Ahmadi: ISIS è un cancro e se non verrà distrutto distruggerà tutti da: UIKI

Ahmadi: ISIS è un cancro e se non verrà distrutto distruggerà tutti

Abdul Rahman Haji Ahmadi, co-presidente del Partito della vita libera del Kurdistan(PJAK)ha parlato sulle questioni importanti che hanno guidato il più recente sviluppo in Kurdistan,a suo parere ISIS è un cancro e se non verrà distrutto distruggerà tutti.Ha anche aggiunto che in caso di fallimento delle forze unificate della resistenza curda Hewlêr e Silêmanî verranno occupate.

Haji Ahmadi in un intervista con ROJ NEWS ha affermato che le Unità di difesa del Kurdistan orientale (YKR) sono pronte a difendere il Rojava.Il co-presidente del Pjak ha affermato che d’ora in poi ci si aspetta il sostegno dalla popolazione del Rohjelat(Kurdistan orientale) alla resistenza e spera che il Rojava divenga un modello per il Rohjelat.

Erdogan ha pianificato un complotto contro la nazione curda
Haji Ahmadi  sulla situazione in Medio Oriente ha affermato”Il Medio oriente,in particolare il Kurdistan si trova di fronte ad una crisi e ci sono due ragioni principali,una è quella che nella odierna società globale in ogni paese dove  la politica non è dominante nascerà una dittatura ed il paese si troverà di fronte ad una crisi quando le persone perderanno le loro speranza nella politica e si rivolgeranno alla religione.Tutti i paesi del terzo mondo,in modo particolare il Medio Oriente,sono fatti di dittatura.Vediamo il risultato oggi.La seconda è che il Medio Oriente è la principale risorsa di energia per i paesi industrializzati del mondo.Il 56% dei giacimenti petroliferi del mondo sono in Kurdistan, Iraq, Kuwait, Iran, Emirati,Arabia saudita ed il resto in altre parti del mondo;questa percentuale cresce di giorno in giorno ed il Medio Oriente è la principale risorsa energetica per i paesi industrializzati.

Haji Ahmadi sulle cospirazioni della Turchia aggiunge:”Erdogan ha pianificato un complotto contro la nazione curda basato sulla semplicità e l’ignoranza degli alleati curdi che sono stati ingannati da un campanello d’allarme degli USA.Gli Stati Uniti hanno incominciato presto a lavorare per costituire un fronte contro ISIS.Un fronte per impedire a ISIS di creare una repubblica.

Gli Stati Uniti hanno anche attratto i paesi arabi ad unirsi al fronte,adesso quasi  60 paesi sono in guerra contro ISIS,all’ombra della politica disumana delle politiche di Erdogan e le corrette politiche dei curdi, i curdi sono parte del fronte “.

Sengal è una pagina nera nella storia dei curdi e non sarà mai dimenticata
Ha detto che per quanto riguarda l’aspetto negativo di ISIS contro i curdi:”Siamo stati sconvolti che centinaia di nostri villaggi e città sono stati  schiacciati.Migliaia di curdi sono caduti e migliaia sono diventati sfollati,migliaia di donne e di ragazze sono state rapite e vendute.Il governo iracheno e il Governo regionale curdo(KRG),il Ministero dei Peshmerga,il Parlamento e il partito al governo non si assumono ancora nessuna responsabilità per loro cercando di farlo sembrare un evento normale e naturale.

Ma Şengal è una pagina nera nella storia dei curdi e non sarà mai dimenticata.ISIS è una forza con un’ideologia pericolosa che ha provocato amicizia e sostegno unici per i curdi.Nessun evento nella storia del Kurdistan e la resistenza curda sono stati in grado di causare l’unita nazionale dei curdi più di adesso di andare insieme.La seconda problematica è che per la prima volta nella storia umana che la donna ha avuto l’opportunità di dimostrare la capacità nella pratica ed i tutti i settori della vita indipendentemente dall’uomo.Oggi a Kobanê  in Kurdistan ed anche in Medio Oriente ed in futuro anche in tutto il mondo diverrà una verità innegabile”

I nostri guerriglieri sono pronti alla difesa del Kurdistan del sud in ogni circostanza
Haji Ahmadi sul ruolo delle YRK contro ISIS a Şengal, Mexmur e Kirkuk ha affermato:”Sebbene questa questione è correlata al Kodar(Società democratica e libera del Kurdistan orientale)ma per quanto ne so,Kodar prima di ogni altro partito curdo ha informato le autorità dei partiti curdi che i loro guerriglieri sono pronti alla difesa del Kurdistan del sud in ogni circostanza”.

“Per quanto riguarda, con la spedizione di forze della guerriglia, Haji Ahmadi ha sottolineato:””KODAR lo sa, ma se la popolazione di ogni parte del Kurdistan necessita di aiuto,tutti i partiti di altre parti del Kurdistan hanno il dovere di aiutarli come un dovere nazionale.Le forze delle YRK, anche se non direttamente, ma indirettamente hanno partecipato alla resistenza di Kobanê perché non  da meno i martiri vengono dal Rojhelat. “

Spero che mantengano il loro sostegno alla vittoria del Rojava
In collaborazione con la donazione da parte  della popolazione del  Rojhelat  a Sengal e  a Kobanê ha dichiarato:”L’attesa della popolazione che aveva fondato una repubblica 70 anni fa (riferito alla Repubblica del Kurdistan a Mahabad nel 1946) è molto più alta.Spero mantengano il loro sostegno alla vittoria del Rojava”.”Tuttavia alcune forze volevano dirottare queste donazioni, ma nonostante la politica della detenzione e dell’esecuzione dell’ Iran,la popolazione del Rojhelat è consapevole.

