Cgil: la lettera a “la Repubblica” sul tesseramento

Cgil: la lettera a “la Repubblica” sul tesseramento

19/08/2015

Egregio Direttore,

L’articolo sulla “Fuga dalle tessere della Cgil”, pubblicato su “la Repubblica” di mercoledì 19 agosto, a firma di Matteo Pucciarelli, contiene fin dal titolo una clamorosa falsità: la Cgil perderebbe oltre 700 mila iscritti dalla fine del 2014 ad oggi.

Falso. A parte l’ovvia considerazione che non è confrontabile il dato dei primi sei mesi 2015 con quello di tutto il 2014, all’articolista è stato spiegato che il tabulato, di cui “la Repubblica” è venuta in possesso, registra lo stato di avanzamento di un lavoro complesso quale è il tesseramento alla Cgil.

La nostra Organizzazione, infatti, non si accontenta di “contare” le tessere fatte, ma esige che ogni Struttura imputi in un unico programma informatico nazionale i nominativi di tutti gli iscritti con il relativo codice fiscale o con altri dati sufficienti a verificare che non vi siano doppioni che falserebbero il dato finale.

Questi dati saranno poi incrociati con il dato amministrativo del versamento delle quote tessera per un ulteriore controllo e verifica.

Il tabulato da cui attinge “la Repubblica” dice soltanto una cosa: al 30 giugno di quest’anno sono stati imputati a sistema e verificati dati degli iscritti pari all’87% del totale a fine 2014.

Un dato che a noi dice semplicemente che questo lavoro procede e che abbiamo ancora sei mesi per completarlo, dato che il tesseramento alla Cgil si chiuderà, come ogni anno, al 31 dicembre.

Questa procedura serve a garantire trasparenza e correttezza nei dati del tesseramento alla Cgil, come è stato spiegato a Pucciarelli.la Repubblica”, quindi, a mio parere, usa una nostra scelta di trasparenza per montare una campagna strumentale contro il Sindacato.  

C’è una differenza in negativo tra il numero di iscritti registrati al 30 giugno di quest’anno e quelli alla stessa data dello scorso anno: si tratta di circa 110.000 unità, pari al 2,17%. 

Un dato che in parte si spiega con il ritardo di imputazione di alcune strutture e, in parte maggiore, con la difficile realtà determinata da sette anni di crisi con la quale ci stiamo misurando: gli effetti della crisi sull’occupazione con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro (con un conseguente riflesso sul numero di iscritti al Sindacato), oltre al rallentamento della dinamica pensionistica. 

Infine, egregio Direttore, un grande quotidiano come “la Repubblica” dovrebbe verificare con maggiore accuratezza le fonti, non solo quando legge e interpreta (male) tabelle, ma quando riporta – come nell’articolo in questione – che vi sarebbe una differenza di un milione tra gli iscritti dichiarati dai Sindacati dei pensionati e quelli certificati dall’Inps.

È già stato da tempo chiarito, oltre che da noi anche da un comunicato ufficiale dell’Inps, che tale differenza è dovuta al fatto che l’Inps finora ha certificato solo i dati dei pensionati che percepiscono una pensione dal Fondo lavoratori (privati), mentre – come tutti sanno – una parte cospicua dei pensionati italiani percepisce la propria pensione da altri Istituti.

Mi permetta un’amara chiosa finale: il grande giornalismo non scade mai nello scandalismo e nel sensazionalismo a buon mercato e privo di presupposti verificati.

Siamo ovviamente disponibili, qualora lo riteneste, ad approfondimenti su come si fa trasparenza sul nostro tesseramento, su cosa significa avere ogni anno un turn over del 20% di iscritti e su come lo stesso tesseramento si è modificato per categorie, tipologie di lavoro e soggetti.  Anche perché non comprendiamo da quali dati “la Repubblica” desuma un’emorragia di giovani e precari nel tesseramento alla Cgil.

Ddl Buona scuola, il 5 maggio prof e studenti insieme contro la riforma di Renzi. Lo scenario della protesta da: left

Ddl Buona scuola, il 5 maggio prof e studenti insieme contro la riforma di Renzi. Lo scenario della protesta

Nel silenzio generale, si avvicina a grandi passi il 5 maggio. Il giorno della mobilitazione contro il ddl della Buona scuola viene snobbato dalla “grande” stampa, eppure è tutto il sistema scolastico che è in fermento. Impossibile non avvertire il terremoto in atto. Un evento epocale che forse non si era verificato nemmeno negli anni dopo il fatidico 2008, l’inizio della mannaia Tremonti-Gelmini (8 miliardi di tagli all’istruzione).

