Vendola: «Renzi, la Liguria l’hai fatta tu» Autore: Micaela Bongi da: controlacrisi.org

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Dopo dieci anni, Nichi Ven­dola, pre­si­dente di Sel, in Puglia passa il testi­mone a Michele Emi­liano, che lo rac­co­glie con un rico­no­sci­mento al pre­de­ces­sore: «Ci ha fatto vedere i pugliesi che hanno la schiena dritta. Intendo con­ti­nuare que­sto lavoro». E Ven­dola si è detto con­vinto che la coa­li­zione di Emi­liano «potrà scri­vere pagine bellissime».

Uno scam­bio di cor­te­sie di rito?

La Puglia per la destra non è stata solo uno straor­di­na­rio ser­ba­toio di con­senso, ma un labo­ra­to­rio di costru­zione di ipo­tesi poli­ti­che e stra­te­gie gene­rali. Aver gover­nato per un decen­nio riu­scendo, nelle pri­ma­rie, a sov­ver­tire la logica del cen­tro­si­ni­stra (can­di­dati e pro­grammi foto­co­pia del cen­tro­de­stra) signi­fica aver rotto quell’incantesimo. Ora Emi­liano dovrà con­fron­tarsi con l’agenda di governo e penso che si potrà apprez­zare la con­ti­nuità nelle scelte. Si archi­viano vec­chie ruggini.

Emi­liano è sod­di­sfatto dell’affluenza al 51%. Condivide?

No, io sono sgo­mento dinanzi alla non­cha­lance con cui si mini­mizza la par­te­ci­pa­zione al voto. Quando un ita­liano su due gira la testa dall’altra parte manda un mes­sag­gio forte. Si è esau­rita la spinta pro­pul­siva di quel ren­zi­smo che con la rot­ta­ma­zione e le nar­ra­zioni effer­ve­scenti sem­brava dover affer­rare il ban­dolo di un Paese avvi­tato su se stesso. Credo che il pre­mier abbia preso un colpo abba­stanza pesante. Intanto ha dato un con­tri­buto impor­tante alla cre­scita del non voto e del M5S che drena una parte del con­senso del cen­tro­si­ni­stra. Quella parte che intende punire il Pd pre­fe­ri­sce il 5 Stelle alle liste di sini­stra. Il voto utile, a dare uno schiaffo a Renzi, gli è sem­brato quello a Grillo.

Il voto alla sini­stra è sem­brato irri­le­vante e non utile a quello scopo? Perché?

Il punto di forza è stato l’invenzione di reti locali che dove hanno un minimo di radi­ca­mento allu­dono al nuovo sog­getto di cui la sini­stra ha biso­gno. Ma è man­cato il ter­reno dell’unificazione a livello nazio­nale, basti pen­sare che ave­vamo 7 sim­boli per 10 regioni. In cam­pa­gna elet­to­rale il Pd si è ulte­rior­mente spo­stato a destra. Dun­que il voto ha avuto anche un forte movente poli­tico: quello di affer­rare Renzi per le cavi­glie e rimet­terlo sulla terra, fuori dal limbo di pro­pa­ganda e pub­bli­cità in cui vive. E Renzi perde la par­tita più impor­tante, in Ligu­ria. Si com­porta come un bam­bino indi­spet­tito, ma è stato il suo labo­ra­to­rio nazio­nale per le rela­zioni spe­ri­co­late tra Pd e pezzi di cen­tro­de­stra. Que­sta volta il voto utile è tor­nato come un boo­me­rang in testa a Renzi. E la sini­stra ha costruito una vera rete, il risul­tato è un mes­sag­gio chiaro: que­sta è la strada. Non quella di un estre­mi­smo decla­ma­to­rio e testi­mo­niale, quella di una sini­stra di governo com­pe­ti­tiva con Renzi.

In Ligu­ria ha fatto la sua parte anche un pezzo di mino­ranza Pd. Per que­sto la sini­stra di Pasto­rino va meglio che altrove?

