Pd, scandali e risse: la deriva che Matteo Renzi non riesce a fermare da: l’epresso

Travolto dalle inchieste. Infiltrato da affaristi e mafiosi. Con gli iscritti in fuga. Il partito democratico è in crisi. E il segretario e premier non sembra poterla controllare

di Marco Damilano

02 aprile 2015

Pd, scandali e risse: la deriva che Matteo Renzi non riesce a fermare

Divisioni. Iscritti in fuga. Infiltrazioni di ogni tipo, comprese quelle della criminalità mafiosa. «Un partito buttato», travolto da indagini giudiziarie e da minacce di scissione. È il Pd che si avvia alle elezioni regionali di fine maggio raccontato nell’inchiesta dell’“Espresso” di questa settimana.

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Un viaggio da Nord a Sud in quello che l’ex ministro Fabrizio Barca nel suo rapporto sul Pd romano definisce «un partito non solo cattivo ma pericoloso e dannoso», in cui «traspaiono deformazioni clientelari e una presenza massiccia di “carne da cannone da tesseramento”» e che «subisce inane le scorribande dei capibastone». Con il più importante dei suoi leader storici, Massimo D’Alema, in guerra con la magistratura e con la stampa dopo intercettazioni e notizie senza rilevanza penale che accostano la sua fondazione ai dirigenti della cooperativa Cpl Concordia arrestati da pm napoletani.

vedi anche:

Pd

Ma che razza di partito è diventato il Pd?

Scosso dagli scandali, da nord a sud. Succube dei vecchi apparati. In calo drammatico di iscritti. Diviso fino al rischio di scissione. Si avvicinano le elezioni regionali e il Pd è del tutto fuori controllo. 
E Renzi sembra incapace di agire

A Roma e a Ostia il Pd è chiamato a liberarsi dai condizionamenti della mafia. In Calabria non è stata ancora completata la formazione della giunta di Mario Oliverio, eletta quattro mesi fa. In Campania c’è il caso di Vincenzo De Luca e l’arresto a Eboli di funzionari accusati di sfruttare donne immigrate: certificati falsi di residenza in cambio di voti alle primarie comunali per il Pd. In Sicilia c’è il candidato vincente alle primarie del Pd Silvio Alessi che in realtà è di Forza Italia. Nelle Marche, al contrario, il presidente uscente del Pd Gian Mario Spacca guiderà una lista civica di centrodestra con gli uomini di Berlusconi.

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Alfredo Reichlin alla minoranza Pd: ‘Basta divisioni interne’

“Cosa sarebbe del progetto di Renzi se dovesse rompere con la sinistra?” si chiede lo storico dirigente del Pci, partigiano e amico di una vita di Pietro Ingrao. E ancora: “Anch’io vedo 
le sue chiusure. Ma non mi sembra 
che ci sia nel Paese la richiesta di un nuovo partito”

In tutte queste situazioni c’è un solo protagonista, il Pd di sempre, con i vecchi uomini e i vecchi metodi, e un grande assente, il nuovo corso di Renzi. Decisionista da capo del governo, da segretario del Pd Renzi si rivela immobilista. Nei territori finisce in minoranza o è costretto ad affidarsi ai professionisti del trasformismo. E dietro di lui c’è il deserto. «vedo una contraddizione profonda tra il Pd di Roma e il territorio e tra Renzi e il renzismo.

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C’è una grande distanza tra il segretario-premier e la sua classe dirigente», dice Antonio Bassolino. E sulla scissione, avverte il grande vecchio Alfredo Reichlin, «vedo in Renzi una preoccupazione. Lui sa che non si fa un partito del 40 per cento che vuole rappresentare il Paese nel profondo senza un rapporto con l’elettorato di sinistra e le sue rappresentanze». Ma anche per questo il Pd renziano rischia di apparire un’occasione perduta. Un partito buttato.