IL PJAK ha anche un’esperienza e il sostegno della popolazione.Il  PJAK sa quando,e in che maniera agire.”, ha sottolineato Haji Ahmadi.

Il trattato di Hewlêr
Il copresidente del PJAK ha descritto il trattato di  Hewlêr come tardivo ma promettente che porta all’unificazione delle correnti del Rojava:”Ci aspettiamo che i capi dei partiti del Rojava che vivono a Hewlêr ritornino a  Kobanê per combattere ISIS “.In relazione all’alleanza tra i partiti del Rohjelat ha detto:”Fino ad ora non c’è un’alleanza tra i partiti ma spero che il Rojava sia un modello per il Rohjelat,sebbene KODAR  pochi mesi fa ha tenuto incontri con tutti i partiti nel Kurdistan del sud per coordinare le forze del Rojhelat “.

“L’Iran e la Turchia, in particolare, sono intervenuti direttamente o indirettamente per non permettere lo svolgimento del Congresso nazionale curdo,ma dopo la tragedia di Sengal e lo shock giunto ad Hewlêr ed anche la resistenza di Kobanê e il sostegno curdo delle persone in tutto il mondo noi siamo fiduciosi che il Congresso che si terrà il più presto possibile”.

Cento anni di resistenza curda e lo stato islamico da: uiki

Cento anni di resistenza curda e lo stato islamico

Cento anni di resistenza curda e lo stato islamico

Quasi 100 anni fa, il Kurdistan è stato trasformato in una colonia internazionale dalle potenze coloniali dell’epoca, Francia e Inghilterra. Fin dall’accordo Sykes-Picot (1916) e poi il Trattato di Losanna (1923), che separava il popolo curdo sotto il dominio di quattro stati (Turchia, Iran, Iraq, Siria), il popolo kurdo è stato in guerra, in una forma o nell’altra. In migliaia si sono ribellati, hanno resistito, sono stati massacrati, impiccati, esiliati, assimilati e torturati. In breve, ai curdi non è stata data la possibilità di autodeterminarsi e non sono stati riconosciuti dal mondo come società o nazione distinta. Ciò in cui essi, e gli stati che hanno cercato di ridurli in schiavitù, sono stati catturati è la “Trappola curda”, istituita dai poteri dominanti del mondo.
Non voglio parlare di tutte le ribellioni curde o massacri perché vi sfinirei.

Di seguito verrà data un’idea della tragedia curda dei tempi moderni:

In Turchia (Kurdistan settentrionale) ci fu il massacro di Zilan (1921), il massacro di Sheikh Said (1925), il genocidio di Dersim (1938), il massacro di Maras (1978), e la ribellione del PKK (dal 1978) contro questi eventi. In totale, questi massacri hanno richiesto più di 300.000 vite.
In Iran (Kurdistan orientale), le ribellioni di Simko (1918 e 1926), di Qazi Muhammad e la breve durata della Repubblica curda di Mahabad (1946), e la rivolta del KDP-I del 1979, si sono concluse con la morte di almeno 50.000 persone e con lo sfollamento di massa.
In Iraq (Kurdistan meridionale) ci fu la ribellione di Barzani (1961-1970) e la rivolta del 1983 che si concluse con la campagna genocida “Al Anfal” (1986-1989), che costarono la vita a oltre 190.000 curdi.
In Siria (Kurdistan occidentale), centinaia di migliaia di curdi non sono stati riconosciuti dal governo come cittadini e, pertanto, non ebbero alcun diritto dal 1962 in poi. Il “cordone arabo” del 1965 sfollò coercitivamente centinaia di migliaia di curdi e insediò arabi nelle loro case, per “arabizzare” le terre curde. Dal 2004 vi è stata un’escalation costante di massacri curdi, che ha raggiunto l’apice con la guerra siriana e continua oggi nel nord della Siria (Kurdistan occidentale) mentre i curdi, ancora uccisi a centinaia, resistono contro lo Stato islamico (IS).

