbolico di disvalore. Mi ci sono voluti anni di riflessione, confronti, letture, convegni per conoscere e far conoscere quel faticoso percorso individuale e collettivo delle donne verso l’autodeterminazione e la libertà: eredità preziosa per il senso della vita e dello stare insieme che ci consegna, patrimonio in parte rimosso dalla trasmissione e tradizione culturale e politica di donne e uomini del nostro Paese eppure imprescindibile per superare tanta della violenza e dell’ingiustizia che ancora abitano la nostra imperfetta democrazia.
Stando nell’Udi ho incontrato da subito il neofemminismo nato tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta che, attraverso la pratica dell’autocoscienza e una radicale critica al sistema patriarcale in tutte le sue manifestazioni e i suoi saperi, ha rappresentato senza dubbio per tante di noi una accelerazione e un potenziamento nel processo di differenziazione dal maschile in termini di valore. Ma il neofemminismo non è partito da zero: il patriarcato era già stato scalfito in più punti da quelle venute prima. Parlare di diritto all’istruzione, al lavoro retribuito, al voto, affermare il valore sociale della maternità, rifiutare la divisione sessuale dei ruoli, riconoscere per le donne una soggettività degna di una esistenza libera significava già due secoli prima iniziare a ribaltare, anche se con alcuni palesi elementi di debolezza, i pilastri del patriarcato. Penso, solo per fare alcuni esempi, alle donne inglesi del 1600, le petitioniers, e alla loro pretesa di parlare nelle piazze, inoltrare petizioni per chiedere pari poteri all’interno della Chiesa; o alle donne della Rivoluzione americana e francese, del Risorgimento italiano; infine alle protagoniste della Resistenza che hanno dato inizio, dopo la parentesi fascista, alla seconda stagione dell’emancipazione.

Per questo quando dico femminismo intendo riferirmi ad un movimento storico di donne transazionale, plurale e differenziato, con i suoi conflitti interni e le sue contraddizioni, e patisco la cancellazione e il disconoscimento da parte di autorevoli esponenti del femminismo dell’autocoscienza che nelle loro narrazioni ed analisi fanno coincidere la crisi del patriarcato e l’avvento della libertà femminile con l’inizio della loro personale esperienza politica, riducendo l’emancipazione a piatta omologazione al modello maschile. Mi sembrano infantilmente ancorate ad una insufficiente e imprecisa dimensione storica. Non è un caso che tra loro le storiche difficilmente fanno questo errore, costrette ad intrecciare emancipazione e libertà come elementi costitutivi dell’esistenza delle donne, ponendosi così al di fuori della logica del pensiero binario che preclude una conoscenza complessa della vita e dei soggetti. Il mio femminismo si è da sempre posizionato nell’intreccio tra emancipazione e libertà, differenza ed uguaglianza, categorie che subiscono a loro volta i mutamenti che la libertà femminile sta producendo. E’ stato sempre forte in me il bisogno di costruire l’alterità nell’interconnessione, evitare quel rischio di sessismo alla rovescia contiguo a un essenzialismo irreale e inefficace. Il mio desiderio più profondamente femminista è quello di saper agire i conflitti fuori da quel dualismo contrappositivo su cui il patriarcato, a partire dal rapporto uomo-donna, ha costruito per millenni pensiero, conoscenza, pratiche: mi sembra la strada più giusta per la libertà che è prima di tutto relazionale, nominabile e misurabile solo all’interno di tutte le nostre relazioni pubbliche e private.

Se penso a ciò che sono diventata, la mia gratitudine va a tutte quelle che mi hanno preceduta e arricchita o che mi hanno accompagnata e mi stanno accompagnando in questi lunghi anni segnati da un impegno che ha iniziato a restituire valore al mio genere, ha reso non più credibile la superiorità maschile e mostrato agli uomini una possibile strada per uscire da modelli che mortificano la loro dignità e il loro libero agire nel mondo. Sono grata da un po’ di tempo anche ad alcuni di loro, impegnati in una ricerca di sé al di fuori di modelli identitari tradizionali, poiché mi consentono di verificare l’autenticità della mia libertà in relazione alla loro, nella verità delle reciproche differenze, disagi, desideri.
Oggi, oltre me, vedo con sollievo e speranza tante giovani donne, dislocate su più fronti, prendere in mano la propria vita e lottare con passione e con una freschezza che in parte io ho perduto: il valore di sé in quanto differenti, il diritto all’inviolabilità del corpo e della mente e ad un lavoro umanamente sostenibile, la libera scelta in materia di sessualità, orientamento sessuale e maternità. Le vedo costrette a fare chi più chi meno i conti da un lato con canoni di bellezza e di consumo insostenibili, dall’altro con un mercato del lavoro sempre più selvaggio e disumano; tra loro c’è chi si sta misurando con nuove tecnologie riproduttive che aprono scenari inediti e rischiano di riconfermare la riduzione del corpo femminile a semplice contenitore, proprio nel momento in cui la genitorialità viene riformulata non di rado in termini di reciprocità e di condivisione dell’accudimento e della cura. Vedo anche purtroppo da più parti nel linguaggio e nei comportamenti, confusa con la libertà, una imbarazzante omologazione ai valori maschili, una assenza totale di conoscenza del movimento di emancipazione e del femminismo.
Sono convinta che noi femministe storiche (nel senso che abbiamo già fatto insieme un pezzo di storia) dobbiamo imparare a consegnare nei giusti modi la nostra complessa e plurale eredità lasciandoci interrogare e contaminare: la nostra esperienza, i nostri saperi sono nati in altri contesti storici e culturali; al contrario oggi si impongono analisi, categorie interpretative e risposte adeguate al tempo presente e ai differenti soggetti che lo abitano. E dobbiamo imparare ad ascoltare quello che le nuove generazioni hanno da dire sulla loro esperienza di cui noi non siamo titolari. Dobbiamo, impresa non facile, provare a leggere insieme il contesto in cui ci è dato vivere se vogliamo cambiarlo. Siamo passat* nell’arco di pochi decenni da una società connotata da una rigida regolamentazione di ruoli e poteri ad una società tendenzialmente liquida rispetto a modelli, valori, identità segnata da dati inediti come l’evaporazione del padre e la crisi della famiglia tradizionale. Alcuni di questi cambiamenti sono l’esito dell’irrompere nello spazio pubblico di noi donne, altri sono determinati da un’idea di sviluppo che non siamo state in grado di governare o da nuove tecnologie sempre più pervasive e condizionanti, altri ancora sono frutto della reazione maschile alla nostra conquistata libertà.

