Canale di Sicilia, le testimonianze dei superstiti: “Eravamo in 950”. Prc: “Fuggono dalla guerra, aprire corridoio umanitario” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

“Eravamo in 950. C’erano anche duecento donne e 50 bambini con noi. In molti erano chiusi nella stiva”. Le prime testimonianze delle poche decine di sopravvissuti sulla nuova tragedia nel canale di Sicilia vicino alle coste libiche sono peggiori di quanto ci si aspettava. Sono morti come topi in gabbia. Sono andati giù, in fondo al mare, senza neanche poter provare a salvarsi, ad aggrapparsi ad un pezzo di legno, al braccio di qualcuno.
Per il premier greco Alexis Tsiprs, “i Paesi del sud Europa devono coordinare delle proposte per prevenire simili tragedie, serve solidarietà da parte europea. “I nostri mari non possono diventare dei contenitori di cadaveri”. Tsipras appoggia la proposta di Renzi che ha chiesto un vertice europeo straordinario entro la settimana dopo l’ennesima tragedia del mare. Il segretario del Prc Paolo Ferrero ha sottolineato in una sua dichiarazione che quanto avvenuto nel Canale di Sicilia è “frutto della cosiddetta guerra umanitaria in Libia”, e che a questo punto è sempre più urgente aprire un corridoio che consenta di raggiungere l’Europa ai profughi libici.
Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr), nel 2014 sono stati 219.000 rifugiati e migranti che hanno attraversato il Mediterraneo. Più o meno nello stesso periodo (da ottobre 2013 al novembre 2014), durante l’operazione Mare Nostrum, ci sono state circa 3.500 vittime. Dall’inizio del 2015, sempre dati Unhcr, sono già circa 31.500 le persone che hanno intrapreso traversate marittime per raggiungere Italia eGrecia, rispettivamente il primo e il secondoprincipale paese di arrivo, e i numeri stanno crescendo ulteriormente. Sulle coste italiane, secondo dati del Ministero dell’Interno, da gennaio 2015 sono sbarcati 23.556 migranti; erano stati 20.800 nello stesso periodo del 2014. Una crescita del 30%, che a fine anno potrebbe tradursi in un aumento di circa 200 mila persone sbarcate sulle coste italiane.
Aumenta anche il numero di chi non ce la fa: con il tragico naufragio avvenuto oggi in acque libiche, che avrebbe provocato la morte di circa 700 persone, sale a oltre 1.650-1.850 il bilancio dei morti stimati dall’inizio dell’anno. Due giorni fa, infatti, l’Unhcr stimava in 950 i morti da gennaio, ai quali vanno aggiunti i 700-900 che oggi sarebbero finiti in mare dopo che il loro barcone si è capovolto.

Ecco alcuni precedenti:- 13 aprile 2015: Un barcone si capovolge a circa 80 miglia dalle
coste della Libia. Nove i morti e 144 i migranti portati in salvo.

– 4 marzo 2015: un barcone si rovescia nel Canale di Sicilia e sono 10
le vittime accertate

– 11 febbraio 2015: Ventinove migranti muoiono assiderati in un
naufragio a cento miglia da Lampedusa. L’imbarcazione era partita
dalla spiaggia di Tripoli con altri tre gommoni con a bordo almeno
cento persone su ogni mezzo. I superstiti parlano di centinaia di
vittime oltre a quelle recuperate.
19 luglio 2014: Tragedia a largo di Lampedusa.
Diciotto profughi muoiono asfissiati nella stiva di un barcone a circa
80 miglia dall’isola.

– 29 giugno 2014: Un barcone con a bordo circa 600 migranti e 45
cadaveri viene soccorso dalla Marina militare.

– 3 ottobre 2013: Al largo delle coste di Lampedusa si consuma una
vera e proprio strage: in un naufragio muoiono 366 migranti.

– 30 settembre 2013: Tredici migranti muoiono in uno sbarco sulla
spiaggia di Sampieri, a Scicli, nel tentativo di raggiungere la costa.
Presi a cinghiate i migranti, tutti uomini, erano stati costretti
dagli scafisti a buttarsi in mare. Gli immigrati, circa 200, avevano
raggiunto la costa ragusana a bordo di un peschereccio che si è
arenato a pochi metri dalla riva.
10 agosto 2013: Sei migranti muoiono sulla spiaggia
del lungomare della Plaia di Catania, nei pressi del ‘Lido Verde’,
annegando, proprio nel tentativo di raggiungere la riva.
Sull’imbarcazione arenatasi a circa 15 metri dalla riva, viaggiavano
oltre 100 extracomunitari, soccorsi dalle forze dell’ordine e dalla
guardia costiera e trasferiti nel porto di Catania per
l’identificazione e i soccorsi.