Perché il Kurdistan è importante

Ora i curdi affrontano un’altra alba, combattendo i terroristi internazionali nella forma dello Stato Islamico (IS). Ma perché il Kurdistan è così prezioso per le potenze regionali e internazionali, e perché la terza guerra mondiale sta avendo luogo sul suolo curdo?
Petrolio, acqua, sali minerali e importanza geostrategica sono tutti fattori rilevanti, ma in modo più significativo il Kurdistan e la regione circostante detengono gli indizi per le domande senza risposta sulla nostra civiltà.
E’ dal Kurdistan, la Mezzaluna Fertile e la Mesopotamia, che la maggior parte, se non tutte le rivoluzioni sociali, si sono sparse per il resto del mondo. Il primo problema sociale della disuguaglianza di genere e poi la disuguaglianza di classe, sono pure sorti qui.
In realtà Kurdistan, con il suo patrimonio etnico, religioso, ideologico, culturale e storico, è l’ingranaggio centrale e quindi microcosmo di tutto il Medio Oriente. In breve, chi controlla il Kurdistan controlla la regione. Questo è il motivo per cui il Kurdistan non è mai stato lasciato al dominio di una potenza e perché tutte le potenze coinvolte hanno cercato di mantenere il controllo. Da qui il motivo per cui la “trappola curda” è stata utilizzata da potenze internazionali per più di cento anni, al fine di indebolire, dividere e rendere dipendenti i curdi e i loro vicini.
Recente prova di questo è stata l’intervista di Barack Obama con il New York Times; in poche parole, egli dice al KRG e al governo iracheno: se non eseguirete le politiche degli Stati Uniti, porteremo avanti solo azioni limitate contro l’IS. Il presidente degli Stati Uniti continua a dire che il KRG deve la sua democrazia e la stabilità al sacrificio fatto dai soldati americani. Il significato sottointeso è: i curdi ce lo devono. Ciò che Obama omette è che i curdi del Kurdistan meridionale (Nord Iraq) costituiscono solo il 20% circa dei curdi e che i curdi che vivono sotto il dominio della Turchia, Iran e Siria non hanno ricevuto alcun sostegno da parte degli Stati Uniti, ma al contrario sono stati colonizzati dagli stati da loro sostenuti e dalle potenze occidentali.
L’inserimento del PKK nell’elenco delle organizzazioni terroristiche, da parte degli Stati Uniti e dell’Unione europea, ne è un esempio tipico, e il completo disinteresse verso la resistenza delle YPG contro l’IS e gli altri elementi regressivi in Siria è un altro. E ‘anche ironico che queste sono le due forze che hanno combattuto contro l’IS per aprire un corridoio sicuro per i rifugiati di Sinjar, salvando ad oggi oltre 50.000 vite.
La resistenza curda contro l’IS
L’IS è stato, senza dubbio, sostenuto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, quando faceva parte dell’Esercito Siriano Libero, e si è formato nel vuoto creato dall’intervento imperialista. Esso continua ad essere sostenuto da Turchia, Arabia Saudita e Qatar, tutti alleati occidentali. Ma questo non significa che l’IS non abbia la propria agenda. Precedentemente noto come lo Stato islamico dell’Iraq e della Siria, l’IS ha una storia di lotta di almeno dieci anni, che inizia con l’invasione americana dell’Iraq. Le sue radici ideologiche e politiche si trovano nell’interpretazione salafita dell’Islam, che è diventato sempre più politicizzato con la primavera araba, attirando giovani sunniti alienati e insoddisfatti. Inoltre lo Stato Islamico ha un desiderio genuino di diffondere l’Islam com’è stato vissuto, secondo loro, al tempo del Profeta Maometto.

Evidentemente, la loro è una lettura del Corano e della Sunnah letterale e distorta e non rappresenta la maggioranza dei musulmani in tutto il mondo. Ma questo tradizionalismo anacronistico è anche il motivo per cui pochissime organizzazioni musulmane hanno preso una posizione aperta contro l’IS e i loro massacri nella regione, e per cui l’IS è stato in grado di strisciare fuori da sotto l’ombra di Al Qaeda e Al-Nusra fino ad attirare alla sua jihad migliaia di giovani uomini, e alcune donne, provenienti da tutto il mondo.
Per oltre due anni c’è stata una resistenza silenziosa al saccheggio dello Stato Islamico nel Kurdistan occidentale (Siria settentrionale), o come ai curdi piace chiamarlo, Rojava. Le Unità di Difesa del Popolo (YPG) sono state coinvolte in una vittoriosa guerra di guerriglia, prima contro il fronte Al-Nusra e poi, dopo la loro separazione da questo gruppo, lo Stato Islamico. Le YPG non sono formate solo da curdi e hanno unità composte da arabi, turcomanni, armeni e assiri, in pratica qualsiasi gruppo che vive nel Rojava. Il silenzio della comunità internazionale su questa resistenza è comprensibile, perché non rientra nella loro grandiosa narrazione del Kurdistan e del Medio Oriente. In realtà c’è una rivoluzione in corso in Rojava, dove sono stati dichiarati tre cantoni autonomi, amministrati dalle assemblee dei popoli, dove il comunitarismo è praticato ovunque possibile, dove la rappresentanza femminile è del 60%, e dove tutte le diverse etnie e fedi trovano rappresentanza in una società democratica laica.
Il Partito dell’Unione Democratica (PYD) è la forza trainante di questa rivoluzione, ma ci sono anche altri partiti politici che partecipano all’amministrazione. La visione ideologica e paradigmatica di questo sistema, che la gente chiama “Autonomia democratica”, è stata formulata da Abdullah Ocalan, il leader curdo in carcere dal 1999 in un’isola-prigione in Turchia. Ocalan chiama questa visione “il paradigmademocratico, ecologico e dell’emancipazione di genere”, e sembra dare i suoi primi frutti in Rojava.
E’ questo sistema e la società che sta creando, che rappresentano un grande pericolo per lo status quo in Medio Oriente. I dittatori locali, i regimi repressivi e i loro cospiratori internazionali temono la democrazia radicale che si sta sviluppando in Kurdistan e diffondendo in Medio Oriente. Questa è la ragione per cui l’IS ha attaccato il Rojava senza mollare per due anni ed è anche il motivo per cui è sempre stato sconfitto. Il sistema nel Rojava ha unito le persone indipendentemente dalle differenze e dato loro la speranza di una nuova vita.
L’incursione dell’IS in Iraq e l’assedio comico di Mosul dove è stato rinvigorito con nuove armi e tecnologia militare, era solo per preparare un nuovo attacco nel Rojava al secondo anniversario della rivoluzione del luglio 2014. Il suo attacco a Sinjar e nella regione confinante il Rojava è stato anche per evitare che la rivoluzione si diffondesse ad altre parti del Kurdistan. Tuttavia l’IS sta perdendo la battaglia e i suoi attacchi stanno solo rafforzando l’unità tra curdi. Il popolo curdo sta cominciando a vedere chi è amico e chi no, dal momento che il PKK, le YPG e alcune forze peshmerga si sono unite per difendere la loro gente.
Ora, secondo i report, il califfo dell’IS Abu Bakr al-Baghdadi ha chiesto un cessate il fuoco con i curdi, dopo due settimane di massacro nel Kurdistan meridionale. Che cosa lo ha indotto a farlo? E’ stato il clamore internazionale, il bombardamento degli Stati Uniti o la nomina di un nuovo Primo Ministro iracheno, che sta presumibilmente riportando le tribù sunnite in carreggiata e fermando il loro sostegno per l’IS? O il loro compito di ripulire l’area da yazidi, cristiani, caldei, kakais e altri gruppi etnici e religiosi nel Kurdistan meridionale, è stato portato a termine?
Anche se non nello stesso modo, la storia sembra ripetersi in queste situazioni; il caos è stato creato, milioni sono stati massacrati e sfollati, le mappe sono ridisegnate secondo il capitale finanziario e, infine, un gruppo selezionato consolida il proprio potere e guadagno. L’unica speranza che la storia non si ripeta giace nel sistema del Rojava e nel rifiuto della mentalità dello stato-nazione, dei dogmi religiosi e del patriarcato.