Noi nate prima viviamo questo presente sperimentando aspetti nuovi della vita: la vecchiaia e un corpo non più fertile e non più forte; un futuro diventato corto, fragile e precario in cui collocare al meglio quel che resta da vivere; assistere e resistere ai tanti ritorni indietro rispetto a elementi di civiltà conquistati con lotte e fatiche e con la certezza che fossero acquisiti per sempre (la 194, tanto per fare un esempio). Eppure, nonostante evidenti differenze, abbiamo molto in comune: il rifiuto di molti aspetti di questa confusa contemporaneità basata non tanto, come noi volevamo, sulla centralità e qualità delle relazioni, ma sull’individualismo, il profitto, il denaro, il cinismo. Stupri, femminicidi, prostituzione coatta, tratta, precarietà lavorativa e esistenziale, degrado progressivo della politica istituzionale, dominio senza regole del potere finanziario, vecchie e nuove forme di schiavitù e troppe guerre avvelenano le nostre vite. Ci accomuna perciò il desiderio di una socialità solidale e senza violenza a partire dalle relazioni di genere, di una società senza ingiustizie e diseguaglianze in un pianeta ogni giorno da salvaguardare e da amare. Condividiamo in tant* la voglia di essere soggetti di cambiamento; questo richiede politica, una politica capace di governare le differenze, i conflitti, la complessità dentro e fuori di noi rinunciando alle dinamiche del potere come dominio, al narcisismo imperante; una politica orizzontale capace di superare la frammentazione dei tanti piccoli gruppi per un noi più ampio ed efficace, una politica che è in primo luogo costruzione della libertà di ciascun* in un contesto di responsabilità e cura verso gli altri e le altre. Ci accomuna, infine, il desiderio di amare e di essere amat*, un amore da imparare a riformulare nella sua verità, mai più confuso con la gelosia, la violenza, la sopraffazione. Sono da tempo convinta che l’amore in ogni sua forma, con la sua retorica fuorviante e i suoi intrecci col potere, rappresenti un luogo con forte valenza politica e resta a mio avviso il nodo più problematico e duro da sciogliere nel linguaggio e nei comportamenti. Abbiamo perciò, se lo vogliamo, una strada difficile da percorrere insieme controvento. Non vi pare?

Rosanna Marcodoppido

| 14 Settembre 2015

La lotta per la libertà non è uguale alla lotta al terrorismo | Fonte: il manifesto | Autore: Marco Bascetta

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Di fronte al signi­fi­cato più gene­rale e impor­tante delle grandi mani­fe­sta­zioni di dome­nica in tutta la Fran­cia non c’è che da ral­le­grarsi nel con­sta­tare l’ampiezza di una opi­nione pub­blica e di pas­sioni civili capaci di rea­gire nel nome della tol­le­ranza e della demo­cra­zia al trauma di una san­gui­nosa aggres­sione, di sot­trarsi senza riserve allo schema dello scon­tro di civiltà. Tante per­sone alle quali la libertà di tutti e di cia­scuno sem­bra stare dav­vero a cuore.

Non era affatto scon­tato in un paese in cui la sirena del Front Natio­nal trova cre­scente ascolto.

Tut­ta­via, secondo una sag­gia con­sue­tu­dine laica, con­verrà dubi­tare dei mira­coli. Due ne sono stati solen­ne­mente annun­ciati da Parigi.

Il primo con­si­ste nella repen­tina ricon­ci­lia­zione, per non par­lare di impeto fusio­nale, tra gover­nanti e gover­nati: il «popolo si stringe intorno ai suoi leader».

Il secondo nella rina­scita dalle ceneri di Char­lie Hebdo dell’ Europa poli­tica, pro­prio nel paese che, per giunta, ne aveva boc­ciato la Costituzione.

Che nel momento della più estrema minac­cia si invo­chi la pro­te­zione dei rispet­tivi governi è un sen­ti­mento com­pren­si­bile, ma che que­sti ultimi deb­bano essere per­ce­piti, sem­pre e comun­que, come la sola garan­zia delle nostre libertà, nel loro eser­ci­zio e nella crea­zione delle con­di­zioni che lo ren­dono pos­si­bile, non è che pro­pa­ganda priva di ogni credibilità.

Ordi­nare un blitz non è ancora di gran lunga prova di buon governo.

Quanto all’ Europa poli­tica, ricon­dotta alla lotta con­tro il ter­ro­ri­smo e al coor­di­na­mento tra poli­zie e ser­vizi, non è certo un passo da gigante sulla via dell’Unione. Tanto meno quando voci impor­tanti si levano, con la lode­vole ecce­zione ita­liana, a favore della sospen­sione o revi­sione del trat­tato di Schengen.

Non sta in quel cor­done di pre­mier la pro­spet­tiva europea.

La stampa di mezzo mondo titola sui «grandi della terra», (espres­sione di per sé dete­sta­bile) euro­pei e non, con­ve­nuti nella capi­tale fran­cese in difesa della «libertà» e delle sue con­crete arti­co­la­zioni quale quella, basi­lare, di stampa e di espressione.

Quanto simili valori pos­sano stare a cuore all’ungherese Vik­tor Orban, al mini­stro degli esteri russo Lavrov, al pre­mier turco o al re di Gior­da­nia ognuno lo può facil­mente con­sta­tare. E quale inter­pre­ta­zione ne pos­sano dare, poi, il greco Sama­ras o lo spa­gnolo Rajoy sarebbe pure un inte­res­sante oggetto di discus­sione. Qual­cuno si sarà detto che «Parigi val bene una messa» offi­ciata in nome della libertà, anche la più «blasfema».

Ma non è que­sto il punto decisivo.

Il fatto è che la lotta al ter­ro­ri­smo non è la stessa cosa della lotta per la libertà, seb­bene si cer­chi ripe­tu­ta­mente di con­fon­derle, appiat­tendo la seconda sulla prima.

In primo luogo per­ché ogni governo può ricon­durre chi gli pare sotto que­sto mar­chio infa­mante. E se su Al Qaeda e il Calif­fato sono tutti d’accordo, almeno per quanto emerge alla luce del sole, e tutti pos­sono dun­que mar­ciare tenen­dosi sotto brac­cio, in altri casi non è affatto così.

