“Razzismo e fine dei valori per la sinistra”. Intervento di Franco Astengo da: controlacrisi.org

Il tema dell’immigrazione e dell’accoglienza, di stretta e bruciante attualità in Italia come in altre parti del mondo, è stato affrontato da Massimo Franco in un commento-analisi apparso sulle colonne del “Corriere della Sera” sabato 18 Luglio.Nell’intervento si sostiene una tesi secondo la quale si sta delineando, nella società italiana, una frattura che parte proprio dal “sociale” e si propaga a livello politico.

Il leghismo e più in generale la destra radicale si percepiscono come portavoce della popolazione e delle sue paure sicché viene meno il dialogo sui valori del mondo cattolico.

Nel prosieguo dell’articolo Massimo Franco scrive d’incubazione per “potenziali mostri razzisti” (da altre parti si è letto di “ragionevolezza della protesta” perfino da parte di Massimo Cacciari) e si pone questo pericolo a diretto confronto con l’idea della marginalità e delle periferie che rappresentano il cuore della strategia del Papa.

Nella sostanza la perdita di sintonia tra la destra e il mondo cattolico causerebbe il presentarsi di una nuova “frattura” al punto da rappresentare l’elemento fondativo di un vero e proprio sfrangiamento sociale attraverso il quale passerebbe un vero e proprio spossamento d’identità e quindi i cosiddetti “antivalori” dell’egoismo e della paura, ponendo in rampa di lancio gli elementi di una nuova egemonia imperniata sugli slogan leghisti (il discorso vale naturalmente anche a livello europeo se pensiamo a ciò che sta accadendo in Francia, in Austria, in Ungheria, ecc, ecc.).

Una sintesi, quella fin qui esposta, che rende fedelmente il clima culturale e politico che circonda un tema di fortissima attualità e di grande delicatezza: una sintesi dalla quale discende direttamente una domanda.

E la sinistra? La sinistra, culturale e politica, non viene neppure citata: pare non esistere, non risulta in grado di esprimere valori e opzioni culturali e politiche, non riesce – evidentemente a giudizio dell’autore ma anche nell’opinione più generale – a entrare nel merito.

Un altro segnale di vero e proprio “smarrimento” e di evidente perdita non solo d’identità ma anche di capacità di rapporto e radicamento sociale: del resto, negli ultimi episodi di cronaca relativi al tema, dalla periferia di Roma a quella di Treviso non si avvertono segnali di presenza politica dei soggetti di sinistra. Anzi a Roma i cartelli dei protestatari che indicavano il “business” degli immigrati aveva come chiaro riferimento le vicende legate alle cooperative del “compagno” Buzzi e delle varie cordate, di diverso colore, legate al grande “affarone” che ha fatto (giustamente) tanto scandalo in questi mesi e che il PD ha saputo affrontare soltanto in termini di mantenimento della logica del potere.

Tornando però al filo del ragionamento che offre la lettura dell’articolo di Massimo Franco la constatazione che ne deriva è, appunto, proprio quella della sparizione dei valori della sinistra come possibile punto di riferimento del dibattitto, di costruzione di una proposta alternativa, di presenza e di iniziativa politica.

Tutto sparito: scomparse le idee dell’eguaglianza e dell’universalismo. Scomparsa la capacità di partire dai principi per sviluppare anche soltanto un’ipotesi di nuova pedagogia politica alternativa a quella dominante del considerare le masse come merce.

«È morale», diceva Emile Durkheim, «tutto ciò che è fonte di solidarietà, tutto ciò che costringe l’uomo a tenere conto dell’altro, a regolare i propri movimenti su qualcosa di diverso dagli impulsi del proprio egoismo». «Ciò spiega», aggiunge Micheà, «che la rivolta dei primi socialisti contro un mondo fondato sul solo calcolo egoistico sia stata così spesso sostenuta da un’esperienza morale». Si pensi alla «virtù» celebrata da Jaurès, alla «morale sociale» di cui parlava Benoît Malon. La «decenza comune», che è mille miglia lontana da ogni forma di ordine morale o di puritanesimo moralizzatore, è, infatti, uno dei tratti principali della «gente normale» ed è nel popolo che la si trova più comunemente diffusa. Essa implica la generosità, il senso dell’onore, la solidarietà ed è all’opera nella triplice obbligazione di «dare, ricevere e restituire».