La politica della carota e del bastone
Una delle questioni su cui spesso ci si interroga è: i curdi vogliono un intervento militare da parte delle potenze occidentali?
La risposta è un sonoro ‘No’. Perché una ragione di questa disastrosa situazione è l’intervento militare da parte delle potenze occidentali in Iraq e Siria e negli altri paesi della regione. Tuttavia possiamo vedere che è stata avviata una campagna attiva, volta a far sembrare che i curdi vogliano che Regno Unito e Stati Uniti inviino truppe in Kurdistan. Non è questo il caso. Ciò che questi poteri possono fare è utilizzare i loro rapporti diplomatici per fermare il sostegno all’IS. Impedire ai militanti IS di attraversare il confine Turchia-Siria, agli jihadisti internazionali di recarsi nella regione e colpire la loro economia, contribuirebbe a indebolirli. Inoltre, gli Stati Uniti e l’UE devono immediatamente togliere il PKK dalla lista delle organizzazioni terroristiche e impegnarsi con tutte le parti curde a risolvere la questione del Kurdistan e il caos in Medio Oriente in modo giusto e democratico.
Tuttavia, se le potenze internazionali pensano di poter ricolonizzare il Kurdistan, fornendo sostegno e poi chiedendo fedeltà o obbedienza, avranno penosamente sbagliato. I curdi non devono niente a nessuno e l’insistenza sul mantenimento della “trappola curda” non è un’opzione.
Se i partiti curdi riescono a unirsi, sviluppare una cultura democratica dall’interno e rimanere fedeli al ricco patrimonio del Kurdistan con tutte le sue diverse etnie, religioni e culture, allora i curdi e il Kurdistan possono essere un faro di speranza per lo sviluppo di una modernità democratica nel cuore del Medio Oriente. Altrimenti, gli imperialisti internazionali e i loro alleati regionali continueranno ad attuare la politica del bastone e della carota sui popoli del Medio Oriente, dividendo, indebolendo e sfruttando ulteriormente loro e le ricchezze in cui vivono per almeno i prossimi 100 anni.

di Memed Aksoy

“Nazione curda, il salto di qualità contro l’Isis”. Intervista a Yilmaz Orkan del Congresso nazionale Kurdo | Autore: vittorio bonanni da: controlacrisi.org

Yilmaz Orkan è rappresentante in Italia, a Roma, del Congresso Nazionale Kurdo, dentro il quale è presente anche il Pkk, l’organizzazione armata che da decenni si batte per i diritti del popolo kurdo in Turchia e che ora non si sta risparmiando per combattere contro l’esercito integralista dell’Isis. Dopo aver lavorato per alcuni anni in Belgio, Yilmaz si occupa delle relazioni internazionali qui in Italia.

