Da Marx a Churchill, dalla Fiom alla coalizione sociale: Landini lancia la sua creatura. Il 20 in piazza coi migranti Fonte: L’Huffington PostAutore: Angela Mauro

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“Il punto è che nessuno di noi l’ha mai fatto questo percorso… Non è facile, né semplice, né scontato. E sarebbe rassicurante se si potesse dire: da oggi nasce una nuova forza politica. Sarebbero tutti più contenti sui giornali. E invece continueranno a non capire cosa sta succedendo… E fanno bene ad avere timore”. Non è il discorso di un criptico intellettuale. E’ Maurizio Landini, l’ex saldatore a capo della Fiom, che arringa la platea gremita del centro congresso Frentani a Roma. Secondo giorno di assemblea della ‘sua’ coalizione sociale. Oltre 200 interventi solo nella prima giornata di ieri , a nome di 300 associazioni di 80 città d’Italia. Qui lo considerano un successo. Non tanto per i numeri – “siamo all’inizio”, premette Landini – ma per quello che definiscono un ‘mix riuscito’. Tra sindacato e precari non iscritti al sindacato, l’intellettuale Stefano Rodotà e il militante del centro sociale, la Fiom e i comitati che occupano stabili per “il diritto alla casa”, sdogana Landini, lui che ammette: “Da metalmeccanico queste cose non le capivo…”.

Dopo la due giorni, il primo appuntamento è per “il 20 giugno a Roma contro le stragi nel Mediterraneo e per porre il problema di come affrontare il tema dei migranti”, dice il segretario della Fiom. E’ la risposta che s’incastra bene nella cronaca del giorno, diretta al governatore della Lombardia Roberto Maroni che ha intimato ai comuni di non accogliere i migranti in arrivo dal nord Africa, pena la perdita dei finanziamenti regionali. “Un modo barbaro di affrontare temi complessi”, denuncia Landini. Ma, al di là del 20 giugno, la coalizione sociale si muove senza calendari alla mano e consapevolmente senza una forma. Se non nei temi. Per orientarsi, forse può risultare utile la traccia di Stefano Rodotà: “La democrazia si salva se si sprigiona tutta la creatività sociale di associazioni e movimenti: questo è il compito che abbiamo davanti. Solo così si potrà dire che il potere non sta tutto da una sola parte”. Standing ovation per lui e anche uno, due tre, “Ro-do-tà! Ro-do-tà!” che ricordano piazza Montecitorio alle elezioni quirinalizie 2013.

Altri tempi. Oggi la ‘parte con il potere” di cui parla il professore è Matteo Renzi, naturalmente bersaglio di tutti gli interventi. “Il premier fa bene a preoccuparsi di chi c’è fuori dal Pd – attacca Landini – ma sarebbe ora che si occupasse anche di chi mettono dentro il Pd!”. Da Vincenzo De Luca a Mafia capitale: “La corruzione è un sistema in questo paese che serve per avere più potere e più soldi…”, continua il leader Fiom. E di fronte alla corruzione si esercita un “garantismo peloso e ipocrita, da prima Repubblica… – scandisce Rodotà – Renzi non dovrebbe guardare al codice penale ma all’articolo 54 della Costituzione sulla disciplina e l’onore che dovrebbero contraddistinguere chi è nelle istituzioni pubbliche”.

La griglia è questa. E Renzi è anche quello che ha fatto il Jobs Act, che porta avanti la sua ‘Buona scuola’. Per Landini i tempi sono maturi per mollare gli ormeggi. E si lancia in un territorio finora sconosciuto alla Fiom. “Io mi sono sempre battuto per l’applicazione delle leggi. Ma non posso chiedere l’applicazione del Jobs Act: piuttosto devo battermi contro. E così sulla scuola o sul diritto alla casa”. L’ammissione: “Io delle occupazioni non ero entusiasta… Lo capisci solo quando tocca a un metalmeccanico. E allora: se ci sono case sfitte o spazi inutilizzati bisogna fare qualcosa…”. Gli applausi gli coprono la voce.

E’ qui che si salda l’asse tra mondi diversissimi. E’ questo il cuore della coalizione sociale, esperimento che vuole incrociare “battaglie sul reddito e salario”, urla Michele De Palma, responsabile Auto della Fiom, un altro “piccolo Landini” – nota una signora in platea – che infiamma il Frentani. Perché “il contratto a tutele crescenti non ha nulla a che fare con il tempo indeterminato: è solo un altro contratto precario”. Sul reddito minimo la coalizione sociale proverà a muoversi in autunno. “Tra 2-3 mesi ci si ritrova qui per lanciare le mobilitazioni d’autunno – propone Landini – ma nel frattempo bisogna costruire tante piccole coalizioni sociali nei territori…”. E si va avanti. Con l’idea fin troppo chiara che “ci siamo rotti le scatole di essere sempre quelli che pagano le tasse e si fanno il mazzo dalla mattina alla sera” (sempre Landini). Avanti, ma a ruota libera.