20150503_Sciopero_Scuola_LocandinaLe fiamme covano sotto le ceneri che il ddl avrebbe sparso ridisegnando la scuola italiana. E tutto questo avviene tra flashmob, assemblee, incontri e mille iniziative in rete, mentre in commissione Cultura e Istruzione della Camera si sta procedendo a tappe forzate per approvare il ddl 2994 alias della Buona scuola. Giorni decisivi per la scuola del futuro. E se la partecipazione alla sciopero generale “L’unione fa la scuola”, questo lo slogan del 5 maggio, sarà massiccia e le scuole rimanessero chiuse, il governo e la maggioranza che faranno? Come non tenerne conto? Se così accadesse, se il governo dovesse andare avanti per la propria strada, incurante delle voci provenienti dalla società, allora avremo un’altra prova della deriva che sta prendendo questo Paese.

I protagonisti della protesta: 750mila docenti

  1. Per la prima volta dopo sette anni scenderanno in piazza tutte le sigle sindacali. E cioè: Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda, oltre a Cobas e Unicobas,che pure aveva scioperato il 24 aprile. Sono state organizzate manifestazioni in alcune città dove confluiranno i manifestanti di altre regioni. Eccole: Aosta, Bari, Cagliari, Catania, Milano, Palermo, Roma. Le mappe e i percorsi delle singole manifestazioni. A Roma un corteo partirà da piazza della Repubblica alle ore 9.30 per arrivare a piazza del Popolo verso le 11.
  2. Sono coinvolti docenti precari ma anche quelli di ruolo che vedono peggiorare la loro situazione. Il ddl, ricordiamo, che doveva stabilizzare all’origine 151mila precari delle Gae, poi è riuscito nell’impresa di lasciarne a casa cinquantamila, oltre agli idonei e coloro con più di 36 mesi di insegnamento. E il famoso decreto legge riservato solo per loro, in modo da garantirne l’assunzione a settembre, non è mai arrivato. Anzi, il fatto che la questione “precari” sia rimasta all’interno del ddl è visto come una forzatura, una sorta di ricatto, per far approvare rapidamente il testo in toto, pena la non stabilizzazione tanto attesa. Tra l’altro, sono previste anche molte deleghe lasciate al governo  in materia di semplificazione che ridisegneranno il testo unico della scuola. E quindi tanto affanno sugli emendamenti ma poi alla fine deciderà il governo sui temi che contano, come segnala molto bene Roars.
  3. Partecipano allo sciopero anche i dirigenti scolastici. “Alla “Buona scuola” non serveil preside nominato dai politici e da loro revocabile. In ognuna delle 8.500 scuole della Repubblica deve esserci un dirigente scolastico selezionato secondo il merito e attraverso un pubblico concorso”, dicono i dirigenti dei sindacati che promuovono lo sciopero. Una presa di posizione contro l’articolo più contestato del ddl, che trasformerà la scuola italiana in un’azienda guidata da un manager con tutti i poteri, sia di scelta degli insegnanti, che della loro valutazione.
  4. Partecipano in massa anche gli studenti. Con un bell’appello i ragazzi dell’Udsinvitano a scendere in piazza insieme ai prof per difendere la democrazia. Mobilitati anche gli studenti universitari del coordinamento Link che per domani 4 maggio hanno convocato alla Camera una conferenza stampa sulle modalità dell’abilitazione e del reclutamento futuro. E’ la campagna #iovoglioinsegnare. Sì, perché molti giovani che frequentano l’università vorrebbero insegnare… Il 5 maggio ci sarà anche il coordinamento Link-Rete della conoscenza in piazza: Università e Scuola insieme.

Il ddl Buona scuola e le “truffe semantiche”

Mentre il mondo della scuola si prepara a scendere in piazza il ddl è oggetto di una vera e propria prova di forza della maggioranza. Lo dice senza mezzi termini la delegazione M5s che durante la conferenza stampa del 30 aprile alla Camera, ha comunicato la propria decisione di lasciare i lavori della commissione insieme a Sel e alle altre forze d’opposizione. Il deputato Gianluca Vacca parla di “truffe semantiche”: non è vero che gli emendamenti presentati dal Pd rendono più soft la figura del preside-sceriffo. Per esempio, sostiene Vacca, l’articolo 2, comma 8 e 9, nell’emendamento della relatrice Coscia sembra che “l’elaborazione del piano triennale passi dal dirigente scolastico al collegio dei docenti, ma solo in apparenza – continua l’esponente M5s – perché i criteri generali verranno definiti dal dirigente scolastico”. Per la chiamata diretta da parte del dirigente, inoltre, il Pd farà muro, sostiene Vacca. Inoltre a partire da domani entra in funzione la “ghigliottina” per cui si potranno presentare solo 2 emendamenti per articolo. I tempi sono contingentati per permettere la votazione finale in aula il 19 maggio. E allora i Cinque stelle hanno deciso di abbandonare la Commissione, definita una farsa.

