Strage Rapido 904, “Non fu solo mafia, ma interessi convergenti” da: antimafia duemila

rapido-904-8Depositate le motivazioni della sentenza al processo contro Riina

di Aaron Pettinari – 22 giugno 2015
“Non può escludersi” che nella decisione, organizzazione ed esecuzione della strage del Rapido 904, oltre alla mafia “abbia trovato coagulo un coacervo di interessi convergenti di diversa natura”. A metterlo nero su bianco è la Corte d’assise di Firenze, che lo scorso aprile ha assolto Totò Riina dall’accusa di essere mandante dell’attentato che il 23 dicembre 1984 causò la morte di 17 persone ed il ferimento di altre 260. L’ordigno fu posto in una carrozza di seconda classe, la nona, tra l’undicesimo e il dodicesimo scompartimento.

Nelle motivazioni della sentenza, depositate quest’oggi, i giudici spiegano il motivo per cui il Capo dei capi non è stato condannato in quanto nessuno dei pentiti ascoltati “ha avuto conoscenza che la strage fosse riconducibile a un suo mandato, istigazione o consenso di Riina”. Piuttosto, “fu una possibile convergenza di interessi”.
E poi aggiungono che la strage “indubbiamente giovava alla mafia, ma non ne recava la tipica impronta”. L’attentato colpì in maniera “feroce e del tutto indiscriminata inermi cittadini” seguendo una logica definita “squisitamente terroristica”.
A differenza di quanto sostenuto dalla Procura di Firenze, secondo la Corte “l’evoluzione storica pare smentire qualsiasi linea di continuità strategica” fra la strage del Rapido 904 e quelle mafiose del biennio 1992-1994, rivolte contro nemici di Cosa nostra, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, o contro i beni artistici, per dimostrare “la vulnerabilità” dello Stato e “costringerlo a scendere a patti”.
Non è bastato quindi il dato fornito dal dirigente della polizia scientifica Giulio Vadalà, che ha deposto durante il processo, in merito all’esplosivo utilizzato per l’attentato al Rapido . Questi aveva evidenziato come fosse “dello stesso tipo utilizzato nella strage di via D’Amelio” e che vi erano “analogie riguardo ai materiali (Semtex, composto da T4 e Pentrite, nitroglicerina e tritolo, ndr) con la strage di Capaci e le stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze”, nonché con i falliti attentati all’Addaura e allo stadio Olimpico di Roma.
Il consulente parlò anche delle analogie tra i materiali esplosivi scoperti e sequestrati in arsenali e depositi nella disponibilità di mafiosi legati a Cosa nostra: in particolare ha fatto riferimento ai sequestri del 1985 a Poggio San Lorenzo (Rieti) e in un appartamento a Roma – depositi entrambi nella disponibilità di Pippo Calò, già condannato per la strage del rapido 904 – e al sequestro dell’arsenale gestito da Giovanni Brusca a San Giuseppe Jato (Palermo). Dallo stesso Vadalà venne anche rilevato che il Semtex è un esplosivo di produzione cecoslovacca di cui era vietata l’importazione in Italia.
Oltre a Calò, ricordano i giudici in sentenza, per la strage sono già stati condannati i suoi “collaboratori” Guido Cercola e Francesco Di Agostino, e un artificiere tedesco, Friedrich Schaudinn. Per la “sola” detenzione di esplosivo, invece, sono stati condannati l’ex parlamentare del Msi Massimo Abbatangelo e quattro camorristi: Giuseppe Missi, Giulio Pirozzi, Alfonso Galeota e Lucio Luongo. Secondo i giudici, proprio “i legami con esponenti della banda della Magliana”, vantati da Calò, ponevano il boss di Porta Nuova come tramite tra “il potere mafioso ed ambienti eversivi di destra”. Non solo. Tra gli anni ’70 e ’80 Calò godeva di un “certo grado di autonomia” all’interno di Cosa Nostra, e vantava una serie di “relazioni collaterali” con ambienti vicini alla camorra e all’estrema destra: questo – concludono i giudici – “avvalora il dubbio che non abbia avuto la necessità di avere impulso, autorizzazione o consenso di Riina”. Un dubbio, appunto. Anche senza la certezza, appare difficile pensare ad un’azione, in quegli anni, che abbia coinvolto Cosa nostra senza quantomeno l’avallo del boss corleonese. Sulle motivazioni della sentenza si è poi espressa anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’ Associazione Tra I Familiari delle Vittime di Via dei Georgofili: “La sentenza della Corte di Assise di Firenze per il treno 904 , ci toglie un peso dallo stomaco. Ricondurre le stragi del 1993 ad una strategia eversiva di destra, contro il solito avanzare del rosso, ci avrebbe davvero trovati in disaccordo. La sentenza di Firenze del rapido 904 scrive che nulla hanno a che fare la strage di Natale degli anni ’80 con le stragi del 1993, 1994.
Aspettiamo la sentenza di Cassazione come sempre, ma far di ogni erba un fascio, è qualcosa che abbiamo sempre disapprovato, convinti come siamo che le stragi del 1993 sono state volute in una sorta di trattativa fra la mafia ‘Cosa nostra’ e quanti con Riina si erano collusi in gravissime ruberie frutto di grandi traffici”. “Una collusione – prosegue – fra mafia ‘Cosa nostra’ e concorrenti esterni alla mafia che ritroviamo nella strage di via dei Georgofili che dura ancora oggi. Prova provata ne è il non arresto di Matteo Messina Denaro, e la ritrosia da parte dei Governi di questi 20 anni a non fare fronte alle esigenze delle vittime, quasi a negare tutta la drammaticità di stragi come quella di via dei Georgofili”.