Abbiamo risul­tati impor­tanti anche in Toscana, Puglia. C’è un ter­reno vasto che però ancora non è occu­pato da una chiara pro­spet­tiva gene­rale: il «sog­getto».
Forse in can­tiere ci sono troppi sog­getti o meglio pro­getti che non comu­ni­cano…
Ora è chie­sto a tutti uno sforzo di gene­ro­sità. Nes­suno deve sot­trarsi alla sfida di met­tere in rete tutto quello che c’è. Sapendo che il ter­reno dell’unità pos­si­bile è quello dell’innovazione poli­tico cul­tu­rale, non la somma alge­brica. Una sini­stra che non con­si­deri degra­dante l’opposizione, ma che anche dall’opposizione sia capace di met­tere in campo una moderna agenda di governo.

Nei pros­simi giorni Civati bat­tez­zerà «Pos­si­bile». Guar­date con atten­zione alla sua iniziativa?

Sì… diciamo che guardo tutto con atten­zione. Pro­pongo a tutti un metodo: met­tersi a dispo­si­zione. Io non ho invi­tato gli ex Pd o altri a entrare in Sel, ho detto: ’La nostra comu­nità è troppo pic­cola per acco­gliere le tante domande di sinsitra’.

Civati dice ’venite a me’?

No, ognuno fa il pro­prio per­corso, il pro­blema ora è fer­marci e coor­di­nare un’attività uni­ta­ria. Il punto non è un altro par­ti­tino o la fusione di due par­ti­tini, ma come tra­sfor­mare una pre­senza a mac­chia di leo­pardo sul ter­ri­to­rio in una massa cri­tica per costruire una sini­stra com­pe­ti­tiva e vin­cente. Arri­vano molti mes­saggi nella bot­ti­glia, e ci indi­cano la dire­zione: troppi poli­ti­ci­smi, bilan­cini, die­tro­lo­gie, gelo­sie: basta. Biso­gna rimet­tere al primo posto la costru­zione di un sog­getto per l’Italia e per l’Europa, che si rela­zioni a Pode­mos, Syriza, alle sini­stre che fanno argine alla cre­scita della destra estrema.
Tor­niamo al fatto che sono i 5 stelle a essere per­ce­piti come la «Pode­mos» ita­liana.
Per­ché la sini­stra del Pd è apparsa come la sini­stra dei penul­ti­ma­tum e si è con­su­mata nei rituali di quel par­tito. E l’operazione di fal­si­fi­ca­zione delle idee della sini­stra si river­bera anche su di noi.

Ma se il mes­sag­gio sulla ’sini­stra vec­chia’ attec­chi­sce, Renzi non sfonda a destra.

Renzi in parte a destra drena, ma in parte rile­git­tima la destra. La par­tita in Ligu­ria e Cam­pa­nia dava l’immagine di un’Italia in cui si è pas­sati dalla con­tesa tra due sini­stre alla quella tra due destre, senza pre­vi­sione di una sini­stra. Que­sta è stata la pre­tesa arro­gante con cui il Pd ha trat­tato la pra­tica Ligu­ria e quella Cam­pa­nia. Si è tor­nati al pro­ta­go­ni­smo dei cacic­chi lsotto l’usbergo delle liste civiche.

Si potrebbe dire anche per Emi­liano, o no?

Anche in Puglia gli ingre­dienti del tra­sver­sa­li­smo c’erano. Ma in Ligu­ria, se si dovesse assu­mere l’alluvione come para­digma del modello di svi­luppo, che dif­fe­renze si vedreb­bero tra Tosi e Paita? Nes­suna. E in Cam­pa­nia? Sta­mat­tina ho ricor­dato l’aneddoto del gene­rale nazi­sta che chiede a Picasso se vera­mente ha fatto lui «Guer­nica», e Picasso risponde: «No, l’avete fatto voi». Mi viene in mente quando Renzi e i suoi cori­fei se la pren­dono con la sini­stra radi­cale che avrebbe fatto per­dere Paita e vin­cere Ber­lu­sconi. Ma è stato lui a resu­sci­tare Ber­lu­sconi. Renzi, la Ligu­ria l’hai fatta tu.