L’ARTICOLO INTEGRALE SULL’ESPRESSO IN EDICOLA VENERDI’ 3 APRILE E SU ESPRESSO+

Siria, quattro anni dopo: quando la protesta è degenerata in terrore da: www.resistenze.org


Gianmarco Pisa | sibialiria.org

15/03/2015

Siria, 15 Marzo 2011. Non un giorno come un altro. Anche in Siria giunge una eco, per quanto distorta e deforme, di quella più ampia sollevazione che la stampa occidentale ha subito battezzato come “Primavera Araba”. Questa, a cavallo tra il 2010 ed il 2011, aveva interessato in primo luogo i Paesi della sponda mediterranea, in primo luogo la Tunisia e l’Egitto, sull’onda di un malcontento, vissuto presso settori della gioventù urbana e della popolazione povera, determinato dalla crisi economica e dal peggioramento delle condizioni materiali, e, per altri versi, aspetto maggiormente enfatizzato dai circuiti mainstreaming, dalle difficoltà legate alle burocrazie locali ed alle libertà di espressione. La Siria era rimasta sostanzialmente immune ai primi fermenti della sollevazione: se incitazione alla rivolta c’era stata, sino a quel momento, essa era giunta solamente da frange radicali della componente sunnita presente nel Paese, una opposizione storica al regime laico e panarabo espresso dal Ba’th, che, con Hafez al Assad dal 1970 e il nuovo presidente, Bashar al Assad dal 2000, aveva portato la minoranza alawita al potere del Paese. La situazione economico-sociale del Paese è mediamente migliore di quella che si registra in altri contesti: la tradizione multi-confessionale del sistema siriano è rispettata e, sebbene le recenti aperture ai mercati occidentali e l’incremento della inflazione abbiano aumentato il gap tra la città e la campagna e tra la costa e l’interno, non si registrano le clamorose sperequazioni frequenti altrove. La protesta del 15 Marzo a Dar’a muove da un contesto tra i più poveri e tradizionalmente ostili al potere ba’thista e si salda a Damasco con proteste di settori studenteschi e di classe media, su cui precipita il combinato disposto della repressione governativa e dell’incitamento anti-governativo proveniente non solo dai settori conservatori ma anche dai media ostili (Al Jazeera e Al Arabya).

Siria, 15 Marzo 2015. La Siria è in piedi, la Costituzione è stata riformata e Assad è al potere. Uno dei temi ricorrenti della comunicazione pubblica da parte di Assad è il refrain per cui «solo con la repressione, senza il consenso, sarebbe impossibile per qualsiasi governo, dopo quattro anni di guerra e di distruzioni, rimanere al proprio posto». Otto giorni dopo quel 15 Marzo di quattro anni fa, il governatore regionale di Dar’a viene rimosso; tempo una settimana, ed anche il capo del governo viene sostituito; nei mesi successivi viene ridotta la coscrizione obbligatoria, rivisto il sistema fiscale, promosso l’incremento dei salari. Il 21 Aprile viene accolta una delle richieste forti delle manifestazioni, la revoca dello stato d’emergenza; la nuova Costituzione siriana viene approvata con un referendum popolare, il 26 Febbraio 2012, da quasi il 90% dei votanti pari a circa il 56% della popolazione siriana (sebbene il dato non sia confermato da osservatori indipendenti); invece, le successive elezioni politiche, il 7 Maggio 2012, sono seguite anche da osservatori indipendenti, registrano una affluenza al voto superiore al 51% e la netta vittoria delle forze della maggioranza, raggruppate intorno al Ba’th nel Fronte Progressista, cui appartengono anche i due partiti marxisti del Paese. Il 3 Giugno 2014, nelle prime elezioni presidenziali pluri-partitiche, a norma della Costituzione rinnovata che abroga il ruolo-guida del Ba’th sullo Stato e sulla società e supera la direzione pianificata dell’economia nazionale, Assad è riconfermato con l’88% dei voti espressi, in una tornata che vede un’affluenza superiore al 73%. Non c’è dubbio che il risultato elettorale, di per sé, non cancella e non giustifica quelle violazioni, di cui anche il governo legittimo si è reso responsabile, nel corso del conflitto; ciò non toglie che la portata di tale consenso vada almeno riconosciuta, specie da parte di chi usa ergersi a “paladino” delle libertà elettorali.