Critiche al ddl, per come è stato scritto e per le irregolarità contenute che renderebbero il suo percorso a ostacoli giungono anche dal Comitato per la legislazione della Camera, come scrive il Fatto quotidiano.

In una tale situazione di confusione arriva la giornata del 5 maggio. Per la quale un gruppo di insegnanti ha pensato un ipotetico Consiglio di classe per un ipotetico alunno chiamato Matteo, come leggiamo nel bel post di Marina Boscaino, che è, ricordiamo, tra i promotori della Lip, la legge di iniziativa popolare (relatori M5s e Sel, tra gli altri) che scritta dopo anni di consultazione dal basso, è approdata in Commissione Istruzione, nel totale disinteresse dei deputati Pd e dei burocrati della Buona scuola. La Lip promuove una Buona scuola per la Repubblica e sarebbe stato interessante vedere come poteva integrare il ddl della Buona scuola.

Cosa scrivono i prof  sull’alunno Matteo:

“Giorno 5 maggio consiglio di classe straordinario: 750.000 docenti si riuniranno per discutere sul caso dell’alunno Matteo. L’alunno mostra poca partecipazione alle diverse attività, poco sensibile ai richiami, conosce le norme che regolano la vita della comunità, ma non sempre le rispetta.  Non ha ben sviluppato la capacità di ascolto: si distrae facilmente. Maggiori lacune si manifestano nello sviluppo delle competenze della lettura e comprensione di diversi testi scritti.  Gli insegnanti, al fine di potenziare e facilitare lo sviluppo delle capacità apprenditive, presentano un programma /percorso di recupero individualizzato volto a guidare l’alunno alla conquista di capacità logiche , scientifiche ed operative, ed alla progressiva maturazione della coscienza di sé e del proprio rapporto con il mondo esterno”.

Rossana Rossanda. “È stata la bellezza del mondo a salvarmi dal fallimento politico” da. La repubblica