Mi accoglie nella storica sede romana dove fanno bella mostra di sé le foto di Abdullah Ocalan e del nostro Dino Frisullo. Con lui facciamo il punto della drammatica situazione in Medio Oriente e sul ruolo che sta giocando il suo popolo. “Prima di tutto dobbiamo esporre con chiarezza – sottolinea Orkan – come è cominciata quella crisi nel Kurdistan del Sud. Sono quasi due anni che nella regione kurdo-siriana del Rojava c’è un conflitto tra l’Isis e l’Ypg, l’esercito che si batte per l’autonomia in Siria e che sta difendendo i tre cantoni kurdi, Cizîre, Kobanê e Efrîn, dall’attacco degli estremisti islamici. Poi, il 10 giugno scorso, Isis è passato direttamente in Iraq, e ha occupato Mosul, Falluja, Tigri, Anbar. Tutta la regione popolata dai sunniti. E’ importante ricordare come l’Isis rappresenti una vera minaccia per l’area e si connoti come una forza particolarmente negativa. Da quando è diventato un protagonista in Medio Oriente si è distinto solo per tagliare la gola agli altri popoli, alle minoranze religiose e via dicendo. Non fa altro che uccidere e basta. Il 3 agosto la città kurda di Sengal, popolata da una comunità zoroastra, da sciiti turcomanni e da assiri cristiani, è stata occupata da loro, con tanto di massacri e rapimenti delle donne”.Come hanno reagito le forze kurde?
L’Ypg ha occupato le montagne per creare un corridoio umanitario al fine di trasferire oltre centomila civili verso Rojava dove è stato creato un campo che si chiama “Newroz”. Una parte di questi kurdi sono andati in Turchia, anche nel Kurdistan del Sud e pian, piano stanno arrivando purtroppo anche in Europa. Sono arrivati in questa regione anche i guerriglieri del Pkk. Adesso possiamo dire che da Jalallah fino ad Efrin, una linea lunga quasi 1200 chilometri, sono presenti appunto il Pkk, l’Ypg, i Peshmerga del Kurdistan del Sud, sia il Partito democratico che l’Unione Patriottica, tutti insieme schierati a difesa dei civili. L’Isis infatti ha questa particolarità: non attacca i guerriglieri ma interviene là dove questi non sono presenti prendendo di mira soprattutto le persone per cambiare la demografia della regione. La loro idea è infatti quella di realizzare un califfato che da Damasco fino ad Amman ponga le basi per un grande Paese, popolato solo da musulmani sunniti. Con il resto della popolazione costretta ad accettare quella religione o a pagare una tassa, come si faceva ai tempi della Conquista araba o dell’Impero ottomano.

In che misura è presente il Pkk?
Nel Sud del Kurdistan ci sono migliaia di combattenti del Pkk che si battono contro l’Isis. Si tratta di uno scontro difficile perché dobbiamo considerare che questo esercito è sostenuto dal Qatar, dall’Arabia Saudita, dalla Turchia e precedentemente anche dalle potenze occidentali.

Perché l’Isis è diventato così forte? Che idea vi siete fatti?
Non abbiamo ancora capito bene perché l’Isis è stato creato, fomentato. Certamente perché quando l’Occidente sosteneva di voler esportare la democrazia in Medio Oriente ha scelto male l’interlocutore viste le caratteristiche dell’Isis. E dietro il sostegno che hanno avuto ci sono sicuramente altri interessi. Questo conflitto possiamo interpretarlo in due modi diversi: o semplicemente uno scontro tra sciiti e sunniti; oppure come uno scontro che si estende in tutta quell’area geografica e che rischia di sconfinare anche in Turchia e in Giordania con il fine di creare qualcosa di nuovo. Le caratteristiche di questa espansione non lascia adito a dubbi: sono a rischio i diritti delle minoranze, delle donne, rapite a migliaia per essere vendute. Per mettere fine a tutto questo abbiamo fatto appello fin da subito alle Nazioni Unite con la richiesta esplicita di fermare i Paesi che appoggiano gli uomini di Abu Bakr al-Baghdadi, compresi ovviamente quelli occidentali. Se non sarà così rischiamo di ritrovarceli anche in Europa.

Quali sono in questo momento i rapporti tra voi e i kurdi iracheni?
Quando parliamo di politica e di idee il tema cambia. Nell’universo kurdo ci sono partiti comunisti, partiti liberali, partiti socialdemocratici. In Kurdistan ci sono più di cinquanta partiti, tanto per rendere l’idea. Però in questo momento non possiamo discutere e scontrarci su questo terreno. C’è una priorità: come possiamo difendere i civili kurdi dagli attacchi dell’Isis e anche le altre minoranze religiose con le quali i kurdi hanno sempre convissuto pacificamente. Per questo, come ho già detto prima, nel Sud del Kurdistan tutte le forze kurde stanno operando insieme. Partiti kurdi iraniani, turchi, siriani più il governo regionale del Kurdistan iracheno. Ed impedire loro di conquistare le zone ricche di petrolio, un altro loro obiettivo che permetterebbe al califfato di vivere tranquillamente. Come i Paesi del Golfo per intenderci.

Proprio questa vostra pluralità spaventa l’Isis…
Certo. Queste bande attaccano la nostra regione proprio per questa ragione: perché vogliamo creare lì una democrazia con tutte le minoranze esistenti, siano esse religiose che etniche. Possiamo creare anche qui dei cantoni, come già successo in Siria, che tutelino assiri, turcomanni e tutte le altre minoranze. Collegati con la Federazione del Kurdistan in modo tale da poterli difendere più facilmente. Tutto questo anche considerando che non possiamo contare sul governo centrale iracheno dell’ex primo ministro Nuri al-Maliki si era subito tirato indietro e non aveva messo a disposizione il suo esercito. E anche il nuovo governo che si insedierà a settembre potrebbe fare la stessa scelta.