In mezzo, e tuttora, c’è la guerra: una guerra, come è stato detto, “civile” e “per procura”, al netto del fatto che, secondo stime indipendenti, oltre 200 mila terroristi stranieri, provenienti da più di 80 Paesi del mondo, abbiano combattuto in Siria in tutti questi anni; che i danni provocati dalla guerra, secondo altre stime, pur difficilmente quantificabili, ammontino ad oltre 80 miliardi di dollari sino ad oggi; che la Siria è diventata il terreno privilegiato non solo della nuova contrapposizione strategica tra Stati Uniti e satelliti atlantici, da una parte, e Russia e Cina, dall’altra, ma anche delle divisioni nel mondo sunnita, tra Turchia e Qatar, da un lato, ed Egitto ed Emirati Arabi, dall’altro. Le continue provocazioni ed ingerenze straniere, unite alla barbarie, cui assistiamo pressoché quotidianamente, delle varie frange islamiste radicali, nella cornice di una complessiva destabilizzazione ai danni della Siria, come Paese e come governo, hanno alimentato le fila e le risorse di quello stesso terrorismo la cui espansione finisce oggi per preoccupare quelle stesse cancellerie che lo hanno a lungo finanziato e sostenuto; e hanno dato il contributo decisivo al sostanziale azzeramento delle forze democratiche e “moderate” che pure si erano manifestate nella, sempre più lontana, primavera del 2011. Gli interrogativi attualmente in corso, presso alcune capitali europee, sulla riapertura dei collegamenti diplomatici con Damasco, potrebbero essere il segnale di un ripensamento necessario. Se così fosse, andrebbe sostenuto e incoraggiato, per non confermare, ancora una volta, l’insopportabile trappola dei “due pesi e due misure”.

Tsipras ha perso, la stampa italiana ha vinto da: il manifesto

Merkel e Tsipras a Bruxelles

Voi che mani­fe­state al freddo e al gelo con il mani­fe­sto in tasca, state facendo un grosso errore. State spre­cando tempo, e forse anche denaro, inu­til­mente. La causa è persa, la guerra è finita. Ale­xis Tsi­pras ha ceduto, si è arreso alle poten­tis­sime forze della finanza, quelle stesse che ten­gono in ostag­gio da più di un anno il pre­si­dente del con­si­glio italiano.

Il sogno di un ribal­ta­mento della realtà eco­no­mica dell’eurozona è ormai tra­mon­tato sotto i colpi impla­ca­bili della realtà. Biso­gna ammet­terlo: non c’è altra strada.

Basta leg­gere con atten­zione la stampa ita­liana di que­sti giorni e si capi­sce che per la Gre­cia non c’è, non c’è mai stata, alcuna spe­ranza. Le cose vanno dette: ieri l’autorevole Cor­riere della Sera ha dato una grande lezione di gior­na­li­smo a tutti noi. In prima pagina il titolo diceva «Tsi­pras: accetto le regole UE». Eh sì, cari let­tori, que­ste sono vere noti­zie: il popu­li­sta anti­eu­ro­peo alla fine si è con­ver­tito e ha visto la luce. Sotto il titolo il pezzo ini­ziava così «Ber­lino apre sul caso greco». Ovvia­mente, il pezzo dice il falso, la verità sta nel titolo.

Il nostro eroe è stato costretto a capi­to­lare e ad accet­tare le ter­ri­bili «regole UE», quelle su cui si fonda, per capirci. Tu, inge­nuo let­tore, credi che par­lino di libertà, demo­cra­zia e soli­da­rietà ed ecco cosa si impara a non leg­gere Il Cor­riere. Le regole fon­da­tive dell’Unione euro­pea, quelle che Ale­xis Tsi­pras ha appena accet­tato, dicono tutt’altro: che i debiti deb­bono essere pagati per intero, che siamo nati per sof­frire, che i poveri devono diven­tare sem­pre più poveri e i ric­chi sem­pre più ric­chi e che lo stato sociale costa troppo.

D’altronde, il gio­vane pre­mier greco era vera­mente con le spalle al muro. Lo ha rive­lato la Repub­blica due giorni fa con uno scoop «mon­diale»: le casse di Atene pos­sono reg­gere appena due set­ti­mane, non di più. Dal primo marzo niente più sti­pendi né pen­sioni. Ma come si è saputa que­sta scon­vol­gente noti­zia? Da «fonti con­ver­genti di Atene e Bru­xel­les», vi si legge. Auto­re­vo­lis­sime ma ano­nime. Que­sto ovvia­mente non ha impe­dito ad altri accor­tis­simi organi di stampa di ripren­dere l’esclusiva repub­bli­cana e riprodurla.

