Iraq, l’ultimo crimine di guerra La cancellazione della storia della Mesopotamia e la distruzione di Ninive da:www.resistenze.org


Felicity Arbuthnot | globalresearch.ca
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/03/2015

“L’Iraq potrebbe presto finire senza storia” (archeologa Joanna Farchakh, citata in Cultural Cleansing in Iraq, Pluto Press, 2010 )

Nel suo indispensabile libro “Dai Sumeri a Saddam” [From Sumer to Saddam] (1) Geoff Simons scrive:

“La regione del mondo che gli antichi greci chiamavano Mesopotamia (terra tra i fiumi)… è stata una fonte di civiltà, un vero e proprio crogiolo… Culla, grembo del progresso culturale… Qui nacquero le prime città, apparve la scrittura e furono codificati i primi sistemi giuridici. E’ qui, lungo queste terre antiche come Sumer, Akkad, Babilonia e Assiria che fu agitato quel fermento culturale vitale, quello straordinario miscuglio da cui sarebbe emersa la civiltà occidentale”.

Quel capitolo, “L’antico crogiolo” [The Ancient Crucible], si conclude così: “Si potrebbe anche pensare che un moderno Iraq abbia il diritto di contemplare con stupore e orgoglio la fruttifica ricchezza delle culture che dapprincipio emersero in questa terra, più di cinquemila anni fa”.

Dal giorno dell’invasione statunitense-britannica, quella “fruttifica ricchezza” sociale, culturale, storica è stata sistematicamente, deliberatamente cancellata in uno dei più devastanti, dispotici, profanatori, polverizzanti Armageddon culturali della storia.

Il 19 marzo si rievoca il dodicesimo anniversario dalla distruzione di quel “crogiolo”, le cui meraviglie sono ancora incessantemente saccheggiate e demolite.

Quando fu saccheggiato il Museo nazionale (10-12 aprile 2003), le truppe americane stettero a guardare, mentre i loro colleghi custodivano diligentemente il Ministero del petrolio.

Dopo che furono saccheggiate alcuni delle più sublimi meraviglie dell’antichità, ben quindicimila pezzi, Donald Rumsfeld, palesemente un cretino culturale, osservò che sono “cose che succedono”.

I militari Usa avevano le coordinate di tutti i musei, i monumenti e i siti archeologici iracheni. “L’intero Iraq è un tesoro archeologico”, osservava un archeologo all’epoca. Ma le truppe americane hanno portato la distruzione, creando una base militare a Babilonia (2300 a.C.), luogo dei Giardini pensili. I miracoli dell’antichità furono cancellati a colpi di scavatrice per costruire una pista per elicotteri militari. Hanno usato lo stesso trattamento per quello che è ritenuto il luogo di nascita di Abramo, nei pressi della grande Ziqqurat [costruzione templare] di Ur. La città di Ur risale al 3800 a.C., ma è registrata nella storia scritta dal XXVI secolo a.C. Questi sono dei crimini di guerra enormi.

Dopo che George W.Bush aveva dichiarato una “crociata”, i soldati americani crociati (letteralmente) entrarono nell’Iraq prevalentemente musulmano (come pure in Afghanistan) con migliaia di Bibbie da regalare. Chiaramente erano estremamente ignoranti sul fatto che quella Babilonia, come pure Ur, che stavano distruggendo era sacra per le tre religioni abramitiche. Babilonia è riportata nella Bibbia nei Libri di Daniele, Isaia e Geremia. Ur compare tre volte nella Genesi e nella Neemia.

Il vandalismo criminale dei soldati statunitensi risulta dall’articolo del Guardian (8 giugno 2007): “Babilonia viene resa archeologicamente sterile” [Babylon being rendered archeologically barren] . Il “cortile del caravanserraglio (*) di Khan al-Raba, del X secolo, è stato utilizzato per far esplodere le armi catturate. Una esplosione ha demolito gli antichi tetti e abbattuto molte delle pareti. Il posto è ora un rudere”. Come i barbari attraverso la Porta di Ishtar.

La distruzione è continuata in tutto l’Iraq, portata avanti sia dalle forze di occupazione che dalle bande e dalle fazioni senza controllo che accorrevano nel paese a seguito dell’invasione e a causa dell’irresponsabile abbandono dei controlli alle frontiere da parte di Stati Uniti e Regno Unito, paesi questi al limite della paranoia riguardo questo tipo di controlli sui propri confini.

Gli archeologi e gli storici paragonano questi ultimi saccheggi a quello di Baghdad, per opera dei mongoli nel 1258.

Venerdì 9 marzo, nello Sabbath musulmano, l’antica città di Nimrud è stata rasa al suolo dall’auto dichiarato “Stato islamico”, distruggendo quella che divenne la capitale dell’impero neo-assiro, risalente al XIII secolo a.C. Il sito conteneva anche i resti del palazzo di Assurnasirpal, re di Assiria (883-859 a.C.) che fece di Nimrud la sua capitale.

Una fonte locale ha riferito alla Reuters che la città prima è stata saccheggiata dei valori, quindi rasa al suolo. Fino alla settimana scorsa, un ingresso a questo luogo inquietante era custodito da tori dalla testa umana e leoni con ali di falco. Questi guardiani hanno avuto la meglio sui tumulti della regione per quasi 3000 anni, per essere poi distrutti insieme a tutto ciò che sorvegliavano dai terroristi generati dalla criminale invasione di Bush e Blair.

Nel palazzo sud-occidentale vi è il tempio di Nabu, dio della saggezza, delle arti e delle scienze, considerato figlio del dio babilonese Marduk. La costruzione data probabilmente tra il 810 e il 782 a.C.