Chiedete un sostegno internazionale per questo vostro progetto?
Certamente. Chiediamo che anche gli Stati Uniti lo sostengano per introdurre veramente la democrazia in Medio Oriente. Per esempio nel cantone di Cizîre ci sono tre lingue ufficiali, l’arabo, il kurdo e l’assiro. E questo perché lì vivono tre diverse etnie e dunque non possiamo imporre il kurdo. Il presidente del governo cantonale è un kurdo ed i vicepresidenti sono una donna cristiana assira e un uomo arabo. Anche la difesa è gestita insieme. Tutto è incentrato sulla necessità di vivere insieme. E questo sistema può essere esteso anche in tutte quelle aree che sono fuori dalla Federazione del Kurdistan.

Che cosa pensate dell’opposizione di Rifondazione comunista e di Sel all’invio di armi ai kurdi? E’ un punto delicato che fa discutere…
Secondo alcune leggi internazionali non si possono consegnare direttamente delle armi al governo regionale del Kurdistan o a dei movimenti. Legalmente non si può fare. Ci deve essere un’autorizzazione del governo centrale iracheno. Il governo di Maliki si era opposto giuridicamente alla possibilità che il governo kurdo autonomo potesse ricevere armamenti attraverso dei contratti che aveva già stipulato. E questo vale sicuramente fino al 10 settembre quando si insedierà il nuovo governo iracheno che non sappiamo ancora come si muoverà su questo terreno. Per quanto ci riguarda noi abbiamo sempre detto che in Medio Oriente la difesa resta un punto importante. E quando ci troviamo di fronte una forza con Isis non possiamo non interrogarci sul fatto che le armi che maneggiano sono occidentali. Armi americane, italiane, francesi. E quando hanno tentato l’attacco alla diga di Mosul tutti hanno potuto vedere che non erano in possesso di armamenti convenzionali. E chi glieli ha dati? Con questo non vogliamo dire che gli Usa hanno fornito attrezzatura bellica ad Isis. Ma all’esercito iracheno sì. Ovvero l’esercito di un Paese tutt’altro che stabilizzato. E’ facile capire quindi come siano arrivate in mano a loro. Per tornare alla domanda noi fin dal primo giorno abbiamo chiesto di non inviare armi ma aiuti umanitari. Appoggiateci politicamente perché conoscete l’autonomia democratica di Rojava, e sostenete il progetto che prima avevo descritto per collegare tra loro le varie regioni kurde. Detto questo è necessario che gli Stati Uniti, l’Europa, le Nazioni Unite, facciano pressione perché nessuno più sostenga l’Isis. Insomma, togliamo armi ad Isis. Se si agisce in questo modo altre armi non servono. E anche adesso pensiamo la stessa cosa.

Parliamo un momento del Pkk, che, paradossalmente, si trova ancora in una lista nera composta da organizzazioni terroristiche stilata dagli Stati Uniti con il sostegno in questo caso della Turchia. Ed è di questi giorni il fatto che la procura di Milano ha nel mirino una quarantina di kurdi che vivono in Italia accusati di terrorismo. Come si esce da questo scenario paradossale?
Quella lista che conosciamo è tutta politica, senza alcuna valenza giuridica. Realizzata dopo l’11 settembre dagli Usa, vi hanno trovato posto in realtà tutti i movimenti che combattono per la libertà dei propri popoli. Successivamente l’Unione Europea l’ha fatta sua senza neanche discuterla. Il Pkk dal canto suo non ha mai agito con finalità terroristiche. Ha sempre lottato contro il fascismo, contro il sistema oligarchico turco per avere riconosciuti i nostri diritti, Come sapete nel Kurdistan turco vivono più di 25 milioni di persone di etnia kurda. Tutte queste persone ancora non hanno diritto a parlare la loro lingua o ad insegnarla. Negli ultimi anni, grazie alla lotta del Pkk, le cose sono in parte cambiate, e ci sono state delle trattative tra il governo turco e l’Unione Europea, finalizzate all’ingresso di Ankara in Europa, che hanno affrontato questo problema. Ma la questione nel suo complesso è ancora ben lungi dall’essere risolta completamente. Sono in corso dei negoziati tra Ankara e il Pkk. Potrebbe esserci il primo settembre un invito del presidente Ocalan rivolto a tutti i militanti del suo partito ad uscire dalla Turchia. E da parte turca ci potrebbero essere nuove leggi favorevoli ai kurdi. Tornando invece al nostro ruolo ho letto invece sui giornali che a Sengal sono stati gli americani a salvare la vita a tutte quelle persone. Ma questo non corrisponde alla realtà: è stato il Pkk a mettere in salvo migliaia di uomini, donne e bambini. Anche qui, da Rojava, è stato creato grazie ai guerriglieri di Ocalan un corridoio di circa 70-80 chilometri. Questo lo sanno bene anche gli americani e l’Unione Europea e la stessa Turchia lo sa. Con lo scenario di oggi quella lista “nera” è dunque ancor meno significativa. Tra l’altra il Pkk combatte in questo momento prevalentemente per ragioni umanitarie. Questo stato di cose sta influenzando positivamente l’opinione pubblica internazionale – politici,intellettuali,accademici – i quali sostengono che definire questo partito terrorista mentre combatte per salvare in quell’area l’umanità sia un grosso errore. Chi invece sostiene ancora questo ha evidentemente determinati progetti nella zona che dobbiamo studiare molto bene. E dovremmo capire anche che idee hanno per risolvere la questione kurda. Sarebbe interessante. L’indagine della procura di Milano, aperta tre anni fa, che dovrebbe dare luogo ad una causa contro i kurdi per ragioni di terrorismo, diventa così una cosa incredibile. Da un lato le Commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato discutono se inviare armi ai kurdi. Dall’altro la magistratura sospetta che gli stessi soggetti sostengano il terrorismo. Chiamiamo a questo punto a testimoniare anche il primo ministro italiano, che, secondo la proprietà transitiva, potrebbe essere accusato di sostenere il terrorismo anche lui. Si tratta di un paradosso che le autorità italiane devono risolvere. Altrimenti siamo nel ridicolo.