In secondo luogo per­ché la lotta al ter­ro­ri­smo può essere con­dotta, e il più delle volte lo è stato, facendo ricorso alla restri­zione delle libertà indi­vi­duali e col­let­tive, anche quando la si volesse con­si­de­rare come con­di­zione neces­sa­ria e pre­li­mi­nare all’esercizio di que­ste ultime.

E’ una distin­zione (non una reci­proca esclu­sione), quella tra «libertà» e «sicu­rezza», tanto deci­siva quanto offu­scata dalla testa di Medusa del grande cor­teo pari­gino. Sono i noti para­dossi della demo­cra­zia e della tol­le­ranza, che tut­ta­via non pos­sono essere elusi se non can­cel­lando l’una e l’altra dal nostro oriz­zonte politico.

In que­sti prin­cipi, i fau­tori della guerra glo­bale, e di quella interna con­tro le cosid­dette «classi peri­co­lose», vedono appunto la nostra debo­lezza, il fianco espo­sto alle armi del nemico. Al quale invi­diano, più o meno espli­ci­ta­mente, quell’idea di «ini­mi­ci­zia asso­luta» che ne ispira effet­ti­va­mente l’azione, recla­mando vio­lenza eguale e contraria.

La con­di­zione di guerra, inu­tile negarlo, esi­ste. Il fatto che l’Europa non ne sia affatto inno­cente o estra­nea, non can­cella quella bar­ba­rie con la quale è impos­si­bile scen­dere a patti.

Ma, nel cuore del Vec­chio con­ti­nente, con­tra­ria­mente a quanto auspi­cano isla­mi­sti e destre non solo estreme, le sor­genti di una guerra di reli­gione pos­sono ancora essere prosciugate.

E’ quello che milioni di per­sone chie­de­vano per le vie di Parigi. Non «strin­gen­dosi intorno ai governi», ma piut­to­sto aggre­dendo le logi­che iden­ti­ta­rie, gli egoi­smi nazio­nali e gli inte­ressi domi­nanti che ne gui­dano l’azione.

«Liberté, égalité, fraternité» e il loro doppio Fonte: Il Manifesto | Autore: Marco Bascetta

Je suis Charlie. L’intollerabile integralismo delle furie islamiste e dei paladini dell’Occidente. A ciascuno i suoi fanatici da debellare. La nostra idea di civiltà esclude lo scontro di civiltàIl giu­di­zio della stampa di tutto il mondo è quasi una­nime: la mat­tanza pari­gina rap­pre­senta un attacco alla libertà, col­pita in una delle sue espres­sioni più clas­si­che ed espli­cite, la satira con­tro il potere, la morale, i dogmi di tutte le religioni.

Giu­sto, non c’è da ecce­pire. Non­di­meno sulle ban­diere della Rivo­lu­zione fran­cese sta­vano scritte tre parole: liberté, éga­lité, fra­ter­nité. Con­verrà allora esa­mi­nare l’orrenda ese­cu­zione di massa nella reda­zione di Char­lie Hebdo e le sue pre­ve­di­bili con­se­guenze alla luce di cia­scuna di que­ste parole.

Comin­ciamo dalla prima, liberté. L’islam poli­tico (e il rap­porto stretto tra Islam e poli­tica è dato dalla sua stessa genesi sto­rica fuori da qual­siasi con­te­sto sta­tuale pre­e­si­stente) è indub­bia­mente nemico della libertà. Non c’è biso­gno di guar­dare alle sue espres­sioni più estreme, come il calif­fato di Al-Baghdadi, per con­sta­tarlo. O all’opulento oscu­ran­ti­smo sau­dita. Basta già rivol­gere lo sguardo alla Tur­chia par­la­men­tare e semieu­ro­pea di Erdo­gan per met­tersi sull’avviso. Quando par­liamo di Islam l’attrito tra lai­cità e reli­gione, tra diritti indi­vi­duali e norme comu­ni­ta­rie è garan­tito. Anche se non è neces­sa­ria­mente desti­nato a sfo­ciare in atti di estrema vio­lenza o in con­di­zioni di sof­fo­cante oppressione.

Resta il fatto che un miliardo e mezzo di per­sone, con diversi gradi di orto­dos­sia e con­vin­zione, pro­fes­sano que­sta reli­gione. Se non si col­tiva l’idea folle di risol­vere il pro­blema alla maniera dei cro­ciati, o quella, non meno stram­pa­lata, di seg­men­tare il pia­neta in com­par­ti­menti sta­gni, que­sto attrito deve essere fron­teg­giato con gli stru­menti dell’intelligenza poli­tica e lo svi­luppo delle lotte demo­cra­ti­che nei paesi isla­mici e in Europa.

Non man­cano, però, tra quanti in que­sti giorni cele­brano i gior­na­li­sti di Char­lie come mar­tiri della libertà, nume­rosi pala­dini della supe­rio­rità occi­den­tale che, tra furori proi­bi­zio­ni­sti, cam­pa­gne omo­fobe, tol­le­ranza zero e ana­temi con­tro la «società per­mis­siva», intat­ten­gono un rap­porto a dir poco pro­ble­ma­tico con la libertà. Imma­gino che alle matite anar­chi­che di Char­lie non sarebbe affatto pia­ciuto diven­tare un sim­bolo per que­sta gente.

Non sono solo gli isla­mi­sti a non avere ancora dige­rito la Rivo­lu­zione francese.

Il secondo ber­sa­glio degli atten­ta­tori di Parigi è éga­lité. Nes­sun pre­sunto deten­tore di verità asso­lute può con­tem­plare l’idea di egua­glianza, se non nel senso di una con­ver­sione più o meno for­zata. Del resto, i regimi isla­mici pog­giano su prin­cipi for­te­mente gerar­chici e, dopo il tra­monto del nazio­na­li­smo arabo, sull’indiscusso potere dell’autorità religiosa.

Tut­ta­via, i guar­diani dell’Occidente su que­sto punto pre­fe­ri­scono tacere, poi­ché sostan­zial­mente con­di­vi­dono, a loro modo, il punto di vista degli avversari.