Rossana Rossanda

SOMMERSI come siamo dai luoghi comuni sulla vecchiaia non riusciamo più a distinguere una carrozzella da un tapis roulant. Lo stereotipo della vecchiaia sorridente che corre e fa ginnastica ha finito con l’avere il sopravvento sull’immagine ben più mesta di una decadenza che provoca dolore e tristezza. Guardo Rossana Rossanda, il suo inconfondibile neo. La guardo mentre i polsi esili sfiorano i braccioli della sedia con le ruote. La guardo immersa nella grande stanza al piano terra di un bel palazzo sul lungo Senna. La guardo in quel concentrato di passato importante e di presente incerto che rappresenta la sua vita. Da qualche parte Philip Roth ha scritto che la vecchiaia non è una battaglia, ma un massacro. La guardo con la tenerezza con cui si amano le cose fragili che si perdono. La guardo pensando che sia una figura importante della nostra storia comune. Legata al partito comunista, fu radiata nel 1969 e insieme, tra gli altri, a Pintor, Parlato, Magri, Natoli e Castellina, contribuì a fondare Il manifesto. Mi guarda un po’ rassegnata e un po’ incuriosita. Qualche mese fa ha perso il compagno K. S. Karol. «Per una donna come me, che ha avuto la fortuna di vivere anni interessanti, l’amore è stato un’esperienza particolare. Non avevo modelli. Non mi ero consegnata alle aspirazioni delle zie e della mamma. Non volevo essere come loro. Con Karol siamo stati assieme a lungo. Io a Roma e lui a Parigi. Poi ci siamo riuniti. Quando ha perso la vista mi sono trasferita definitivamente a Parigi. Siamo diventati come due vecchi coniugi con il loro alfabeto privato », dice.
Quando vi siete conosciuti esattamente?
«Nel 1964. Venne a una riunione del partito comunista italiano come giornalista del Nouvel Observateur . Quell’anno morì Togliatti. Lasciò un memorandum che Luigi Longo mi consegnò e che a mia volta diedi al giornale Le Monde, suscitando la collera del partito comunista francese».
Collera perché?
«Era un partito chiuso, ortodosso, ligio ai rituali sovietici. Louis Aragon si lamentò con me del fatto che dovuto dare a lui quello scritto. Lui si sarebbe fatto carico di una bella discussione in seno al partito. Per poi non concludere nulla. Era tipico».
Cosa?
«Vedere questi personaggi autorevoli, certo, ma alla fine capaci di pensare solo ai propri interessi».
Ma non era comunista?
«Era prima di tutto insopportabile. Rivestito della fatua certezza di essere “Louis Aragon”! Ne conservo un ricordo fastidioso. La casa stupenda in rue Varenne. I ritratti di Matisse e Picasso che lo omaggiavano come un principe rinascimentale. Che dire? Provavo sgomento. E fastidio».
Lei come è diventata comunista?
«Scegliendo di esserlo. La Resistenza ha avuto un peso. Come lo ha avuto il mio professore di estetica e filosofia Antonio Banfi. Andai da lui, giuliva e incosciente. Mi dicono che lei è comunista, gli dissi. Mi osservò, incuriosito. E allarmato. Era il 1943. Poi mi suggerì una lista di libri da leggere. Tra cui Stato e rivoluzione di Lenin. Divenni comunista all’insaputa dei miei, soprattutto di mio padre. Quando lo scoprì si rivolse a me con durezza. Gli dissi che l’avrei rifatto cento volte. Avevo un tono cattivo, provocatorio. Mi guardò con stupore. Replicò freddamente: fino a quando non sarai indipendente dimentica il comunismo ».
E lei?
«Mi laureai in fretta. Poi cominciai a lavorare da Hoepli. Nella casa editrice, non lontano da San Babila, svolgevo lavoro redazionale, la sera frequentavo il partito».
Tra gli anni Quaranta e i Cinquanta era forte il richiamo allo stalinismo. Lei come lo visse?
«Oggi parliamo di stalinismo. Allora non c’era questo riferimento. Il partito aveva una struttura verticale. E non è che si faceva quello che si voleva. Ma ero abbastanza libera. Sposai Rodolfo, il figlio di Banfi. Ho fatto la gavetta nel partito. Fino a quando nel 1956 entrai nella segreteria. Mi fu affidato il compito di rimettere in piedi la casa della cultura».
Lei è stata tra gli artefici di quella egemonia culturale oggi rimproverata ai comunisti.
«Quale egemonia? Nelle università non ci facevano entrare».
Ma avevate le case editrici, il cinema, il teatro.
«Avevamo soprattutto dei rapporti personali».
Ma anche una linea da osservare.
«Togliatti era mentalmente molto più libero di quanto non si sia poi detto. A me il realismo sovietico faceva orrore. Cosa posso dirle? Non credo di essere stata mai stalinista. Non ho mai calpestato il prossimo. A volte ci sono stati rapporti complicati. Ma fanno parte della vita».
Con chi si è complicata la vita?
«Con Anna Maria Ortese, per esempio. L’aiutai a realizzare un viaggio in Unione Sovietica. Tornando descrisse un paese povero e malandato. Non ne fui contenta. Pensai che non avesse capito che il prezzo di una rivoluzione a volte è alto. Glielo dissi. Avvertii la sua delusione. Come un senso di infelicità che le mie parole le avevano provocato. Poi, improvvisamente, ci abbracciammo scoppiando a piange».
Pensava di essere nel giusto?
«Pensavo che l’Urss fosse un paese giusto. Solo nel 1956 scoprii che non era quello che avevo immaginato ».
Quell’anno alcuni restituirono la tessera.
«E altri restarono. Anche se in posizione critica. La mia libertà non fu mai seriamente minacciata né oppressa. Il che non significa che non ci fossero scontri o critiche pesanti. Scrissi nel 1965 un articolo per Rinascita su Togliatti. Lo paragonavo al protagonista de Le mani sporche di Sartre. Quando il pezzo uscì Giorgio Amendola mi fece a pezzi. Come ti sei permessa di scrivere una cosa così? Tra i giovani era davvero il più intollerante».
Citava Sartre. Era molto vicino ai comunisti italiani.
«Per un periodo lo fu. In realtà era un movimentista. Con Simone De Beauvoir venivano tutti gli anni in Italia. A Roma alloggiavano all’Hotel Nazionale. Lo vedevo regolarmente. Una sera ci si incontrò a cena anche con Togliatti».
Dove?
«In una trattoria romana. Era il 1963. Togliatti era incuriosito dalla fama di Sartre e quest’ultimo guardava al capo dei comunisti italiani come a una risorsa politica. Certamente più interessante dei comunisti francesi. Però non si impressionarono l’un l’altro. La sola che parlava di tutto, ma senza molta emotività, era Simone. Quanto a Sartre era molto alla mano. Mi sorpresi solo quando gli nominai Michel  Foucault. Reagì con durezza».

