Licenziamenti illegittimi, condannato dirigente del Pd | Fonte: Il Manifesto | Autore: Mauro Ravarino

Licen­ziati ille­git­ti­ma­mente e sot­to­pa­gati. La Corte d’Appello di Torino, sezione lavoro, con­danna la coo­pe­ra­tiva mul­ti­ser­vizi Rear, pre­sie­duta da Mauro Laus, impren­di­tore e nome di spicco del Pd tori­nese, attuale pre­si­dente del Con­si­glio regio­nale del Pie­monte, al risar­ci­mento di due lavo­ra­tori ingiu­sta­mente estro­messi dalla società. Entrambi per insu­bor­di­na­zione.
La Rear è un gigante sotto la Mole, ha appalti in musei e par­te­ci­pate e si occupa pre­fe­ri­bil­mente di vigi­lanza e acco­glienza. La vicenda sul pre­sunto sfrut­ta­mento dei suoi lavo­ra­tori esplose a fine 2012, quando il regi­sta Ken Loach rifiutò di rice­vere il Gran Pre­mio Torino pro­mosso dal Torino film festi­val. Motivo: al Museo nazio­nale del cinema, a cui fa capo il Tff, alcuni ser­vizi sono ester­na­liz­zati e le per­sone sot­to­pa­gate. Cin­que euro lordi all’ora con l’applicazione dello svan­tag­gioso con­tratto Unci (Unione nazio­nale coo­pe­ra­tive ita­liane). E come se non bastasse, un clima pesante fatto di pres­sioni e, appunto, licen­zia­menti.
Tutto ini­ziò nell’estate del 2011 dopo le pro­te­ste interne per il taglio del 10% di sti­pen­dio. Una delle lavo­ra­trici, suc­ces­si­va­mente licen­ziate, si oppose alla ridu­zione del 10% della retri­bu­zione men­sile lorda. Nel ricorso, dopo l’estromissione, la donna, in ser­vi­zio al Museo del cinema, aveva, infatti, evi­den­ziato il diritto costi­tu­zio­nale a una retri­bu­zione equa e suf­fi­ciente. Non con­sen­tito, invece, dal con­tratto Unci. La sen­tenza d’appello, così, si esprime: «Pare dun­que cor­retta la deci­sione del primo giu­dice che, acco­gliendo la pro­spet­ta­zione della ricor­rente, ha rico­no­sciuto il diritto della stessa ad avere appli­cato il trat­ta­mento eco­no­mico pre­vi­sto dal con­tratto nazio­nale delle Confcooperative/Cgil-Cisl-Uil, essendo il con­tratto sti­pu­lato dalle orga­niz­za­zioni dato­riali e sin­da­cali com­pa­ra­ti­va­mente più rap­pre­sen­ta­tive a livello nazio­nale nella cate­go­ria».
I giu­dici hanno con­si­de­rato ille­git­timo il licen­zia­mento per giu­sta causa inti­mato alla lavo­ra­trice, per l’evidente spro­por­zione della san­zione adot­tata. La Corte d’Appello ha ride­ter­mi­nato in 8 men­si­lità della retri­bu­zione glo­bale il risar­ci­mento dovuto all’ex dipen­dente della coo­pe­ra­tiva.
Un altro caso di licen­zia­mento ille­git­timo, estro­messo per «insu­bor­di­na­zione», ha riguar­dato un lavo­ra­tore della Rear in ser­vi­zio alla Pina­co­teca Alber­tina. Anche in que­sto caso prima della cac­ciata, ci fu un cam­bio di man­sione. La pre­sunta aggres­sione a un supe­riore è, invece in sede legale, stata ridi­men­sio­nata «a una discus­sione ani­mata». Il licen­zia­mento ha vio­lato il prin­ci­pio di pro­por­zio­na­lità tra il fatto con­te­stato e la san­zione. Ecco, per­ché è ille­git­timo.
Allo stesso tempo, la Corte ha con­si­de­rato legit­tima la richie­sta del lavo­ra­tore di avere il rico­no­sci­mento eco­no­mico pre­vi­sto dal con­tratto con­fe­de­rale, con cui doveva essere inqua­drato, come anche accla­rato da una cir­co­lare dif­fusa nel 2012 dal mini­stero del Lavoro. La Corte di Torino, respin­gendo il ricorso prin­ci­pale di Rear, ha ride­ter­mi­nato in 10 men­si­lità il risar­ci­mento dovuto al lavo­ra­tore e 101 mila euro l’ammontare delle dif­fe­renze retri­bu­tive a lui spet­tanti.
Sala­rio non legit­timo, quindi. Aveva ragione Ken Loach quando disse: «Accet­tare il pre­mio e limi­tarmi a qual­che com­mento cri­tico sarebbe un com­por­ta­mento debole e ipo­crita. Non pos­siamo dire una cosa sullo schermo e poi tra­dirla con le nostre azioni. Per que­sto motivo, sep­pure con grande tri­stezza, mi trovo costretto a rifiu­tare il pre­mio». La vicenda è diven­tata lo scorso anno un film docu­men­ta­rio «Dear Mr. Ken Loach», con pro­ta­go­ni­sta, tra gli altri, Fede­rico Altieri, il lavo­ra­tore che si era più espo­sto, con l’aiuto dell’Usb, con­tro lo sfrut­ta­mento. Anche il suo licen­zia­mento era stato con­si­de­rato illegittimo.