– 11 ottobre 2012: Trentaquattro migranti, tra cui sette bambini e
undici donne, sono le vittime di un naufragio a 70 miglia da
Lampedusa. Il barcone su cui viaggiano si capovolge mentre i migranti
si muovono per farsi notare da un elicottero in ricognizione. Circa
206 migranti vengono invece portati in salvo dalla Marina Militare.

– 1 agosto 2011: Venticinque profughi, tutti uomini e non ancora
trentenni, muoiono asfissiati nella stiva di un barcone partito dalle
coste libiche verso Lampedusa. I cadaveri vengono scoperti dagli
uomini della Guardia costiera una volta terminato il trasbordo degli
extracomunitari.

– 19 maggio 2011: Tragedia sfiorata per oltre 400 profughi partiti
dalla Libia. A bordo del barcone in legno, a circa 20 miglia dalla
costa di Lampedusa, si sviluppa un principio di incendio, spento solo
grazie all’intervento di 4 finanzieri saliti a bordo prima di
effettuare il trasbordo dei migranti.

Lampedusa, strage del 3 ottobre, contestazioni contro Boldrini, Mogherini e Schulz Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

“Verità sul 3 ottobre”, “Lampedusa caserma a cielo aperto”, “falsa accoglienza vero affare di Stato”, “vergogna, vergogna”. Sono questi alcuni dei cartelli che hanno accolto questa mattina politici e rappresentanti delle istituzioni giunti nell’isola per la commemorazione della strage del 3 ottobre 2013 quando morirono 368 immigrati. Davanti l’aeroporto e fin dentro la sala dove si è tenuto il convegno con il presidente della Camera, Laura Boldrini, il ministro degli Esteri Federica Mogherini e Martin Schulz si è assistito a una contestazione continua, sia da parte della popolazione, sia da parte dei rappresentanti delle associazioni, sia,infine, da parte di chi quel giorno l’ha scampata per un soffio.
Non solo, chiari segnali di protesta sono arrivati anche dai soccorritori, che hanno definito “farsa” le cerimonie organizzate per l’anniversario della strage e annunciato che diserteranno le commemorazioni previste per oggi. Tra loro c’è Vito Fiorino, il proprietario del peschereccio che si trovava a poche decine di metri di distanza dal luogo della strage. Ha affisso una lettera nel suo bar indirizzata al sindaco Giusi Nicolini. “In occasione dell’anniversario io sottoscritto Vito Fiorino, personalmente e in nome delle sette persone che si sono prodigate al salvataggio di 47 vite umane rifiuto espressamente di partecipare a qualsiasi cerimonia organizzata dal Comune di Lampedusa”. Per Fiorino, che non parteciperà neppure al Festival Sabir “non ha senso fare un festiva sui morti con le solite passerelle”.
“Ricordiamo tutte queste persone che sono morte in un modo atroce – scrive il segretario del Prc Paolo Ferrero – scappando da fame guerre e povertà. Anche in nome loro diciamo che il governo e l’Europa devono cambiare radicalmente le politiche che riguardano i migranti: basta all’Europa-fortezza, dobbiamo garantire pienamente l’accoglienza e il rispetto dei diritti umani, aprendo corridoi umanitari per chi – ricordiamolo – non ha scelta e fugge dal proprio Paese semplicemente per sopravvivere. No alle lacrime di coccodrillo che oggi verseranno tutti i politici delle destre razziste e xenofobe che alimentano quotidianamente una cultura che discrimina e che vede nelle persone che arrivano sulle nostre coste dei nemici e non delle persone, appunto”.