Sulle fonti di Bru­xel­les non c’è biso­gno di dilun­garsi, le cono­sciamo tutti. Sarebbe invece inte­res­sante sapere di più sulle fonti di Atene. Il let­tore del mani­fe­sto, che è stato edu­cato nel sospetto sta­li­ni­sta, magari le asso­cerà ai per­so­naggi che sono stati ospi­tati sulla stampa ita­liana durante il periodo pre­e­let­to­rale. Eccoli. Tutti espo­nenti di spicco della «nuova» classe diri­gente, la cui parola conta: l’ex mini­stra ed ex com­mis­sa­ria euro­pea Anna Dia­man­to­pou­lou, fuori dalla poli­tica dal 2012, l’ex pre­mier George Papan­dreou, fuori dal Par­la­mento, l’ex mini­stra del Turi­smo Olga Kefa­lo­gianni, bella donna, il pre­si­dente dimesso del Pasok Evan­ge­los Veni­ze­los. Magari però sono fonti ancora più pre­sti­giose: l’ufficio stampa di Nuova Demo­cra­zia, il gover­na­tore della Banca di Gre­cia Yan­nis Stour­na­ras oppure il suo suc­ces­sore al mini­stero delle Finanze greco Ghi­kas Har­dou­ve­lis, un ban­chiere desa­pa­re­cido dal 26 gennaio.

Ma molto pro­ba­bil­mente la fonte miste­riosa di Repub­blica è l’ex mini­stro della Salute Ado­nis Geor­gia­dis, pre­sti­gioso edi­tore di pam­phlet anti­se­miti, che invi­tava i greci a riti­rare i risparmi dalle ban­che. Sfor­tu­na­ta­mente, i greci non hanno dato ascolto a Geor­gia­dis, forse per­ché lo cono­scono, ma lo sce­na­rio dell’assalto agli spor­telli è molto pia­ciuto alla stampa main­stream (come diciamo noi in Tra­cia) di que­sto paese.

Ma que­sti sono det­ta­gli. La noti­zia vera è che Tsi­pras e Varou­fa­kis hanno ammesso pub­bli­ca­mente che sono pronti ad acco­gliere il 70% delle impo­si­zioni della troika in cam­bio dei famosi 7,5 miliardi. Il governo greco ha accet­tato quelle più impe­gna­tive e ha fatto mar­cia indie­tro su quelle meno impe­gna­tive, giu­sto per non fare brutta figura di fronte al suo elet­to­rato. Tsi­pras final­mente «è diven­tato adulto», come argu­ta­mente ha sot­to­li­neato il socia­li­sta Mar­tin Schulz: una volta al governo, solo i bam­bini fanno quello che ave­vano pro­messo prima del voto.

In altre parole, Atene ha detto di no a qui­squi­lie del tipo: nuovi aumenti dell’Iva, nuovi tagli alle inden­nità e alle pen­sioni, per­met­tere licen­zia­menti in massa, restri­zioni all’attività sin­da­cale. Ha accet­tato invece obtorto collo di com­bat­tere l’evasione fiscale, faci­li­tare la crea­zione di nuove imprese, rifor­mare l’amministrazione pub­blica, rive­dere il codice deon­to­lo­gico delle ban­che, aggra­vare le pene per l’evasione fiscale, imporre una legi­sla­zione anti­mo­no­po­li­sta e in favore della concorrenza.

Come avrete capito, l’austerità è finita, si parla di riforme vere e di svi­luppo: tutte misure che vanno nella dire­zione con­tra­ria alle dema­go­gi­che pro­messe pre­e­let­to­rali di Tsi­pras. Che sarebbe dun­que un uomo distrutto, un lea­der in rapido declino, soste­nuto da appena il 72% dei suoi concittadini.