La Cassazione conferma: Fiat deve riassumere i 145 Fonte: Il Manifesto | Autore: Adriana Pollice

 

La Cas­sa­zione lo ha san­cito ieri in via defi­ni­tiva: la Fiat deve assu­mere i 145 ope­rai della fab­brica di Pomi­gliano iscritti alla Fiom. La Corte di appello di Roma nel 2012 aveva sta­bi­lito che la deci­sione del Lin­gotto di tenere fuori dalle linee tutte le tute blu Cgil con­fi­gu­rasse un com­por­ta­mento discri­mi­na­to­rio, il ver­detto della suprema corte depo­si­tato ieri pog­gia su un dato di fatto: il ricorso dell’azienda è inammissibile.

 

Gli ope­rai ave­vano un con­tratto Fga ( Fiat Group Auto­mo­bile s ) ma nel 2010 Ser­gio Mar­chionne decise di con­ver­tire il Giam­bat­ti­sta Vico in Fip (Fab­brica Ita­lia Pomi­gliano). Al momento del pas­sag­gio circa metà della forza lavoro è finita in cassa inte­gra­zione, in par­ti­co­lare tutti quelli con la tes­sera Fiom. Il piano Mar­chionne ha fatto una nuova piroetta nel 2013, con il ritorno dell’impianto a Fga. Nel mezzo i ricorsi Fiom, fino all’ultimo appello alla Cas­sa­zione pre­sen­tato dal Lin­gotto ma ancora in qua­lità di Fip.

 

Era stata la stessa Fiom a ecce­pire, con una appo­sita memo­ria, «l’inammissibilità del ricorso per soprav­ve­nuta carenza dell’interesse ad agire, stante l’avvenuta ces­sione, a far data dal primo marzo 2013, da parte della Fip e a favore della Fga, del com­plesso azien­dale sito in Pomi­gliano d’Arco». Moti­va­zione rite­nuta valida dagli ermellini.

 

Infatti, secondo la Suprema Corte, la Fip «non essendo più pro­prie­ta­ria dello sta­bi­li­mento presso il quale avreb­bero dovuto essere effet­tuate le ulte­riori assun­zioni di affi­liati alla Fiom, ovvero presso il quale già siano state effet­tuate le assun­zioni dei lavo­ra­tori nomi­na­ti­va­mente indi­cati, non ha più alcun con­creto e attuale inte­resse alla rimo­zione delle sta­tui­zioni rese nell’ordinanza impu­gnata». Le spese legali andranno divise tra le parti.

 

«Era­vamo con­vinti di essere di fronte a una discri­mi­na­zione – com­menta il segre­ta­rio gene­rale della Fiom di Napoli, Andrea Amen­dola – le sen­tenze ci hanno dato ragione e la Cas­sa­zione lo fa in maniera defi­ni­tiva. Ora si tratta solo di porre rime­dio nel più breve tempo pos­si­bile, in quanto la discri­mi­na­zione è con­ti­nuata anche dopo lo scio­gli­mento della newco, con i nostri ope­rai rima­sti sem­pre in cassa inte­gra­zione, senza essere stati chia­mati a lavo­rare nel set­tore A, quello che non è toc­cato dalla cig».

 

Da quat­tro anni i circa 1.200 ope­rai in cassa non entrano sulle linee in cui si pro­duce la Panda, tutto quello che hanno rac­cat­tato è qual­che set­ti­mana di lavoro nei set­tori B e C. Per loro la Fiat ha chie­sto un nuovo anno di cassa e ancora il rien­tro nel cer­chio magico del set­tore A si allon­tana. Secondo l’azienda gli ope­rai in cig non sono in grado di tenere gli alti stan­dard dei loro colleghi.