Sabir a Lampedusa, Prc presente. Per ricordare le vittime del 3 ottobre: mai più morti nel Mediterraneo

di Stefano Galieni, responsabile Migranti PRC –
Verrebbe da dire, “Un anno dopo, sul luogo del delitto”. Lampedusa 3 ottobre alle ore 7 del mattino. Un barcone enorme, con a bordo oltre 530 persone è in arrivo sulle coste dell’isola, inspiegabilmente sfuggito ai controlli e alle richieste di intervento, in uno dei tratti di mare più controllato del pianeta. Chiedono aiuto gli uomini, le donne e i bambini ammassati su quella nave ormai ferma, qualcuno di loro prova a dar fuoco ad una coperta per richiamare l’attenzione. La nave si incendia, per sfuggire alle fiamme le persone si riversano su un unico lato portando al rovesciamento del natante. I pescatori di Lampedusa si rendono conto immediatamente di dover intervenire, si gettano in mare con le proprie imbarcazioni e riescono a trarre in salvo quante più persone possibili. Ma già alla sera si capisce che il numero delle persone che hanno perso la vita è impressionante, nell’isola, dove anni fa non c’era posto per i vivi, questa volta non c’è spazio sufficiente per i morti. Alla fine del macabro conto si giungerà ad aver certificato 368 vittime, molte non ancora pienamente identificate ma sarà impossibile sapere con esattezza se il mare ha trattenuto altri corpi con se. Ci fu in Italia un breve momento di dolore, interrotto soltanto dalla sguaiataggine ignorante di chi definiva i richiedenti asilo, “clandestini” anche da morti. Una sguaiataggine che non riguardò soltanto le componenti apertamente xenofobe presenti nel paese ma che si tradusse in un insulto osceno come quello di considerare i sopravvissuti “complici del reato di ingresso clandestino”. Ma in quei pochi giorni vinse il senso di colpa, reso ancora più evidente da un altro grave naufragio al largo di Malta una settimana dopo, oltre 250 le vittime. Da Bruxelles a Roma si promise un solenne basta, in pochi giorni l’Italia scoprì di essere una potenza marittima in grado, attraverso l’operazione Mare Nostrum, di salvare le persone prima che le loro imbarcazioni finissero in avaria o in assenza di carburante. Tantissime le persone salvate in un anno, oltre 3600 quelle rimaste uccise. Un numero per difetto che tra l’altro non considera neanche i tanti e le tante, periti nei deserti libici o sudanesi, negli scontri armati in paesi dilaniati dalla guerra mentre tentavano la fuga. Oggi Mare Nostrum sta per andare in soffitta sostituita, a quanto ci è dato sapere, da un maggiore impiego dell’agenzia Frontex che o rivede le proprie regole di ingaggio o non potrà certo neanche andare a soccorrere fuori dalle acque territoriali europee. Una agenzia che, è sempre giusto ricordarlo, non ha come compito il salvataggio delle persone ma il porre ostacoli agli ingressi illegali. E allora si torna a Lampedusa, dal 1 ottobre, per una 4 giorni indetta da una parte del mondo associazionistico guidata dall’Arci, per fare i punto su un anno. Un anno che è stato costellato da una miriade di piccole e grandi tragedie, un anno in cui i focolai di guerra sono diventati incendi incontrollabili tanto da aver indotto anche il