In que­sta nuova situa­zione, con Syriza pronta ad ade­rire al Ppe, forse ci sono spe­ranze di con­vin­cere anche il seve­ris­simo arti­co­li­sta che su Il Foglio di ieri sen­ten­ziava: «Come si fa a tenere den­tro l’eurozona un paese che prima è entrato fal­si­fi­cando i conti, ora fa di tutto per dimo­strare di non rico­no­scere gli impe­gni e nep­pure di cono­scere le regole di con­vi­venza nel gruppo?». La rispo­sta, per l’articolista, è ovvia: biso­gna but­tare fuori la Gre­cia di Tsi­pras «per fare chia­rezza». Dra­ghi si è fatto subito tra­durre l’articolo in ita­liano per studiarlo.

In con­clu­sione, caro let­tore mani­fe­stante, la situa­zione è dispe­rata, non hai alcuna spe­ranza. Arren­diti al genio della grande stampa di que­sto paese. E forse ti per­met­te­ranno di vedere San Remo.

Libertà di stampa, il tonfo dell’Italia nella classifica mondiale di Rsf Autore: redazione da. controlacrisi.org

Nel mondo la liberta’ di stampa ha subito un calo “brutale” nel 2014, con i due terzi dei 180 Paesi monitorati che hanno subito un arretramento negli standard rispetto all’anno precedente. Male anche l’Italia che perde 24 posizioni, scivolando al 73esimo posto, dietro la Moldavia e davanti al Nicaragua. A mettere i numeri nero su bianco è “Reporter senza frontiere”. La classifica annuale di Rsf si basa su sette indicatori: livello di abusi, pluralismo, indipendenza dei media, autocensura, quadro giuridico, trasparenza e infrastrutture. Il “deterioramento complessivo” della liberta’ di stampa, afferma Christophe Deloire, segretario generale di Rsf, e’ causato da fattori congiunti, tra cui l’azione di gruppi islamisti radicali come lo Stato Islamico o Boko Haram, che “si comportano come despoti dell’informazione”.
Nel caso italiano a pesare e’ l’intimidazione della mafia nei confronti dei giornalisti, vittime anche di processi per diffamazione abusivi. “Da Boko Haram all’Isis, attraverso i narcotrafficanti o la mafia, il modus operandi – scrive Rsf -per bloccare la stampa e’ lo stesso: paura o ritorsioni”. I Paesi piu’ pericolosi al mondo per i giornalisti sono la Siria (177esimo posto), dietro la Cina (176), e davanti ai fanalini di coda: Turkmenistan (178), Corea del Nord (179) ed Eritrea (180). Iraq compare alla 156esima posizione e la Nigeria alla 111esima. Questi ultimi due Paesi hanno visto quest’anno la comparsa di ‘buchi neri dell’informazion’, si legge nel rapporto. A occupare le prime posizioni continuano a essere i Paesi scandinavi: per il quinto anno consecutivo e’ la Finlandia a mantenere il primo posto, seguita da Norvegia e Danimarca. Nella classifica anche piccoli Stati come Lussemburgo (dal quarto posto al 19esimo), Liechtenstein (dal sesto al 27esimo) e Andorra (dal quinto al 32esimo). “Qui – osserva l’Ong – la vicinanza tra poteri politici, economici e media genera conflitti di interesse estremamente frequenti”. Tra i Paesi dell’Unione Europea, ultimo posto per la Bulgaria (106). Male anche la Grecia alla 91esima posizione, dietro il Kuwait. La Francia conquista un posto in piu’ rispetto all’anno scorso anche se la classifica non tiene conto dell’attacco alla redazione di Charlie Hebdo.
Rsf inoltre denuncia una “intensificazione della violenza contro giornalisti e cittadini che coprono le proteste” citando il caso di Ucraina, Hong Kong, Brasile e Venezuela. Per quanto riguarda gli Stati africani, nonostante la Costa d’Avorio sia salita nelle posizioni di 15 posti, Congo e Libia sono indietreggiati di 25 e 17 posti rispetto all’anno precedente. La classifica annuale di Rsf si basa su sette indicatori: livello di abusi, pluralismo, indipendenza dei media, autocensura, quadro giuridico, trasparenza e infrastrutture.