Lo storico Tom Holland ha dichiarato al Guardian: “E’ un crimine contro l’Assiria, contro l’Iraq e contro l’umanità. Distruggi il passato e controllerai il futuro. Quelli dello Stato Islamico, proprio come i nazisti, lo sanno fin troppo bene”.

Due giorni dopo, Hatra, un’altra delle meraviglie del mondo, è stata in gran parte distrutta. Hatra fu costruita intorno al III o II secolo a.C., nella stessa epoca delle grandi città arabe come Palmira in Siria, Petra (“città per metà rosa e per metà rossa, vecchia come il tempo”) in Giordania e Baalbek in Libano. Hatra ha resistito ai ripetuti attacchi da parte dell’Impero romano, per essere poi sconfitta sempre da coloro che sono stati generati dalle azioni di Bush e Blair.

Una guida del 1982 del Ministero del turismo iracheno descrive ad Hatra “… Un fregio con sculture che sembrano raccontare una storia religiosa, inscenata da dei e musicisti – la più bella opera d’arte finora scoperta” in questa vasta, eterea città di pietra arenaria che brilla d’oro sotto il sole, ambra splendente sotto i raggi dell’alba e il sole al tramonto.

Le colonne, i templi, le statue non comunicano solo per mezzo dei templi degli dei, ma sicuramente attraverso l’architettura degli dei, come uno scrittore alla ricerca di parole non ancora concepite.

Vi è il tempio della dea Shahiro (“la stella del mattino”). Un’area è “pavimentata con marmo venato, con pareti decorate da motivi geometrici e aquile – essendo l’aquila il principale elemento nella religione di Hatra. Su di un fregio decorativo, la scrittura araba risale alla seconda metà del periodo abbaside” (750-1258 d.C.). Il Califfato abbaside ha sovrinteso la “età dell’oro della civiltà islamica”.

Hatra è ricca di templi alla creazione. Sono stati dedicati al dio Sole, a Venere (la stella del mattino) “chiamata differentemente Allatu, Atra’ta e Marthin – nostra signora”. Il dio Nergoul, con un tempio a lui dedicato, simboleggiava il pianeta Marte. La venerata, grande, altissima aquila aveva il suo tempio, nel quale le statue guardavano dall’alto in basso.

Le iscrizioni sono prevalentemente in aramaico antico, in qualcuna si legge “re e principi di Hatra sono i re vittoriosi degli arabi”. Sono sicuramente in lacrime.

I cuori di coloro che conoscono tali meraviglie non potranno mai guarire. Le lacrime non si asciugheranno mai. Durante la mia ultima visita, mi trovavo di fronte alla statua di Abbu, sposa di Santruk I. Mi sono ricordata le riflessioni di James Elroy Flecker sul British Museum. Le ho ripetute a voce alta, sola in un’alba azzurra:

“Vi è una sala a Bloomsbury
Che non ho più il coraggio di percorrere,
Per tutti gli uomini di pietra che mi urlano e giurano di non esser morti
E una volta ho toccato una ragazza spezzata, e
seppi che il marmo sanguinava”

Il giorno dopo che Hatra veniva distrutta, è stata la volta della quarta capitale dell’Assiria, Khorsabad, costruita da Sargon II (721-705 a.C.).

Le scritture parlano di una città con un parco di caccia reale e giardini con “tutte le piante aromatiche” trovate nelle fertili valli fluviali dell’Eufrate. Migliaia di alberi da frutto, tra cui il melo, il melo cotogno e il mandorlo.

Khorsabad fu ampiamente saccheggiata dai francesi nel XIX secolo e dagli americani tra il 1928 e il 1935.

Nello scavo avviato dal Console generale di Francia a Mosul nel 1842, venne fatto un tentativo per “spostare due statue di 30 tonnellate e altro materiale da Khorsabad a Parigi su una grande chiatta e quattro zattere” (2). Le due zattere e la chiatta furono affondate dai pirati e i tesori dell’Iraq rubati e perduti per sempre.

Nel 1855, venne effettuato un ulteriore tentativo di spedire i tesori rimanenti “così come il materiale da altri siti in cui lavoravano i francesi, principalmente Nimrud. Quasi tutta la collezione – oltre duecento casse – fu persa nel fiume. I manufatti superstiti di questo scavo, sono stati portati al Museo del Louvre di Parigi”.

Tra il 1928 e il 1935, archeologi americani dell’Oriental Institute di Chicago scavarono nell’area del palazzo. “Un toro colossale, dal peso stimato di 40 tonnellate, è stato scoperto all’esterno della sala del trono. E’ stato trovato diviso in tre grandi tronconi. Il solo busto pesava circa 20 tonnellate. Questo è stato spedito a Chicago”.

Inglesi e tedeschi hanno compiuto la loro buona dose di saccheggi nel sud dell’Iraq e in particolare a Babilonia e Ur, come testimoniano i loro musei nazionali.

La settimana precedente alla distruzione di Nimrud, circa 113.000 libri e manoscritti unici della biblioteca di Mosul sono stati bruciati dai selvaggi dello Stato Islamico, in quello che Irina Bokova, direttore generale dell’Unesco, ha descritto come “pulizia culturale” e uno dei più devastanti atti di distruzione delle collezioni librarie della storia umana” (3). Alcuni volumi comparivano nella lista dei patrimoni rari dell’Unesco.