Papa a parlare di “Terza Guerra Mondiale”. E ci si vedrà a Lampedusa, per un programma ricco e articolato che va sotto il nome di Sabir. Sabir era una lingua franca del Mediterraneo, parlata dai marinai e dalla gente di porto, un esempio concreto di quello che potrebbero essere le relazioni in questo mare se non prevalesse la logica del dominio e dello sfruttamento. Non si parlerà in queste giornate soltanto di immigrazione ma di quanti e quali sono i fattori che stanno mutando lo scenario mondiale, dai conflitti ai trattati commerciali, dalla crisi della democrazia ai temi del lavoro e del diritto di cittadinanza. Il programma è molto articolato http://www.festivalsabirlampedusa.it/it/il-programma e comprende anche momenti di spettacolo. Ai dibattiti tematici saranno presenti numerosi esponenti dei fori sociali nordafricani, dei movimenti antirazzisti europei, del sindacato ed una folta delegazione di europarlamentari, soprattutto del gruppo GUE-NGL. Il 3 ottobre vuole essere nelle intenzioni degli organizzatori una giornata di silenzio e memoria, c’è il rischio che i rappresentanti politici che, in prima persona sono da considerare responsabili di tante morti, provino a cercare un proprio momento di visibilità mediatica, esprimendo le inutili parole di solidarietà inattiva. La politica può infatti impedire o quantomeno limitare il massacro che si perpetua ma deve operare scelte nette. Corridoi umanitari per andare a prendere i richiedenti asilo in loco, permesso di soggiorno umanitario europeo, abrogazione del Regolamento di Dublino che di fatto impedisce a chi vuole rifarsi un futuro di scegliere la propria destinazione. Soluzioni semplici e praticabili a cui l’Europa come l’Italia non vogliono dare risposte, su cui cercano inconsistenti alibi. Ma il 3 ottobre e i giorni intorno saranno momento di mobilitazione un po’ in tutta Italia. Partendo dalla Carta di Lampedusa (www.lacartadilampedusa.org), forse la migliore analisi costruita sul tema delle frontiere e della libertà di movimento per ora prodotta in Italia e a cui il Prc ha aderito, oltre che aver concettualmente contribuito alla sua realizzazione, ci saranno iniziative di movimento in cui al ricordo si accompagnerà la denuncia, per quella orrenda giornata e per le tante orrende che l’hanno preceduta e seguita. Iniziative per dare anche a questo paese imbarbarito da una guerra fra poveri, l’idea che chi fugge da guerre non è un nemico, un concorrente, una persona da sfruttare ma il figlio, la figlia di un pianeta alla deriva in cui non solo non è giusto ma non serve neanche innalzare frontiere fisiche o legislative. Assieme a questi ci sono già stati e ci saranno numerosi appuntamenti nei territori, organizzati da quella rete pulviscolare di resistenza umana, prima ancora che politica, che ancora non si rassegna. Scampoli di quel mondo meticcio che diventa, con tutte le sue contraddizioni, la nostra società. Per le compagne e i compagni di Rifondazione questo vuole essere un invito ad attraversarli questi momenti, a contribuire a costruirli, a nutrirsi della loro potenzialità. L’Altra Europa che vogliamo o incrocia questi stimoli o, semplicemente, non è.