Sotto la cappa del nuovo potere | Fonte: Il Manifesto | Autore: Alberto Burgio

Siamo pro­prio sicuri che lo stato (deso­lante) dell’informazione poli­tica in Ita­lia rien­tri nella nor­ma­lità, che asse­gna alla «strut­tura mate­riale dell’ideologia» la fun­zione di pro­teg­gere e con­so­li­dare l’esta­blishment? Fosse così, non ci ras­se­gne­remmo, ma nem­meno avremmo la per­ce­zione di una situa­zione patologica.

In tutti i paesi del mondo, sotto qual­siasi regime, la «grande stampa» aiuta il potere. Rico­no­scerlo non implica equi­pa­rare sistemi tota­li­tari e plu­ra­li­stici. Né igno­rare la rile­vanza dei diritti di libertà e l’importanza della fun­zione svolta, nei sistemi plu­ra­li­stici, dalla stampa indi­pen­dente e di oppo­si­zione. Resta che ovun­que tra stampa e potere inter­cor­rono rap­porti di mutuo soc­corso. Che il mondo dell’informazione è dap­per­tutto con­ti­guo ai luo­ghi del potere eco­no­mico e poli­tico. Che spesso il con­fine tra infor­ma­zione e pro­pa­ganda è labile e di dif­fi­cile demar­ca­zione. Ma c’è un ma.

O un limite, se si pre­fe­ri­sce. Di norma la coo­pe­ra­zione tra stampa e potere non impe­di­sce agli organi di infor­ma­zione di ope­rare anche come fat­tori costi­tu­tivi dell’opinione pub­blica e suoi por­ta­voce. Né pre­clude alla grande stampa una fun­zione di con­trollo e di sti­molo – talora di denun­cia – nei con­fronti delle altre istanze del potere. Si pensi, per esem­pio, al gior­na­li­smo d’inchiesta, ancora vivo in Ger­ma­nia e nel mondo anglo­sas­sone, e non appan­nag­gio delle testate di opposizione.

Coo­pe­ra­zione e cri­tica: in que­sto bino­mio con­trad­dit­to­rio si con­densa la rela­zione tra­di­zio­nale tra stampa e potere in demo­cra­zia. Il che vale a pre­ser­vare una qual­che fun­zione terza dell’informazione anche in tempi di pen­siero unico impe­rante. Accade lo stesso oggi in Ita­lia? Si può dire che anche nel nostro paese le mag­giori testate della carta stam­pata e del gior­na­li­smo tele­vi­sivo pub­blico e pri­vato man­ten­gono un equi­li­brio tra pros­si­mità e alte­rità al potere che per­metta loro di assol­vere almeno in parte il com­pito di infor­mare senza troppo deformare?

Deci­sa­mente no. Da tempo – almeno dall’inizio dell’infausta sta­gione delle lar­ghe intese, più pro­ba­bil­mente da quando la crisi eco­no­mica imper­versa – la stampa ita­liana (fatte le debite ecce­zioni) ha cam­biato regi­stro. Se ancora all’epoca della rissa bipo­lare tra cen­tro­si­ni­stra e destra era pos­si­bile imbat­tersi in qual­che ana­lisi spre­giu­di­cata e cogliere fram­menti di verità tra le righe di com­menti o reso­conti (pur­ché, benin­teso, non si trat­tasse della santa alleanza con gli Stati uniti e delle guerre sca­te­nate nel nome della demo­cra­ziae dei diritti umani), oggi regna invece un’asfissiante con­cor­dia. Intorno ai feticci della gover­nance neo­li­be­rale – le “riforme” in pri­mis, evo­cate osses­si­va­mente come una pana­cea per tutti i mali. Intorno alle figure che la incar­nano – dal capo dello Stato al pre­si­dente del Con­si­glio in carica, pas­sando per il pre­si­dente della Bce. Intorno alle poli­ti­che per mezzo delle quali viene com­pien­dosi la meta­mor­fosi ame­ri­ca­ni­sta della società, il suo rapido regre­dire verso assetti post­de­mo­cra­tici, auto­ri­tari e oligarchici.