A finire bruciati in un rogo all’esterno della biblioteca sono stati anche i libri in lingua siriaca, stampati nella prima tipografia dell’Iraq, manoscritti settecenteschi, volumi di epoca ottomana (1534-1704 e 1831-1920). Rarità uniche come un astrolabio, un “computer” astronomico per calcolare i tempi delle posizioni del sole e delle stelle, utilizzato nell’antichità classica e nell’età d’oro dell’Islam, come le superbe clessidre anch’esse distrutte. Sono state incenerite anche un centinaio di librerie personali delle famiglie dei notabili di Mosul create “nel corso dell’ultimo secolo”. La biblioteca è stata poi fatta saltare in aria.

Nella stessa settimana, anche il Museo di Mosul è stato attaccato. Statue assire e hatrene, tra cui quella di un re hatreno che stringe un’aquila, sono state distrutte, insieme con quelle di un toro alato e del dio di Rozhan. Gli altri pezzi si ritiene siano stati rubati per poi essere venduti, probabilmente in Turchia e Siria.

Nel luglio dello scorso anno, la tomba secolare ritenuta essere quella del profeta Giona a Mosul è stata cancellata dagli esplosivi piazzati dall’Isis nella moschea in cui si trovava, risalente al XIV secolo. La “Moschea di Giona “, che dapprincipio era una chiesa, era anche tradizionalmente nota per conservare una parte dei resti della balena che lo inghiottì.

Tutte le distruzioni descritte sono avvenute nella provincia di Ninive, di cui John Masefield ha scritto:

Quinquereme di Ninive dalla lontana Ofir,
Remando verso casa al rifugio della soleggiata Palestina,
Con un carico di avorio,
E scimmie e pavoni,
Sandalo, legno di cedro, e dolce vino bianco.

L’Iraq, come la Palestina, è stato cancellato, insieme con la Libia, la Siria e anche le grandi piramidi d’Egitto, sono ora minacciate dai mostri che la “crociata” di Bush e Blair hanno creato.

Stati Uniti, Regno Unito, Canada e altri paesi hanno “consiglieri militari “in Iraq. Sono silenziosi e inattivi su questi crimini di guerra dei nuovi mongoli.

I siti web delle ambasciate statunitense e britannica a Baghdad sono ugualmente muti. Eppure sul sito dell’ambasciata americana vi è scritto: Riguardo lo stato dell’Archivio ebraico iracheno, 28 gennaio 2015: l‘Archivio ebraico iracheno rimane sotto la custodia della U.S. National Archives and Record Administration, mentre sono previsti piani per future mostre negli Stati Uniti. Nessuno dei materiali dell’Archivio ebraico iracheno hanno viaggiato al di fuori degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti continuano a rispettare i termini dell’accordo con il governo iracheno”.

Un governo sotto occupazione, ovviamente, non può legalmente fare tali accordi.

“L’esposizione del materiale a Washington nel 2013 e a New York nel 2014, ha portato ad una maggiore comprensione tra l’Iraq e gli Stati Uniti e un maggiore riconoscimento del variegato patrimonio dell’Iraq. Siamo impazienti di continuare la nostra collaborazione con il governo iracheno su questa materia in modo che la mostra possa essere vista in altre città degli Stati Uniti” (4).

Così, gli Archivi ebraici iracheni (sequestrati dagli Stati Uniti nel maggio 2003), salvaguardati in Iraq per centinaia di anni, sono stati portati via dagli Usa. Eppure sono stati complici (Babilonia, Ur, Museo di Baghdad e altrove) o passivi quando la “variegata eredità dell’Iraq” veniva sistematicamente saccheggiata e distrutta.

Curiosamente, nel 2005, John Yoo, un ex avvocato del Dipartimento di Giustizia, suggerì che gli Stati Uniti avrebbero dovuto passare all’offensiva contro al-Qaeda. Avendo infatti “le nostre agenzie di intelligence creato una falsa organizzazione terroristica, essa potrebbe avere i propri siti web, centri di reclutamento, campi di addestramento e operazioni di raccolta fondi. Potrebbe intraprendere false operazioni terroristiche e rivendicare attacchi terroristici reali, contribuendo a seminare confusione… “ (5). Vedi anche (6).

Per inciso, sono stati segnalati arresti di “consiglieri militari” israeliani e statunitensi nelle vicinanze, mentre la distruzione di vaste aree della provincia di Ninive Provincia proseguiva tranquillamente. Ci sono quindi molte più domande che risposte.

Note

(*) I primi luoghi di ristoro per i viaggiatori e le loro bestie da soma, recintati da un muro esterno, disposti intorno a un cortile, con cibo per i viaggiatori e gli animali, ricovero, negozi, impianti di lavaggio e spesso bagni.

1. https://www.questia.com/library/97576407/iraq-from-sumer-to-saddam

2. http://en.wikipedia.org/wiki/Dur-Sharrukin

3. http://globalvoicesonline.org/2015/02/25/isis-burns-mosul-library-in-iraq-destroys-thousands-of-valuable-manuscripts-and-books/

4. http://iraq.usembassy.gov/pr_012815.html

5. http://www.washingtonsblog.com/2015/02/x-admitted-false-flag-attacks.html

6. http://www.globalresearch.ca/the-relationship-between-washington-and-isis-the-evidence/5435405

Una cronologia dettagliata della distruzione della storia dell’Iraq (2003-2009) redatta da BRussells Tribunal è disponibile all’indirizzo http://www.brusselstribunal.org/Looting.htm

Obama prepara la guerra prolungata. L’Italia schiera jet e basi militari | Fonte: Il Manifesto | Autore: Manlio Dinucci

Domani – alla vigi­lia del 13° anni­ver­sa­rio dell’11 set­tem­bre che segnò l’inizio della «guerra glo­bale al ter­ro­ri­smo» incen­trata su Al Qaeda e l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte di coa­li­zioni a guida Usa — il pre­si­dente Obama annun­cerà, in un solenne discorso alla nazione, il lan­cio di una nuova offen­siva a guida Usa mirante, secondo quanto ha dichia­rato dome­nica in una inter­vi­sta alla Nbc, ad «affron­tare la minac­cia pro­ve­niente dallo Stato isla­mico dell’Iraq e della Siria (Isis)». Pur non inviando uffi­cial­mente forze di terra in Iraq e Siria, il pre­si­dente pro­mette: «Degra­de­remo siste­ma­ti­ca­mente le capa­cità dei mili­tanti sun­niti dell’Isis, restrin­ge­remo il ter­ri­to­rio che con­trol­lano e, infine, li sconfiggeremo».