A partire da essa, si è espressa in passato la protesta contro l’ingiustizia sociale, perché permetteva di percepire l’immoralità di un mondo fondato esclusivamente sul calcolo interessato e la trasgressione permanente di tutti i limiti.

Dovrebbe bastare questo punto del legare la morale alla politica per cercare di ricostruire un’identità possibile, prima ancora del richiamare le logiche ineludibili delle fratture di classe.

Senza questo legame, essenziale, tra morale e politica saranno sempre i valori e/o i disvalori degli “altri” a prevalere, facendoci smarrire completamente, come sta accadendo, una qualsiasi visione del futuro e riducendoci ad affannati amministratori di un drammatico presente.

Vendola: «Renzi, la Liguria l’hai fatta tu» Autore: Micaela Bongi da: controlacrisi.org

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Dopo dieci anni, Nichi Ven­dola, pre­si­dente di Sel, in Puglia passa il testi­mone a Michele Emi­liano, che lo rac­co­glie con un rico­no­sci­mento al pre­de­ces­sore: «Ci ha fatto vedere i pugliesi che hanno la schiena dritta. Intendo con­ti­nuare que­sto lavoro». E Ven­dola si è detto con­vinto che la coa­li­zione di Emi­liano «potrà scri­vere pagine bellissime».

Uno scam­bio di cor­te­sie di rito?

La Puglia per la destra non è stata solo uno straor­di­na­rio ser­ba­toio di con­senso, ma un labo­ra­to­rio di costru­zione di ipo­tesi poli­ti­che e stra­te­gie gene­rali. Aver gover­nato per un decen­nio riu­scendo, nelle pri­ma­rie, a sov­ver­tire la logica del cen­tro­si­ni­stra (can­di­dati e pro­grammi foto­co­pia del cen­tro­de­stra) signi­fica aver rotto quell’incantesimo. Ora Emi­liano dovrà con­fron­tarsi con l’agenda di governo e penso che si potrà apprez­zare la con­ti­nuità nelle scelte. Si archi­viano vec­chie ruggini.

Emi­liano è sod­di­sfatto dell’affluenza al 51%. Condivide?

No, io sono sgo­mento dinanzi alla non­cha­lance con cui si mini­mizza la par­te­ci­pa­zione al voto. Quando un ita­liano su due gira la testa dall’altra parte manda un mes­sag­gio forte. Si è esau­rita la spinta pro­pul­siva di quel ren­zi­smo che con la rot­ta­ma­zione e le nar­ra­zioni effer­ve­scenti sem­brava dover affer­rare il ban­dolo di un Paese avvi­tato su se stesso. Credo che il pre­mier abbia preso un colpo abba­stanza pesante. Intanto ha dato un con­tri­buto impor­tante alla cre­scita del non voto e del M5S che drena una parte del con­senso del cen­tro­si­ni­stra. Quella parte che intende punire il Pd pre­fe­ri­sce il 5 Stelle alle liste di sini­stra. Il voto utile, a dare uno schiaffo a Renzi, gli è sem­brato quello a Grillo.

Il voto alla sini­stra è sem­brato irri­le­vante e non utile a quello scopo? Perché?

Il punto di forza è stato l’invenzione di reti locali che dove hanno un minimo di radi­ca­mento allu­dono al nuovo sog­getto di cui la sini­stra ha biso­gno. Ma è man­cato il ter­reno dell’unificazione a livello nazio­nale, basti pen­sare che ave­vamo 7 sim­boli per 10 regioni. In cam­pa­gna elet­to­rale il Pd si è ulte­rior­mente spo­stato a destra. Dun­que il voto ha avuto anche un forte movente poli­tico: quello di affer­rare Renzi per le cavi­glie e rimet­terlo sulla terra, fuori dal limbo di pro­pa­ganda e pub­bli­cità in cui vive. E Renzi perde la par­tita più impor­tante, in Ligu­ria. Si com­porta come un bam­bino indi­spet­tito, ma è stato il suo labo­ra­to­rio nazio­nale per le rela­zioni spe­ri­co­late tra Pd e pezzi di cen­tro­de­stra. Que­sta volta il voto utile è tor­nato come un boo­me­rang in testa a Renzi. E la sini­stra ha costruito una vera rete, il risul­tato è un mes­sag­gio chiaro: que­sta è la strada. Non quella di un estre­mi­smo decla­ma­to­rio e testi­mo­niale, quella di una sini­stra di governo com­pe­ti­tiva con Renzi.