P.S. Da Lampedusa e non solo, faremo in modo di far circolare le sollecitazioni che tali giornate potranno portare ai nostri dibattiti.

Carta di Lampedusa: una svolta nella lotta al razzismo Autore: Stefano Galieni da: controlacrisi.org

Il primo febbraio potrebbe, il condizionale è d’obbligo, segnare una data di passaggio nel mondo dell’antirazzismo e della percezione d’Europa non solo in questo Paese. L’approvazione della Carta di Lampedusa, un patto di riconoscimento comune fra realtà diverse, non riguarda solo i temi dell’immigrazione. In 3 giorni si è discusso, in un’isola battuta dalle intemperie, frontiera sud del continente di come ripartire per ribaltare la frontiera, i linguaggi, le prospettive. Un lavoro complesso nel metodo e nel merito, iniziato mesi fa, dopo l’immonda ecatombe del 3 ottobre, non certo per lavarsi la coscienza ma per uscire da un imbuto di morte e di impotenza in cui tutti sembriamo spesso rinchiusi. Il testo emerso da giorni intensi che hanno visto il coinvolgimento di cittadini di Lampedusa, di migranti e di persone provenienti dall’intero continente, non è la soluzione di tutti i mali o il segnale della costituzione di un ennesima nuova soggettività fra le altre insufficienti. Basta leggerne la versione per ora definitiva (pubblicata su http://www.meltingpot.org ) per comprendere come si tratti, almeno nella stesura di un salto di qualità, culturale e politico con cui è necessario fare i conti. Un testo a tratti difficile, forse foriero di astrazioni e di utopie, poco compatibile col quadro politico attuale e per questo eversivo e condivisibile. Si è provato in un percorso partecipato, facilitato dall’utilizzo della tecnologia, dal wikiblog alle web conference, a rendere orizzontale una riflessione che vede compartecipi soggettività per tanti anni incompatibili ma legate da un sotterraneo legame di classe. Nella 3 giorni lampedusana si sono incontrati e confrontati soggetti lontani fra loro: gli imprenditori dell’isola e gli attivisti dei movimenti, i rifugiati sparsi per l’Europa e gli attivisti di associazioni laiche e religiose, le madri lampedusane che pagano caro il proprio isolamento e le teste pensanti di un mondo diverso, gli studenti costretti in un unico liceo e i militanti di sindacati, coordinamenti vecchi e nuovi, che localmente, da Bolzano a Catania credono e combattono per un mondo senza frontiere incuranti degli equilibri di una politica distante e incomprensibile. Voci discordanti che trovavano nella richiesta di un pianeta diverso un proprio punto di convergenza in cui si tentava di alterare i linguaggi e i rapporti di potere che questi sottintendono. Utopia sì. Utopia e realtà che si sono incontrate, l’ambizione di spezzare catene prestabilite e la certezza di avere ipotesi concrete di rivedere le relazioni umane a partire da questa sponda estrema del Mediterraneo. Un mare senza navi di guerra e ponte per persone che possano decidere se muoversi in ogni senso, restare, resistere o circolare, un’isola che rifiuta di essere di essere stereotipo di emergenza per migranti e pretende di veder garantita la parità di condizioni di vita per autoctoni e persone appena arrivata. Un’isola in cui oggi nascere è una impresa – il parto e l’assistenza alla gravidanza sono garantiti sono viaggiando continuamente verso la Sicilia – in cui in inverno, il riscaldamento, le verdure, il gasolio, dipendono dalla clemenza del mare, in cui ci si sente spesso estranei all’Europa, cittadini di seconda classe. Ma un’isola che può rideclinarsi come risorsa e luogo di mobilitazione, motore di energia sovversiva e dirompente, capace di imporsi ben oltre i propri 22 km quadrati di superfice. Ora il patto stabilito deve tramutarsi in pratiche concrete sui territori, in azioni capaci di allargare il consenso senza perdere in radicalità e capaci di rimbalzare nel continente come paradigma alternativo e di ridefinizione dei contesti prestabiliti. Le oltre 200 persone faticosamente giunte a Lampedusa in questo appuntamento sono necessarie ma non sufficienti ad un compito così arduo ed occorre che il percorso intrapreso si estenda. Curioso come, nei primi commenti brilli per assenza il ruolo delle tradizionali organizzazioni legate al centro sinistra e dei media mainstream che hanno ignorato o sottovalutato l’appuntamento lampedusano. Paradossalmente soltanto Radio Vaticana si è mostrata interessata ad una visione così palesemente “rivoluzionaria” del rapporto fra la ripartizione dei diritti, una curiosa sintonia fra un potere assoluto come quello del Pontefice e il mondo libertario e poco incline ai compromessi politicanti di un contesto distante dalla realtà come quello attuale. Rifondazione Comunista ha scelto consapevolmente di non avere alcuna ambiguità e di schierarsi, lavorando in questo ambizioso progetto, superando, resistenze e antichi quanto inutili ostacoli pregiudiziali. Dietro la Carta di Lampedusa c’ è un considerarsi, migranti, lampedusani, europei, uomini e donne di ogni latitudine, come persone che faticano nella stessa barca, avendo come avversari le forme vecchie e nuove del dominio capitalista, delle leggi di mercato, dei dettami neoliberisti, dei razzismi che ne costituiscono un comune mortifero collante ideologico. Se la Carta produrrà azioni comuni o diversificate, frutto di specificità e approcci ma accomunati anche da una comune coscienza di classe, potrà costituire un enorme passo in avanti. Bisognerà starci dentro come soggetto propositivo e agente, senza pretese dominanti ma senza neanche celare o sminuire la propria identità e la propria coerenza. Gli spazi ci sono, sta ai tanti compagni e alle tante compagne attenti alle nuove dimensioni che questo Paese e questo mondo va costruendo, malgrado leggi razziste e mura fondate sul sangue, agire e reagire, farsi protagonisti delle mille istanze che si aprono. Oggi una componente consistente di chi è arrivato in Europa non rappresenta un soggetto fragile da accudire con paternalismo ma un formidabile alleato con cui costruire il conflitto del ventunesimo secolo. La Carta di Lampedusa, con tutte le difficoltà di una sintesi ancora da costruire, annuisce a questo, una ragione in più per farla propria, evitando ogni elemento di sterile tatticismo.