Così libera che oggi al Frentani le citazioni dotte hanno coperto archi finora imprevedibili a sinistra. C’è Marx: “La coalizione è sempre l’esito di collisioni”, dice Francesco Raparelli, precario del Laboratorio per lo sciopero sociale: “La nostra coalizione deve avere la capacità di collidere”. C’è anche Eduardo Galeano: “Il cammino lo facciamo insieme”, dice Giuseppe De Marzo di Libera: “Perché i tre milioni e 200mila ‘working poors’ in Italia non dovrebbero esistere: sono incostituzionali!”. C’è l’Italo Calvino de ‘Le città Invisibili’: “L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui…”, recita – sì, recita – Gianmarco De Pieri del Tpo di Bologna. Ma c’è anche Winston Churchill, citato da Landini: “Ci sono tre tipi di bugie: le piccole, le grandi e le statistiche… sull’occupazione di cui ci inondano da mesi senza che cambi nulla”. E ci sono le mondine. Anche Rodotà recita alla fine: “Sebben che siamo donne, paura non abbiamo, abbiam delle belle buone lingue, in lega ci mettiamo…”. In platea c’è chi ironizza: “Veramente il canto continuerebbe così: ‘E la libertà non viene, perché non c’è l’unione, crumiri col padrone, son tutti da ammazzar…’”. Alt: è solo un canto. E di altri tempi, ovviamente sì.

“La Primavera del Lavoro”. La Fiom suona la carica contro Il Governo Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Una nuova primavera del lavoro, della democrazia e dell’unità nel lavoro e nei diritti”.Così Maurizio Landini, segretario generale della Fiom, annuncia il mese di mobilitazioni contro il Jobs act che termineranno con una manifestazione a Roma il prossimo 28 marzo. Concludendo a Cervia l’assemblea nazionale del sindacato, che ha radunato 543 delegati, Landini ha inoltre messoin campo un pacchetto di 4 ore di sciopero per fare le assemblee a partire dal 19 marzo. E per il 21 marzo a Bologna con Libera che ha organizzato la giornata della memoria. La mobilitazione, ha spiegato ancora il segretario nazionale Fiom, servira’ a costruire un nuovo statuto dei lavoratori e a “trovare le modalita’ per contrastare l’applicazione del Jobs Act” anche a livello contrattuale.
Le ipotesi di un ingresso in politica, Maurizio Landini, nel corso del suo intervento, le ha bollate come “stupidate” ma la volontà della Fiom di procedere nel contrasto all’idea di lavoro, delineata dal Governo, c’è tutta. Un “passaggio epocale”, l’ha definito, perché “hanno cambiato le regole e il contesto”.

Nel discorso di Landini non c’è traccia di alcun “confronto” con la Cgil. Anzi, l’invito, confezionato in forma diplomatica è quello a scendere in campo. “Credo – ha osservato il leader delle tute blu – che sia legittimo, necessario e doveroso, che il sindacato si organizzi e si batta per contrastare” quello che non ritiene giusto: in questo senso, ha tagliato corto Landini, “politica il sindacato la ha sempre fatta da cento anni, non è un’offesa” evidenziarlo. Per il momento il solco da seguire è quello delineato da Camusso nel corso dell’ultimo direttivo: nuovo statuto dei lavoratori e referendum. Certo, però, la questione del “ruolo” del sindacato in questo momento in relazione alla “sponda politica” è aperta. Landini non ne vede di sponde. Ed è per questo che tenta una operazione per rompere l’accerchiamento. Cee la farà con la “palla al piede della Cgil”?

D’altronde, per fare fronte a un Governo “che sta applicando il programma della Confindustria”, ha stigmatizzato il segretario della Fiom, occorre “costruire una coalizione sociale di soggetti che non rinunciano alla Costituzione” e ai suoi principi proponendo, magari, anche un “nuovo Statuto dei Lavoratori. Se necessario – aggiunge Landini – si può andare anche al referendum abrogativo del Jobs Act: penso sia una cosa che dobbiamo fare”, in un percorso “che dobbiamo mettere in campo”, senza perdere tempo. “Dobbiamo continuare le nostre iniziative e le nostre mobilitazioni, allargando consenso alle nostre posizioni – ha concluso Landini -: sono convinto che il Governo su questi temi non abbia la maggioranza del Paese e il consenso dei lavoratori”.