IL PUNTO 37 DEL VER­TICE DEL GALLES

La stra­te­gia è stata uffi­cia­liz­zata nella Dichia­ra­zione finale del recente Sum­mit della Nato a New­port, nel Gal­les, in cui si afferma (al punto 37) che «l’Isis, con la sua recente avan­zata in Iraq, è dive­nuto una minac­cia trans­na­zio­nale». Chi ne è respon­sa­bile? I 28 governi Nato (com­preso quello Renzi) non hanno dubbi: «Il regime di Assad che ha con­tri­buito all’emergere dell’Isis in Siria e alla sua espan­sione al di là di que­sto paese». Si capo­volge così la realtà: come già ampia­mente docu­men­tato, i primi nuclei del futuro Isis si for­mano quando, per rove­sciare Ghed­dafi in Libia nel 2011, la Nato finan­zia e arma gruppi isla­mici fino a poco prima defi­niti ter­ro­ri­sti (espri­mendo ora, nella Dichia­ra­zione del Sum­mit, «pro­fonda pre­oc­cu­pa­zione per le attuali vio­lenze in Libia»).

Dopo aver con­tri­buito a rove­sciare Ghed­dafi, essi pas­sano in Siria per rove­sciare Assad. Qui, nel 2013, nasce l’Isis che riceve finan­zia­menti, armi e vie di tran­sito dai più stretti alleati degli Stati uniti: Ara­bia Sau­dita, Qatar, Kuwait, Tur­chia, Gior­da­nia. In base a un piano sicu­ra­mente coor­di­nato dalla Cia.

L’Isis lan­cia poi l’offensiva in Iraq, non a caso nel momento in cui il governo pre­sie­duto da Nouri al-Maliki stava pren­dendo le distanze da Washing­ton, avvi­ci­nan­dosi sem­pre più alla Cina.
Che a sua volta com­pra circa la metà della pro­du­zione petro­li­fera dell’Iraq, for­te­mente aumen­tata, ed effet­tua grossi inve­sti­menti nella sua indu­stria estrat­tiva. Lo scorso feb­braio, i due governi fir­mano accordi che pre­ve­dono for­ni­ture mili­tari da parte della Cina.

Lo scorso mag­gio al-Maliki par­te­cipa, a Shan­ghai, alla Con­fe­renza sulle misure di inte­ra­zione e raf­for­za­mento della fidu­cia in Asia, insieme al pre­si­dente russo Vla­di­mir Putin e ad Has­san Rou­hani, pre­si­dente dell’Iran. Paese con cui il governo al-Maliki aveva fir­mato nel novem­bre 2013 un accordo che, sfi­dando l’embargo voluto da Washing­ton, pre­vede l’acquisto di armi ira­niane. Su que­sto sfondo si col­loca l’offensiva dell’Isis, che incen­dia l’Iraq tro­vando mate­ria infiam­ma­bile nella riva­lità sunniti-sciiti.
L’Isis svolge quindi di fatto un ruolo fun­zio­nale alla stra­te­gia Usa/Nato di demo­li­zione degli stati attra­verso la guerra coperta. Ciò non signi­fica che la massa dei suoi mili­tanti, pro­ve­niente da diversi paesi, ne sia consapevole.

A CHI SERVE LO STATO ISLAMICO

Essa è molto com­po­sita: ne fanno parte sia com­bat­tenti isla­mici, for­ma­tisi nel dramma della guerra, sia ex mili­tari dell’epoca di Sad­dam Hus­sein che hanno com­bat­tuto con­tro gli inva­sori, sia molti altri le cui sto­rie sono sem­pre legate alle tra­gi­che situa­zioni sociali pro­vo­cate dalla prima guerra del Golfo e dalle suc­ces­sive nell’arco di oltre vent’anni. Ne fanno parte anche diversi pro­ve­nienti da Stati uniti ed Europa, die­tro le cui maschere cer­ta­mente si nascon­dono agenti segreti appo­si­ta­mente for­mati per tali ope­ra­zioni.
Detto que­sto, vi sono fatti incon­tro­ver­ti­bili i quali dimo­strano che l’Isis è una pedina del nuovo grande gioco impe­riale in Medio Oriente. Nel mag­gio 2013, un mese dopo aver fon­dato l’Isis, Ibra­him al-Badri – il «califfo» oggi noto col nome di bat­ta­glia di Abu Bakr al-Baghdadi – incon­tra in Siria il sena­tore sta­tu­ni­tense John McCain, capo­fila dei repub­bli­cani inca­ri­cato dal pre­si­dente demo­cra­tico Obama di svol­gere ope­ra­zioni segrete per conto del governo.