Approvata la Carta di Lampedusa, chiede libertà di movimento e chiusura dei Cie Fonte: redattoresociale.it | Autore: Raffaella Cosentino

Libertà di movimento, di scelta (del luogo in cui abitare), di restare (senza essere costretti a lasciare il paese in cui si nasce o si abita), libertà personale, diritto all’abitare, diritto alla resistenza. E ancora: chiusura dei Cie e di tutti i centri , abrogazione di Eurosur, di Frontex, del sistema dei Visti, del regolamento Dublino, del meccanismo che lega il permesso di soggiorno a un rapporto di lavoro . Sono alcuni dei principi scritti nella Carta di Lampedusa, esaminata e approvata nella tre giorni dal 31 gennaio al 2 febbraio da circa 300 persone che si sono riunite in una sala dell’aeroporto dell’isola Pelagia, rispondendo a un’idea lanciata da Melting Pot dopo le stragi dei naufragi dello scorso ottobre. “ La Carta di Lampedusa è un patto che unisce tutte le realtà e le persone che la sottoscrivono nell’impegno di affermare, praticare e difendere i principi in essa contenuti – si legge nel documento, disponibile sul sito di Melting Pot – La Carta di Lampedusa è il risultato di un processo costituente e di costruzione di un diritto dal basso”. Viene anche specificato che “la Carta di Lampedusa non è una proposta di legge o una richiesta agli stati e ai governi”.

La prima bozza del documento è stata scritta a tante mani nei mesi scorsi tramite confronti via web e conferenze online. A Lampedusa, ogni articolo e principio è stato discusso da rappresentanti di movimenti antirazzisti, centri sociali e associazioni come Terre des hommes, Un ponte per, Archivio migranti, campagna LasciateCIEntrare, Global Project, Storie Migranti. Al dibattito hanno partecipato attraverso degli interventi il sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini, l’associazione dei piccoli imprenditori dell’isola, alcune mamme lampedusane e gli studenti isolani del Liceo Majorana, unica scuola superiore esistente sulla maggiore delle Pelagie. Obiettivo della Carta, anche attraverso il linguaggio usato è di “non riprodurre le terminologie delle norme e dei codici” e proporre “un immaginario che pone l’essere umano al centro con la sua libertà di muoversi e abitare nel mondo”.

La Carta è costituita da tre parti : un preambolo, una parte sui principi e una sulle migrazioni e le politiche collegate. Nel preambolo c’è uno spazio riservato al luogo in cui nasce la Carta e di cui il documento porta il nome. “Le politiche di governo e di controllo delle migrazioni hanno imposto a quest’isola il ruolo di frontiera e confine, di spazio di attraversamento obbligato, fino a causare la morte di decine di migliaia di persone nel tentativo di raggiungerla – si legge – Con la Carta di Lampedusa si vuole, invece, restituire il destino dell’isola a se stessa e a chi la abita”. Per la prima volta, nello spazio dei tre giorni di discussione ci sono stati diversi momenti di incontro fra le realtà antirazziste presenti e i lampedusani. Domenica 2 febbraio anche alcune mamme di Lampedusa sono intervenute per raccontare i disagi che vivono le loro famiglie. “Mancano le aule per cui i nostri bambini sono costretti a fare i turni di pomeriggio a scuola, ci hanno prospettato di fare lezione nei tendoni – ha raccontato Rossella – non ci sono le palestre, i nostri bambini non conoscono l’educazione fisica”. Un’altra mamma, Liliana, ha denunciato i problemi legati alla carenza di strutture sanitarie. “Per i nostri figli non abbiamo un ambulatorio pediatrico che possa dare i primi soccorsi ai bambini, ricorriamo all’elisoccorso, condizioni atmosferiche permettendo – ha spiegato – questo vuol dire che le vite qui sono in gioco”.

Tra le altre cose, la Carta di Lampedusa “afferma la necessità dell’immediata abrogazione dell’istituto della detenzione amministrativa e la chiusura di tutti i centri , comunque denominati o configurati, e delle strutture di accoglienza contenitiva” e “la conversione delle risorse fino ad ora destinate a questi luoghi a scopi sociali rivolti a tutti e a tutte”. Per quanto riguarda il sistema di accoglienza, si afferma la necessità di chiudere campi e centri in favore di un sistema di accoglienza “diffusa, decentrata e fondata sulla valorizzazione dei percorsi personali, promuovendo esperienze di accoglienza auto-gestionaria e auto-organizzata, anche al fine di evitare il formarsi di monopoli speculativi”.