La Fiom però insi­ste e chiede for­ma­zione con soste­gno al red­dito, un per­corso cioè che con­senta a tutti il rien­tro in fab­brica anche nell’area riser­vata alla pro­du­zione della Panda. «Un altro anno di cassa così come è ora – spiega il respon­sa­bile del set­tore  auto­mo­tive  per la Fiom di Napoli, Fran­ce­sco Per­cuoco – non è accet­ta­bile, e lo hanno sot­to­li­neato anche gli altri sin­da­cati che ora con­di­vi­dono la nostra idea di intro­durre i con­tratti di solidarietà»

L’Europa boccia l’Italia sul precariato Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

Con due sen­tenze del 12 dicem­bre la Corte di Giu­sti­zia euro­pea con sede in Lus­sem­burgo ha boc­ciato la legi­sla­zione ita­liana che nega il rico­no­sci­mento delle tutele dei pre­cari della pub­blica ammi­ni­stra­zione. La prima ordi­nanza, chia­mata con il nome del ricor­rente «Car­ratù», riguarda un con­ten­zioso con le Poste. Azienda ormai pri­va­tiz­zata, che si per­mette di entrare nel capi­tale azio­na­rio di Ali­ta­lia ver­sando 75 milioni di euro, le Poste si com­por­tano come qual­siasi altra ammi­ni­stra­zione sta­tale che assume un eser­cito di circa 250 mila lavo­ra­tori a cot­timo: licen­zia e rias­sume con con­tratti pre­cari 133 mila per­sone nella scuola, 30 mila nella sanità, fino a 80 mila nelle regioni e negli enti locali.

Con­fer­mando una tesi del Tri­bu­nale di Napoli, la Corte euro­pea sostiene che lo Stato ita­liano è il datore di lavoro di ultima istanza e quindi deve rispet­tare la diret­tiva 70 del 1999 della Com­mis­sione Euro­pea che proi­bi­sce a tutti gli stati mem­bri dell’Unione di rin­no­vare i con­tratti pre­cari oltre 36 mesi, cioè tre anni. Lo Stato ita­liano deve quindi prov­ve­dere a sta­bi­liz­zare diret­ta­mente i pre­cari e que­sto vale per tutti i livelli dell’amministrazione.

Per quanto riguarda la seconda sen­tenza, chia­mata «Papa­lia», riguarda un mae­stro della banda musi­cale del comune di Aosta, pre­ca­rio da 30 anni. «Que­sta sen­tenza può essere estesa per ana­lo­gia a tutto il ter­ri­to­rio nazio­nale – sostiene Mar­cello Paci­fico, pre­si­dente del pic­colo e com­bat­tivo sin­da­cato Anief – il caso esa­mi­nato è equi­pa­ra­bile a quello dei 250 mila pre­cari sto­rici della P.a. Che hanno già svolto almeno 36 mesi di servizio».

La Corte euro­pea ha riba­dito che deve essere appli­cato il decreto 368 del 2001, ema­nato per rece­pire la diret­tiva euro­pea, e mai da allora appli­cato. Per­ché lo Stato, come qual­siasi altra azienda alla ricerca della scor­cia­toia per non assu­mere e pro­lun­gare all’infinito lo sfrut­ta­mento di lavoro inter­mit­tente, senza tutele pen­sio­ni­sti­che e per la disoc­cu­pa­zione, ha modi­fi­cato il testo del decreto nel 2007. Ciò ha pro­vo­cato l’apertura di una pro­ce­dura di infra­zione da parte della Com­mis­sione Euro­pea nel 2010 per quanto riguarda il per­so­nale ammi­ni­stra­tivo (Ata) nella scuola.