L’ultima rivelazione di Riina: “Telecomando nel citofono”. Borsellino azionò la sua bomba da : antimafia duemila

riina-salvatore-big5di Salvo Palazzolo – 12 marzo 2014
Il capomafia ha fatto nuove confidenze al compagno di socialità. I pm di Caltanissetta indagano sul misterioso tecnico che il pentito Spatuzza dice di aver visto il giorno prima dell’attentato. E dai vecchi atti dell’inchiesta salta fuori una relazione di servizio: una telefonata anonima al 113 aveva annunciato la strage, due ore prima.

 

Sono una continua sorpresa i dialoghi di Totò Riina con il suo compagno di ora d’aria, il boss pugliese Alberto Lorusso: gli investigatori della Dia stanno finendo di trascrivere le intercettazioni proprio in questi giorni. A novembre, il capo di Cosa nostra è tornato a parlare delle stragi e al suo interlocutore ha raccontato un retroscena del tutto inedito sulla bomba che il 19 luglio 1992 scoppiò in via d’Amelio, a Palermo: Riina spiega che il telecomando della carica era stato sistemato nel citofono del palazzo dove abitava la madre del procuratore Borsellino. Il capomafia ha un tono compiaciuto quando descrive la scena a Lorusso. Paolo Borsellino, citofonando alla madre, avrebbe azionato la bomba piazzata dentro la Fiat 126, la bomba che non lasciò scampo al magistrato e ai cinque poliziotti della scorta.

 

Quest’ultima sconvolgente verità è adesso all’esame del pool coordinato dal procuratore Sergio Lari, che in questi anni non ha mai smesso di cercare la verità sui misteri di via d’Amelio. I pm di Caltanissetta stanno ripercorrendo con attenzione le parole di Totò Riina, perché ancora oggi c’è un grande mistero attorno al telecomando che attivò l’ordigno della strage di luglio. Neanche gli ultimi due pentiti di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza e Fabio Tranchina, hanno saputo dire chi avesse in mano il congegno elettronico. Forse, perché è proprio come dice Riina? Forse, per davvero, nessun mafioso azionò il telecomando?

 

Tranchina ha spiegato che a metà luglio, il suo capomafia, Giuseppe Graviano, cercava un appartamento in via d’Amelio: “Poi, dopo alcuni sopralluoghi, mi disse che si sarebbe accomodato nel giardino. Dopo la strage, si limitò a commentare: “Na spurugghiammu“. Ci siamo riusciti.

 

Ma Tranchina non ha mai visto un telecomando in mano a Giuseppe Graviano, che invece, dal giardino dietro via d’Amelio, potrebbe avere attivato il congegno di cui adesso parla Riina, nel citofono del condomonio a poca distanza.

 

Misteri su misteri. Ma troppo tempo è trascorso, e oggi è impossibile verificare cosa ci fosse per davvero dentro quel citofono. Però, se Riina dice la verità doveva essere opera di una mano molto esperta, chissà forse la stessa che Spatuzza vide in azione il giorno prima della strage, quando la 126 fu imbottita di esplosivo in un garage di via Villasevaglios, a un paio di chilometri da via d’Amelio. Il pentito ha detto di non sapere chi fosse quell’uomo che si aggirava attorno all’autobomba. Però, adesso, si può ipotizzare che fosse un esperto elettronico. E non era un appartenente a Cosa nostra, precisa Spatuzza.

 

LA TELEFONATA AL 113
Una cosa, invece, è certa. Alle 14,35 di quel 19 luglio 1992, una voce maschile annunciò al 113: “Tra mezz’ora esploderà una bomba sotto di voi”. Lo dice una relazione di servizio che l’agente di turno stilò qualche ora dopo l’eccidio di via d’Amelio. Scrisse: “Tanto si riferisce per doverosa notizia. Della telefonata veniva informato il funzionario di turno alla squadra mobile, dottor Soluri”. L’agente Giuseppina Candore firmò e inviò la relazione di servizio al “Signor dirigente la squadra mobile” e al “Signor dirigente l’ufficio prevenzione generale”. Repubblica ha ritrovato quel documento, è l’allegato 66 del primo rapporto della squadra mobile di Palermo sulla strage. A margine, qualcuno fece un’annotazione: “Squadra mobile, sequestrare nastro”. Ma di quel nastro oggi non c’è traccia.  E senza la voce dell’anonimo sarà impossibile fare ulteriori accertamenti su quest’altro importante tassello della verità che ancora non c’è.

 

L'ultima rivelazione di Riina: "Telecomando nel citofono" Borsellino azionò la sua bomba

 

Però, la relazione di servizio del poliziotto resta comunque un indizio importante per cercare di comprendere chi fossero gli attori che si muovevano quel pomeriggio sul palcoscenico di Palermo. Probabilmente, non erano tutti attori di un’unica compagnia, quella di Cosa nostra. E’ l’ipotesi dei magistrati di Caltanissetta Nico Gozzo, Stefano Luciani e Gabriele Paci. Anche se al momento, non è emersa alcuna presenza di uomini infedeli delle istituzioni. Solo ombre. Nel garage di via Villasevaglios, durante la preparazione dell’autobomba. In via d’Amelio, dopo la strage, quando scomparve l’agenda rossa di Paolo Borsellino.

Chi fece la chiamata al 113? Difficile pensare a un mafioso che telefona alla polizia per avvertire della preparazione di un attentato. Chi era allora l’uomo che tentò di evitare un’altra strage? E perché lo fece? Forse, un rimorso dell’ultima ora? I pm di Caltanissetta e di Palermo sperano ancora che si possa aprire una breccia fra chi, dentro le istituzioni, conosce la verità su quella terribile stagione delle bombe.

Tratto da: palermo.repubblica.it