All’opinione pubblica internazionale e all’umanità che resiste da: TJKE- Europa Movimento delle Donne Curde

All’opinione pubblica internazionale e all’umanità che resiste

L’organizzazione terroristica IS (Stato Islamico), che sta compiendo massacri e genocidi nei confronti dei popoli, comunità religiose e società del Medio Oriente, che non porta altro che morte e brutalità e viene sfruttata dal sistema capitalistico come organizzazione di provocatori, in questo momento sta commettendo crimini di guerra in spregio degli umani per distruggere i valori di umanità in Kurdistan e nel Medio Oriente.

Al momento le bande aggressive e fasciste di IS proseguono con i loro attacchi con grandissima brutalità ed inimicizia nei confronti del Kurdistan a Kobanê, Mossul e Şengal (Sinjar). Persone vengono decapitate, messe in futa, donne violentate e bambini lasciati alla morte per fame e per sete.

Case e proprietà vengono distrutte e saccheggiate. Città sacre vengono date alle fiamme, saccheggiate, distrutte e sporcate. Persone anziane, sagge, vengono assassinate. Tutti coloro che sostengono la storia dei popoli e i valori dell’umanità sono bersaglio dei banditi di IS. La barbarie di IS prosegue i suoi orrendi attacchi come nemico dei popoli e delle comunità religiose.

Le bande di IS infibulano bambine, strumentalizzano donne come concubine come strumenti sessuali, vietano negozi di parrucchiere e violentano e riducono in schiavitù donne per “fidanzamenti religiosi” della durata di una o due ore. Come ha detto la parlamentare yezida Viyan Daxil, donne vengono vendute al mercato, violentate e considerate come bottino.

Le bande che da due anni compiono brutali attacchi nel Rojava (Kurdistan occidentale), il 3 agosto 2014 hanno iniziato ad attaccare Sengal e i suoi dintorni che si trovano nel Kurdistan meridionale, una delle regioni più preziose per il popolo curdo. Compiono massacri nei confronti del popolo yezida che appartiene ad una delle più antiche religioni tra il popolo curdo.

Come risultato di questi attacchi più di 10.000 curdi yezidi sono dovuti fuggire sul monte Sengal. Più di 30.000 donne, bambini e anziani sono stati costretti a lasciare le proprie case. Anche se tuttora non ci sono indicazioni precise sui numeri, si parla di migliaia di donne rapite da IS per essere vendute sul mercato degli schiavi o violentate.

Le persone che sono dovute fuggire in montagna per via della fame e della sete guardano la morte negli occhi. Più di 50 bambini sono già morti per mancanza di acqua e di cibo e il numero cresce ogni giorno. Secondo quanto affermano delegazioni che hanno visitato Sengal, centinaia di donne si sono suicidate per non cadere nelle mani di IS.

A Sengal in questo momento viene commesso un genocidio e un crimine contro l’umanità. Coloro che danno ogni tipo di sostegno ad IS che disprezza gli esseri umani ,e gli stati che tacciono sui massacri sono corresponsabili. Soprattutto la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, gli USA e gli Stati dell’UE sono corresponsabili di questi assassinii. Per garantire i propri interessi in Medio Oriente lasciano i popoli che vi risiedono, donne, religioni e culture a incredibili massacri.

Anche se ora gli USA e gli stati dell’UE dicono che è in atto una tragedia umanitaria e che provvederanno ad aiuti umanitari è evidente che il loro contributo all’espansione e alla radicalizzazione dei banditi di IS non spariranno per questo. Allo stesso modo non potranno nascondere il proprio silenzio di fronte agli attacchi al popolo palestinese. La politica di questi stati è una politica del divide-et-impera, che nutre conflitti tra gruppi etnici e religiosi nel Medio Oriente per rendere dipendete la regione, per poterla in questo modo sfruttare per i propri interessi imperialisti.