Docu­men­tarlo sarebbe sin troppo age­vole. Basti un banale espe­ri­mento. L’attuale pre­mier si è accre­di­tato come l’uomo del cam­bia­mento e, appunto, delle riforme. È un ruolo che sta a pen­nello a un yup­pie della poli­tica, venuto su col logo del rot­ta­ma­tore. Ma que­sta è una scelta d’immagine, è la sua auto­rap­pre­sen­ta­zione. Non dovrebbe costi­tuire il con­te­nuto dell’informazione, la quale avrebbe invece il dovere di entrare nel merito delle sedi­centi riforme, parola magica che da vent’anni desi­gna i misfatti dei governi nel nome del risa­na­mento. Bene, pro­vate a vedere che suc­cede in pro­po­sito, se mai un gior­na­li­sta, inter­vi­stando Renzi o com­men­tan­done le debor­danti dichia­ra­zioni in schietto stile nien­ta­li­sta, si prende la briga di discu­tere il cri­te­rio in base al quale un prov­ve­di­mento può defi­nirsi “riforma” e si distin­gue da un altro che non ne è degno.

Riforme erano dette anche quelle del fasci­smo, che di cose ne cam­biò effet­ti­va­mente molte e in pro­fon­dità. Non sarebbe allora il caso di costrin­gere chi governa a uscire dalla pro­pa­ganda e a dichia­rare i pro­pri reali inten­di­menti? Non sarebbe un gesto di rispetto verso let­tori e tele­spet­ta­tori incal­zarlo, far­gli pre­senti i costi sociali delle sue deci­sioni oltre che i loro van­tati bene­fici? Non sarebbe que­sta un’elementare clau­sola di dignità per chi, facendo il gior­na­li­sta, non dovrebbe accet­tare di degra­darsi a veli­naro, a supino ampli­fi­ca­tore della voce del padrone di turno?

Ma, parole magi­che a parte, il discorso ha una por­tata ben più vasta. E i pos­si­bili esempi si sprecano.

È mai pos­si­bile che nes­suno trovi da ridire quando un mem­bro del governo o del Pd recita la gia­cu­la­to­ria del «40 per cento degli ita­liani che ci chie­dono le riforme»? È decente fin­gere di non ricor­dare che in mag­gio si votò per le euro­pee con la fon­data paura della marea fasci­sta, e che a nes­sun elet­tore ita­liano venne in mente allora di con­ce­dere al governo cam­biali in bianco per sfa­sciare la Costi­tu­zione, fare nuo­va­mente cassa con le pen­sioni o stra­vol­gere lo stato giu­ri­dico del pub­blico impiego?

Un caso para­dig­ma­tico è l’evasione fiscale. Gior­nali e tele­gior­nali ne par­lano, ine­vi­ta­bil­mente, quando la Corte dei conti o l’Agenzia delle entrate dirama le solite scan­da­lose cifre che non hanno eguali al mondo. Per la cro­naca siamo poco sotto i 190 miliardi di euro sot­tratti ogni anno alle finanze pub­bli­che. Visto che i numeri hanno una loro ogget­ti­vità, il dato dovrebbe domi­nare la pagina eco­no­mica. All’opinione pub­blica – ammesso che in Ita­lia ne esi­sta ancora una – sarebbe dove­roso spie­gare quali nessi sus­si­stono tra que­sto gigan­te­sco ammanco e la dram­ma­tica fame di risorse nei bilanci delle pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni e delle fami­glie dei lavo­ra­tori dipen­denti. Si dovrebbe chia­rire come non sia casuale che, van­tando que­sto record, l’Italia sia anche in cima alle clas­si­fi­che del debito pub­blico, della disoc­cu­pa­zione e della pres­sione fiscale sul lavoro. Niente di niente, invece. Il tema è tabù. I cit­ta­dini deb­bono restare inerti sotto il bom­bar­da­mento della nar­ra­zione uffi­ciale della crisi.
E così via esem­pli­fi­cando. Nel Medi­ter­ra­neo si con­suma ogni giorno la strage dei migranti.

