25 aprile 2014

Una decina di giorni in tutto, nella seconda metà di aprile del 1945 – quasi settant’anni fa, ormai – segnano il momento culminante della storia italiana, e non solo, del Novecento, quello “breve” che si apre con la fine del primo conflitto mondiale e si chiude con la caduta del Muro di Berlino. Sciopero generale a Torino il 18; insurrezione di Bologna nella notte tra il 20 e il 21; insorge Genova il 23, mentre gli Alleati attraversano il Po; per le formazioni partigiane piemontesi l’ordine della mobilitazione per l’attacco finale, il 24.

Mercoledì 25, gli operai armati occupano le fabbriche a Torino; Milano si leva in armi; i partigiani occupano e presidiano gli edifici pubblici, il Comitato di Liberazione nazionale per l’Alta Italia (Clnai) assume tutti i poteri; a Genova, la resa dei tedeschi al Cln. Nella giornata successiva, combattimenti per le strade di Torino e Milano, sui cui centri convergono, dalle montagne, formazioni partigiane. Il 27 Milano è completamente libera, e intanto insorge Venezia; Mussolini viene arrestato mentre è in fuga con una colonna tedesca in direzione della Svizzera. Il 28: resa dei tedeschi a Venezia, Torino interamente sotto controllo dei partigiani; Mussolini e i gerarchi catturati con lui, giustiziati (più tardi i loro corpi esposti in Piazzale Loreto).

29 aprile: le truppe tedesche in Italia firmano l’armistizio (in vigore dal 2 maggio seguente). E proprio nel “cuore” della incalzante e vittoriosa sequenza, “l’ondata irresistibile di gioia in tutto il paese” esplosa quel 25 di aprile, di cui ha scritto anni dopo Vittorio Foa: “L’abbiamo ricordato come quello della Liberazione ed è giusto. Ma era per tutti, indistintamente, il giorno della pace…, tutti sapevano, il 25 aprile, che la guerra era finita”.

E da testimone-protagonista, ma dotato di indubbio senso storico, aggiungeva ancora una notazione di grande spessore: “Era il momento dell’unità, il sud e il nord si ritrovavano uniti dopo storie tanto diverse. Era importante, non era distratto patriottismo, era un’esperienza reale”.

E davvero diverse erano state la storia politica e istituzionale del Mezzogiorno, del centro e del nord Italia. A parti praticamente rovesciate, in particolare ai due estremi della Penisola, si era vissuto il terribile biennio dall’estate del 1943 e, appunto, alla primavera del 1945, tra “Regno del Sud” con monarchia sabauda, governo Badoglio e onnipresente controllo “alleato”, da una parte, e “repubblica sociale” fascista, risorto governo mussoliniano e pesante tutela tedesca, dall’altra.

Ma, pure, il “miracolo” s’era alla fine compiuto, e la Resistenza, coronata dalla Liberazione, degna conclusione della lotta partigiana combattuta ovunque, in forme e tempi diversi, restituiva l’Italia ad un destino diverso e migliore di quello al quale aveva inteso avviarla il fascismo. In ogni caso, e come il giudizio della storia ha in pieno e definitivamente sancito, il grande moto popolare, partito dalle Quattro Giornate di Napoli, ha contribuito “alla maturazione civile e politica degli italiani, approfondendo il senso dell’identità nazionale e costituendo il punto d’avvio della nuova Italia democratica”.

È interessante accennare alla Liberazione vista da sud: per quanto attiene propriamente alla città di Napoli è noto, e del resto lo si è accennato, la Liberazione risale al 1° ottobre del ’43. Da quel momento, è cominciata la storia “diversa” di cui pure s’è detto, ma in ogni caso si è pure avviato il percorso difficile e assai travagliato della ripresa sociale, civile e politico-istituzionale. Sicché, ad aprile del 1945, alla guida della città, dal gennaio precedente, opera la Giunta Fermariello (fino al momento dell’insediamento, il Fermariello è stato presidente del Comitato di Liberazione napoletano) i cui componenti sono espressione del Cln locale.

È dunque con sincera soddisfazione che si esprimono – da detto Comitato nei giorni immediatamente a ridosso della data del 25 – sentimenti di appoggio, di vicinanza e di partecipazione “all’insurrezione nazionale che riconsacra, per virtù d’arme e di valore italiani, l’unificazione territoriale della Patria”. Né si manca di ricordare il “generoso sacrificio del popolo napoletano” da cui “partì la scintilla di rivolta che animò la resistenza durante l’oppressione, ed oggi eroicamente divampa nelle regioni sorelle dell’Italia del nord”, e di auspicare al contempo “dalla raggiunta unificazione territoriale del Paese e dai sacrifici sofferti per riconquistarla, l’avvento di quell’unità spirituale, necessaria oggi come non mai alla ricostruzione interna, alla fondazione ed alla difesa della democrazia”.