QUELL’ACCESSO ILLI­MI­TATO ALLA RETE

L’incontro è docu­men­tato foto­gra­fi­ca­mente (foto Cnn, pub­bli­cata su «Mon­dia­li­za­tion», di Michel Chos­su­do­v­sky). Molto sospetto è anche l’illimitato accesso che l’Isis ha alle reti media­ti­che mon­diali, domi­nate dai colossi sta­tu­ni­tensi ed euro­pei, attra­verso cui dif­fonde i fil­mati delle deca­pi­ta­zioni che, susci­tando orrore, creano una vasta opi­nione pub­blica favo­re­vole all’intervento della coa­li­zione a guida Usa in Iraq e Siria. Il cui reale scopo stra­te­gico è la rioc­cu­pa­zione dell’Iraq e la demo­li­zione della Siria.

Si apre così, pre­pa­rata da 145 attac­chi aerei effet­tuati in Iraq in un mese dall’aviazione Usa, una «mis­sione pro­lun­gata» di guerra che – pre­cisa A. Blin­ken, vice-consigliere di Obama per la sicu­rezza nazio­nale – «durerà pro­ba­bil­mente oltre l’attuale ammi­ni­stra­zione». Guerra in cui il governo Renzi, sca­val­cando il Par­la­mento, si è già impe­gnato a far par­te­ci­pare l’Italia. I nostri cac­cia­bom­bar­dieri sono pronti, ha annun­ciato la mini­stra della «difesa» Pinotti, per «un’azione mili­tare, che biso­gne­rebbe avere il corag­gio di fare».

Sgrena: Come lottare contro il terrorismo Fonte: Il Manifesto | Autore: Giuliana Sgrena

Allerta in Occidente. Bombardare Siria e Iraq per proteggere le proprie sedi o il proprio personale interesse e non la popolazione civile è un’infamia. Dopo le guerre di Bush, dovremmo riconoscere che ogni intervento occidentale alimenta la forza e l’agenda del terrorismo islamico. L’unica soluzione è una forza di interposizione, come fatto in Libano. E aiutare davvero i profughi nel MediterraneoL’Isil (Stato isla­mico in Iraq e nel Levante) è innan­zi­tutto un peri­colo per l’Iraq e la Siria, soprat­tutto per la popo­la­zione che non si assog­getta alle sue regole e per coloro che lo com­bat­tono (pesh­merga). Soste­nere invece che l’Isil è un peri­colo per l’occidente (Came­ron alza l’allerta) e man­dare i pro­pri cac­cia a bom­bar­dare le pre­sunte basi dei ter­ro­ri­sti in Siria e Iraq per pro­teg­gere le pro­prie sedi e il pro­prio per­so­nale come ha detto Obama è un’infamia.
Non porsi il pro­blema della popo­la­zione minac­ciata, di tutta la popo­la­zione ira­chena e siriana, adesso e non in futuro, è sem­pli­ce­mente disu­mano; se invece si tratta di una moti­va­zione ipo­crita per non ammet­tere il vero motivo per cui si lan­ciano bombe (per pro­teg­gere i pro­pri inte­ressi) è altret­tanto igno­bile. In ogni caso la deci­sione di andare a bom­bar­dare non risol­verà il pro­blema né a casa nostra né a casa loro.

Il ter­ro­ri­smo, come abbiamo già visto nelle guerre, quelle com­bat­tute sul campo, in Afgha­ni­stan e in Iraq, ha tratto ali­mento ideo­lo­gico dall’intervento occi­den­tale che ne ha favo­rito l’allargamento a paesi fino ad allora non con­ta­giati (Iraq e Siria). Con­ti­nuare su que­sta strada, pur non inviando truppe sul ter­reno per evi­tare un bagno di san­gue, non evi­terà il con­ta­gio che può pas­sare attra­verso i nume­rosi jiha­di­sti occi­den­tali che com­bat­tono con i più tru­cidi soste­ni­tori dello stato islamico.

Al Qaeda è sem­pre stata più inte­res­sata all’uso degli ostaggi per la pro­pa­ganda media­tica che ai soldi otte­ni­bili con un riscatto, lo ha già dimo­strato in pas­sato. Penso che pur­troppo la morte di Bal­doni sia rien­trata in que­sto tre­mendo gioco.
A mag­gior ragione oggi il Calif­fato di al Bagh­dadi, che gode di altre fonti di finan­zia­mento che gli hanno già per­messo di costi­tuire un fondo con­si­de­re­vole (si parla di 875 milioni di dol­lari), spara cifre per il riscatto inso­ste­ni­bili ben sapendo che gli ame­ri­cani – almeno uffi­cial­mente – non trat­tano, e così sfida il governo di Obama: una falsa pro­po­sta per lan­ciare la sua pro­pa­ganda ter­ri­fi­cante. Uno sgoz­za­mento tut­ta­via non pro­voca, come dovrebbe, orrore in tutti gli esseri umani, anzi c’è chi plaude e si arruola. E anche fra coloro che gene­ral­mente si appel­lano alla giu­sti­zia, in que­sto caso si cerca di «giu­sti­fi­care» l’orrore facendo ricorso alla causa del male.

Inol­tre, non per tutti la vita umana ha lo stesso valore, né per se stessi né per gli altri.

Le con­se­guenze di logi­che con­trap­po­ste per cui le vite hanno un diverso valore a seconda dell’appartenenza (geo­gra­fica, poli­tica, ideo­lo­gica, reli­giosa) rende dif­fi­cile la solu­zione, il dia­logo, la tre­gua. Soprat­tutto se le parti in campo non hanno nes­suna inten­zione di tro­vare una solu­zione negoziata.