In Ligu­ria ha fatto la sua parte anche un pezzo di mino­ranza Pd. Per que­sto la sini­stra di Pasto­rino va meglio che altrove?

Abbiamo risul­tati impor­tanti anche in Toscana, Puglia. C’è un ter­reno vasto che però ancora non è occu­pato da una chiara pro­spet­tiva gene­rale: il «sog­getto».
Forse in can­tiere ci sono troppi sog­getti o meglio pro­getti che non comu­ni­cano…
Ora è chie­sto a tutti uno sforzo di gene­ro­sità. Nes­suno deve sot­trarsi alla sfida di met­tere in rete tutto quello che c’è. Sapendo che il ter­reno dell’unità pos­si­bile è quello dell’innovazione poli­tico cul­tu­rale, non la somma alge­brica. Una sini­stra che non con­si­deri degra­dante l’opposizione, ma che anche dall’opposizione sia capace di met­tere in campo una moderna agenda di governo.

Nei pros­simi giorni Civati bat­tez­zerà «Pos­si­bile». Guar­date con atten­zione alla sua iniziativa?

Sì… diciamo che guardo tutto con atten­zione. Pro­pongo a tutti un metodo: met­tersi a dispo­si­zione. Io non ho invi­tato gli ex Pd o altri a entrare in Sel, ho detto: ’La nostra comu­nità è troppo pic­cola per acco­gliere le tante domande di sinsitra’.

Civati dice ’venite a me’?

No, ognuno fa il pro­prio per­corso, il pro­blema ora è fer­marci e coor­di­nare un’attività uni­ta­ria. Il punto non è un altro par­ti­tino o la fusione di due par­ti­tini, ma come tra­sfor­mare una pre­senza a mac­chia di leo­pardo sul ter­ri­to­rio in una massa cri­tica per costruire una sini­stra com­pe­ti­tiva e vin­cente. Arri­vano molti mes­saggi nella bot­ti­glia, e ci indi­cano la dire­zione: troppi poli­ti­ci­smi, bilan­cini, die­tro­lo­gie, gelo­sie: basta. Biso­gna rimet­tere al primo posto la costru­zione di un sog­getto per l’Italia e per l’Europa, che si rela­zioni a Pode­mos, Syriza, alle sini­stre che fanno argine alla cre­scita della destra estrema.
Tor­niamo al fatto che sono i 5 stelle a essere per­ce­piti come la «Pode­mos» ita­liana.
Per­ché la sini­stra del Pd è apparsa come la sini­stra dei penul­ti­ma­tum e si è con­su­mata nei rituali di quel par­tito. E l’operazione di fal­si­fi­ca­zione delle idee della sini­stra si river­bera anche su di noi.

Ma se il mes­sag­gio sulla ’sini­stra vec­chia’ attec­chi­sce, Renzi non sfonda a destra.

Renzi in parte a destra drena, ma in parte rile­git­tima la destra. La par­tita in Ligu­ria e Cam­pa­nia dava l’immagine di un’Italia in cui si è pas­sati dalla con­tesa tra due sini­stre alla quella tra due destre, senza pre­vi­sione di una sini­stra. Que­sta è stata la pre­tesa arro­gante con cui il Pd ha trat­tato la pra­tica Ligu­ria e quella Cam­pa­nia. Si è tor­nati al pro­ta­go­ni­smo dei cacic­chi lsotto l’usbergo delle liste civiche.

Si potrebbe dire anche per Emi­liano, o no?

Anche in Puglia gli ingre­dienti del tra­sver­sa­li­smo c’erano. Ma in Ligu­ria, se si dovesse assu­mere l’alluvione come para­digma del modello di svi­luppo, che dif­fe­renze si vedreb­bero tra Tosi e Paita? Nes­suna. E in Cam­pa­nia? Sta­mat­tina ho ricor­dato l’aneddoto del gene­rale nazi­sta che chiede a Picasso se vera­mente ha fatto lui «Guer­nica», e Picasso risponde: «No, l’avete fatto voi». Mi viene in mente quando Renzi e i suoi cori­fei se la pren­dono con la sini­stra radi­cale che avrebbe fatto per­dere Paita e vin­cere Ber­lu­sconi. Ma è stato lui a resu­sci­tare Ber­lu­sconi. Renzi, la Ligu­ria l’hai fatta tu.