 Foucault aveva sparato a zero contro l’esistenzialismo. Si poteva capire la reazione di Sartre.
«Avevano due visioni opposte. E Sartre avvertiva che tanto Foucault quanto lo strutturalismo gli stavano tagliando, come si dice, l’erba sotto i piedi».
Ha conosciuto Foucault personalmente?
«Benissimo: un uomo di una dolcezza rara. Studiava spesso alla Biblioteca Mazarine. E certi pomeriggi veniva a prendere il tè nella casa non distante che abitavamo con Karol sul Quai Voltaire. Era un’intelligenza di primordine e uno scrittore meraviglioso. Quando scoprì di avere l’Aids, mi commosse la sua difesa nei riguardi del giovane compagno».
Un altro destino tragico fu quello di Louis Althusser.
«Ero a Parigi quando uccise la moglie. La conoscevo bene. E ci si vedeva spesso. Un’amica comune mi chiamò. Disse che Helene, la moglie, era morta di infarto e lui ricoverato. Naturalmente le cose erano andate in tutt’altro modo».
Le cronache dicono che la strangolò. Non si è mai capita la ragione vera di quel gesto.
«Helene venne qualche giorno prima da me. Era disperata. Disse che aveva capito a quale stadio era giunta la malattia di Louis».
Quale malattia?
«Althusser soffriva di una depressione orribile e violenta. E penso che per lui fosse diventata qualcosa di insostenibile. Non credo che volesse uccidere Helene. Penso piuttosto all’incidente. Alla confusione mentale, generata dai farmaci».
Era stato uno dei grandi innovatori del marxismo.
«Alcuni suoi libri furono fondamentali. Non le ultime cose che uscirono dopo la sua morte. Non si può pubblicare tutto».
A proposito di depressione vorrei chiederle di Lucio Magri che qualche anno fa, era il 2011, scelse di morire. Lei ebbe un ruolo in questa vicenda. Come la ricorda oggi?
«Lucio non era affatto un depresso. Era spaventosamente infelice. Aveva di fronte a sé un fallimento politico e pensava di aver sbagliato tutto. O meglio: di aver ragione, ma anche di aver perso. Dopo aver litigato tante volte con lui, lo accompagnai a morire in Svizzera. Non mi pento di quel gesto. E credo anzi che sia stata una delle scelte più difficili, ma anche profondamente umane».
Tra le figure importanti nella sua vita c’è stata anche quella di Luigi Pintor.
«Lui, ma anche Aldo Natoli e Lucio Magri. Tre uomini fondamentali per me. Non si sopportavano tra di loro. Cucii un filo esile che provò a tenerli insieme».
Parlava di fallimento politico. Come ha vissuto il suo?
«Con la stessa intensa drammaticità di Lucio. Quello che mi ha salvato è stata la grande curiosità per il mondo e per la cultura. Quando Karol era bloccato dalla malattia, mi capitava di prendere un treno la mattina e fermarmi per visitare certi posti meravigliosi della provincia e della campagna e tornare la sera. Godevo della bellezza dei luoghi che diversamente dall’Italia non sono stati rovinati».
Se non avesse fatto la funzionaria comunista e la giornalista cosa avrebbe voluto fare?
«Ho una certa invidia per le mie amiche — come Margarethe von Trotta — che hanno fatto cinema. In fondo i buoni film come i buoni libri restano. Il mio lavoro, ammesso che sia stato buono, è sparito. In ogni caso, quando si fa una cosa non se ne fa un’altra ».
Il suo esser comunista avrebbe potuto convivere con qualche forma di fede?
«Non ho più un’idea di Dio dall’età di 15 anni. Ma le religioni sono una grande cosa. Il cristianesimo è una grande cosa. Paolo o Agostino sono pensatori assoluti. Ho amato Dietrich Bonhoeffer. Straordinario il suo magistero. E il suo sacrificio».
Si accetta più facilmente la disciplina di un maestro o quella di un padre?
«I maestri li scegli, o ti scelgono. I padri no».
Il rapporto con suo padre come è stato?
«Era un uomo all’antica. Parlava greco e latino. Si laureò a Vienna. C’era molta apprensione economica in famiglia. La crisi del 1929 colpì anche noi che eravamo parte dell’impero austro-ungarico. Il nostro rapporto, bello, lo rovinai con parole inutili. Con mia madre, più giovane di vent’anni, eravamo in sintonia. Sembravamo quasi sorelle. Si scappava in bicicletta per le stradine di Pola».
Dove lei è nata?
«Sì, siamo gente di confine. Gente istriana, un po’ strana».
Si riconosce un lato romantico?
«Se c’è si ha paura di tirarlo fuori. Non c’è donna che non senta forte la passione. Dai 17 anni in poi ho spesso avvertito la necessità dell’innamoramento. E poi ho avuto la fortuna di sposare due mariti, passabilmente spiritosi, che non si sono mai sognati di dirmi cosa fare. Ho condiviso parecchie cose con loro. Poi i casi della vita a volte remano contro».
Come vive il presente, questo presente?
«Come vuole che lo viva? Metà del mio corpo non risponde. E allora ne scopri le miserie. Provo a non essere insopportabile con chi mi sta vicino e penso che in ogni caso fino a 88 anni sono stata bene. Il bilancio, da questo punto di vista, è positivo. Mi dispiacerebbe morire per i libri che non avrò letto e i luoghi che non avrò visitato. Ma le confesso che non ho più nessun attaccamento alla vita».
Ha mai pensato di tornare in Italia?
«No. Qui in Francia non mi dispiace non essere più nessuna. In Italia la cosa mi infastidirebbe».
È l’orgoglio che glielo impedisce?
«È una componente. Ma poi che Paese siamo? Boh».
E le sue radici: Pola? L’Istria?
«Cosa vuole che siano le radici. Non ci penso. La vera identità uno la sceglie, il resto è caso. Non vado più a Pola da una quantità di anni che non riesco neppure a contarli. Ricordo il mare istriano. Alcuni isolotti con i narcisi e i conigli selvaggi. Mi manca quel mare: nuotare e perdermi nel sole del Mediterraneo. Ma non è nostalgia. Nessuna nostalgia è così forte da non poter essere sostituita dalla memoria. Ogni tanto mi capita di guardare qualche foto di quel mondo. Di mio padre e di mia madre. E penso di essere nonostante tutto una parte di loro come loro sono una parte di me».
ANTONIO GNOLI, la Repubblica