D’altronde, la necessità di un confronto e di una “verifica” con il Comitato di Liberazione del nord (presidente, Rodolfo Morandi) viene avvertita, dentro e fuori del Comitato napoletano (presieduto da Giovanni Lombardi), come esigenza indifferibile. Tra il 10 e il 13 maggio ha luogo l’incontro con i rappresentanti “alto-italiani” (tra cui, con Morandi, Sereni, Pertini, Giussani, Gasparotto), e vengono posti in discussione i punti salienti prospettati dagli uni e dagli altri: politiche di integrazione economica, difesa e valorizzazione delle industrie meridionali, opportunità di un congresso, a breve, dei Comitati di Liberazione, rapporti con i prefetti, epurazione. Come si rileva dai verbali, Emilio Sereni “riafferma la necessità che soffi in Italia non il vento del nord o del sud, ma il vento democratico; illustra la necessità della revisione dello statuto internazionale dell’Italia; riafferma l’italianità di Trieste la cui questione oggi è dovuta solo alla folle politica estera fascista”.

Insomma, a due settimane soltanto dalla Liberazione, sembra proprio che si intenda ripartire, da una parte e dall’altra, con il piede giusto, anche se già incombono ostacoli e contrarietà, attorno – ad esempio – al duro dissidio tra monarchia o repubblica; così come, nel giro di qualche mese, il clima politico stesso andrà modificandosi sensibilmente. Eppure, sarà proprio grazie al “vento democratico”, e nonostante tutto, che dalla Resistenza e dalla Liberazione sarebbero germogliate la Repubblica e la Costituzione repubblicana.
Per chiudere, qualche cenno sul significato simbolico-rituale della Festa della Liberazione, sulle orme di quanto ricordato da Maurizio Ridolfi nel suo “Almanacco della Repubblica”.

Lo storico appena citato si è soffermato sul primo provvedimento (governo De Gasperi, aprile 1946) con cui il 25 Aprile, anniversario della Liberazione, veniva decretato quale giorno festivo, così tracciandosi il solco dell’identificazione del nuovo Stato nel nome della Resistenza, come rivendicato dall’Anpi, associazione partigiani, e dai partiti di sinistra. Più tardi, intervenendo apposite leggi relative al “calendario civile” della Repubblica, tra il 1949 e il 1953, vi era stata più di una oscillazione proprio a proposito del 25 Aprile, che agli occhi dei neofascisti appariva come “giorno luttuoso” per parte ritenuta consistente della popolazione, con un apparente ridimensionamento della data in questione, poi superato con il ripristino del rango originario di festa nazionale e solennità civile.

La questione resta comunque indicativa della correlazione stretta tra gli sviluppi dello scenario politico e la definizione delle ricorrenze ufficiali dello Stato, quale sempre si viene a stabilire, a maggior ragione in presenza di eventi che incidono in maniera radicale sulla vita e la storia di una comunità, come sicuramente è stato in relazione al 25 Aprile di 69 anni fa.

E appunto a quest’ultimo proposito, vale la pena di osservare come questo anniversario incroci oggi una fase delicata del vivere nostro, della comunità locale e nazionale. È in pieno corso, in effetti, il 70esimo anniversario dell’intera guerra di Liberazione, attraverso il triplice appuntamento legato rispettivamente agli eventi del 1943, del 1944 e, infine, del 1945, seguendo lo sviluppo di un processo che ha scandito le sue tappe essenziali secondo la direttrice sud-nord (come si è largamente testimoniato l’anno scorso con il denso e partecipato programma relativo alle Quattro Giornate di Napoli). In più, in questo stesso 2014, e mentre ricordiamo il 25 Aprile, siamo contemporaneamente coinvolti e già immersi nelle celebrazioni per il centenario della prima guerra mondiale: a conti fatti, l’inizio del tragico “suicidio d’Europa” da un canto, e la fine di un incubo dall’altra. Per non dire dell’appuntamento elettorale che ci aspetta tra un mese esatto: nell’insieme, una sorta di “stress test” per le nostre coscienze, sul terreno dell’etica, della cittadinanza, della politica. E però, proprio perché alle prese con gravi difficoltà e perché ci sembra di essere privi di valide bussole, occorre far leva su valori, orientamenti e convincimenti i più saldi e immutabili maturati dentro le nostre esperienze e nel profondo del nostro essere. Dunque, quelli che provengono da quel lontano 25 Aprile 1945, che riaccese le speranze e riaprì i cuori agli affetti personali e alle grandi passioni civili.

(L’autore è presidente  dell’Istituto campano per la storia della Resistenza “Vera Lombardi”)