“Salvare dal basso l’Europa prima dello sfascio a cui la stanno conducendo i poteri forti” Intervento di Roberto Musacchio Autore: roberto musacchio da: controlacrisi.org

E’ cominciato il conto alla rovescia per la fine della UE? La domanda è tutt’altro che campata in aria se si pensa che nel 2017 si terrà il referendum promesso da Cameron, e decisivo per la sua vittoria elettorale, sulla permanenza della Gran Bretagna nella Unione. Due anni sono niente e infatti le grandi manovre sono già cominciate. Sul Guardian esce una lettera che un alto funzionario della Banca d’Inghilterra avrebbe inviata “per sbaglio” e in cui si parla dei preparativi per una eventuale uscita dalla UE. Sempre sul Guardian e su Le Monde escono articoli in cui si parla di una “trattativa” tra il duo Merkel-Hollande e lo stesso Cameron. Oggetto: la rinegoziazione della presenza della Gran Bretagna. Che comporterebbe un ripensamento dell’intera UE. Modificando i Trattati, sarebbe l’intenzione del premier inglese. A trattati vigenti, secondo il duo che “comanda” l’Europa. Ma poi, secondo gli stessi giornali, non sarebbe chiaro l’auspicio. Si vuole che la Gran Bretagna resti sul serio nella UE o è meglio pensare a una nuova UE, magari coincidente con l’area Euro, più “politicamente” unita? Cosa sia poi quel “politicamente” è tutto da vedersi.

Già prima delle elezioni europee Hollande, in grande difficoltà in casa propria, aveva rilasciato una serie di interviste ai principali quotidiani europei, con l’anteprima in Francia naturalmente, per riproporre una maggiore integrazione politica. La risposta tedesca era stata raggelante. Va bene, ma questa integrazione maggiore coincide con l’integrazione definitiva delle politiche di bilancio, e di conseguenza economiche e sociali, alla austerità propugnata da Berlino. E, in definitiva, a Berlino stessa. Risultato: Hollande fece calare il silenzio sulla propria stessa proposta. Ora la questione si ripropone. E questa idea dello spacchettamento dell’attuale UE può riproporsi a soluzione di una crisi che si va sempre più aggravando. E complicando. E si perché gli scenari della crisi sono molteplici e non tutti si prestano ad una lettura univoca o ad essere incanalati in una soluzione prevalente. Il duo di testa, Merkel-Hollande, vorrebbe rappresentare l’area della stabilità e della continuità dell’attuale processo di integrazione che è fatto di molteplici fattori, geopolitici, economici, sociali e istituzionali. Questa continuità potrebbe provare a “fare la mossa del cavallo” o ad “arroccarsi” precisamente intorno ad una maggiore strutturazione dell’area Euro. Naturalmente parlare di “continuità” in quella che sarebbe in realtà una “discontinuità” è precisamente una sorta di ossimoro. In realtà si naviga a vista e si provano a riutilizzare materiali di storie precedenti riciclati in contesti che ne cambiano il segno e la valenza. L’”Europa a due velocità” era stato un cavallo di battaglia socialista e alludeva ad una Europa a maggiore integrazione sociale, oltreché economica.
L’”avversario storico” di questa “velleità” socialista è stata la Gran Bretagna e il suo modo “opportunistico” di stare in Europa. Ora il nodo britannico si ripropone e offre il destro per riciclare una vecchia idea. Il problema è che nel frattempo la maggiore integrazione dell’area Euro è proceduta e lo ha fatto sotto la forma dell’austerità. Che a sua volta non nasce dal niente ma da quell’impianto monetarista che è stato imposto dalla Germania per “stare al gioco” della integrazione. In questo Hollande è l’erede “minore”, in quanto minore è il peso della Francia e il suo specifico, di quella Francia che portò alla moneta unica la Germania. Dando però in cambio il controllo di tutto a Francoforte. Ora Hollande può essere tentato di riprovare quel gioco da cui pure sembrava fuggire dopo la risposta tedesca alle sue sortite pre elezioni europee. Non a caso “accompagna” la Merkel sugli “scenari di crisi”, da quello greco, a quello britannico, a quello russo. E cerca qualche sortita in proprio come la proposta di fare Presidente dell’Eurogruppo il ministro delle finanze spagnolo.