I più espli­citi, citando Oriana Fal­laci, si dichia­rano appar­te­nere a una «civiltà supe­riore» e dun­que in diritto di discri­mi­nare non solo chiun­que pro­venga da un diverso ambito cul­tu­rale, ma anche il dis­senso al pro­prio interno nel momento in cui superi con­fini che vanno sem­pre più restrin­gen­dosi. All’eguaglianza dei diritti oppon­gono fil­tri, bar­riere e con­di­zioni. L’integrità dei prin­cipi di que­sti patrioti dell’Occidente non ammette con­ta­mi­na­zioni né evo­lu­zione alcuna. Infine, éga­lité met­te­rebbe in que­stione le gerar­chie, le stra­ti­fi­ca­zioni sociali e il sistema di pri­vi­legi cui sono affe­zio­nati. Dun­que, se gli uomini del calif­fato, ben con­vinti a loro volta di rap­pre­sen­tare una «civiltà supe­riore», le spa­rano addosso, tanto meglio.

Fra­ter­nité, la più desueta e cri­stiana delle tre parole, è con tutta evi­denza spaz­zata via da quel taglio netto tra «fedeli» e «infe­deli» che guida la mano degli assas­sini. Fra­ter­nità potrà darsi solo quando l’intero pia­neta avrà fatto dell’Islam il suo credo. Non è l’antidoto alla guerra, ma il suo risul­tato. Fatto sta che anche in que­sto caso i cri­stia­nis­simi difen­sori della civiltà occi­den­tale pre­fe­ri­scono aste­nersi da com­menti. Un sif­fatto prin­ci­pio impe­di­rebbe infatti di con­si­de­rare i migranti come pura e sem­plice minac­cia, impo­nendo una qual­che forma di inter­vento soli­da­ri­stico nei con­fronti di chi fugge dalla fame e dalla guerra.

Fra­ter­nitè è però anche un prin­ci­pio che pre­tende di distin­guere tra i sin­goli e le loro comu­nità, tra gli indi­vi­dui e i loro con­te­sti cul­tu­rali. Il prin­ci­pio cri­stiano della «cen­tra­lità della per­sona», se non se ne vuole fare solo una ban­die­rina per le cro­ciate con­tro l’aborto o l’eutanasia, dovrebbe signi­fi­care appunto que­sto. Poche espres­sioni sono prive di senso quanto la «fra­tel­lanza dei popoli», che in genere cor­ri­sponde agli inte­ressi dei loro gover­nanti e alle loro tre­gue armate.

Que­sta distin­zione tra indi­vi­dui e comu­nità è esat­ta­mente ciò che i sacer­doti dell’individualismo occi­den­tale para­dos­sal­mente rifiu­tano, ragio­nando per gruppi etnici e tra­di­zioni cul­tu­rali. Ci siamo «Noi» e «Loro», gli «isla­mici» e i «civi­liz­zati». Il qua­dro dello «scon­tro tra civiltà» è com­pleto. E la vit­to­ria dell’integralismo e dell’ intol­le­ranza anche. Lo schema della guerra santa può essere insi­dio­sa­mente laicizzato.

Così, dalle ceneri della Fra­ter­nité uni­ver­sa­li­stica ne sorge un’altra, nazio­nale, iden­ti­ta­ria, «bianca», se non quanto al colore della pelle certo quanto alla mentalità.

Quella dell’ «unità nazio­nale», dei «valori con­di­visi», quella che chiede di strin­gersi tutti con­tro il nemico esterno, quella allu­ci­nata che — nutrita da una ormai vasta let­te­ra­tura, dalla pio­nie­ri­stica Fal­laci al pole­mi­sta tede­sco Thilo Sar­ra­zin (La Ger­ma­nia si auto­di­strugge), al fran­cese Eric Zem­mour (Il sui­ci­dio fran­cese), per­fetta l’assonanza tra i due titoli, fino alla fan­ta­po­li­tica di Houel­le­becq — pensa dav­vero che un giorno l’Europa possa tra­sfor­marsi in un Calif­fato. Ipo­tesi cui nem­meno Al-Baghdadi, ragio­ne­vol­mente dedito a desta­bi­liz­zare i «regimi arabi mode­rati», crede minimamente.

Se doves­simo mar­ciare insieme a Marine Le Pen e Mat­teo Sal­vini, per non par­lare dei fasci­sti tede­schi di Pegida, in difesa di una idea comune di «civiltà», allora il «Noi» fini­rebbe per asso­mi­gliare sem­pre di più a quello per­se­guito dai mili­ziani della guerra santa.

A cia­scuno i suoi inte­gra­li­sti da debel­lare. Il Calif­fato non giun­gerà a gover­narci, ma la vita quo­ti­diana rischia di diven­tare molto infelice.

Autore: fabrizio salvatori Charlie Hebdo, decine di migliaia in piazza in Francia per la libertà d’espressione e contro l’intolleranza.da: controlacrisi.org

“Sto al fianco di Charlie Hebdo, come tutti dobbiamo essere, per difendere l’arte della satira che è stata sempre una forza di libertà e contro la tirannia, la disonestà e la stupidità”. Così Salman Rushdie ha condannato su Facebook l’attacco terroristico di oggi contro il settimanale francese al quale ha espresso la sua solidarietà adottando, su Twitter, l’hashtag #JeSuisCharlie.
Uno dei pochi commenti che si sottrae alla marea islamofobica e reazionaria che sta montando da più parti con il chiaro obiettivo di scatenare una ondata di repressione “sempre utile”. Una giornata nera, quindi, per la critica corrosiva ed intelligente, in cui anche uno come Silvio Berlusconi, che contro la satira e la stampa più in generale ha sempre tuonato e vomitato parole di fuoco, di dire la sua.

Intanto, sono decine di migliaia le persone scese in piazza in tutta la Francia per esprimere la loro solidarietà e sostegno alla libertà di espressione. Secondo i primi dati ufficiali, riportati da Bfm Tv, sono quasi 20 mila le persone in piazza a Parigi, oltre 10 mila a Lione e Tolosa, 4 o 5 mila a Marsiglia. Superano il migliaio anche i presenti ai raduni di Lille, Bordeaux e Nantes. Intanto, diversi partiti, associazioni di giornalisti e gruppi per la libertà di stampa hanno indetto per
i prossimi giorni una lunga serie di sit in, cortei e altre forme di mobilitazione.

“La religione, una forma medievale di irrazionalità, quando si combina con le armi moderne diventa una reale minaccia alle nostre libertà”, ha aggiunto o scrittore anglo indiano contro il quale l’yatollah Khomeini emanò nel 1989 una fatwa nella quale veniva condannato a morte per aver compiuto “blasfemia nei confronti dell’Islam” nel suo libro “I versetti satanici”.