Altri punti riguardano la cessazione immediata dell’uso del Muos di Niscemi e della base di Sigonella per la gestione dei droni Usa e Nato . Un tema particolarmente sentito durante la discussione per l’approvazione della carta è stato quello del linguaggio. All’interno del documento si legge: “ribadendo come la spettacolarizzazione del momento dell’arrivo dei migranti, sull’isola di Lampedusa come in molte altre frontiere d’Europa, con l’utilizzo di un linguaggio allarmistico e securitario – che travisa la realtà dei fenomeni e cancella le storie delle persone – contribuisca ad acuire fenomeni di razzismo e di discriminazione”, la Carta di Lampedusa esprime “la necessità di combattere ogni linguaggio fondato su pregiudizi, discriminazioni e razzismo ”. Approvata la Carta, ora si punta a coinvolgere all’interno del patto più realtà possibili in Europa, che possano farsi portatori dei principi contenuti nella Carta. “E’ un tentativo di dare una spinta collettiva ad alcuni temi, di allargare una battaglia – spiega Nicola Grigion di Melting Pot – Il fatto di essere venuti a Lampedusa non è solo simbolico. Vuol dire toccare con  mano cosa vogliono dire le politiche delle migrazioni sui cittadini europei”.

L’urlo contro il razzismo di Stato di Alex Zanotelli da: comune info

 

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di Alex Zanotelli

 

Ma che Natale celebra questo paese? Ma che Natale celebrano le comunità cristiane d’Italia?

 

I gravi eventi di questi giorni ci obbligano a porre questi interrogativi. Le immagini del video- shock: migranti nudi e al gelo, nel Cie di Lampedusa, per essere ‘disinfestati’ dalla scabbia con getti d’acqua. Immagini che ci ricordano i lager nazisti.

 

Le foto degli otto tunisini e marocchini del Cie di Ponte Galeria a Roma con le labbra cucite in protesta alle condizioni di vita del centro. Bocche cucite che gridano più di qualsiasi parola!

 

Ed ora il deputato Khaled Chaouki che si rinchiude nel Cie di Lampedusa e inizia lo sciopero della fame, per protestare contro le condizioni disumane del centro e in solidarietà con i sette immigrati che, per le stesse ragioni, digiunano.

 

Sono le urla dei trecento periti in mare il 3 ottobre a Lampedusa, le urla dei quarantamila migranti morti nel Mediterraneo che è diventato ormai un cimitero.

 

Tutto questo è il risultato di una legislazione che va dalla Turco-Napolitano che ha creato i Cie, alla Bossi-Fini che ha introdotto il crimine di clandestinità e ai decreti dell’allora ministro degli Interni, Maroni, che trasudano di razzismo leghista. Possiamo riassumere il tutto con una sola parola: Razzismo di Stato.

 

Le domande che sorgono sono tante e angoscianti.

 

Come mai un paese che si dice civile ha permesso che si arrivasse ad una tale legislazione razzista e a una tale tragedia?

 

Come mai la Conferenza episcopale italiana sia rimasta così silente davanti a un tale degrado umano?

 

Come mai la massa delle parrocchie e delle comunità cristiane non ha reagito a tante barbarie?

 

“Sono venuto a risvegliare le vostre coscienze – ha detto papa Francesco quando è andato a Lampedusa – La cultura del benessere ci rende insensibili alle grida degli altri”.

 

Ma allora viene spontaneo chiederci: “Ma che Natale celebriamo noi credenti?” Natale non è forse fare memoria di quel Bimbo che nasce sulle strade dell’Impero (“non c’era posto per lui nell’albergo”) e diventa profugo per fuggire dalle mani di Erode? Natale è la proclamazione che il Verbo si fa carne, carne di profughi, di impoveriti, di emarginati. “La carne dei profughi-ci ha ricordato papa Francesco – è la carne di Cristo”. E allora se vogliamo celebrare il Natale, sappiamo da che parte stare, con chi solidarizzare.

 

Ecco perché dobbiamo avere il coraggio di chiedere al governo italiano, come dono di Natale, l’abolizione delle leggi razziste emanate in questi anni dalla Turco-Napolitano alla Bossi-Fini, e il varo di una legislazione che rispetti i diritti umani e la Costituzione. Inoltre chiediamo che in questa nuova legislazione venga introdotto il diritto all’asilo politico e allo ius soli.

 

E altrettanto chiediamo, come dono di Natale, ai vescovi italiani un documento che analizzi, in chiave etica, la legislazione razzista italiana e proponga le strade nuove da intraprendere per arrivare a una società multietnica e multireligiosa. Proprio per evitare quel pericolo che papa Francesco ha indicato nel suo discorso a Lampedusa: ”Siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del levita, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto”.