Nessuno tocchi la Costituzione

Nessuno tocchi la Costituzione!

Spero ancora che ci ripensino!

La riforma del Senato- NO A MIO NOME

“La Liberazione ha posto le basi per il rinnovamento della lotta politica in Italia e da
questa lotta è nata la Costituzione…
Richiamo la vostra attenzione soprattutto su due capisaldi della nostra Repubblica:
l’art.2 secondo cui “la repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo”
e l’art.3 secondo cui “ tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”… fino a che varranno
ci sarà uno Stato democratico in Italia, e sino a che ci sarà uno Stato democratico l’origine
di questo stato è da cercare in quello che successe in Italia e in Europa nei primi giorni
dell’aprile 1945, quando sono stati sconfitti nazismo e fascismo…
Non sono mai esistiti in quei regimi diritti inviolabili della persona, né a tutti gli uomini
era riconosciuta uguale dignità sociale.”
(Norberto Bobbio, Rispettare le tavole della legge)

Difendi la Costituzione

La riforma del senato- No a mio nome

Teresa Mattei partigiana col nome Chicchi

“Nell’articolo 1 della Costituzione si dice: “la sovranità appartiene al popolo”, ed è questa la cosa più importante che noi dobbiamo difendere. La sovranità è nelle mani nostre, nelle mani del popolo e paritariamente in quelle di ogni cittadino; con questo la Repubblica ci ha fatto diventare cittadini e non sudditi. Il più grande monumento, il maggiore, il più straordinario che si è costruito in Italia, alla libertà, alla giustizia, alla Resistenza, all’antifascismo, al pacifismo è la nostra Costituzione.”

– Riforme, la Resistenza tradita di DOMENICO GALLO


DOMENICO GALLO
– Riforme, la Resistenza tradita

Nella settimana appena iniziata si giocherà una partita decisiva per la Repubblica. Quel progetto di scompaginare l’architettura dei poteri come disegnata dai costituenti, che è stato il chiodo fisso della grande riforma propugnata da Berlusconi, sfociata nella riforma della II parte della Costituzione che il popolo italiano ha bocciato con il referendum del 25/26 giugno del 2006, sta per andare in porto con nuove forme e grazie ad un nuovo attore politico. Per quanto articolato diversamente, si tratta dello stesso progetto politico-istituzionale.

Esso si sviluppa su due fronti: la riforma elettorale e la riforma costituzionale. Questi due cantieri interagiscono fra loro e puntano a realizzare il medesimo obiettivo: cambiare i connotati alla democrazia italiana realizzando un sistema politico che il compianto prof. Elia qualificò come “premierato assoluto”. Quel sistema di pesi e contrappesi che i costituenti, memori dell’esperienza fascista, avevano delineato per scongiurare il pericolo della dittatura della maggioranza, sarà profondamente squilibrato per realizzare un nuovo modello istituzionale che persegue la concentrazione dei poteri nelle mani del capo dell’esecutivo, a scapito del Parlamento e delle istituzioni di garanzia.