L’attentato contro Charlie Hebdo ha decimato la redazione dello storico settimanale satirico francese, nato sulle ceneri di Hara Kiri Hebdo, proibito in Francia nel 1970 dopo una copertina giudicata insultante nei confronti del generale De Gaulle, appena morto. Stéphane Charbonneau – questo il vero nome – si era sempre detto pronto a morire in piedi piuttosto che rinunciare alla libertà di espressione di cui Charlie Hebdo si è sempre proclamato paladino in Francia, pubblicando, tra l’altro, anche le vignette del profeta Maometto, quelle che nel 2006 dalla Danimarca avevano infiammato tutto il mondo islamico, provocando
numerosi morti. A France Info lo stesso Charb spiegava che la caricatura, in particolare quella più dura ed intransigente, permetteva di “sublimare la violenza: chissà cosa saremmo diventati senza la matita”. E agli islamici che lo accusavano di essere blasfemo, Charb aveva risposto, spiazzandoli: perché‚ non fate una rivista satirica contro di noi, i laici?

George Wolinski, 80 anni, era molto famoso anche in Italia, dov’è stato rivelato dal Linus di Oreste del Buono. Nato a Tunisi nel 1934, era considerato uno dei maestri del fumetto erotico francese, molto attento alla condizione femminile, sedicente “simpatico fallocrate” in un universo femminile sempre più libero e liberato in un paese come la Francia. Era anche un ottimo scrittore.
Cabu, 77 anni, è considerato un gigante del reportage a fumetti, ed aveva una tecnica quasi fotografica, oltre ad un senso del racconto dal ritmo cinematografico. E’ diventato famoso con il Grand Duduche, una sorta di studente ‘nerd’, alto e con gli occhialini tondi simili a quelli del suo autore. Ha coniato anche la figura del ‘Beauf’ (il cognato), cioè il francese medio e di mezza età, con la pancia e i baffi spioventi, un vero e proprio re della banalità e del luogo comune.

Tignous, 58 anni, infine. Bernard Verlhac, questo il suo vero nome, era forse il meno famoso dei quattro vignettisti-star di Charlie Hebdo, ma era altrettanto caustico dei suoi colleghi. Due esempi tra gli altri: la copertina di Charlie Hebdo dedicata a Gerard Depardieu pronto a scappare in Belgio per non pagare le supertasse francesi (“Può il Belgio accogliere tutto il colesterolo del mondo?” si legge accanto al ‘faccione’ dell’attore). E quella sul post primavera araba. Sotto la didascalia “Dopo la primavera araba, l’estate araba”, si vede una giovane donna in topless con il viso nascosto da un hijab.

Il partito di Renzi azzera il centrosinistra Fonte: Il Manifesto | Autore: Paolo Favilli

Pro­viamo a riflet­tere su due recenti affer­ma­zioni pro­ve­nienti diret­ta­mente dal cer­chio ristretto ber­lu­sco­niano e dal pre­si­dente del con­si­glio. Denis Ver­dini rivol­gen­dosi a Capez­zone: «Dovre­sti capire che que­sto governo ha fatto tutto quello che poteva fare che ci andasse bene, come la legge elet­to­rale» (la Repub­blica 2 otto­bre). Mat­teo Renzi alla City di Lon­dra: «L’articolo 18 rap­pre­senta una man­canza di libertà per gli impren­di­tori» (Idem).

La lunga fase poli­tica in cui siamo immersi è con­trad­di­stinta dalla lotta per il «rico­no­sci­mento». In tali fasi la gestione del potere e la prassi di governo sono affi­date, come ha affer­mato un grande intel­let­tuale, recen­te­mente scom­parso, Mario Miegge, «per lo più a idioti – nel senso dell’etimo greco, che desi­gna il pro­prio (idios), la ristretta par­ti­co­la­rità del pri­vato con­trap­po­sta al pubblico».

Nel caso di Ver­dini e di Renzi è del tutto chiaro che si tratta di un caso di «idio­zie» con­ver­genti in un oriz­zonte con­di­viso, di una «pro­fonda sin­to­nia» tra i con­traenti del patto del Naza­reno. Ver­dini dice con sin­ce­rità, con can­dida sin­ce­rità con­sa­pe­vole di non susci­tare nes­sun scan­dalo, ciò che solo «l’idiozia» di coloro che hanno un diretto (o indi­retto) e par­ti­cu­lare modo di par­te­ci­pa­zione agli effetti del “patto” finge di igno­rare. Dice, cioè, non solo che i con­fini tra il par­tito di Ber­lu­sconi e quello di Renzi sono per­mea­bi­lis­simi, ma che tra le parti fon­da­men­tali del primo e quelle del secondo vi è una vera e pro­pria osmosi cemen­tata da un soli­dis­simo grumo comune di interessi.

L’osservatorio par­la­men­tare e poli­tico open­po­lis ha quan­ti­fi­cato in per­cen­tuali intorno al 90% i voti con­giunti di Forza Ita­lia e Pd e sem­pre intorno alle stesse per­cen­tuali le opi­nioni con­ver­genti di espo­nenti dei due par­titi. Il sistema poli­tico che si sta deli­neando, dun­que, è quello imper­niato su due par­titi, ten­den­zial­mente due soli, come è stato riba­dito in que­sti giorni dal pre­si­dente del consiglio.

Tra i due par­titi non esi­ste nes­suna netta frat­tura lon­gi­tu­di­nale, ne esi­stono invece di tra­sver­sali a seconda dei diversi gruppi di inte­resse. Frat­ture fluide e ricom­po­ni­bili, pronte a rifor­marsi su linee diverse, a seguito delle con­tin­genze. Al momento l’osmosi riguarda diret­ta­mente i gruppi di comando e quindi appare par­ti­co­lar­mente solida. Uno dei gruppi di comando è la risul­tante del pro­getto Berlusconi-Dell’Utri–Previti e quindi può defi­nirsi, sulla base di docu­men­tate sen­tenze, come risul­tante di un’operazione in cui sfera poli­tica e sfera cri­mi­nale non sono sepa­ra­bili. La rimo­zione costante di quest’aspetto è indi­ca­tore sicuro del livello di mitri­da­tiz­za­zione rag­giunto. È indi­ca­tore sicuro di come all’interno di una più gene­rale ten­denza all’inversione del pro­cesso demo­cra­tico che riguarda tutti i paesi avan­zati, la deca­denza ita­liana mostri anche un livello insop­por­ta­bile di putre­fa­zione del tes­suto etico-politico. Il fatto che sia, invece, sop­por­tato benis­simo è un ulte­riore indi­ca­tore di quanto sia esteso e profondo.