La destra che occupa lo spazio pubblico Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

Dall’affaire Dreyfuss al Front National. «Les Droites et la rue» di Danielle Tartakowsky. Una importante analisi storica sull’uso della piazza da parte di estrema destra e maggioranza silenziosa

Prima la Manif pour tous che ha mobi­li­tato per mesi milioni di per­sone in tutto il paese con­tro la legge in favore dei «matri­moni gay», quindi la rivolta fiscale dei Bon­nets Rou­ges che ha riem­pito le piazze della Bre­ta­gna, poi la Mar­cia per la vita all’inizio dell’anno che ha messo insieme in nome della lotta all’aborto la destra reli­giosa e quella poli­tica di Ump e Front Natio­nal, infine, alla fine di gen­naio, il cosid­detto «Giorno della col­lera» che ha riu­nito nella capi­tale gli oppo­si­tori più radi­cali al governo, gli estre­mi­sti neo­fa­sci­sti e i seguaci di Dieu­donné, gli inte­gra­li­sti cat­to­lici lefeb­vriani e gli iden­ti­tari che chie­dono senza mezzi ter­mini le dimis­sioni di Hollande.

Mai, nella sto­ria più recente della Fran­cia, la piazza era stata così for­te­mente ege­mo­niz­zata dalla destra. Mai dei movi­menti e delle mobi­li­ta­zioni nati per motivi spe­ci­fici, e tra loro molto diversi, ave­vano finito per con­ver­gere in una sorta di pro­gramma comune, quello della cac­ciata della gau­che dal potere, quasi si pen­sasse che pro­prio da quelle piazze potesse arri­vare la spal­lata deci­siva alle isti­tu­zioni repub­bli­cane oggi occu­pate da una sini­stra con­si­de­rata come «abu­siva» per­ché mino­ranza nel paese. Tutto ciò, ben prima che dalle urne delle recenti ele­zioni ammi­ni­stra­tive, uscisse pla­sti­ca­mente rap­pre­sen­tata que­sta situa­zione con la vit­to­ria di Marine Le Pen e del par­tito degli eredi di Sarkozy.

NEO­FA­SCI­STI E NAZIONALISTI

Con il clima che si respira oggi a Parigi, non potrebbe giun­gere più tem­pe­stiva la pub­bli­ca­zione dell’ultimo lavoro di Danielle Tar­ta­ko­w­sky, Les Droi­tes et la rue (La Décou­verte, pp. 208, euro 18), la più ampia e arti­co­lata ana­lisi del rap­porto che le destre hanno cono­sciuto lungo l’intero arco della vicenda sto­rica tran­sal­pina con «la piazza» e le mobi­li­ta­zioni pub­bli­che. Stu­diosa dei movi­menti sociali e spe­cia­li­sta delle mani­fe­sta­zioni di piazza, si deve a lei un’importante ricerca sul valore delle cele­bra­zioni del Primo mag­gio nello svi­luppo della sini­stra fran­cese (La Parte du reve, 2005) e la con­di­re­zione dell’ampia Histoire des mou­ve­ments sociaux en France (2012), Danielle Tar­ta­ko­w­sky prende in esame una arco tem­po­rale che va dalla Terza repub­blica ai giorni nostri, par­tendo dalle mani­fe­sta­zioni nazio­na­li­ste e anti­se­mite che scan­di­rono le tappe dell’affaire Drey­fuss alla fine dell’Ottocento per giun­gere fino alle odierne mobi­li­ta­zioni di segno omo­fobo in difesa della «fami­glia tradizionale».

A dispetto di ciò che si sarebbe por­tati a cre­dere, la sto­ria delle destre è in Fran­cia anche e soprat­tutto una sto­ria di occu­pa­zione e presa dello spa­zio pub­blico, quando non di ten­ta­tivi di uti­liz­zare le pro­te­ste popo­lari per modi­fi­care lo sta­tus quo del sistema poli­tico. Il cata­logo offerto da Tar­ta­ko­w­sky non potrebbe essere più espli­cito da que­sto punto di vista: si tratti delle «manifestations-insurrections» dei seguaci del gene­rale Bou­lan­ger prima, o di quelli dell’Action fra­nçaise di Mau­rice Bar­res poi, dei «ras­sem­ble­ments catho­li­que» che si oppo­ne­vano alle sini­stre negli anni Venti o alle marce delle leghe patriot­ti­che, para­fa­sci­ste e vio­lente, con­tro il governo del Front popu­laire negli anni Trenta, del cor­teo che attra­versò Algeri nel mag­gio del 1958, segnando l’inizio della rivolta dei pieds-noirs con­tro l’indipendenza del paese nor­da­fri­cano dalla Fran­cia, o di quello che il 30 mag­gio del 1968 rispose alle pro­te­ste stu­den­te­sche riaf­fer­mando per le vie di Parigi il soste­gno di una parte del paese al gene­rale De Gaulle.