Nel 2012 ne è stata aperta un’altra per tutti i docenti pre­cari. Nel corso del 2013, infine, a favore di tutti i pre­cari alle dipen­denze di pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni. Le sen­tenze della Corte di Giu­sti­zia che riguar­dano espli­ci­ta­mente i pre­cari della scuola sono pre­vi­ste tra il luglio e il set­tem­bre 2014. Nel frat­tempo si stanno mol­ti­pli­cando le ordi­nanze dei tri­bu­nali nazio­nali (da Trento a Tra­pani) che con­dan­nano al risar­ci­mento dei danni per il pre­ca­riato plu­rien­nale inflitto. I giu­dici ita­liani dovranno suc­ces­si­va­mente appli­care gli orien­ta­menti della corte euro­pea, deci­dendo se pro­ce­dere ad una sta­bi­liz­za­zione oppure ad un risar­ci­mento. Per il governo ita­liano, sem­pre attento ad appli­care con pun­ti­glio i det­tami della Troika sulla parità del bilan­cio o sulla ridu­zione del debito pub­blico, l’applicazione delle sen­tenze euro­pee a difesa dei diritti dei pre­cari potrebbe essere una cata­strofe finan­zia­ria. Sta­bi­liz­zare la mostruosa ano­ma­lia creata in 20 anni di pre­ca­riato sel­vag­gio ha un costo proi­bi­tivo. Limi­tarsi a risar­cire i danni pro­cu­rati potrebbe essere peg­gio. La Corte potrebbe con­dan­nare lo Stato ita­liano a pagare multe fino a 8 milioni di euro per sin­golo caso.

Il governo Letta ha raf­for­zato l’anomalia in nome dell’austerità, bloc­cando il rin­novo del con­tratto per il 2014, gli scatti di anzia­nità e l’ incre­mento per l’indennità di vacanza con­trat­tuale. I 67 mila docenti assunti nei pros­simi tre anni dal mini­stro dell’Istruzione Car­rozza non coprono i pen­sio­na­menti e non c’è nes­suna idea per rias­sor­bire i 138 mila pre­cari assunti solo quest’anno. La legge «D’Alia» ban­dirà con­corsi con riserva di posti al 50% per i pre­cari con tre anni di con­tratto negli ultimi dieci minac­cia anzi di licen­ziarne una gran parte dei 250 mila esi­stenti. O di pro­ro­garli. Il 27 dicem­bre è arri­vata infine la beffa.

Il mini­stero dell?Economia ha chie­sto il gra­duale recu­pero degli scatti matu­rati nel 2012, già ero­gati, fino a 150 euro. Gli assunti dovranno pagare allo Stato i costi dell’austerità. I sin­da­cati sono sul piede di guerra. Per il Movi­mento 5 Stelle «il governo ha oltre­pas­sato la linea get­tan­dosi nell’agghiacciante sce­na­rio in cui versa la Grecia».

Stefano Rodotà: “La Corte non ha deligittimato il Parlamento” da: l’espresso

Il giurista analizza il quadro politico dopo la decisione della Corte costituzionale sul Porcellum: “Sarei più cauto di Napolitano nel dire che non si possa scegliere un sistema proporzionale”. Messaggi di stima con Civati, ma critica le Primarie e non andrà a votare

di Luca Sappino

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Stefano Rodotà: La Corte non ha deligittimato il Parlamento
Stefano Rodotà

 

Il parlamento «è legittimo», spiace per Forza Italia e 5 Stelle. La Corte avrebbe compiuto una «scelta politica e invasiva» non intervenendo sul Porcellum. E però, «sarei più cauto di Napolitano nel dire che non si possa scegliere un sistema proporzionale». Stefano Rodotà commenta il dibattito di queste ore: «Non è vero», dice, «che il proporzionale ci condanna alle larghe intese». Poi, sulle primarie del Pd: «non andrò a votare. Con Civati messaggi di stima».

Professore, lei dice che la Corte ha fatto «correttamente» la sua parte. Il professor D’Alimonte invece parla di «intervento invasivo». Gasparri si dice stupito, dall’indiscrezione secondo cui la Corte avrebbe valutato di sancire anche il ritorno al Mattarellum: «non sapevo avesse potere legislativo», ha detto…
«Io invece confermo e sono un po’ sbalordito dal professor D’Alimonte, studioso serissimo, che sa perfettamente che dal 2008 c’era un vizio di costituzionalità nella nostra legge elettorale e che questo doveva essere eliminato. La Corte non ha fatto nessun intervento manipolativo e anzi, se si fosse tirata indietro – come in molti auspicavano – sì, in quel caso, sarebbe stata una scelta politica e invasiva».

Resta il fatto che gli effetti sono enormi.
«Ma non può certo essere colpa della Corte. La colpa è della politica che per anni non è riuscita a trovare un punto di equilibrio. Era noto a tutti che un sistema che assegna, teoricamente, e poi concretamente in un panorama tripolare, la maggioranza dei seggi a chi magari prende il 20 per cento dei voti, fosse incostituzionale. Chi sostiene che la Corte non avrebbe dovuto intervenire, mi dispiace, ma non sa cos’è il controllo di costituzionalità».