Le pro­messe della moder­nità, secondo Renzi, hanno come para­digma non la demo­cra­zia, cioè la ten­denza verso forme via via più orga­niz­zate di ugua­glianza, bensì la «libertà degli impren­di­tori». D’altra parte le moder­nità sono mol­te­plici e la forma del capi­ta­li­smo moderno, quello del sistema di fab­brica, si è defi­nito nella sua genesi, per dirla con un’icastica espres­sione di Bau­man, «nella lotta per il con­trollo del corpo e dell’anima del pro­dut­tore» (1982)».

I lavo­ra­tore, merce forza-lavoro, si pre­senta sul mer­cato come fun­zione della «libertà» di chi ha il potere di acqui­stare la merce in oggetto. Renzi si trova ad essere del tutto interno alle ten­denze di una fase in cui le forze dav­vero deci­sive e domi­nanti tro­vano neces­sa­rio ripro­porre le dina­mi­che dell’«accumulazione ori­gi­na­ria». Dun­que la cosid­detta «rivo­lu­zione ren­ziana» è la forma attuale della ragione del «capi­ta­li­smo asso­luto», che è appunto, la ragione della fase gene­tica e affer­ma­tiva. Dopo una lunga fase di «capi­ta­li­smo costi­tu­zio­na­liz­zato», la «rivo­lu­zione» ha assunto nuo­va­mente il suo signi­fi­cato eti­mo­lo­gico: ritorno al punto di inizio.

Non solo, quindi, non c’è nes­suna novità ana­li­tica (la parola è grossa per la poli­tica degli «idioti», si tratta solo di assun­zione della reto­rica ideo­lo­gica domi­nante), ma non ci sono nem­meno par­ti­co­lari novità rispetto alla tra­di­zione cul­tu­rale del Pd. Ricor­diamo per­fet­ta­mente come il respon­sa­bile eco­no­mico del par­tito da poco fon­dato (Tonini, marzo 2008), arti­co­lasse la sua visione del rap­porto eco­no­mia società para­fra­sando quasi alla let­tera La favola delle api di Ber­nard de Man­de­ville. Un testo set­te­cen­te­sco esem­plare della fon­da­zione della ragion capi­ta­li­stica asso­luta. Renzi non rivo­lu­ziona nep­pure il Pd, anzi del Pd è «rivelazione».

La sini­stra si rende conto di quello che sta suc­ce­dendo? Sem­bra fati­care a guar­dare in fac­cia la cata­strofe. Sem­bra ripro­porre lo schema della tela di Penelope.

L’esperienza della lista Tsi­pras, con tutte le dif­fi­coltà, debo­lezze, con­trad­di­zioni, è stata un momento posi­tivo nella tes­si­tura della tela. È il caso di ricor­dare ancora una volta quello che ha scritto a pro­po­sito Marco Revelli: cioè che i con­tri­buti di «mol­te­plici iden­tità sono stati, e soprat­tutto sono, tutti egual­mente pre­ziosi, [E]dovremmo pro­porci, d’ora in avanti, di non smar­rirne nep­pure uno, per set­ta­ri­smo, sup­po­nenza, tra­scu­ra­tezza». Ci sono tutti i segni che indi­cano la fatica ad affer­marsi di quella essen­ziale lezione. Sta ricom­pa­rendo un les­sico appa­ren­te­mente del tutto di buon senso che invece lan­cia pre­cisi mes­saggi. Chi infatti può essere favo­re­vole alla costru­zione di una sini­stra con­no­tata da «estre­mi­smo», «mino­ri­ta­ri­smo», «iden­ti­ta­ri­smo» etc.? Qual­cuno ha soste­nuto addi­rit­tura la neces­sità di sepa­ra­zione dai difen­sori dell’ «orto­dos­sia» (???). Non c’è limite al senso del ridi­colo: quale «orto­dos­sia» c’è oggi in campo?

L’uso di que­sta ter­mi­no­lo­gia rien­tra nel vizio così comune alla poli­tica nel tempo della reto­rica mani­po­la­trice, della reto­rica senza prova. Ognuno di que­sti ter­mini dovrebbe essere vagliato alla pie­tra di para­gone delle reali posi­zioni poli­ti­che e dei com­por­ta­menti. I modi di par­te­ci­pa­zione alla lista Tsi­pras sono la prova di fronte a cui la reto­rica si mostra dav­vero nella sua fun­zione di velo ideologico.

Se le parole sono ingan­na­trici il mes­sag­gio però è chiaro. Si può sfug­gire al mino­ri­ta­ri­smo solo attra­verso la rifon­da­zione del cen­tro­si­ni­stra. Natu­ral­mente un cen­tro­si­ni­stra «rin­no­vato», aperto all’influenza vivi­fi­ca­trice di quella sini­stra non «estre­mi­sta», non iden­ti­ta­ria», non «orto­dossa», la sini­stra della «cul­tura di governo». Posi­zione per­fet­ta­mente legit­tima che sconta però due osta­coli. Sconta la rot­tura com­pleta con l’esperienza della lista Tsi­pras il cui pro­getto è quello della costru­zione di una forza non solo del tutto auto­noma dal Partito-di-Renzi (l’espressione com’è noto è dell’ «estre­mi­sta» Ilvio Dia­manti), il che è del tutto ovvio, ma anche con­flit­tuale con ciò che quel par­tito rap­pre­senta. È pos­si­bile evi­tare il con­flitto tra la ragione del capi­ta­li­smo asso­luto e la ragione dell’eredità della sto­ria del movi­mento operaio?

Natu­ral­mente que­sto può non essere un pro­blema: per­ché non impe­dire il per­corso ini­ziato con la lista Tsi­pras se il cen­tro­si­ni­stra è l’unico oriz­zonte rite­nuto pra­ti­ca­bile? L’altro osta­colo è però più dif­fi­cile da rimuo­vere: la realtà. La dimen­sione strut­tu­rale del Partito-di-Renzi, il suo sistema di rife­ri­menti, l’insieme di poteri dav­vero forti che lo sosten­gono, può essere modi­fi­cato dalla pre­senza nell’alleanza di una sini­stra che «mino­ri­ta­ria» lo è per davvero?