Non ci sarà più la centralità del Parlamento, anzi il Parlamento sarà dimezzato con l’eliminazione di un suo ramo, poiché il nuovo Senato sarà sostanzialmente un ente inutile che non potrà interferire nell’indirizzo politico e legislativo. Dalla Camera dei deputati saranno espulse molte o quasi tutte le voci di opposizione, il Governo eserciterà un potere di supremazia sulla Camera attraverso l’istituto della tagliola e del voto bloccato. La minoranza che vincerà la lotteria elettorale, controllerà il Parlamento, si impadronirà facilmente del Presidente della Repubblica, eleggerà i 5 giudici costituzionali di competenza delle Camere ed influirà sulle nomine di competenza del Capo dello Stato.

Le istituzioni di garanzia formalmente resteranno in piedi ma saranno addomesticate per non disturbare il navigatore. Sarà sempre più difficile contestare scelte inaccettabili dell’esecutivo (si pensi al nucleare) attraverso il ricorso al referendum popolare, dato l’innalzamento a 800.000 della soglia delle firme necessarie. Le scelte che si faranno in questi giorni in Senato saranno cruciali perché la riforma del Senato è l’indispensabile presupposto della riforma elettorale e non saranno possibili modifiche quando ci sarà la seconda lettura. É questa l’ultima trincea dove si difende quel testamento di centomila morti che ci ha consegnato la Resistenza. Poche cose ci chiedono i nostri morti, diceva Calamandrei: non dobbiamo tradirli.

Domenico Gallo

(14 luglio 2014)