Congresso Cgil, Gli interventi di Landini e Cremaschi: “I lavoratori ci chiedono un sindacato indipendente” | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Al congresso della Cgil non è stato solo il giorno della spaccatura della maggioranza con la presentazione della “lista 3%” da parte di Landini, che si è andata ad affiancare all’opposizione di Cremaschi, che è riuscito anche lui, leader del documento “Il sindacato è un’altra cosa”, ad ottenere il numero di firme necessario. Oggi è stato il giorno dei loro interventi.
Entrambi hanno centrato con nettezza e precisione i temi all’ordine del giorno. E, va sottolineato, anche con una certa enfasi. Anzi, si è trattato di due interventi accorati il cui obiettivo è stato quello di parlare proprio alla platea senza risparmiare verità scomode e analisi crude della realtà.

Landini: “Non c’è più tempo. Dobbiamo metterci in gioco”
Verità messe in fila una per una dal segretario della Fiom che ha ricordato aprendo il suo intervento l’origine unitaria del congresso, via via consumata da una serie di passaggi affrontati da Camusso “a colpi di maggioranza”, a cominciare dall’accordo del 10 gennaio. Non è così che si costruisce il sindacato del futuro. Anche perché, ed è stato questo uno dei punti in comune con l’intervento di Cremaschi, non si è forse ragionato sul disastro del presente. Secondo Landini il sindacato del futuro si costruisce nell’unità dei lavoratori e il primo strumento è la democrazia. Facile no? Certo, se ci fosse una Cgil meno legata a schemi predeterminati, come nella vicenda della Fiat, per esempio, rispetto alla quale Landini non fa mistero di non aver tollerato l’assordante silenzio della leader della Cgil. Oppure sul nodo dei rapporti con il Governo, rispetto al quale, come sembra sottolineare Landini, forse ci si è presentati troppo deboli e remissivi, sicuramente non avendo fatto tutto quello che c’era da fare sul piano delle mobilitazioni. Insomma, va bene riproporre l’obiettivo delle pensioni, come ha detto Camusso, ma non ci si può scordare che i lavoratori hanno presente ciò che la Cgil “non ha fatto” quando a legiferare era Monti. Alla desindacalizzazione imposta da Renzi va risposto con il consenso dei lavoratori al sindacato. Ovvero, il tema dell’indipendenza. “Non c’è più tempo”, dice Landini in chiusura del suo intervento. Non c’è più tempo di affrontare i nodi con la solita liturgia sindacale. Occorre “mettersi in gioco”. Per il leader della Fiom l’aver rinviato alla conferenza di organizzazione del 2015 la discussione sul rinnovamento interno e’ un errore: “Questi tempi non ci sono piu’, non abbiamo quel tempo. Gli operai- aggiunge- rischiano la vita: la domanda e’ se ognuno di noi e’ pronto a mettere la nostra vita in gioco per loro”.

Cremaschi: “Un sindacato veramente indipendente”
Anche per Cremaschi il tema principale in Cgil è quello dell’indipendenza. Altrimenti si rischia di raccontare un paese che non esiste. Non esiste un paese, dice Cremaschi che prende 80 euro e poi non si vede tagliare i servizi all’interno di una “redistribuzione che paghiamo con le nostre tasche”. Non esiste un paese che crede davvero che l’accordo del 10 gennaio metta davvero in discussione qualcosa. “Non ci sarà nessuna estensione dei diritti ma solo l’ennesimo isolamento delle Rsu che non sono d’accordo”, dice. Per Cremaschi la Cgil deve affrontare il tema del suo ruolo rispetto agli altri sindacati (“con Bonanni e Angeletti non si va da nessuna parte”), al Governo, a Confindustria e arrivare a una vera unità interna. C’è il rischio vero che la gestione interna del dissenso arrivi a una balcanizzazione. Cremaschi ricorda le “alterazioni, falsificazioni e problemi rispetto ai dati delle assemblee di base” e la “soglia di sbarramento” per entrare a far parte del Comitato direttivo nazionale della Cgil. Un’ultima frecciata Cremaschi se la riserva per la brutta vicenda dell’ospitalità concessa a Moretti, ex amministratore delegato di Trenitalia. Al congresso della Cgil è stato fatto parlare ma è stata negata la parola ai famigliari delel vittime della strage di Viareggio, che vede Moretti sul banco degli imputati. Un vero e proprio sgarbo doppiamente grave perché Moretti ha licenziato un delegato Cgil che aveva prestato la sua assistenza ai famigliari.