Articolo 18, un valore per tutti Fonte: Il Manifesto | Autore: Guglielmo Ragozzino

L’articolo 18 della legge 300/1970 è stato con­si­de­rato per molti anni come il sim­bolo della giu­sti­zia sociale, in fab­brica e fuori. «Il capo gua­da­gna 10 o 100 volte più di me, può fare gli orari e le vacanze che vuole, assu­mere chi gli sta a cuore, però una volta che io sono lì, al lavoro, non può man­darmi via. Il posto di lavoro è anche mio. C’è un giu­dice (a Ber­lino) che, nel caso, me lo darà indietro».La giu­sti­zia sociale così espressa – lo abbiamo detto e ripe­tuto – era fatta pro­pria da tutti i lavo­ra­tori dipen­denti, del set­tore pub­blico e di quello pri­vato, dai lavo­ra­tori auto­nomi e dai senza lavoro. I dipen­denti pub­blici come gli inse­gnanti, com­presi le gio­vani mae­stre pre­ca­rie, oppure scrit­tori e avvo­cati par­te­ci­pa­rono alla grande mani­fe­sta­zione del Circo Mas­simo il 23 marzo 2002, fatta dalla Cgil di Ser­gio Cof­fe­rati, senza badare al fatto che l’articolo in que­stione non li riguar­dava. Era una cosa giu­sta, per tutti, era indi­vi­si­bile come la giu­sti­zia. Era un valore per tutti; si doveva impe­dire che fosse can­cel­lato o stravolto.

È ben noto che gli avver­sari dell’articolo 18, più o meno nello stesso periodo, si erano avvolti nel man­tello della libertà. «La fab­brica è mia e quel certo sin­da­ca­li­sta non lo sop­porto pro­prio. Fa per­fino del sabo­tag­gio» Non erano solo Mar­chionne e i suoi pre­cur­sori a pen­sarla così. Non pochi pen­sa­vano che la libertà di licen­ziare fosse una delle libertà demo­cra­ti­che pre­scritte dfa un qual­che emen­da­mento della Costi­tu­zione del Capi­tale. Il Capi­tale era tirato per i capelli in que­sta discus­sione. Si argo­men­tava che nes­suno avrebbe rischiato inve­sti­menti in Ita­lia alla pre­senza di que­sto abo­mi­nio oltre­tutto pro­tetto da un’alleanza ince­stuosa tra giu­dici e ope­rai. Si fecero per­fino dei par­titi poli­tici nuovi – o rivol­tati come una vec­chia giacca – per soste­nere poli­ti­ca­mente que­sti valori.

I testi che pub­bli­chiamo in que­sto spe­ciale met­tono però in luce lo scarto tra pen­siero eco­no­mico e ideo­lo­gia padro­nale. Per mostrare buona volontà l’estrema sini­stra di cui essi si ser­vono è John May­nard Key­nes, lasciando da parte altri autori più riso­luti che forse avreb­bero cau­sato qual­che tem­pe­sta ideologica.

Altre leggi hanno modi­fi­cato la legge 300 che a sua volta (in par­ti­co­lare l’articolo 18) era il com­ple­ta­mento della legge 604 del 16 luglio 1966. I lavo­ra­tori dipen­denti con con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato si sono nel frat­tempo ridotti di numero e in una vera trat­ta­tiva sin­da­cale sarebbe stato pos­si­bile tro­vare un com­pro­messo accet­ta­bile tra egua­glianza e libertà, tenendo conto del valore sim­bo­lico e del rap­porto di forze. Forse si sarebbe potuto seguire una via dif­fi­cile e ope­rosa: prima discu­tere di tutto il resto e poi della even­tuale riscrit­tura di que­sto o di quell’articolo di legge. Ecco però che viene di nuovo fatto sal­tare tutto. Una parte della Con­fin­du­stria, spal­leg­giata da per­so­naggi della poli­tica e dell’accademia, con nomi che è inu­tile o dan­noso ripe­tere, vuole stra­vin­cere, vuole l’umiliazione di chi la pensa diver­sa­mente, di chi crede dav­vero che gli uomini siano uguali tra loro.

Mat­teo Renzi, pover’uomo, man­cando di un’idea per­so­nale, si accoda. Ripete quello che gli hanno detto. Attacca i soste­ni­tori dell’art.18 come fau­tori dell’apar­theid tra lavo­ra­tori di serie A e di serie B. Si fa rispon­dere da Ste­fano Fas­sina che, senza difese sin­da­cali e poli­ti­che, fini­ranno tutti in serie C.

Articolo 18, un valore per tutti Fonte: Il Manifesto | Autore: Guglielmo Ragozzino

L’articolo 18 della legge 300/1970 è stato con­si­de­rato per molti anni come il sim­bolo della giu­sti­zia sociale, in fab­brica e fuori. «Il capo gua­da­gna 10 o 100 volte più di me, può fare gli orari e le vacanze che vuole, assu­mere chi gli sta a cuore, però una volta che io sono lì, al lavoro, non può man­darmi via. Il posto di lavoro è anche mio. C’è un giu­dice (a Ber­lino) che, nel caso, me lo darà indietro».La giu­sti­zia sociale così espressa – lo abbiamo detto e ripe­tuto – era fatta pro­pria da tutti i lavo­ra­tori dipen­denti, del set­tore pub­blico e di quello pri­vato, dai lavo­ra­tori auto­nomi e dai senza lavoro. I dipen­denti pub­blici come gli inse­gnanti, com­presi le gio­vani mae­stre pre­ca­rie, oppure scrit­tori e avvo­cati par­te­ci­pa­rono alla grande mani­fe­sta­zione del Circo Mas­simo il 23 marzo 2002, fatta dalla Cgil di Ser­gio Cof­fe­rati, senza badare al fatto che l’articolo in que­stione non li riguar­dava. Era una cosa giu­sta, per tutti, era indi­vi­si­bile come la giu­sti­zia. Era un valore per tutti; si doveva impe­dire che fosse can­cel­lato o stravolto.

È ben noto che gli avver­sari dell’articolo 18, più o meno nello stesso periodo, si erano avvolti nel man­tello della libertà. «La fab­brica è mia e quel certo sin­da­ca­li­sta non lo sop­porto pro­prio. Fa per­fino del sabo­tag­gio» Non erano solo Mar­chionne e i suoi pre­cur­sori a pen­sarla così. Non pochi pen­sa­vano che la libertà di licen­ziare fosse una delle libertà demo­cra­ti­che pre­scritte dfa un qual­che emen­da­mento della Costi­tu­zione del Capi­tale. Il Capi­tale era tirato per i capelli in que­sta discus­sione. Si argo­men­tava che nes­suno avrebbe rischiato inve­sti­menti in Ita­lia alla pre­senza di que­sto abo­mi­nio oltre­tutto pro­tetto da un’alleanza ince­stuosa tra giu­dici e ope­rai. Si fecero per­fino dei par­titi poli­tici nuovi – o rivol­tati come una vec­chia giacca – per soste­nere poli­ti­ca­mente que­sti valori.