Non è però il maggioritario, in generale, ad essere incompatibile con la Costituzione?
«Questa è la prima volta che la corte si esprime su un sistema elettorale. Ora abbiamo eliminato una zona d’ombra, però la Corte non si è spinta oltre, né nel prescrivere un sistema proporzionale né nell’indicare la soglia per cui sarebbe costituzionalmente compatibile un premio di maggioranza. Non sarebbe d’altronde stato nei suoi poteri».

Napolitano però, al contrario, ha rilanciato per il superamento del proporzionale, definendolo un «imperativo». E’ una forzatura della sentenza sul porcellum?
«Napolitano faceva riferimento al referendum del ‘93. Io, comunque, avrei dei dubbi rispetto al fatto che quel referendum impedisca di fare una legge che sia di tipo proporzionale. A venti anni di distanza sarebbe assolutamente possibile che si scegliesse la via del proporzionale».

Chi vuole superare il proporzionale, dice di voler garantire la stabilità.
«Ma è il solito vincolo della governabilità, che viene sostenuto dicendo quelle che a me sembrano plateali stupidaggini, cioè che nei paesi moderni e maggioritari il giorno stesso delle elezioni si sa chi governerà. Quanti giorni ci stanno mettendo in Germania per fare la coalizione di governo? E in Inghilterra? Si fanno ovunque, questa è la verità, governi di coalizione e non è una tragedia. Bisogna avere più fiducia nei cittadini».

Dicono che saremmo condannati alle larghe intese.
«Io che ho speso contro le larghe intese un momento importante della mia vita, spero non sia così. Si dovrebbero fare alleanze, non per forza le larghe intese».

Forza Italia e 5 Stelle sostengono che il parlamento sia illegittimo e che dovrebbero esser riassegnati almeno i seggi ottenuti da Pd e Sel col premio di maggioranza. Lei che pensa?
«Questo non si può dire. Dal punto di vista formale la Corte stessa ha detto che la sentenza non travolge il parlamento. Se questo può fare, come dice la Corte, la legge elettorale, vuol dire che è legittimo. Il problema è semmai la legittimazione politica di questo parlamento».

Pensa alle riforme costituzionali?
«Penso al tentativo di manipolare l’articolo 138, sì, su cui era previsto il voto martedì. Non penso abbiano legittimazione a sufficienza per cambiare la regola stessa della revisione costituzionale».

E per «superare il bicameralismo», come dice Napolitano? In molti, in queste ore, propongono, insieme alla legge elettorale, di abolire il Senato…
«Bisogna vedere bene le motivazioni della Corte e le modalità con cui si vogliono fare queste modifiche. La mia opinione è però che il contesto è cambiato e l’assoluta libertà di intervento che si era assegnata a questo parlamento andrebbe rivista».

Professore, perdonerà l’off-topic. Voterà alle primarie del Pd?
«Non vado a votare. Io non ho mai votato alle primarie del Pd».

E i suoi messaggi con Civati? 
«Non c’è niente di male, sono attestati di stima. Io non vado però a paracadutarmi dall’esterno in un partito, scegliendone segretario e candidati. Poi, se vuole, può anche leggere in queste mie parole una riflessione critica sul metodo delle primarie».

Le ragioni della Corte costituzionale La sentenza appena pronunciata sulla legge elettorale era assolutamente prevedibile, e nessuno nel mondo politico può dire d’esser stato colto di sorpresa di STEFANO RODOTA’ da: la repubblica


Sono francamente incomprensibili alcuni attacchi alla Corte costituzionale, la cui unica colpa è quella di aver toccato un nervo da troppo tempo scoperto di una politica che ha perduto la dimensione istituzionale. La Corte ha rifiutato d’essere normalizzata, d’essere risucchiata nelle logica delle convenienze e dei rinvii, d’essere considerata parte di un sistema che sfugge regolarmente le proprie responsabilità. Ha così dato un buon esempio di autonomia, mostrando come ogni istituzione possa e debba fare correttamente la sua parte. La vera decisione “politica” sarebbe stata quella di piegarsi alle richieste di ritardare la sentenza, per dare al Parlamento altro tempo oltre quello che già gli era stato generosamente concesso.