Che la Francia punti ad un continuismo lo dicono anche i risultati elettorali più recenti con il riemergere di Sarkozy che “tampona”, almeno per ora, la frana del sistema da parte della Le Pen. Ma in realtà i molteplici scenari di crisi dicono precisamente di una difficoltà anche per la mossa del cavallo. La Grecia è la questione più immediata. Il “gioco a risiko delle “trattative” la dice lunga sul fatto che in realtà su di esse pesano tutti i nodi irrisolti negli attuali “equilibri” europei. Si dice che l’incontro di Riga tra Merkel e Hollande per parlare di Grecia sia andato male. Da qui i gesti “di rottura” greci che vogliono che le carte siano scoperte. Giustamente! Perché di carte coperte ce ne sono forse anche più delle tre proverbiali dei giochi di strada. Si vuole la rottura, da parte della Merkel, con il Grexit? E cosa sarebbe allora la ristrutturazione dell’area Euro senza la Grecia? Si vuole che la Grecia si pieghi ma possa restare dentro? Si vuole dare un “ruolo”, di facciata, a Junker e alla Commissione? Che a trattare sia il FMI, con la BCE che si adegua o viceversa? A proposito di quest’ultima domanda c’è da chiedersi quale partita giochi veramente la BCE e rispetto a chi.

Mentre c’era il vertice di Riga, a Sintra, in Portogallo, la BCE convocava una riunione di tutte le Banche Centrali del Mondo. E si è detto di scambi non proprio tranquilli tra BCE e Federal Reserve USA a proposito del protagonismo della BCE nel dettare agende sociali agli Stati. Cosa che per altro è stata oggetto anche di un parere dell’avvocato generale della Corte di giustizia europea che ha considerato improprio il ruolo della BCE nella Troika precisamente per queste stesse ragioni. Da qui a parlare di un contrasto effettivo tra BCE e FMI certo ce ne passa. Infatti il modello sociale di riferimento, quello del capitalismo finanziario globalizzato, è lo stesso. Ma il suo calarsi in ciò che ancora conta dei contesti geopolitici può fare differenze significative. Sta di fatto che la “soluzione” della vicenda greca è tutta ancora aperta.

Ma il duo Merkel Hollande ha altri fronti aperti. La vittoria nazionalista in Polonia è particolarmente pesante. Anche per l’investimento che era stato fatto sulla Polonia stessa. E poi per il peso che essa ha sul rapporto con la Russia. Terreno dove si misura il massimo di “doppietà” da parte della Merkel. Uso doppietà e non doppiezza perché non è chiaro quanto essa stessa la padroneggi. Da un lato gli intrecci economici profondi, emblematica mente significati anche da ruoli di figure di primo piano come Schroeder in Gazprom e Southstream, dall’altro il “volto dell’arme” della vicenda Ucraina. Con il fatto che ciò per altro rimanda al nodo del rapporto con gli USA che è anch’esso fatto di doppietà come testimoniano i tanti accordi di facciata e i tanti contrasti in tutte le sedi internazionali. Cosa deve essere dell’Ucraina è un punto aperto come la crisi greca. E una idea di “EuroGermania” potrebbe far pendere la bilancia verso un processo di annessione che contrasterebbe con gli interessi di una UE volta a mantenere un equilibrio positivo nei grandi assetti geopolitici.

C’è poi la vicenda spagnola a complicare ancora il quadro. La destrutturazione del quadro politico spagnolo è evidente dall’esito delle elezioni. Meno chiaro il quadro di prospettiva. Ad esempio la affermazione di Ciudadanos può aprire la strada ad un ricambio interno che però non lascia le cose come stanno. Ciudadanos ha una posizione “pro Euro” ma anti UE. Sta dentro ad un sistema di rapporti che dalle borghesie locali “scala” verso il centro. E’ contrattabile con una eventuale Spagna a governo Popolare e Ciudadanos l’arrocco intorno all’”EuroGermania”? E’ una delle tante domande che ci possiamo porre. Comunque sia il “ballo” è aperto.