Il sogno della Fiom: democrazia e partecipazione per vincere la sfida. L’intervento di Landini al congresso | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

A Rimini ha preso il via il congresso della Fiom. Un appuntamento molto atteso, soprattutto per quanto riguarda lo spinoso e difficile dibattito interno. Dalle prime avvisaglie si capisce che l’assise di maggio della Cgil sarà un appuntamento da non mancare. Mace n’è anche per il Governo. “#Matteo non stare sereno”: e’ il messaggio lanciato dal segretario generale al presidente del Consiglio poco prima di salire sul palco congressuale. “Se potessi mandare un messaggio, come adesso si fa con Twitter – dice – mi sentirei di dire al presidente del Consiglio :”#Matteo non stare sereno, perche’ noi alle nostre richieste non rinunciamo e non ce ne faremo una ragione”.

La relazione di Landini parte con un affondo contro la Cgil, responsabile di aver cambiato la natura del congresso facendo prevalere una logica autoritaria,e bluffando addirittura sui numeri. Il punto è il voto sugli emendamenti. I dati che Landini presenta sono molto diversi da quelli della Cgil. In pratica, alla Fiom risulta che i cinque testi presentati pur sempre all’interno del documento di maggioranza hanno ottenuto nelle altre categorie una percentuale tra il 32 e il 46%. Da Corso d’Italia fanno invece sapere che il rane è tra il 7% e il 23%. Illeader della Fiom va giu duro: “Operazione truffaldina, mortificazione del pluralismo della nostra organizzazione”. Ma non è finita qui, quei numeri, secondo la Fiom, dicono anche dell’altro. Ed è il nodo della partecipazione visto che i documenti sono stati votati da meno del 16,5% degli iscritti in Cgil. “La forma congresso è superata,non serve più a nessuno. Né a partecipare né a parlare con la società”. “La Cgil al contrario – sottolinea Landini – ha bisogno di aprirsi e allargare la rappresentanza e cambiare le pratiche di funzionamento. Una sfida decisiva per il nostro destino. Non si può pensare di ‘mantenere le posizioni’ o adeguarsi ai cambiamenti in corso. Dobbiamo misurarci e essere in grado di proporre delle soluzioni alternative. Se rimaniamo fermi per conservare noi stessi impauriti ci porta verso una lenta agonia e rischia di essere un suicidio. Superare la logica della riduzione del danno aspettando tempi migliori. Stiamo vivendo una crisi di rappresentanza esplicita”. Una requisitoria molto dura, che ha però il pregio della verità e della trasparenza. Una analisi impietosa che via via si estende alla crisi e alla necessità di accettare la sfida, “per cambiare il Paese”. Lo strumento? La scelta dello stare insieme con giustizia, ovvero del sindacato. Solo così è possibile rimanere fedeli ai valori della libertà e dell’uguaglianza. “Non c’è più niente da conservare se non la natura confederale del sindacato, ovvero ‘insieme con giustizia’”.

La crisi divide, e i governi non aiutano, a cominciare dai vincoli europei. Il punto è che l’austerity non lascia più spazio agli investimenti. “La vera battaglia da lanciare è far assumere la piena occupazione che non può venire perseguita se non attraverso nuove politiche pubbliche”. LaFiom fa le sue proposte: riforma della banca centrale europea; per consentirle l’emissione di eurobond e il perseguimento della crescita, con un operato sottoposto al puntello del Parlamento europeo; riforma fiscale; riforma del sistema finanziario; politiche industriali rispettose dell’ambiente e con una idea diversa di rapporto con il territorio e le città. Una idea di società che rimette al centro la politica economica e non l’austerità, né la conservazione dell’esistente. Lontano anni luce dal comportamento servile di alcuni ministri alla Fiat. “Un tema, quello della Fiat, che deve toranre centrale per impedire che Termini Imerese chiuda e trovarci con gli altri siti nel futuro di fronte ai problemi”. A maggio novità dalla Fiat? “Bene,ma quanto si produrrà in Italia? Se fai sei milioni di auto nel mondo più di un milione devono essere prodotti dall’Italia”.

