Carabinieri e polizia demotivati? I vertici della sicurezza criticano il blocco degli stipendi da: controlacrisi.org

Tre mesi fa era stato il capo della polizia Alessandro Pansa a lamentarsi per i tagli alle forze dell’ordine. Pochi giorni fa e’ toccato al comandante generale dei carabinieri, Leonardo Gallitelli: un forte appello alla politica affinche’ intervenga a favore degli uomini e delle donne in divisa, il cui morale e’ in picchiata a causa dei blocchi stipendiali. Come conferma anche la mobilitazione di sindacati e Cocer. “Parole – scrive il Cocer – che ogni carabiniere vorrebbe esprimere ad alta voce ai politici, troppo spesso distratti rispetto alle problematiche piu’ volte segnalate dal comparto sicurezza e quindi responsabili di una demotivazione che cresce giornalmente negli uomini in divisa, i quali comunque continuano, giorno per giorno, a compiere il loro dovere in modo esemplare”. Intanto, tra le tante ipotesi che stanno passando al vaglio della spending review, si parla anche di una fusione tra i due corpi.
“Il blocco dei contratti, ma soprattutto il blocco degli stipendi, che colpisce il personale promosso, ed infine l’assegno di funzione – scrive il Cocer, in una nota – penalizzano duramente il comparto e portano i carabinieri in uno stato di bisogno economico che diventa critico per chi deve garantire, con dignita’ e decoro, la delicata funzione della sicurezza dei cittadini”. L’organismo di rappresentanza denuncia inoltre “nuovamente le crescenti difficolta’ dei carabinieri nell’assicurare i servizi necessari per l’ordine e la sicurezza pubblica, per la carenza di circa 15.000 militari, dovuto anche all’effetto perverso delle limitazioni del turn over un’emorragia costante che determina inoltre l’invecchiamento dei reparti, perche’ arruoliamo meno giovani”. Il Cocer Carabinieri invita quindi “i sindacalisti della Polizia di Stato a non prospettare ipotesi fantasiose, sulla pretesa di ottenere maggiori risparmi, magari da orientare populisticamente al personale o al funzionamento delle strutture. Chi fa queste affermazioni dimostra di non conoscere la complessa, ma efficace organizzazione della sicurezza italiana, che ogni anno riceve apprezzamenti negli indici di gradimento della popolazione sulle istituzioni alle quali dare fiducia”.
Il Cocer non sembra digerire di buon grado l’ipotesi di fondere in un unico corpo polizia e carabinieri, provvedimento che farebbe risparmiare fino a due miliardi di euro. “In verita’ tale cifra – sottolinea il Cocer – e’ di gran lunga superiore alla somma delle spese di funzionamento e di investimento di Carabinieri e Polizia di stato messe insieme. Se si volesse raggiungere una simile economia, si dovrebbero licenziare 40mila tra carabinieri e agenti. Questa e’ la verita’”.

Grillo, i “forconi” e la lotta di classe che non c’è Fonte: liberazione.it | Autore: Dino Greco

E’ la rivolta, o forse l’insurrezione, quella che evoca il guru del M5S, quando si rivolge, con una lettera aperta pubblicata sul suo blog, a Leonardo Gallitelli, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, ad Alessandro Pansa, capo della Polizia di Stato e a Claudio Graziano, Capo di stato maggiore dell’Esercito italiano. Lui, Grillo, vorrebbe che dalla Polizia fino all’Esercito, passando per i Carabinieri, tutte le Armi del paese si unissero alla singolare rivolta accesa dai “forconi”, che a Torino per ore hanno fatto quello che volevano in una città dove lo Stato, inteso come “forze dell’ordine”, si era semplicemente ritirato, mentre la grandissima parte dei negozi aveva abbassato le serrande. Una solidarietà che Grillo, tuttavia, si era ben guardato da invocare quando mille volte, in questi anni segnati dalla crisi e dalle politiche di austerity, lavoratori, operai, precari, studenti hanno attraversato con i loro cortei le strade e le piazze del paese, in ogni dove, incontrando anch’essi le forze dell’ordine, solerti, in questi casi, nel somministrare ai manifestanti massicce dosi di manganellate. Non una volta che i poliziotti, men che meno gli uomini della “Benemerita”, si siano tolti il casco di fronte agli operai che si battono contro i licenziamenti, che presidiano aziende di padroni in fuga, o che abbiano una sola volta tentennato quando si è trattato di cacciare i nomadi dalle loro povere catapecchie, o che un fremito della coscienza abbia loro impedito di dare esecuzione ad uno sfratto nei confronti di famiglie in condizioni disperate da case delle quali sia stato ordinato lo sgombero. Il generoso cuore di Grillo non ha mai palpitato di fronte a quelle repressioni violente compiute in difesa della borghesia proprietaria. Non fa niente se imbelle e fraudolenta. Ora che nella protesta si mischia di tutto, ora che le pulsioni più diverse dominano un moto che assume i tratti della jacquerie, ecco che l’egoarca prova a mettercisi a capo. Per suonare una volta ancora la grancassa e mietere qualche facile consenso. Come sempre, nella debordante oratoria demagogica di tutti i populisti, le ragioni profonde di un’acuta sofferenza sociale si mischiano all’invettiva rivolta verso un’indifferenziata casta, verso la politica incapace di tutto. “I disordini – scrive Grillo – sono dovuti a gente esasperata per le sue condizioni di vita e per l’arroganza, sordità, menefreghismo di una classe politica che non rinuncia ai privilegi”. Ma quella classe politica è espressione di classi sociali dominanti a cui Grillo evita di imputare alcunché. Per rivolgersi, con parole inquietanti, alle gerarchie militari del Paese, come se le loro inclinazioni fossero, in Italia, quelle della “rivoluzione dei garofani” dei militari portoghesi che nell’aprile del 1974 portò alla caduta dele regime fascista di Salazar. Come se la democrazia ingessata e corrotta della Seconda repubblica potesse vivere un bagno rigeneratore grazie all’entrata in campo delle forze armate italiane. Roba che mette i brividi solo a pensarci. Ma anche quest’ultima sparata di Grillo ripropone il vero tema di questa terribile stagione politica: l’assenza di una guida sociale delle lotte (il sindacato) e la latitanza di un soggetto politico (il partito) che sappia assumerne la rappresentanza politica, scansando il rischio di una torsione reazionaria e di una rottura democratica dagli esiti devastanti. E’ l’assenza della lotta di classe che fa di sommosse come quelle che sempre più spesso scuotono il paese il ricettacolo, il brodo di coltura di spinte qualunquistiche su cui la destra estrema può costruire le proprie fortune e, persino, alimentare le proprie mai sopite tentazioni golpiste