In giugno i 4 Presidenti,della Commissione, del Consiglio, dell’Eurogruppo e della BCE, incaricati dal Consiglio, presenteranno il progetto di revisione della governance. Nei primi testi preparati da Junker c’è il rafforzamento dell’area euro. Può essere un’occasione? Per le cose che ho detto sono molto scettico ed anzi preoccupato. Per chi pensa, anche “da sinistra” a questo rafforzamento come una occasione per immettere più politica, più economia sociale e più democrazia c’è, a mio avviso, una lettura non adeguata di come ciò che sia mancato a questa “Europa reale” non sia stata la politica. Anzi c’è stata una politica che, dal monetarismo alla austerità, ha costruito la transizione dall’Europa sociale degli anni gloriosi all’”Europa Reale” di oggi. E, se vogliamo continuare con i paragoni, naturalmente “forzati”, con la parabola del “Socialismo reale”, potremmo assistere ad un arrocco intorno all’”EuroGermania” che assomiglia a quello intorno alla Russia seguito al crollo del vecchio campo socialista.

Nel mio modo di vedere le cose l’idea dell’Europa allargata era esattamente diversa ed alternativa a quella di un superstato europeo e si fondava sulla forza di un modello sociale progressivo che poteva rappresentare un’altra idea di globalizzazione. Se viene, come sta avvenendo, spiantata dalla globalizzazione liberista che tiene per sé il monopolio della globalizzazione lasciando agli Stati, anche quelli “super”, di gestire le contraddizioni geopolitiche senza più influire sui modelli sociali, può avvenire qualcosa di simile a ciò che è avvenuto col socialismo. Persa la spinta propulsiva del modello sociale alternativo è rimasto prima il “Reale” e poi la Russia di Putin. Temo dunque che l’arrocco sia il viatico precisamente per un percorso ancora più “buio”. Che per altro lascia aperte tutte le contraddizioni sociali e geopolitiche. Per questo a me pare che la sola vera prospettiva venga da quanto sta rianimando il rapporto tra identità europea, ivi comprese le identità nazionali, e missione sociale progressiva densa di elementi universalistici. E’ ciò che vive nella realtà di Syriza come di Podemos. Ma si ritrova anche nel voto scozzese o in quello, splendido, per i diritti degli omosessuali in Irlanda. A novembre si voterà in Spagna. A inizio 2016 in Irlanda. Se riusciremo intanto a costruire, anche dal basso, dalle città liberate come Barcellona, dalle lotte contro l’austerità del governo greco, dalle piattaforme per i diritti europei, da quelle per i migranti, coalizioni europee forse potremo salvare l’Europa dallo sfascio dove la stanno conducendo i “potenti”

Sel continua a dialogare con Renzi. Messaggio di Tsipras: “Lottare contro la barbarie dell’austerità” | Autore: fabrizio salvatori

All’assemblea nazinoale di Sel Vendola incassa il sì della stragrande maggioranza del partito. Migliore impone a dieci dei suoi l’astensione. La linea di forte mediazione lo convince a metà. Questa la formula usata da Vendola: “Dobbiamo proseguire nella strada che abbiamo gia’ incominciato a percorrere, dialogando con Matteo Renzi e sfidandolo nello stesso tempo, in primo luogo sui vincoli dell’Unione europea”. Niente di nuovo, quindi. Secondo il leader di Sel, in autunno i nodi verranno al pettine al di la’ degli spot televisivi e noi dovremo svolgere il nostro ruolo se non vogliamo essere destinati a ridurci la mummia di una speranza. Stiamo dando una cattiva notizia a chi si aspetta
oggi il de profundis di Sel”. All’assemblea ha mandato un suo messaggio Alexis Tsipras. Questo il testo della lettera. 

Carissime compagne e compagni dell’Assemblea Nazionale di SEL,
volevo ringraziarvi per la vostra determinazione e coerenza con cui avete condotto la battaglia delle elezioni europee. “L’Altra Europa” è riuscita di superare difficoltà e avversità e ha ottenuto un risultato elettorale significativo. Ha fatto cadere la legge elettorale antidemocratica, ha superato la censura e grazie allo spirito di sacrificio di migliaia di compagne e compagni e attiviste e attivisti è riuscita a eleggere tre eurodeputati in un scenario politico e sociale difficile in Italia e in Europa. L’aiuto dei militanti e amiche e amici di SEL in questo sforzo collettivo era determinante.