Insomma, se si vuole cambiare veramente, nell’interesse degli ultimi, bisogna superare le barriere accettando la sfida. La prospettiva del sindacato europeo nelle parole di Landini sembra davvero meno rituale. Così come sul piano nazionale, un contratto nazionale dell’industria. Landini pensa alle divisioni sindacale di questi anni  e alla neccessità di tornare a fare il sindacato che davvero promuove l’unità dei lavoratori. Del resto è l’unico strumento rimasto di fronte a un sistema delle imprese che accentrano le decisioni, promuovono la concorrenza tra i lavoratori e distruggono i contrati nazionali. Un sindacato europeo che abbia fermi i seguenti obiettivi: salario minimo, orario di lavoro, lotta alla precarietà, voto dei lavoratori e democrazia partecipativa.

“La Fiom non ha mai smesso di sognare né di difendere le proprie idee”, dice Landini ricordando Pio Galli. “La sua esperienza ci parla”, aggiunge. “Il ruolo di Pio fu fondamentale per rinnovare il sindacato”. Ma soprattutto nello gestire la gloriosa epoca unitaria dell’Flm.

“Ci atterremo al voto delle tute blu”, Landini dal palco dell’assemblea Fiom: strappo con la Cgil Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

“Quando si creano le condizioni e il consenso si possono respingere i disegni gravi”. Inizia così il suo intervento Maurizio Landini all’assemblea nazionale del delegati che oggi si è tenuta a Roma, ricordando l’anniversario della marea Cgil che ha invaso il Circo Massimo nel 2002 contro l’attacco all’articolo 18. Non a caso, perché quella marea fermò, per un po’, un attacco senza precedenti ai diritti del lavoro. Un’assemblea, particolare, quella all’Eur di oggi perché ha presentato a tutta la Fiom i nuovi eletti nei direttivi regionali e territoriali della Fiom. Una assemblea quindi del gruppo dirigente diffuso dei metalmeccanici, mai convocata prima, come ci tiene a dire Landini.

Due segnali chiari, quindi lanciati all’indirizzo della Cgil per dire, in ben cinquanta minuti di intervento dedicati tutti a questo tema, che la democrazia per i rossi della Fiom continua ad avere una centralità straordinaria. Non lo è solo perché servirà ad affrontare le “scelte importanti che vogliamo fare”, chiosa Landini. Lo è perché con tutta evidenza la Fiom ha deciso di portare avanti la sua battaglia in Cgil “fino in fondo”. Lo strappo sul 10 gennaio ad opera di Susanna Camusso rischia di lasciare un segno profondo nella storia del più grande sindacato italiano dei lavoratori. E, a quanto dice Landini dal palco, non solo perché va a toccare la conta dei dirigenti nel sindacato. Il punto è il passaggio epocale che sta per investire la condizione del lavoro, fino all’idea stessa della confederalità e, appunto, di democrazia.

Il primo guanto di sfida è sulla gestione della cosiddetta consultazione sull’accordo. Il referendum sul testo unico sulla rappresentanza proseguira’ tra i lavoratori metalmeccanici fino al 7 aprile, in modo da avere i risultati prima del congresso nazionale della Federazione delle tute blu, che si terra’ a Rimini dal 10 al 12 aprile.
“Vi invito tutti da qui ai primi di aprile – ha detto Landini – ad andare fabbrica per fabbrica a distribuire il testo, perche’ i lavoratori devono conoscerlo e non leggere delle sintesi su volantini che hanno fatto addirittura a fumetti”. Lo schema di Landini è chiaro: visto le scorrettezze sulla consultazione sugli accordi precedenti (28 giugno 2011 e 31 maggio 2013) stavolta le tute blu voteranno in modo certo, e autogestito. “E noi ci atterremo a quel voto”. Una dichiarazione di guerra che Landini aveva già fatto nei giorni scorsi ma che ripetuta dal palco dell’assemblea nazionale ha tutt’altro sapore. “Noi come Fiom saremo vincolati dall’esito del voto che tutti i metalmeccanici esprimeranno”, dice Landini tra gli applausi della sala. Ma tra le critiche alla Cgil LAndini ci infila anche qualche “appunto” sull’andamento del congresso, di cui non solo non conoscono ancora i dati delle votazione ma che in qualche caso riservano sorprese molto sgradevoli per la Fiom, come il fatto di aver preso il 35% sugli emendamenti e poi non vedersi riconosciuto alcun delegato al congresso.