Per molti versi, il punto di svolta deci­sivo è pro­prio rap­pre­sen­tato dal Ses­san­totto e dalla suc­ces­siva fine del gaul­li­smo. Negli anni suc­ces­sivi emer­ge­ranno infatti, da un lato la defi­ni­tiva con­sa­cra­zione della piazza come luogo di espres­sione delle sini­stre poli­ti­che e sociali. dall’altro lato, la crisi irre­ver­si­bile di quella cul­tura nazional-patriottica che aveva tal­volta tenuto insieme con­ser­va­tori ed estre­mi­sti, la «mag­gio­ranza silen­ziosa» e i nostal­gici di Pétain, spesso all’ombra di un desi­de­rio di rivin­cita sulla repub­blica nata dalla Rivo­lu­zione che ema­nava da taluni set­tori della Chiesa cat­to­lica. Que­sto, per­lo­meno fino ad anni recenti.

Annun­ciate spo­ra­di­ca­mente dalle pro­te­ste del ceto medio e delle pro­fes­sioni libe­rali con­tro la pre­si­denza Mit­te­rand, e poi repli­cate nelle mobi­li­ta­zioni in difesa della «scuola libera» a metà degli anni Novanta, le piazze di destra sono infatti tor­nate pre­po­ten­te­mente pro­ta­go­ni­ste nell’ultima sta­gione della poli­tica fran­cese. Quella che, non a caso, all’ombra della figura di Nico­las Sar­kozy ha pro­dotto su molti punti un avvi­ci­na­mento, quando non una con­ver­genza, tra la destra repub­bli­cana e quella estrema.

UN AMARO BILANCIO

Per la sto­rica fran­cese, il bilan­cio da trarre al ter­mine della sua lunga immer­sione in vicende spesso poco note, non solo fuori della Fran­cia, non potrebbe essere per­ciò più inquie­tante. «Si tende a dimen­ti­carlo — spiega Tar­ta­ko­w­sky -, ma le mani­fe­sta­zioni di piazza fanno parte della cul­tura di alcune com­po­nenti della destra fran­cese, soprat­tutto le più radi­cali, ma non solo, visto che nel pas­sato è stato que­sto il ter­reno su cui si è misu­rata l’estrema destra delle leghe patriot­ti­che o dei monar­chici di Bar­res, ma anche i movi­menti socio­pro­fes­sio­nali del ceto medio e dei padron­cini. Da que­sto punto di vista, sia la Manif pour tous che il debutto dei Bonnets Rou­ges, s’iscrivono per­fet­ta­mente in que­sto pro­cesso di lungo corso carat­te­riz­zato dalle mobi­li­ta­zioni con­tro la sini­stra che hanno spesso avuto pro­por­zioni molto vaste e sono riu­scite a pesare anche in modo deter­mi­nante sul scelte del potere. In ogni caso, lungo l’intera sto­ria repub­bli­cana, ogni volta che la destra ha scelto la via della piazza, ha finito per pro­durre una sorta di rea­zione a catena dalle forti con­se­guenze sia in ambito sociale che politico».

La destra che occupa lo spazio pubblico — Guido Caldiron, da: il manifesto.it

Saggi. Dall’affaire Dreyfuss al Front National. «Les Droites et la rue» di Danielle Tartakowsky. Una importante analisi storica sull’uso della piazza da parte di estrema destra e maggioranza silenziosa

Prima la Manif pour tous che ha mobi­li­tato per mesi milioni di per­sone in tutto il paese con­tro la legge in favore dei «matri­moni gay», quindi la rivolta fiscale dei Bon­nets Rou­ges che ha riem­pito le piazze della Bre­ta­gna, poi la Mar­cia per la vita all’inizio dell’anno che ha messo insieme in nome della lotta all’aborto la destra reli­giosa e quella poli­tica di Ump e Front Natio­nal, infine, alla fine di gen­naio, il cosid­detto «Giorno della col­lera» che ha riu­nito nella capi­tale gli oppo­si­tori più radi­cali al governo, gli estre­mi­sti neo­fa­sci­sti e i seguaci di Dieu­donné, gli inte­gra­li­sti cat­to­lici lefeb­vriani e gli iden­ti­tari che chie­dono senza mezzi ter­mini le dimis­sioni di Hollande.