 

Auguro a tutti di posare davanti al presepe dove troverete un Bimbo-profugo vegliato da una famiglia transfuga e attorniato dal bue e dall’asino che ci ricordano le parole del profeta Isaia:

 

Il bue conosce il proprietario

 

e l’asino la greppia del padrone,

 

ma il mio popolo non comprende”.

 

 

 

Alex Zanotelli, missionario comboniano, è stato a lungo direttore della rivista Nigrizia prima di vivere per oltre dieci anni in una delle baraccopoli più grandi del mondo, Korogocho, a Nairobi. Da diversi anni ha scelto di vivere in un piccolo appartamento della periferia di Napoli, ma ciò non gli ha impedito di lavorare sui temi dell’acqua, dei rifiuti, dell’antirazzismo e della nonviolenza, promuovendo reti e iniziative. Invia costantemente i suoi articoli a Comune.

Lampedusa, Chaouki contro Kyenge: essere solo un simbolo non serve più da: redattoresociale.it

Lampedusa, Chaouki contro Kyenge: essere solo un simbolo non serve più

Duro attacco dell’esponente Pd contro la ministra dell’Integrazione, sua collega di partito. “Avrebbe dovuto tutelare i diritti dei migranti e dare risposte concrete, non bastano il pianto e la condanna”

19 dicembre 2013

ROMA – Sul caso di Lampedusa ci sono delle precise responsabilità politiche che non si possono ascrivere solo al ministerno dell’Interno, ma che riguardano anche e soprattutto il ministero dell’Integrazione che più di tutti avrebbe dovuto tutelare i diritti dei migranti. Non usa mezzi termini il deputato del Pd Khalid Chaouki sul ruolo ormai solo “simbolico” della ministra Cécile Kyenge. “Questo è il momento di fare un bilancio – spiega a Redattore sociale – Dopo la tragedia dell’ottobre scorso siamo stati tutti a Lampedusa, abbiamo pianto coi morti e denunciato tutti insieme le gravi condizioni disumane e incivili del centro per un paese come l’Italia. Oggi un ministero come quello dell’Integrazione deve dare delle risposte concrete, non bastano più il pianto e la condanna. Abbiamo sollecitato la nostra ministra, e lo facciamo ancora, a fare una pressione in più sul governo per predisporre un piano di accoglienza degno di questo nome”.Un attacco quello di Chaouki, particolarmente forte e significativo, perché arriva da quella parte del Pd più vicina alla ministra. E il deputato non nasconde il timore di un effetto boomerang su tutto il Partito democratico. “Abbiamo applaudito alla scelta fortemente simbolica del premier Letta di eleggere come ministro Cecile Kyenge, ma oggi questa non può e non deve rimanere una scelta solamente simbolica – aggiunge – spetta alla ministra dare atto di una presa di coscienza e di responsabilità maggiore, non vogliamo che la sua presenza nel governo passi solo come un modo per ripulirsi le coscienze. È compito del governo darle uno spazio maggiore ma è compito anche suo dare risposte concrete non solo agli immigrati ma a tutti gli italiani, anche a quelli che l’hanno criticata in questi mesi, che devono avere delle risposte chiare su come quel ministero deve e può funzionare in una fase così difficile”.

Chaouki chiede inoltre alla ministra di “alzare la voce” anche su un altro tema a lui particolarmente caro, quello della riforma della cittadinanza con l’introduzione dello ius soli. “In Parlamento stiamo facendo pressione perché a metà gennaio finalmente si calendarizzi la discussione della riforma sulla cittadinanza – aggiunge – ma il governo ha molti strumenti in più dei nostri. Sulla cittadinanza, sul superamento dei Cie e sull’abrogazione della Bossi-Fini il governo deve pronunciarsi, e su questo la ministra Kyenge rappresenta la nostra storia e il nostro percorso dentro il governo. Come altri hanno sostenuto la battaglia dell’Imu, anche i diritti di cittadinanza e i diritti civili devono avere rappresentanti che al momento giusto devono pretendere da questo governo iniziative concrete – conclude -. La ministra deve alzare la voce, anche per preservare il suo ruolo e la sua esperienza che non può passare solo come un’esperienza di simpatia verso i nuovi italiani ma deve rappresentare un cambiamento reale nelle politiche dell’immigrazione di questo paese”. (ec)

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