Il nostro successo nella battaglia delle elezioni europee ha dimostrato che in questa difficile lotta, per far fronte alle sfide, non deve mancare nessuno e che nonostante le difficoltà è importante continuare la strada dell’unità con pazienza, insistenza e dialogo. Conosco molto bene, dalla esperienza di Syriza in Grecia, che questa è una difficile strada. Ma è l’unica strada che può portare alla luce. Le notizie che mi sono arrivate dall’Italia negli ultimi giorni sono molto tristi. Il posto della speranza, dell’ottimismo, dell’altruismo e della lotta comune e disinteressata è stato preso da contrapposizioni e disaccordi per la ripartizione della rappresentanza e dei seggi al Parlamento europeo. Credo che la presenza di Barbara Spinelli al Parlamento europeo è positiva, come credo che potete ù importanti di quelle che ci dividono, specialmente in tempi di crisi. In ogni caso vale la pena di continuare la sfida del progetto de “L’Altra Europa”, come una figura collettiva e plurale, che potrà rappresentare per i prossimi cinque anni tutta la Sinistra Italiana al Parlamento europeo, ma contemporaneamente anche una piattaforma di democrazia diretta e di azione collettiva all’interno.

Pochi giorni fa a Bruxelles ho avuto l’occasione di incontrarmi con Nichi Vendola, Nicola Fratoianni, Arturo Scotta e Francesco Martone e riaffermare la nostra volontà per continuare il nostro comune cammino. Non ho alcun dubbio della sincerità di queste intenzioni. A Bruxelles, come ad Atene e Roma, da qualunque posto, siamo pronti a lottare contro la barbarie dell’austerità neoliberale e di difendere la dignità e i diritti dei nostri popoli, specialmente dei lavoratori del precariato, dei disoccupati e dei giovani. Ho piena fiducia che in questa battaglia la Sinistra Ecologia Libertà e “L’Altra Europa” saranno in prima linea. Vi auguro di cuore buon successo al lavori della vostra Assemblea Nazionale e a tutti voi di essere forti.

Lavoro, i giovani del Pd scrivono a Renzi: “Il Jobs act non è la strada giusta” Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Pd sotto tiro per il Jobs act e il decreto lavoro. C’è una mezza rivolta ne partito, a partire da regioni importanti come l’Emilia Romagna. Non solo, dall’esterno arrivano vere e proprie azioni mirate. Ieri gli insegnanti precari che da due settimane tengono un presidio davanti alla sede del PD a Milano per chiedere un impegno sul tema della Scuola Pubblica e della stabilizzazione di chi insegna da troppi anni come precario, hanno occupato simbolicamente la sede del PD esponendo il loro striscione. Intanto si annuncia lo sciopero dei precari della scuola per l’11 aprile con un corteo a Roma.A dire nero su bianco che il decreto Lavoro “non e’ la strada giusta” e per questo va ritirato e’ Vinicio Zanetti, segretario regionale dei Giovani democratici dell’Emilia-Romagna, che ha spedito una lettera al premier Matteo Renzi proprio alla vigilia della conferenza economica del Pd di domani a Viano, nel reggiano, con il responsabile Economia del partito, Filippo Taddei. Il segretario dei giovani del Pd (che alle scorse primarie appoggio’ Gianni Cuperlo) non e’ nuovo alle critiche al decreto Lavoro, che defini’ “una porcata pazzesca” non piu’ tardi di tre settimane fa. “Basta con la precarieta’- scrive Zanetti- non ne possiamo piu’. E’ inutile negare che in Italia, in questi anni, si e’ gia’ abbastanza abusato dei contratti a termine o a progetto e delle false partite Iva. Basta. La nostra e’ ormai diventata una vita precaria, senza la possibilita’ di costruirci un futuro. Non possiamo piu’ immaginare o sognare una vita dignitosa, perche’ gia’ sappiamo che molto probabilmente non ne avremo i mezzi e dovremo pesare sulle spalle dei nostri genitori per tanti anni”.
Zanetti chiede a Renzi se “e’ questo il futuro che vuoi per i giovani del tuo Paese. Io non credo che sia la strada giusta e per questo, a nome di tantissimi giovani precari, ti chiedo: ritira il decreto Lavoro”, che “introduce piu’ precarieta’ o, di fatto, la legalizza piu’ di quanto non lo fosse gia’”. Piuttosto, suggerisce il segretario dei giovani del Pd dell’Emilia-Romagna, “riduci il numero delle tipologie contrattuali e inserisci il contratto unico a tempo indeterminato a tutele crescenti, come dovrebbe prevedere il Jobs act”. “Caro Matteo- scrive il numero uno dei giovani Pd in Emilia-Romagna al premier- riconsegnaci la possibilita’ di sognare e di vedere un futuro davanti a noi”. In Italia, ricorda Zanetti, “la disoccupazione giovanile e’ al 43%, la piu’ alta di sempre; due milioni di ragazzi non studiano e non lavorano; un’intera generazione e’ senza speranza e non vede un futuro davanti a se'”. Pero’, sostiene il segretario dei Giovani democratici, “molti ragazzi ripongono tanta fiducia nei tuoi confronti e, nonostante non ti abbia votato al congresso, penso e spero che tu sia veramente in grado di cambiare e risollevare le sorti di questo Paese”. Finora, infatti, “le tue proposte e i tuoi provvedimenti sono andati nella direzione giusta- afferma Zanetti- il taglio dell’Irpef; il pagamento dei debiti della Pa; l’aumento delle tasse sulle rendite finanziarie; gli investimenti sulla scuola, sugli insegnanti e sull’educazione, anche se spero che ci saranno anche investimenti sul diritto allo studio”. Inoltre, continua Zanetti, “ci piace la tua visione di Europa, ma soprattutto del ruolo che l’Italia deve avere in Europa”. Quello che invece proprio non va, invece, “e’ il decreto lavoro”, ribadisce il segretario dei giovani Pd emiliano-romagnoli.