I testi che pub­bli­chiamo in que­sto spe­ciale met­tono però in luce lo scarto tra pen­siero eco­no­mico e ideo­lo­gia padro­nale. Per mostrare buona volontà l’estrema sini­stra di cui essi si ser­vono è John May­nard Key­nes, lasciando da parte altri autori più riso­luti che forse avreb­bero cau­sato qual­che tem­pe­sta ideologica.

Altre leggi hanno modi­fi­cato la legge 300 che a sua volta (in par­ti­co­lare l’articolo 18) era il com­ple­ta­mento della legge 604 del 16 luglio 1966. I lavo­ra­tori dipen­denti con con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato si sono nel frat­tempo ridotti di numero e in una vera trat­ta­tiva sin­da­cale sarebbe stato pos­si­bile tro­vare un com­pro­messo accet­ta­bile tra egua­glianza e libertà, tenendo conto del valore sim­bo­lico e del rap­porto di forze. Forse si sarebbe potuto seguire una via dif­fi­cile e ope­rosa: prima discu­tere di tutto il resto e poi della even­tuale riscrit­tura di que­sto o di quell’articolo di legge. Ecco però che viene di nuovo fatto sal­tare tutto. Una parte della Con­fin­du­stria, spal­leg­giata da per­so­naggi della poli­tica e dell’accademia, con nomi che è inu­tile o dan­noso ripe­tere, vuole stra­vin­cere, vuole l’umiliazione di chi la pensa diver­sa­mente, di chi crede dav­vero che gli uomini siano uguali tra loro.

Mat­teo Renzi, pover’uomo, man­cando di un’idea per­so­nale, si accoda. Ripete quello che gli hanno detto. Attacca i soste­ni­tori dell’art.18 come fau­tori dell’apar­theid tra lavo­ra­tori di serie A e di serie B. Si fa rispon­dere da Ste­fano Fas­sina che, senza difese sin­da­cali e poli­ti­che, fini­ranno tutti in serie C.

In Milioni Chiedono: ‘Libertà per Ocalan’ da: uiki

In Milioni Chiedono: ‘Libertà per Ocalan’

 

Ieri milioni di persone nel Nord, Sud, Ovest ed Est del Kurdistan e nelle città d’Europa e della Turchia si sono riversate nelle strade per condannare il complotto contro il leader del popolo kurdo Abdullah Öcalan e chiedere la sua libertà.

 

Inizio della marcia verso la libertà

 

I curdi hanno segnato il 15° anniversario della cattura di Abdullah Ocalan con una straordinaria dimostrazione di solidarietà, lanciando l’inizio di una marcia della libertà.

 

Le persiane sono rimaste chiuse in segno di protesta

 

Ad Amed, il cuore del Kurdistan, centinaia di migliaia di persone sono accorse alla marcia per la ‘Libertà per Ocalan’. In Wan, Şirnex, Colemêrg, Merdin, Mersin e Istanbul e in altre città i negozi sono rimasti chiusi e la gente era riversa per le strade.

 

I curdi ovunque hanno condannato il complotto internazionale a causa del quale Abdullah Öcalan fu portato in Turchia 15 anni fa. Ad Amed, Êlih (Batman), Şirnex (Şırnak), Wan, Riha (Urfa), Qers (Kars), Çewlig (Bingöl), Dersim, Xarpêt (Elazığ), Agirî (Ağrı), Idir (Iğdır), Mus, Colemêrg (Hakkari), SERT (Siirt) e Merdin, e nei quartieri di queste città, la gente veniva fuori per protestare contro la cospirazione. La gente ha anche tenuto raduni e proteste con fiaccole accese a Izmir, Manisa, Antalya, Konya, Mugla, Adana, Mersin e Istanbul.

 

La Polizia ha attaccato i manifestanti

 

La polizia ha attaccato i manifestanti ad Amed, Wan, Şirnex, Gever, Êlih, Cizîr, Silopiya, Qoser (Kiziltepe), Tetwan (Tatvan) e Adana senza preavviso, sparando proiettili di plastica e cartucce di gas. A Wan la polizia ha usato cannoni ad acqua e gas contro decine di migliaia di persone in marcia dal ‘podio del popolo’, istituito in via Cumhuriyet al mercato ortofrutticolo. Dopo gli attacchi della polizia sui manifestanti ad Amed, gli scontri sono scoppiati e si sono diffusi attraverso il distretto di Baglar e sono proseguiti nella notte. In altre città la gente si è difesa dagli attacchi della polizia. In Cizîr la giornalista di JINHA, Mizgin Tabu, ha subito una ferita alla testa. A Êlih il co-presidente provinciale del BDP Serdar Atalay è stato ferito, mentre a Tetwan una persona è rimasta gravemente ferita a seguito di un attacco della polizia.

 

Le forze di intelligence iraniane hanno arrestato cinque persone a Pawe e una persona a Piranshar

 

Continuando con la pressione del regime iraniano sulla nazione curda in Rojhelat (Kurdistan orientale), un cittadino curdo di Piranshar è stato arrestato dalle forze di sicurezza iraniane. Nel frattempo a Pawe anche cinque cittadini sono stati arrestati dalle forze di intelligence e messi nel carcere dei servizi segreti.

 

Secondo le fonti regionali e l’agenzia di stampa Firat News Agency, un cittadino curdo di nome Abdullah Xizri del villaggio di Tirkeshi di Piranshar è stato arrestato dalle forze dei servizi segreti iraniani. Abdullah Xizri 11 giorni fa è stato incarcerato con l’accusa di appartenere a un partito politico curdo e ancora non si hanno notizie di lui. Abdullah Xizri è stato arrestato con la stessa accusa nel 2008 e per 3 mesi è stato tenuto sotto interrogatorio e tortura.

Sulla base della relazione della Firat News Agency, cinque cittadini curdi di Pawe sono nel carcere dei servizi segreti delle guardie rivoluzionarie. I nomi di queste cinque persone sono i seguenti: Yaser Naderiyan, Ferzad Bezmune, Keyhan Ehmedi, Aras Behrami e Naser Babacani (Babajani). Va ricordato che queste cinque persone sono di professione negozianti