Di frecce nella faretra il leader della Fiom ne ha molte. A partire dalla sentenza della Consulta sulla vicenda Fiat, “non coerente con l’accordo del 10 gennaio”. E le usa senza risparmio. “La Cgil nel 2009 non firmò l’accordo separato con il Governo. La Cgil non firmò perché era contro arbitrato, Ipca, sanzioni, mancato pronunciamento dei lavoratori e deroghe”, fa notare. E’ evidente che il testo firmato da Susanna Camusso nel gennaio del 2014 ha introdotto una contraddizione perché prevede almeno l’arbitrato, e le sanzioni contro gli stessi delegati. Sollevare l’argomento della coerenza per Landini è facile. “Senza i delegati eletti dai lavoratori non esiste né la Fiom né la Cgil”, sottolinea. Ma il ragionamento non è solo della “vertenza democrazia” che vede la Cgil come controparte della Fiom. Landini mette il dito nella piaga quando parla della crisi della rappresentanza del sindacato. Un crinale pericoloso che sta portando le relazioni sindacali tutto in mano alla “proprietà dell’azienda”. “Un aziendalismo che rompe la solidarietà tra le categorie e il pluralismo sindacale”, dice.Landini poi si rivolge al Governo avvertendolo che per il momento la scelta è quella di “andare a vedere” cosa ha da dire sulla ripresa economica. Ma la linea del Piave è molto netta: “Non c’è scambio tra occupazione da una parte e diritti e democrazia dall’altra”. Il punto vero è che è del tutto inutile “precarizzare” senza creare le basi dello sviluppo.

“Noi diciamo a Renzi che siccome lui vuole cambiare il nostro Paese noi siamo pronti, anche noi lo vogliamo cambiare perche’ cosi’ non funziona. E noi sfidiamo Renzi su cambiamento, ci vogliamo confrontare nel merito”, dice il segretario della Fiom. “Pensiamo che sia importante che ci ascolti- ha detto ancora Landini- . Ma noi non chiediamo che per decidere debba ascoltare noi, lui ha il diritto di decidere il punto e ascoltarci. Se lo fa bene, se non lo fa e dovesse andare avanti su un’altra strada, noi facciamo il nostro mestiere, cioe’ proviamo a far cambiare idea al Governo perche’ pensiamo che c’e’ bisogno di un cambiamento. È un atteggiamento autonomo e rispettoso e soprattutto colgo un elemento di novita’”. Landini ricorda che sono 20 anni che abbiamo governi che fanno delle chiacchiere “ma non cambiano e anzi peggiorano”. Quindi, “una volta che uno dice di voler cambiare questo Paese, noi cosa dovremmo mantenere? Le pensioni che ci hanno cancellato? La precarieta’? I salari bassi, che la gente non ci arriva? Cosa dobbiamo difendere? Noi lo dobbiamo cambiare questo Paese, quindi siamo pronti a confrontarci. Spetta al Governo scegliere con chi vuol cambiare il Paese. Con chi lavora? Con chi paga le tasse? Noi siamo pronti. Lo vuole fare contro di noi? A quel punto li’ decideremo quale iniziativa fare”.
La Fiom è pronta ad unificare il mondo del lavoro, e alla Confindustria e al Governo chiede di mettere carburante negli investimenti e di cambiare le politiche. Innanzitutto, cominciando ad impedire la chiusura delle aziende, magari con il rifinanziamento dei contratti di solidarietà, la penalizzazione della delocalizzazione e un nuovo intervento pubblico. “Misureremo questo governo per quello che concretamente faranno”, conclude tra gli applausi Landini.

Cgil, dietro lo scontro Camusso/Landini ci sono i nodi veri del sindacato del futuro Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

E’ ancora alta tensione tra Fiom e Cgil. Il clima da inquisizione creato a Corso d’Italia da Susanna Camusso, mentre nei luoghi di lavoro si stanno svolgendo le assemblee preparatorie del congresso nazionale, prepara una stagione di fuoco e, in fondo, distorsiva della reale portata dello scontro. A questo punto che la mossa della leader della Cgil sia la denuncia ai danni di Landini o la semplice richiesta di un “parere” non ha molta rilevanza. In entrambi i casi si vuole mascherare la sostanza dei nodi, che riguardano il progetto di centralizzazione della gestione della Cgil. E non da oggi. Le radici sono antiche, e risalgono almeno all’epoca dei primi contratti separati, quando ancora c’era Claudio Sabattini. Possibile che nesssuno ricordi, poi, l’ok di Camusso al progetto Marchionne, che si espresse con una larvale adesione del segretario della Cgil Campania? Camusso è sempre stata dentro quel solco, pur con qualche variante. Ma il punto fondamentale, ovvero la firma degli accordi e la disciplina da osservare conseguentemente, l’ha sempre rivendicata nella stessa forma di Marchionne. E l’accordo sulla Rappresentanza lo dimostra in pieno. Sempre ai corti di memoria andrebbe ricordato che Camusso viene da quel think tank socialista che ha nell’Electrolux, e in parte in Fiat, uno dei fulcri dell’iperconcertazione, un modello in cui il conflitto non ha da essere. Una delle rotelle di questo meccanismo è Gaetano Sateriale, ritornato in auge proprio con Camusso.