Falchi italiani per la guerra in Congo di Antonio Mazzeo

Shopping ONU in Italia per le operazioni di guerra nel continente africano. Due aerei senza pilota “Falco”, prodotti dall’azienda Selex ES (Finmeccanica), sono stati acquistati dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per essere impiegati con la Missione militare nella Repubblica Democratica del Congo (MONUSCO). I droni-spia sorvolano dal 3 dicembre scorso la regione orientale del North Kivu, al confine con il Ruanda, per “monitorare” i movimenti dei gruppi armati antigovernativi e gli spostamenti delle popolazioni civili. I velivoli sono giunti nella base delle forze armate congolesi di Goma il 15 novembre 2013, a bordo di un C-130J “Hercules” dell’Aeronautica militare italiana. Il contratto di acquisto di cinque velivoli senza pilota “Falco” (valore complessivo 50 milioni di euro) era stato sottoscritto con Selex ES dal Dipartimento delle Operazioni di Peacekeeping dell’ONU a fine luglio. La consegna dei tre droni rimanenti è prevista entro il febbraio 2014.
Il “Falco” è un aereo a pilotaggio remoto in grado di volare a medie altitudini; ha un raggio di azione di 250 km, un’autonomia superiore alle 12 ore di volo e può trasportare carichi differenti tra cui sensori radar ad alta risoluzione che consentono di individuare, di giorno e di notte, obiettivi in tempo reale e a notevole distanza. Prodotto nello stabilimento di Selex ES di Ronchi dei Legionari (Gorizia), il drone è stato sperimentato la prima volta nel 2004 nel poligono sardo di Salto di Quirra.
 “Useremo queste macchine disarmate e senza equipaggio nella convinzione del loro forte effetto deterrente”, ha dichiarato Hervé Ladsous, responsabile ONU per le operazioni di peacekeeping. Quella in Repubblica Democratica del Congo è la prima missione militare in cui l’ONU utilizza dei droni. Un paio di anni fa il Consiglio di Sicurezza aveva richiesto l’autorizzazione a impiegare velivoli-spia senza pilota nella martoriata regione africana, ma Ruanda e Uganda,in particolare, si erano duramente opposti. “Abbiamo bisogno di avere un quadro più preciso di quanto sta succedendo nella Repubblica Democratica del Congo e se l’uso dei droni avrà successo, potrebbero essere utilizzati anche in altre missioni di pace dell’Onu”, ha aggiunto Hervé Ladsous. Secondo il sito d’informazione Analisi Difesa, il Mali e la Repubblica Centroafricana potrebbero essere i prossimi paesi destinati a ospitare i velivoli senza pilota ONU, “per sorvegliare ampi spazi con contingenti militari di dimensioni limitate”. In pole position per la fornitura di sistemi d’arma telecomandati c’è ancora Selex ES. Dopo aver venduto i “Falco” al Pakistan, nel settembre 2013 l’azienda del gruppo Finmeccanica ha annunciato di aver sottoscritto un contratto di 40 milioni di euro per la consegna di alcuni droni-spia a un paese mediorientale rimasto segreto. In passato, Selex ES aveva avviato trattative di vendita dei “Falco” con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, oltre che con le forze armate di Algeria e Malesia.
La missione MONUSCO in Congo è la più grande operazione ONU in atto. Vi partecipano oltre 20.000 uomini provenienti da diversi paesi africani, compresi i 3.000 militari della Force Intervention Brigade (FIB) creata il 28 marzo 2013 con la risoluzione n. 2098 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha prorogato il mandato dei caschi blu fino al 31 marzo 2014. Come dichiarato dal portavoce delle Nazioni Unite, sia i droni made in Italy che la nuova brigata di pronto intervento “rappresentano i nuovi strumenti messi a disposizione dall’ONU per sostenere il rinnovato sforzo politico” nel paese africano. La Force Intervention Brigade è composta da tre battaglioni di fanteria, una batteria di mezzi d’artiglieria e una compagnia di “forze speciali” forniti da Sudafrica, Tanzania e Malawi. “Scopo della brigata è quello di contribuire a ridurre la minaccia posta in essere dai gruppi armati contro le autorità statali e la sicurezza dei civili e rafforzare le attività di stabilizzazione nella regione orientale della Repubblica Democratica del Congo”, spiegano alle Nazioni Unite. Nelle dichiarazioni ufficiali del Palazzo di Vetro si manifesta altresì la necessità che la nuova task force non limiti il suo intervento alla mera interposizione tra le parti in conflitto, ma operi pure attivamente nella “neutralizzazione dei gruppi armati”, autonomamente o congiuntamente con le forze armate congolesi. Una brigata combattente dunque, che per individuare i target da colpire e “neutralizzare” può contare da oggi sui droni di Selex ES.
In stretto contatto con i militari di MONUSCO e della Force Intervention Brigade opera pure la missione EUPOL RD Congo istituita dall’Unione europea per sovrintendere alla “formazione” e all’addestramento delle forze di polizia locali. Alla missione, che durerà perlomeno sino alla fine del settembre 2014, partecipano una quarantina di agenti di polizia specializzati provenienti da sette paesi europei Ue, con base a Kinshasa e Goma.
Il Congo è lacerato da uno dei conflitti più sanguinosi di tutto il continente africano. Fomentato dai governi occidentali e dalle maggiori transnazionali che puntano ad assicurarsi il controllo delle importanti risorse strategiche presenti, vede protagonisti una decina di gruppi ribelli, armati e sostenuti dai governi degli Stati confinanti con la Repubblica Democratica del Congo. Tra la maggiori organizzazioni anti-governative spiccano l’M23 (March 23 Movement), sostenuto apertamente dall’esercito del Ruanda; le Democratic Forces for the Liberation of Rwanda (FDLR), organizzate da estremisti Hutu che nel 1994 presero parte al genocidio in Ruanda e che poi si rifugiarono in Congo; le Allied Democratic Forces and the National Army for the Liberation of Uganda (ADF-NALU); il Mai Mai Kata Katanga. Tre mesi fa circa, le milizie dell’M23 riuscirono a sferrare un attacco contro un accampamento militare della missione MONUSCO a Kibati, località dove ha pure sede il comando della neo costituita Force Intervention Brigade a guida ONU. Le Nazioni Unite e le forze armate congolesi hanno risposto lanciando contro l’M23 una massiccia offensiva che a fine novembre ha prodotto la “disfatta” delle milizie ribelli. Il 12 dicembre, i leader del Movimento hanno firmato un “accordo di pace” con il governo della Repubblica Democratica del Congo a Nairobi (Kenya), impegnandosi a rinunciare alla lotta armata e a trasformarsi in forza politica.
Secondo fonti ufficiali ONU, il conflitto militare in Congo ha già prodotto 2,6 milioni di sfollati e più di mezzo milioni di rifugiati. Tra i 3,5 e i 5 milioni le persone che avrebbero perduto la vita a seguito dei combattimenti, mentre 6,4 milioni di congolesi necessitano urgentemente di cibo e assistenza sanitaria per non morire nei prossimi mesi. Degli aiuti umanitari promessi dal Palazzo di Vetro, sino ad oggi neanche l’ombra. In compenso arrivano ad alimentare la guerra i droni di Selex ES, a 10 milioni di euro cadauno.