C’è mai qual­cuno che, com­men­tando gli spro­po­siti di un mini­stro o del leghi­sta di turno, ram­menti che i migranti non chie­dono bene­vo­lenza: eser­ci­tano un diritto invio­la­bile? Che a quanti di loro fug­gono da guerre e per­se­cu­zioni nes­suno può legit­ti­ma­mente rifiu­tare asilo? E che gli Stati che non li accol­gono vio­lano norme fon­da­men­tali del diritto inter­na­zio­nale? Quanto al ter­ro­ri­smo, largo alle stru­men­ta­liz­za­zioni di chi blocca sul nascere ogni discus­sione al riguardo. Non sia mai che ci si inter­ro­ghi sulle respon­sa­bi­lità occi­den­tali nella cata­strofe medio­rien­tale. E che, di ter­ro­ri­sta in ter­ro­ri­sta, a qual­cuno venga in mente di chie­dere conto anche a Neta­nyahu. Fran­ca­mente dispiace che la recente pole­mica tra Grillo e il Tg1 sia stata liqui­data anche a sini­stra come l’ennesima aggres­sione di un ener­gu­meno. I modi offen­dono, ma la sostanza resta e meri­te­rebbe ben altra considerazione.

Sotto la cappa del potere finan­zia­rio trans­na­zio­nale, ammi­ni­strato dalla tecno-burocrazia euro­pea e dai suoi pro­con­soli nostrani, il gior­na­li­smo ita­liano ha per­lo­più mutato pelle, accon­cian­dosi alla fun­zione assai poco ono­re­vole del por­ta­voce zelante. Che divulga e accre­dita le verità dispen­sate dall’alto, e con ciò impe­di­sce la for­ma­zione di un’opinione pub­blica docu­men­tata e cri­tica. E non si creda che il rife­ri­mento al qua­dro dei poteri domi­nanti atte­sti un nesso cogente. Non vi è alcuna neces­sità in tale con­nes­sione, né vi opera una forza incoer­ci­bile. Sono in gioco, al con­tra­rio, la libera scelta di cia­scuno e la sua respon­sa­bi­lità intel­let­tuale e morale. La pato­lo­gia di un gior­na­li­smo asser­vito è parte inte­grante della più grave que­stione all’ordine del giorno, quella del pro­li­fe­rare delle caste e della cor­ru­zione in esse dilagante.

ANPI news n. 122

Su questo numero di ANPInews (in allegato):

 

2 giugno: festa della Repubblica

PER UN’ITALIA LIBERA E ONESTA
Ripartiamo dalla Costituzione

Modena – piazza XX settembre – ore 14.00-17.30
con il Patrocinio del Comune di Modena

 

 

6 e 7 giugno a Roma celebrazione del 70° anniversario della Fondazione dell’ANPI

 

 

 

 

2 giugno: a Vimodrone (MI) consegna della Costituzione ai 18enni

Sarà presente il Presidente Nazionale dell’ANPI

 

 

 

ARGOMENTI

 

Notazioni del Presidente Nazionale ANPI, Carlo Smuraglia:

 

Un altro gravissimo atto di netta marca razzista e antisemita: a Bruxelles sono state uccise quattro persone, in un luogo simbolo come il Museo ebraico. Se si pensa anche all’aggressione a due ebrei, davanti ad una sinagoga in Francia e all’aumento dei voti di Alba Dorata e del partito di Marine Le Pen, si ha un quadro davvero impressionante e preoccupante. I negazionisti, i revisionisti, i razzisti non demordono, non mostrando – oltre tutto – alcun rispetto per la vita umana(…)

 

Due notizie che riguardano la famosa vicenda del “Sacrario” dedicato a Rodolfo Graziani. Il Tribunale di Roma ha assolto, con formula piena e con una motivazione estremamente significativa, i tre giovani che avevano “imbrattato” il cosiddetto Sacrario; e la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Tivoli – a quanto si dice – si accingerebbe a chiedere di processare i responsabili di uno scempio che ha colpito la stampa e l’opinione pubblica di tutto il mondo(…)

 

Tanto per restare vicini ai temi dei due punti precedenti, segnalo un’altra vicenda incredibile(…)

 

Su tutta la stampa imperversano i commenti ai risultati delle recenti votazioni. Non spetta a noi unirci al coro delle diagnosi, delle prognosi e delle valutazioni politiche. Noi possiamo fare soltanto alcune considerazioni, in modo rapido e consono alle nostre finalità riservandoci – semmai – di tornare sui vari aspetti in una sede più adatta(…)

 

ANPINEWS N.122