In que­sto qua­dro, in cui o si vince o si muore, perde qual­siasi forza la comu­nità inter­na­zio­nale, la voce di chi si oppone alla guerra e alla vio­lenza, di chi potrebbe avan­zare pro­po­ste alter­na­tive. Per­ché nes­suno vuole accet­tare l’idea di schie­rare delle forze d’interposizione che non par­te­ci­pino all’esca­la­tion mili­tare, ma che iso­lino le parti in con­flitto, come è stato fatto in Libano.

Ma innan­zi­tutto ci sono bam­bini, donne, uomini da sal­vare dal mas­sa­cro, siano essi yazidi, cri­stiani o musul­mani, con un cor­ri­doio uma­ni­ta­rio, immediato.

Non c’è tempo da per­dere. E invece si pensa a come raf­for­zare Fron­tex o sospen­dere Mare nostrum per non inter­ve­nire più in sal­va­taggi nelle acque inter­na­zio­nali! Se non faremo que­sto, allora sì, forse, diven­te­remo noi i ber­sa­gli del ter­ro­ri­smo, allora sì dovremo alzare l’allarme in tutto l’occidente. Ma non ser­virà a molto.

“Il caos irakeno è funzionale alla spartizione dell’Iraq”. Intervista a Fabio Alberti Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Fabio Alberti è stato per un lunghissimo periodo portavoce di “Un ponte per…”. E quindi conosce da vicino la realtà dell’Iraq e i molti tasselli di cui è composta. 

In Iraq siamo al caos più assoluto. Che idea ti sei fatto, e quali sviluppi potrebbero esserci?
Impossibile riuscire a fare delle previsioni. Si può, al più, ragionare su alcuni scenari. Da una parte quello a cui stiamo assistendo è la conseguenza diretta dell’invasione del 2003 da parte degli Usa, e il tipo di gestione che fu sviluppata, tutta incentrata sulla coltivazione del settarismo. Da un altro punto di vista sembra prorio all’opera la teaoria del caos costruttivo, propria di un certo pensiero liberal che quindi vede in questa fase sviluppi funzionali al proprio disegno.

Come spieghi il successo militare del fondamentalismo islamico?
Il successo militare dell’Isis non sarebbe possibile senza una alleanza con i vari raggruppamenti sunniti dell’Iraq, ovvero con quegli schieramenti che pure avevano tentato una sorta di confronto con Al Maliki e si sono visti chiudere la porta in faccia. Costoro avevano addirittura combattuto contro Al Quaeda. In quel contesto gli unici a chiedere un processo di riconciliazione furono proprio i partiti di sinistra, comunisti compresi. Di fronte all’azione di frazionamento perseguita dall’Arabia Saudita in funzione anti-Iran,gli Stati uniti hanno lasciato fare, con il risultato che oggi ci ritroviamo di fronte alla possibilità non più così remota di una spartizione dell’Iraq.

Gli Stati uniti hanno deciso di rimettersi in gioco?
Credo che il nuovo intervento degli Usa sia più dettato dalla pressione dell’opinione pubblica che per trovare una qualche via d’uscita strategica.

In questa situazione i Kurdi sembrano quelli con una maggiore stabilità.
La verità è che sono tra mille fuochi. Prima in Siria e adesso inIraq. Se non arriva presto la solidarietà internazionale la vedo dura per loro.

Cerchiamo di capire il disegno dell’Isis…
L’Isis sta lavorando a un proprio territorio di riferimento e ad assicurarsi risorse proprie. E’ un assetto pericoloso. Dall’altra parte l’alleanza con i sunniti è del tutto strumentale. E infatti bisognerà capire bene cosa potrebbe succedere in un percorso di riconciliazione nazionale basata sulla convergenza dei vari settori religiosi. Mi sembra di capire che l’Isis non possa continuare più di tanto in queste pratiche di guerra che coinvolgono le popolazioni come nel caso dei Yazidi. E’ evidente che se non ci fosse un finanziamento potente non avrebbero qeusto peso. Il fondamentalismo diventa efficace con i petrodollari.

In tutto questo, il ruolo delle Ong?
Nonostante quanto sta avvenendo le Ong stanno portando avanti i loro programmi, anche nel dare sostegno alla società civile dell’Iraq.Lo scorso ottobre c’è stato un forum e un altro incontro è previsto per novembre prossimo ad Oslo. Comunque ci sono in Iraq delle importanti battaglie per i diritti civili da portare avanti nel campo sindacale, per esempio, come in quello per la libertà di stampa e nella pubblica amministrazione, appannaggio ormai delle varie correnti religiose.

Il vostro ruolo in Iraq?
Un ponte per… sta operando da allora per rispondere all’emergenza. Abbiamo distribuito, fino ad ora, acqua, succhi di frutta, pasti ipercalorici, latte in polvere, cibo, kit igienici per accogliere chi sta fuggendo disperato. Ma la guerra non si arresta, ogni giorno ci sono nuovi bisogni. Interi quartieri della città di Erbil sono pieni di profughi, così come scuole e parchi pubblici. Stiamo sviluppando una campagna di sostegno.

Dichiarazione del Comitato greco per la Distensione Internazionale e la Pace (EEDYE) sull’Iraq da:www.resistenze.org – osservatorio – lotta per la pace – 23-06-14 – n. 504

Comitato greco per la Distensione Internazionale e la Pace (EEDYE) | solidnet.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

19/06/2014

In Iraq è in corso una crisi sanguinosa: ne è vittima il suo popolo. Dall’aperta invasione imperialista degli Stati Uniti e dei suoi volenterosi alleati del 2003, centinaia di migliaia di iracheni sono morti, sono stati feriti o sfollati, per non parlare della demolizione dei monumenti dell’antica civiltà mesopotamica, della distruzione delle infrastrutture e di intere città.