Il messaggio odierno è che si stanno affilando le armi. Andrebbe fatto notare che le regole a cui si appella Susanna Camusso a proposito dello Statuto sono le stesse che vennero cambiate nel corso del precedente congresso alla fine di una cruenta battaglia interna che vide la Fiom opporsi nettamente. Quindi, stando al dettato delle carte Camusso ha più di qualche arma dalla sua parte. E’ sintomatico che la leader della Cgil sia partita lancia in resta contro Landini senza aspettare l’esito dei due ricorsi interni prodotti da Giorgio Cremaschi e da Gianni Rinaldini, che sollevano problemi di più ampio spessore proprio in merito all’accordo sulla Rappresentanza e ai valori fondativi della Cgil. Insomma, Camusso sembra proprio che voglia cavarsela con la solita chiamata a schierarsi con il capo dell’organizzazione. Un vecchio trucco che vale però cento volte tanto alle porte del congresso, e quindi nel momento in cui occorre decidere sui nuovi organigrammi.
C’è poi un secondo elemento che riguarda sempre il precedente congresso e mette in luce lo stravolgimento che il profilo di questo sindacato ha subito dalla gestione di Camusso: in base alle “nuove regole” non c’è una categoria che in Cgil possa decidere in ultima istanza su quello che la riguarda. E alla Fiom questo non può andare giù. E non è un fatto di orgoglio. Anzi sarebbe stupido e superficiale ridurre il tutto a uno scontro tra leader. Una vologarità vera e proprio che serve a nascondere come dietro ci siano questioni di contenuto fondamentali che riguardano la stessa identità del sindacato in un momento epocale di trasformazione. Nessuno si è chiesto come sta cambiando la Cgil rispetto all’erogazione dei servizi, o al peso che vanno assumendo i pensionati e alla sempre più marginale azione dei lavoratori della manifattura. Insomma, il modello Cisl agirà come un vero e proprio buco nero.
Alle accuse di voler fare il processo alle tute blu, il sindacato di Corso d’Italia replica che aver chiesto un parere non significa che sia in gioco il commissariamento della Fiom-Cgil e il deferimento alla magistratura interna del suo segretario generale.
“Non esiste alcun esposto nei confronti della Fiom Cgil o del suo segretario generale. Non esiste alcuna procedura di commissariamento della Fiom Cgil, ne’ alcun procedimento disciplinare nei confronti di qualsivoglia dirigente”, scrive la Cgil sul sito, spiegando che Camusso “ha chiesto e ricevuto dal Collegio statutario l’interpretazione autentica della norma sui vincoli che determinano per l’organizzazione le decisioni prese dal Comitato direttivo. Di questo si tratta e null’altro”.
Rimane il punto politico, però, ovvero l’aver definito un impianto sulla Rappresentanza che con molta probabilità incontrerà il semaforo rosso della Corte Costituzionale. E averlo fatto in concorrenza con la proposta di Matteo Renzi. Questa di Renzi è una tessera importante del mosaico. E spiega molto bene come mai la tensione tra Camusso e Landini sia salita di grado in così poco tempo. Landini ad un certo punto ha rotto l’accerchiamento aprendo una interlocuzione con il segretario del Pd. Letta con i codici dell’ortodossia ciò equivale ad un rivoluzione perché la sfera dei rapporti con i partiti è di competenza esclusiva della segreteria confederale. Apriti cielo! L’insubordinazione è stata così grave da indurre Camusso a chiudere nel giro di pochissimi giorni la partita sulla rappresentanza producendo un testo largamente condiviso con le altre parti sociali. E su questo la Cgil ha passato una sorta di Rubicone. Mai e poi mai in un’altra fase della sua storia Corso d’Italia avrebbe accettato di surclassare con un testo “privato” lil valore strategico della legge. Da questo punto di vista l’eversione di Camusso è stata sicuramente più grave della forzatura di Landini