Mai, nella sto­ria più recente della Fran­cia, la piazza era stata così for­te­mente ege­mo­niz­zata dalla destra. Mai dei movi­menti e delle mobi­li­ta­zioni nati per motivi spe­ci­fici, e tra loro molto diversi, ave­vano finito per con­ver­gere in una sorta di pro­gramma comune, quello della cac­ciata della gau­che dal potere, quasi si pen­sasse che pro­prio da quelle piazze potesse arri­vare la spal­lata deci­siva alle isti­tu­zioni repub­bli­cane oggi occu­pate da una sini­stra con­si­de­rata come «abu­siva» per­ché mino­ranza nel paese. Tutto ciò, ben prima che dalle urne delle recenti ele­zioni ammi­ni­stra­tive, uscisse pla­sti­ca­mente rap­pre­sen­tata que­sta situa­zione con la vit­to­ria di Marine Le Pen e del par­tito degli eredi di Sarkozy.

Neo­fa­sci­sti e nazionalisti

Con il clima che si respira oggi a Parigi, non potrebbe giun­gere più tem­pe­stiva la pub­bli­ca­zione dell’ultimo lavoro di Danielle Tar­ta­ko­w­sky, Les Droi­tes et la rue (La Décou­verte, pp. 208, euro 18), la più ampia e arti­co­lata ana­lisi del rap­porto che le destre hanno cono­sciuto lungo l’intero arco della vicenda sto­rica tran­sal­pina con «la piazza» e le mobi­li­ta­zioni pub­bli­che. Stu­diosa dei movi­menti sociali e spe­cia­li­sta delle mani­fe­sta­zioni di piazza, si deve a lei un’importante ricerca sul valore delle cele­bra­zioni del Primo mag­gio nello svi­luppo della sini­stra fran­cese (La Parte du reve, 2005) e la con­di­re­zione dell’ampia Histoire des mou­ve­ments sociaux en France (2012), Danielle Tar­ta­ko­w­sky prende in esame una arco tem­po­rale che va dalla Terza repub­blica ai giorni nostri, par­tendo dalle mani­fe­sta­zioni nazio­na­li­ste e anti­se­mite che scan­di­rono le tappe dell’affaire Drey­fuss alla fine dell’Ottocento per giun­gere fino alle odierne mobi­li­ta­zioni di segno omo­fobo in difesa della «fami­glia tradizionale».

A dispetto di ciò che si sarebbe por­tati a cre­dere, la sto­ria delle destre è in Fran­cia anche e soprat­tutto una sto­ria di occu­pa­zione e presa dello spa­zio pub­blico, quando non di ten­ta­tivi di uti­liz­zare le pro­te­ste popo­lari per modi­fi­care lo sta­tus quo del sistema poli­tico. Il cata­logo offerto da Tar­ta­ko­w­sky non potrebbe essere più espli­cito da que­sto punto di vista: si tratti delle «manifestations-insurrections» dei seguaci del gene­rale Bou­lan­ger prima, o di quelli dell’Action fra­nçaise di Mau­rice Bar­res poi, dei «ras­sem­ble­ments catho­li­que» che si oppo­ne­vano alle sini­stre negli anni Venti o alle marce delle leghe patriot­ti­che, para­fa­sci­ste e vio­lente, con­tro il governo del Front popu­laire negli anni Trenta, del cor­teo che attra­versò Algeri nel mag­gio del 1958, segnando l’inizio della rivolta dei pieds-noirs con­tro l’indipendenza del paese nor­da­fri­cano dalla Fran­cia, o di quello che il 30 mag­gio del 1968 rispose alle pro­te­ste stu­den­te­sche riaf­fer­mando per le vie di Parigi il soste­gno di una parte del paese al gene­rale De Gaulle.

Per molti versi, il punto di svolta deci­sivo è pro­prio rap­pre­sen­tato dal Ses­san­totto e dalla suc­ces­siva fine del gaul­li­smo. Negli anni suc­ces­sivi emer­ge­ranno infatti, da un lato la defi­ni­tiva con­sa­cra­zione della piazza come luogo di espres­sione delle sini­stre poli­ti­che e sociali. dall’altro lato, la crisi irre­ver­si­bile di quella cul­tura nazional-patriottica che aveva tal­volta tenuto insieme con­ser­va­tori ed estre­mi­sti, la «mag­gio­ranza silen­ziosa» e i nostal­gici di Pétain, spesso all’ombra di un desi­de­rio di rivin­cita sulla repub­blica nata dalla Rivo­lu­zione che ema­nava da taluni set­tori della Chiesa cat­to­lica. Que­sto, per­lo­meno fino ad anni recenti.