La breccia di porta Renzi Fonte: il manifesto | Autore: Giorgio Airaudo e Giulio Marcon

Lista Tsipras. La posta in gioco non è semplicemente il risultato elettorale (superare la soglia del 4% non sarà semplice), ma riaprire il dibattito e una iniziativa su uno spazio politico a sinistra del Pd non subalterno e residuale

Matteo Renzi At The Democratic Party PD National Assembly

Girando per l’Italia, due sono le sen­sa­zioni per l’avventura appena ini­ziata della Lista per l’ Altra Europa con Tsi­pras : la dif­fi­coltà e la fatica (di rac­co­gliere le firme, ma anche di con­tem­pe­rare diver­sità e vec­chie rug­gini) e l’entusiasmo per un’iniziativa che ha rimesso in gioco ener­gie e spe­ranze per una sini­stra senza agget­tivi  e per un suo ritorno al par­la­mento euro­peo dopo cin­que anni di assenza. C’è innanzi il tre­mendo osta­colo con cui ci si è con­fron­tati — e che sem­bra sulla via di solu­zione — della rac­colta delle firme: rac­co­glierne 3mila in Valle d’Aosta e 15mila in Sici­lia è una richie­sta pale­se­mente incon­grua, ingiu­sta e ves­sa­to­ria verso chi cerca di per­cor­rere la strada di una rap­pre­sen­tanza poli­tica nuova. La posta in gioco poi non è sem­pli­ce­mente il risul­tato elet­to­rale (supe­rare la soglia del 4% non sarà sem­plice), ma ria­prire il dibat­tito e una ini­zia­tiva su uno spa­zio poli­tico a sini­stra del Pd non subal­terno e residuale.