Intervista a Landini: «Adesso facciamoci sentire» Fonte: il manifesto

Maurizio Landini, hai detto che alla manifestazione della Fiom del 18 maggio a Roma sarebbe auspicabile la presenza dei precari, degli studenti, dei disoccupati… Insomma, questa sarà la prima grande manifestazione «politica» dopo il terremoto delle elezioni di febbraio.
In prima fila ci sono i metalmeccanici, ma è una manifestazione che il comitato centrale della Fiom ha deciso di organizzare per coinvolgere tutte le persone che vogliono cambiare questa situazione inaccettabile. Al centro c’è soprattutto la difesa del lavoro: la richiesta di ammortizzatori sociali, una politica di tutela dei redditi, il blocco dei licenziamenti, un piano straordinario di investimenti per rilanciare l’economia, la denuncia della folle idea di defiscalizzare gli straordinari… E’ in atto una crisi democratica e non solo nei luoghi di lavoro, abbiamo bisogno di un governo che cambi le cose, è urgente fare di tutto per superare la precarietà. Inoltre, penso che la democrazia vada agita concretamente e che non sia accettabile che le piazze vengano usate solo da coloro che in questi anni hanno fatto danni enormi.

A chi ti riferisci?
A Silvio Berlusconi.

Perché una manifestazione proprio in questa fase di spaesamento totale dove ancora non si sa quali siano gli interlocutori politici in parlamento?
Siamo davanti a un parlamento che in questi giorni deve eleggere il presidente della Repubblica, in questa fase delicata rivendicare la democrazia nei luoghi di lavoro è un tema decisivo. Non passa giorno senza la chiusura di una fabbrica, senza nuovi licenziamenti, è adesso che bisogna farsi sentire affinché le persone non si sentano sole. Corriamo il rischio di una guerra tra poveri.

Perché gli operai ancora una volta non hanno votato i partiti tradizionali della sinistra?
I partiti dovrebbero chiedersi cosa hanno fatto per guadagnarsi quei voti. L’esperienza del governo Monti è stata fallimentare, ed è evidente che ha penalizzato chi lo ha sostenuto. Il nuovo governo deve cambiare rotta puntando a condizionare anche le politiche europee, così non si può andare avanti. Frequentando le assemblee non era complicato capire cosa stava succedendo, era evidente la distanza che c’era fra i partiti della sinistra e i lavoratori spaventati dalla crisi. Io non sono certo sorpreso per quello che è successo alle elezioni.

La lacerazione del Pd potrebbe risolversi con la vittoria di Renzi, l’ala destra del partito sul piano delle politiche per il lavoro. Prospettiva preoccupante?
Sono per evitare certe personalizzazioni, ed eviterei anche di appellarmi a qualche salvatore della patria. In questa fase drammatica dobbiamo discutere non di chi ma di che cosa bisogna fare. Il voto di febbraio ha chiesto con grande determinazione alle forze politiche, e direi anche al sindacato, di imboccare nettamente la strada del cambiamento. Dobbiamo stare ai contenuti, e proprio questo non è stato chiaro al momento del voto: adesso voglio capire quali scelte per non precipitare nel dramma e non quali persone, quali leader. Dobbiamo tornare a praticare la democrazia.

Grillo ha sempre sparato a zero contro i sindacati ma contemporaneamente ha sempre elogiato la Fiom e il suo ruolo. A questo punto, quale approccio ti sembra utile adottare nei confronti del M5S?
La Fiom ha scritto una lettera a tutti i gruppi parlamentari per chiedere un incontro, quindi anche al M5S. Dirò loro cosa intende fare la Fiom. I sindacati non li scioglie certo Grillo. I lavoratori, per esempio, hanno bisogno di una legge sulla rappresentanza che li metta nella condizione di potersi scegliere i sindacati che vogliono. Loro dicono che uno vale uno, giusto? Vediamo cosa hanno da dire a questo proposito.

Marito e moglie, a Civitanova Marche, ieri si sono impiccati per la vergogna di essere diventati poveri. Non passa giorno senza un suicidio legato alla crisi, eppure non fa scandalo.
Una tragedia, un’altra. Questa è una delle ragioni, forse la prima, per cui abbiamo deciso di scendere in piazza il prossimo 18 maggio. Le persone oggi sono disperate perché si sentono sole e noi abbiamo il dovere di tutelarle, di garantire loro un reddito anche quando perdono il lavoro.

Tutti adesso parlano di reddito di cittadinanza. E’ una strada percorribile nell’immediato?
Noi siamo stati i primi a parlarne in piazza, a Roma, il 16 ottobre del 2010. Non deve essere uno strumento alternativo alla cassa integrazione, ma bisogna sperimentarlo subito. E’ necessario e doveroso estendere le tutele a chi non ce la fa più.