Annun­ciate spo­ra­di­ca­mente dalle pro­te­ste del ceto medio e delle pro­fes­sioni libe­rali con­tro la pre­si­denza Mit­te­rand, e poi repli­cate nelle mobi­li­ta­zioni in difesa della «scuola libera» a metà degli anni Novanta, le piazze di destra sono infatti tor­nate pre­po­ten­te­mente pro­ta­go­ni­ste nell’ultima sta­gione della poli­tica fran­cese. Quella che, non a caso, all’ombra della figura di Nico­las Sar­kozy ha pro­dotto su molti punti un avvi­ci­na­mento, quando non una con­ver­genza, tra la destra repub­bli­cana e quella estrema.

Un amaro bilancio

Per la sto­rica fran­cese, il bilan­cio da trarre al ter­mine della sua lunga immer­sione in vicende spesso poco note, non solo fuori della Fran­cia, non potrebbe essere per­ciò più inquie­tante. «Si tende a dimen­ti­carlo — spiega Tar­ta­ko­w­sky -, ma le mani­fe­sta­zioni di piazza fanno parte della cul­tura di alcune com­po­nenti della destra fran­cese, soprat­tutto le più radi­cali, ma non solo, visto che nel pas­sato è stato que­sto il ter­reno su cui si è misu­rata l’estrema destra delle leghe patriot­ti­che o dei monar­chici di Bar­res, ma anche i movi­menti socio­pro­fes­sio­nali del ceto medio e dei padron­cini. Da que­sto punto di vista, sia la Manif pour tous che il debutto dei Bonnets Rou­ges, s’iscrivono per­fet­ta­mente in que­sto pro­cesso di lungo corso carat­te­riz­zato dalle mobi­li­ta­zioni con­tro la sini­stra che hanno spesso avuto pro­por­zioni molto vaste e sono riu­scite a pesare anche in modo deter­mi­nante sul scelte del potere. In ogni caso, lungo l’intera sto­ria repub­bli­cana, ogni volta che la destra ha scelto la via della piazza, ha finito per pro­durre una sorta di rea­zione a catena dalle forti con­se­guenze sia in ambito sociale che politico».

Elezioni in Ungheria: (estrema) destra pigliatutto | Fonte: Contropiano.org | Autore: Marco Santopadre

Le elezioni politiche di ieri in Ungheria hanno confermato una tendenza già evidente negli anni scorsi, con la destra di governo che conserva le sue posizioni di dominio e l’estrema destra neonazista all’opposizione che cresce. Aumenta anche l’astensionismo, di quattro punti percentuali, collocandosi la partecipazione al 61%.L’ex partito liberale Fidesz, portato dal primo ministro uscente Viktor Orban su posizioni apertamente reazionarie, populiste e xenofobe, ha ottenuto il 44,5% dei voti, percentuale che gli concede un’ampissima maggioranza nel parlamento di Budapest. E comunque la destra stacca di ben 20 punti i socialdemocratici, che ottengono solo un 25,9% a fronte dei nazisti di Jobbik che sfondano il muro del 20%, ottenendo il 20,7% dei consensi (era il 16,7 nel 2010). Solo un 5,2% per gli ecologisti dell’LMP, che basterebbe comunque a permettergli l’ingresso in parlamento visto che la soglia di sbarramento è fissata al 5%. In base a questi risultati, quasi definitivi, il Fidesz otterrebbe 133 seggi, il centrosinistra 38, altri 23 l’estrema destra di Jobbik e 5 gli ecologisti. Nei prossimi giorni dovrebbero però arrivare alcune centinaia di migliaia di voti espressi dagli ungheresi che vivono nei paesi limitrofi, ai quali il governo Orban ha recentemente concesso il diritto di voto e che potrebbero aumentare ulteriormente il vantaggio della destra populista.
Certo il Fidesz ha perso otto punti percentuali rispetto alle elezioni di quattro anni fa – quando prese il 52,7% – ma con 133/134 seggi Orban può comunque contare sui due terzi dei seggi totali dell’assemblea nazionale di Budapest, il che gli permetterà di avere i voti sufficienti, senza dover negoziare con nessuno dei partiti dell’opposizione, per imporre leggi di natura costituzionale.