Come reazione a questa politica ora i popoli curdo, arabo, armeno ed assiro ora costituiscono una forza di difesa comune. I curdi e i popoli oppressi e le comunità religiose del Medio Oriente cercano di ribellarsi con i propri mezzi contro questi attacchi che disprezzano l’umanità. Cercano di proteggersi e di difendersi secondo il principio della legittima autodifesa. Le donne e uomini delle unità di guerriglia che al momento fanno resistenza nel Rojava e nel Kurdistan meridionale non si impegnano  solo per le donne e i popoli nel Kurdistan e nel Medio Oriente, ma per tutte le donne progressiste, alla ricerca della libertà, democratiche, e che resistono e per la dignità umana.

Come Movimento Europeo delle Donne Curde facciamo appello a tutte e tutti coloro che stanno dalla parte della libertà della democrazia e della parità di diritti a tutte e tutti i/le resistenti perché diano sostegno. Chiediamo a tutte e tutti di compiere del lavoro per il sostegno materiale e per la solidarietà e di essere solidali con il popolo a Sengal e nel Kurdistan!

10. agosto 2014

TJKE- Europa Movimento delle Donne Curde

In Milioni Chiedono: ‘Libertà per Ocalan’ da: uiki

In Milioni Chiedono: ‘Libertà per Ocalan’

 

Ieri milioni di persone nel Nord, Sud, Ovest ed Est del Kurdistan e nelle città d’Europa e della Turchia si sono riversate nelle strade per condannare il complotto contro il leader del popolo kurdo Abdullah Öcalan e chiedere la sua libertà.

 

Inizio della marcia verso la libertà

 

I curdi hanno segnato il 15° anniversario della cattura di Abdullah Ocalan con una straordinaria dimostrazione di solidarietà, lanciando l’inizio di una marcia della libertà.

 

Le persiane sono rimaste chiuse in segno di protesta

 

Ad Amed, il cuore del Kurdistan, centinaia di migliaia di persone sono accorse alla marcia per la ‘Libertà per Ocalan’. In Wan, Şirnex, Colemêrg, Merdin, Mersin e Istanbul e in altre città i negozi sono rimasti chiusi e la gente era riversa per le strade.

 

I curdi ovunque hanno condannato il complotto internazionale a causa del quale Abdullah Öcalan fu portato in Turchia 15 anni fa. Ad Amed, Êlih (Batman), Şirnex (Şırnak), Wan, Riha (Urfa), Qers (Kars), Çewlig (Bingöl), Dersim, Xarpêt (Elazığ), Agirî (Ağrı), Idir (Iğdır), Mus, Colemêrg (Hakkari), SERT (Siirt) e Merdin, e nei quartieri di queste città, la gente veniva fuori per protestare contro la cospirazione. La gente ha anche tenuto raduni e proteste con fiaccole accese a Izmir, Manisa, Antalya, Konya, Mugla, Adana, Mersin e Istanbul.

 

La Polizia ha attaccato i manifestanti

 

La polizia ha attaccato i manifestanti ad Amed, Wan, Şirnex, Gever, Êlih, Cizîr, Silopiya, Qoser (Kiziltepe), Tetwan (Tatvan) e Adana senza preavviso, sparando proiettili di plastica e cartucce di gas. A Wan la polizia ha usato cannoni ad acqua e gas contro decine di migliaia di persone in marcia dal ‘podio del popolo’, istituito in via Cumhuriyet al mercato ortofrutticolo. Dopo gli attacchi della polizia sui manifestanti ad Amed, gli scontri sono scoppiati e si sono diffusi attraverso il distretto di Baglar e sono proseguiti nella notte. In altre città la gente si è difesa dagli attacchi della polizia. In Cizîr la giornalista di JINHA, Mizgin Tabu, ha subito una ferita alla testa. A Êlih il co-presidente provinciale del BDP Serdar Atalay è stato ferito, mentre a Tetwan una persona è rimasta gravemente ferita a seguito di un attacco della polizia.

 

Le forze di intelligence iraniane hanno arrestato cinque persone a Pawe e una persona a Piranshar

 

Continuando con la pressione del regime iraniano sulla nazione curda in Rojhelat (Kurdistan orientale), un cittadino curdo di Piranshar è stato arrestato dalle forze di sicurezza iraniane. Nel frattempo a Pawe anche cinque cittadini sono stati arrestati dalle forze di intelligence e messi nel carcere dei servizi segreti.

 

Secondo le fonti regionali e l’agenzia di stampa Firat News Agency, un cittadino curdo di nome Abdullah Xizri del villaggio di Tirkeshi di Piranshar è stato arrestato dalle forze dei servizi segreti iraniani. Abdullah Xizri 11 giorni fa è stato incarcerato con l’accusa di appartenere a un partito politico curdo e ancora non si hanno notizie di lui. Abdullah Xizri è stato arrestato con la stessa accusa nel 2008 e per 3 mesi è stato tenuto sotto interrogatorio e tortura.

Sulla base della relazione della Firat News Agency, cinque cittadini curdi di Pawe sono nel carcere dei servizi segreti delle guardie rivoluzionarie. I nomi di queste cinque persone sono i seguenti: Yaser Naderiyan, Ferzad Bezmune, Keyhan Ehmedi, Aras Behrami e Naser Babacani (Babajani). Va ricordato che queste cinque persone sono di professione negozianti