L’intervento imperialista nel 2003 venne giustificato con il pretesto delle armi di distruzione di massa, che non furono mai trovate. Saddam Hussein, una volta uomo degli Stati Uniti, è stato giustiziato, mentre il controllo del petrolio è passato agli Stati Uniti e alle sue multinazionali. L’installazione a Baghdad di un regime gradito a Washington e alla NATO non ha risolto naturalmente nessuno dei problemi. Il paese diviso in “tre parti”, secondo il vecchio “divide et impera”, voluto in vista del controllo geostrategico della regione, ha portato a nuovi conflitti tribali e religiosi.

E’ un’ipocrisia rimpiangere oggi la perdita di vite umane in Iraq senza menzionare l’occupazione in corso da parte degli Stati Uniti e le tragiche conseguenze per il popolo iracheno.

A tutt’oggi in Iraq è dispiegato un esercito mercenario che controlla tra l’altro i giacimenti di petrolio e gli oleodotti. Il recente avvicinamento della portaerei Usa G.Bush alla regione creerà solo nuove tensioni e promesse di guerra. Un altro guerrafondaio, Tony Blair, già parla di nuovi lanci missilistici contro obiettivi in Iraq.

Per il Comitato greco per la Distensione Internazionale e la Pace, EEDYE, e il movimento pacifista e antimperialista in Grecia, è chiaro che i problemi non possono essere risolti da chi ne è stato sostanzialmente l’artefice. Gli imperialisti statunitensi e della NATO, da un lato, i gruppi estremisti religiosi d’altra parte, non possono portare pace e prosperità al popolo iracheno. Sono le due facce della stessa medaglia. Puntano alla manipolazione e all’intimidazioni del popolo, mentre avanza il piano imperialista per il “Grande Medio Oriente”, con il sostegno degli Stati Uniti, della NATO e dell’UE.

Il governo greco, che presiede il semestre dell’Unione europea, è responsabile di quanto sopra, non solo perché non si oppose ai piani imperialisti, ma li sostiene apertamente, come ha fatto nei casi delle sanzioni contro la Siria, l’Iran e l’intervento in Ucraina.

Il tormentato popolo iracheno ha tutto l’interesse di organizzare la sua lotta contro le forze nazionali e straniere che lo vogliono in ginocchio, che lo intendono strumento dei conflitti religiosi ed etnici; il popolo iracheno può diventare così padrone del proprio paese e della ricchezza che produce.

La Segretaria di EEDYE

18/06/2014

Iraq e Ucraina. I “destabilizzatori creativi” | Fonte: Contropiano.org | Autore: Sergio Cararo

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La travolgente offensiva in Iraq dei miliziani jihadisti dell’Isis (Stato Islamico di Iraq e Siria) svela drammaticamente – ma meglio di tante arzigogolate argomentazioni – le conseguenze della “destabilizzazione creativa” praticata dagli Stati Uniti e dalle potenze loro alleate. Una destabilizzazione che si è manifestata in particolare in Africa e in Medio Oriente, riscrivendo quasi completamente la mappa geopolitica dell’area e riempiendola di quelle che possiamo definire come “terre di nessuno”. “Possiamo solo immaginare quali sarebbero state le conseguenze se a gennaio Stati Uniti e Francia avessero attaccato la Siria”, sottolineava giustamente qualche giorno fa Alberto Negri sul Sole 24 Ore .

Già Eric Hobsbawn, nella sua intervista sul Secolo Breve , indicava come la faglia nella storia del XXI Secolo sarebbe stata la contrapposizione tra le aree dove esistono gli Stati e quelle dove gli Stati non esistono più. Il mondo infatti si va sempre più definendo non più come diviso tra un primo e un terzo mondo, ma tra Stati forti e “disgreganti” (magari anche con processi inediti come quello che ha portato all’Unione Europea) e Stati “disgregati”.

Gli Stati più forti si integrano fra loro in nuovi blocchi economico/politici  mentre quelli più deboli – spesso frutto di una decolonizzazione pilotata proprio dalle ex potenze coloniali – vengono disintegrati in territori senza sovranità, divisi e contesi da gruppi armati con i quali è possibile negoziare o combattere in condizioni assai più asimmetriche e vantaggiose per le multinazionali e gli stati imperialisti.

L’apparente obiettivo di questo scenario è la scomparsa dello Stato nei paesi in cui la “rivoluzione democratica” è stata imposta con i bombardamenti o con i colpi di stato eterodiretti da Washington, Londra, Riad e talvolta Parigi.

La stabilità destabilizzante realizzata dalle potenze occidentali, in collaborazione con le petromonarchie del Golfo, ha mandato per aria i regimi “laici” in Libia, Iraq, Corno d’Africa e Africa centrale. Ha deposto e ricomposto i regimi “laici” in Tunisia ed Egitto. Di fatto è stato raggiunto l’obiettivo di Usa e Israele di “balcanizzare” l’Iraq in tre cantoni (sunniti/Isis, kurdi al nord, sciiti nel sud). Ha provocato la secessione in Sudan (e prima ancora nei Balcani e nel Caucaso), ha fallito – per ora – li tentativo di disintegrare la Siria ma ha lasciato indenni, se non rafforzato, le monarchie petrolifere del Golfo.