Orban e i suoi non hanno nascosto l’entusiasmo di fronte ai risultati. “L’Ungheria è il paese più unito d’Europa” ha affermato trionfalmente il primo ministro al suo terzo mandato quadriennale, in un’esplicita frecciata all’establishment dell’Unione Europea che negli ultimi anni ha fortemente criticato e pressato l’esecutivo di Budapest dopo il varo di alcune leggi e la riforma della costituzione considerate non in linea con la giurisprudenza continentale e improntate a un nazionalismo aggressivo, autoritario e xenofobo. Ad esempio nel 2012 il governo ha cambiato unilateralmente la legge elettorale, cambiando la geografia dei distretti elettorali per favorire i candidati del Fidesz e portando i seggi da 386 a 199, oltre a cancellare il ballottaggio. Altre misure contestate da Bruxelles, oltre che dall’opposizione, sono state la riduzione dei poteri della Corte Costituzionale, il prepensionamento obbligatorio di molti magistrati invisi al governo e l’introduzione di una dura censura sui media, chiamata non a caso ‘legge bavaglio”.
Ma per molti ungheresi Orban è un campione degli interessi nazionali, visto che ha ridotto le tasse sui redditi ed ha abbassato le bollette elettriche aumentando il controllo statale sul settore energetico (anche grazie ad un accordo con la Russia inviso a Bruxelles). In campagna elettorale il leader del Fidesz ha promesso che taglierà le ipoteche in valuta straniera che pesano su molte famiglie, attaccando gli interessi delle banche di vari paesi dell’Ue che spadroneggiano in Ungheria. Oltretutto negli ultimi anni il governo ha ridotto il debito pubblico, ha aumentato i salari e ridotto la disoccupazione sotto il 10%. Argomenti che hanno fatto breccia in un elettorato poco incline a identificarsi nelle critiche ‘politiche’ delle opposizioni.

A preoccupare è naturalmente anche la crescita dei fascisti di Jobbik, che in molte circoscrizioni hanno di gran lunga superato il blocco formato dai socialisti e dai loro alleati. La campagna elettorale dell’estrema destra è stata aggressiva e martellante, al grido di ‘No all’Unione Europea, si alla Grande Ungheria’. «Vogliamo farla finita con la vecchia classe politica – ha gridato nei tanti comizi Márton Gyöngyösi, uno dei dirigenti di punta di Jobbik -. Il nostro obiettivo è prendere le distanze da Bruxelles, combattere il crimine, la corruzione e lo strapotere delle banche». Un linguaggio euroscettico che veicola contenuti apertamente fascisti e razzisti, sostenuti in questi anni dalle aggressioni contro esponenti della sinistra e soprattutto le comunità Rom. Nel novembre del 2012, mentre le squadracce dell’estrema destra, sopravvissute allo scioglimento della Milizia del partito, assaltavano interi villaggi abitati dagli ‘zingari’, in parlamento Gyöngyösi proponeva la schedatura non solo di tutti gli appartenenti alla minoranza Rom, ma anche dei parlamentari di origine ebraica. Durante la vittoriosa campagna elettorale ha chiesto « l’istituzione di una gendarmeria nazionale sul modello delle milizie create nel primo dopoguerra dall’ammiraglio Horty», il dittatore fascista che dal 1920 al 1944 guidò il paese con il pugno di ferro, alleandosi con i nazisti tedeschi.
Il governo di Orban compete con i fascisti – gli argomenti dei rispettivi schieramenti sono spesso gli stessi – ma al tempo stesso li legittima, spostando gradualmente a destra il proprio discorso. “Oggi l’Ungheria è dominata da una lobby politico-economica di stampo oligarchico – dichiara lo sconfitto candidato dell’opposizione, il socialista Attila Mesterházy -. Le forze di sinistra sono state letteralmente imbavagliate. Inoltre, ci sono stati brogli durante la raccolta delle firme. Le forze di maggioranza hanno dato vita a una vera e propria tirannia parlamentare, liquidando il pluralismo e lo stato di diritto». Ma sembra ormai ovvio che né l’europeismo nè il conformismo in campo economico e sociali delle opposizioni arresteranno l’ascesa delle due destre estreme nella doppia versione governi sta ed estremista. Anzi.