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che la Corte aveva segnalato fin dal 2008 (e con ben tre sentenze) il fatto che la legge elettorale conteneva un vizio di incostituzionalità. Lo aveva fatto con un linguaggio prudente, ma assolutamente chiaro: “l’impossibilità di dare un giudizio anticipato di legittimità costituzionale non esime questa Corte dal dovere di segnalare al Parlamento l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici di una legislazione che non subordina l’attribuzione di un premio di maggioranza al
raggiungimento di una soglia minima di voti e di seggi”. Queste parole erano state scritte dall’attuale presidente della Corte, Gaetano Silvestri, che all’indomani del suo insediamento, nel settembre di quest’anno, aveva voluto ribadire una volta di più la necessità di un intervento parlamentare che ci liberasse da una legge costituzionalmente viziata. Lo aveva fatto anche il suo predecessore, Franco Gallo.

La sentenza appena pronunciata, dunque, era assolutamente prevedibile, e nessuno nel mondo politico può dire d’esser stato colto di sorpresa. Ma proprio questa sua prevedibilità rende ancora più pesante la responsabilità di un Parlamento che è andato avanti per cinque anni come se nulla fosse, portandoci addirittura a nuove elezioni con una legge incostituzionale proprio nel suo punto più significativo, quello della composizione della rappresentanza, radicalmente distorta da un abnorme premio di maggioranza. Il punto chiave è proprio questo. In una democrazia rappresentativa vi è una soglia oltre la quale la manipolazione delle regole finisce con il vanificare il valore del voto espresso da ciascun elettore. E probabilmente è anche questa la preoccupazione che ha indotto la Corte a dichiarare illegittime le norme che, escludendo la possibilità di esprimere preferenze, privano i cittadini della possibilità concreta di scegliere i loro rappresentanti. La legge Calderoli ci aveva trascinato fuori dalla logica rappresentativa, e ci aveva abbandonato in una sorta di vuoto dove la logica costituzionale era stata sostituita dal potere assoluto di oligarchie ristrettissime (venti, trenta persone) di scegliere arbitrariamente 945 parlamentari. E tutto questo era avvenuto all’insegna della pura “governabilità”, parola che aveva cancellato, con una evidente e grave forzatura, il riferimento alla rappresentanza.

Bisognerà attendere le motivazioni della sentenza per valutarne tutte le conseguenze. Ma l’attenzione oggi deve essere rivolta proprio a questi temi generali, senza introdurre argomentazioni improprie come quelle riguardanti il fatto che la Corte ci riporterebbe alla Prima Repubblica. Qual è il senso di questa critica? La Corte avrebbe dovuto evitare di fare il proprio dovere? O doveva addirittura manipolare la legge vigente in modo da renderla gradita a quanti oggi immaginano questa o quella riforma elettorale alla quale affidare equilibri e dinamiche politiche? Davvero in questo modo la Corte si sarebbe sostituita impropriamente alla politica, alla quale invece è stata restituita la responsabilità della decisione. Questo è un segno ulteriore del rigore con il quale la Corte si è mossa, eliminando il vizio rappresentato dal premio di maggioranza, senza cedere ad alcuna tentazione di interventi manipolativi. I critici dovrebbero essere consapevoli di tutto questo.

Nell’esercitare il potere di approvare una nuova legge elettorale, al quale fa esplicito riferimento il comunicato ufficiale della Corte, il Parlamento dovrà tuttavia tenere ben fermi alcuni vincoli che già emergono con grande nettezza. Il primo riguarda il fatto che, legiferando nella materia elettorale, il Parlamento si era finora sostanzialmente ritenuto immune dal controllo di costituzionalità, per la difficoltà tecnica di far arrivare queste leggi davanti alla Corte. Così che proprio le norme fondative della rappresentanza politica avevano finito con il costituire una categoria a sé, autoreferenziale, una zona franca, un territorio dove nessuno poteva penetrare, con effetti negativi per la generalità dei cittadini. Ora questo non sarà più possibile, e la legalità costituzionale potrà ovunque essere ricostruita. Il secondo tipo di vincolo riguarda l’illegittimità costituzionale di meccanismi che alterano il rapporto tra voti e seggi attraverso forzature maggioritarie. In questo modo è possibile restaurare quella democrazia perduta negli anni tristi del Porcellum.

La sentenza non travolge formalmente il Parlamento. Ma sicuramente incide, e profondamente, sulla sua legittimazione politica. Ferma la possibilità di approvare una nuova legge elettorale, comunque rispettosa del contesto ridefinito dalla Corte, davvero non sembra possibile che un Parlamento con un così profondo vizio d’origine possa mettere le mani sulla Costituzione. Fino a ieri questa poteva essere considerata una presa di posizione polemica di qualche politico o studioso. Ora è un dato istituzionale, ineludibile per tutti.

La Costituzione è tornata, e dobbiamo tenerne conto.