Per chi avesse – anche den­tro Sel – guar­dato nei mesi scorsi soprat­tutto all’evoluzione interna del Pd dev’essere ormai chiaro che l’ipotesi di fare la quarta o quinta cor­rente di sini­stra den­tro il Pd (oltre ai civa­tiani, dale­miani, ber­sa­niani, gio­vani tur­chi, ecc) non ha alcun senso poli­tico: è una stra­te­gia con­dan­nata al fal­li­mento dal “nuo­vi­smo con­ser­va­tore” di Mat­teo Renzi. Anche nella ipo­te­tica rico­stru­zione di un rap­porto — dina­mico e con­flit­tuale — con il Pd, l’esistenza di una forza di sini­stra auto­noma, irri­du­ci­bile alle lar­ghe intese e radi­cal­mente oppo­sta alla logica dell’austerità e del fiscal com­pact diventa un pas­sag­gio fon­da­men­tale da per­cor­rere sino in fondo. Renzi, nel suo eclet­ti­smo deci­sio­ni­sta e velo­ci­sta, mescola con­fu­sa­mente qual­che buon pro­po­sito tutto da vedere (come il taglio dell’Irpef) nelle non indif­fe­renti moda­lità di ero­ga­zione con la con­ti­nua­zione della pre­ca­riz­za­zione del mer­cato del lavoro come rispo­sta alla domanda di lavoro: la più clas­sica e ver­go­gnosa delle ricette libe­ri­ste che sca­rica sulla soli­tu­dine della per­sona la respon­sa­bi­lità di un’ occu­pa­zione qual­si­vo­glia dove il lavoro è svalutato.

Se la Lista per l’Altra Europa dovesse otte­nere un buon risul­tato, nulla sarà come prima e nes­suna forza poli­tica che a que­sto risul­tato ha con­tri­buito potrà pen­sare di col­ti­vare la pro­pria auto­suf­fi­cienza. Bensì dovrà essere capace, con gene­ro­sità e pren­dendo l’iniziativa, di costruire un campo più largo e plu­rale, per­cor­rendo strade nuove. Non certo quelle della vec­chia sini­stra arco­ba­leno o dei vec­chi car­telli — redu­ci­sti e mino­ri­tari — di pic­coli par­titi e forze ormai con­su­mate in que­sti ultimi quat­tro anni che hanno cam­biato tutto nel pano­rama poli­tico e sociale.

Se, come ha detto più volte Nichi Ven­dola il tema non è quello del par­tito , ma della par­tita , quella da gio­care dopo il 26 mag­gio — se la Lista Tsi­pras avrà un risul­tato — è di pren­dere l’iniziativa, e non subirla, per met­tersi al ser­vi­zio della costru­zione di un campo della sini­stra senza agget­tivi. Una sini­stra sog­getto del governo del cam­bia­mento, radi­cal­mente alter­na­tivo alle lar­ghe intese e alle “pic­cole patrie” gene­rate dalla crisi della sini­stra, in grado di aggre­gare chi è col­pito dall’austerità. Quelle lar­ghe intese e quell’austerità che hanno segnato la subal­ter­nità di una parte della sini­stra euro­pea (come ricor­dato anche da Schulz) alle ricette di un con­ser­va­to­ri­smo tec­no­cra­tico che — pro­vo­cando depres­sione eco­no­mica, impo­ve­ri­mento e dise­gua­glianze — ha impe­dito un’uscita della crisi nel segno del lavoro, dell’eguaglianza e di un nuovo modello di sviluppo.

In que­sto senso vanno pen­sate anche le rela­zioni con il Movi­mento 5 stelle. Non si tratta né di farne degli “intoc­ca­bili della poli­tica”, né di imba­stire ope­ra­zioni poli­ti­ci­ste, spe­rando di stac­care qual­che pezzo di gruppo par­la­men­tare. Occorre par­lare diret­ta­mente a chi (mol­tis­simi vec­chi elet­tori della sini­stra) ha votato per i 5 Stelle e in secondo luogo assu­mere i temi, anche con mag­giore radi­ca­lità, che sono alla base di quel movimento.

La strada giu­sta , in Ita­lia come in Europa, è quella pre­sen­tata qual­che giorno fa a Bru­xel­les dall’incontro della Rete euro­pea degli eco­no­mi­sti pro­gres­si­sti (Euro-pen): fine dell’austerità, supe­ra­mento della pre­ca­rietà, demo­cra­tiz­za­zione delle isti­tu­zioni euro­pee, pro­mo­zione di un new deal sociale ed eco­lo­gico, regole dei mer­cati finan­ziari. E’ in gioco il supe­ra­mento delle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste e con esse della tena­glia tecnocrazia-populismo che ha stri­to­lato in que­sti anni la poli­tica demo­cra­tica, la sovra­nità popo­lare, la rap­pre­sen­tanza, il lavoro.