 Il segretario di Stato statunitense Kerry ha già indicato come i responsabili di questa destabilizzazione permanente intendano gestire gli effetti della loro azione: bombarderanno dall’alto dei cieli con i loro droni e impediranno di volta in volta che qualcuna delle fazioni armate, sorte nelle terre di nessuno, prevalga sulle altre. Sembra uno scenario da fantascienza (modello Elysium , potremmo dire) ed invece è quanto pianificato, realizzato e previsto dalle grandi potenze per il futuro.

Ora il cerchio di fuoco intorno all’Europa non brucia solo a sud, ma infiamma anche le regioni all’Est. La destabilizzazione e il conflitto in corso in Ucraina stanno esattamente dentro questa logica prettamente imperialista, nel senso più moderno e attuale del termine. L’instabilità infatti non è senza “centri di comando”, ma ne rappresenta una derivazione diretta. In gioco non c’è solo la partita energetica.

L’impero del caos nei paesi esterni e periferici rispetto ai centri imperialisti, consente di giocare a mani libere la partita a scacchi della competizione globale tra i vari poli determinando di volta in volta gli spazi per la concertazione e quelli per il conflitto. La vicenda della competizione energetica, della guerra sulle pipelines e i corridoi strategici (Nabucco versus South Stream ad esempio) è un aspetto rilevante ma non esclusivo di questa fase storica. Alzare continuamente la soglia della tensione rischia di creare uno o più punti di non ritorno, quelli nel quale il rapporto costi/benefici viene sottratto ai “politici” e affidato ai “tecnici”; e in particolari condizioni i tecnici che prendono in mano le decisioni sono i comandi militari. Efficacemente, Mark Twain diceva che è vero che “la storia non si ripete, ma è anche vero che spesso fa rima”.

Nella manifestazione del 28 giugno e nel controsemestre popolare finalmente, dopo anni di rimozione, ci sarà posto anche per il confronto e l’iniziativa sui pericoli di guerra. E’ una parte del ritardo che comincia ad essere recuperato. Prima è, meglio è.

Vedi anche: http://contropiano.org/internazionale/item/24685-la-scienza-del-conflitto-secondo-il-pentagono

Non solo spread e fiscal compact, il Vietnam iracheno e l’Europa | Fonte: il manifesto | Autore: Lucia Annunziata

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Le due maggiori società petrolifere americana e inglese, cioè Exxon e Bp, stanno lasciando precipitosamente i loro pozzi petroliferi in Iraq. Stanno cioè lasciando tutto quello per cui avevano voluto, fin dal 1990, la guerra contro Bagdad. Per dirla in termini crudi, crudi come il petrolio di cui si tratta, gli americani e gli inglesi lasciano “il bottino iracheno” pagato con un così alto prezzo in termini di vite e di sconvolgimento politico mondiale. Il precipitoso abbandono fa venire in mente un’altra altrettanto precipitosa partenza, quella degli elicotteri che prendevano quota dal tetto dell’ambasciata americana di Saigon. La somiglianza tra i due eventi è tutt’altro che emotiva: in Iraq si sta consumando in questi giorni il secondo Vietnam americano. Con l’eccezione che questo secondo non è solo americano, ma di tutti noi che a queste guerre abbiamo partecipato. Ora che si avvicina una nuova fase altrettanto drammatica, possiamo fare qualcosa come cittadini e paese, o non ci resta che, come sempre, restare alla finestra?

Segnalo la cosa non per entrare nel gioco delle responsabilità già avviato nel dibattito delle due nazioni che sono state l’asse principale di quella guerra. Se quello che succede oggi sia il frutto della mancanza di visione dei due Bush, della aggressività dei neocon, della vigliaccheria di Blair o del tentennare di Obama. Indipendentemente dal segno politico dei leader che in questi anni hanno guidato i paesi occidentali, e da quello che ognuno di noi cittadini ne abbia pensato (per quel che mi riguarda ho la coscienza posto – ho scritto un libro dal titolo inequivocabile “No” per spiegare la mia posizione ) le due guerre per la conquista di Bagdad sono state un evento epocale che ha ridisegnato la mappa del mondo. La conquista dell’Iraq doveva essere – nella idea dei suoi architetti – la costruzione nel cuore del Medio Oriente della Grande Stabilità , una piattaforma militare occidentale di dimensioni mai prima immaginate, da cui finalmente tenere in riga Iran, Arabia Saudita, Siria, Libano, palestinesi, curdi, e, perché no, anche Israele, e altri stati alleati come Turchia, Egitto e tutti i vari principati del Golfo. Un enorme sforzo, certo, ma che l’Occidente si sarebbe ampiamente ripagato sottraendo il petrolio alle volatili mani di amici e nemici, guadagnandosi così una infinita pace futura.

Invece non c’è stata nessuna quadratura del cerchio. Sono stati decenni di uno smottamento di confini, etnie, religioni, razze, poteri che si è consumato negli anni con l’effetto di una malattia a contagio lento ma inarrestabile, cui nessuno è riuscito a sottrarsi. Decenni di altre guerre, allargatesi a tutti i paesi dell’area, dalla Libia alle rivolte delle primavere arabe represse con sangue, carri armati e torture. Decenni di morti di civili e soldati occidentali di ogni nazionalità religione, inclusi italiani; di attentati mai visti prima, come quello alle Torri Gemelle, appunto; della espulsione di milioni di persone dalle proprie terre, riversatesi in una gigantesca ondata migratoria sulle nostre spiagge. Decenni di nuove radicalizzazioni religiose, di rotture fra stati e razze.

Ma, quel che più conta, sono stati decenni di un progressivo logoramento della coscienza del nostro mondo, di nuovi dilemmi etici e tanti peccati commessi da noi occidentali, torture, rapimenti, illegalità, violazione dei diritti civili e umani, conditi dalla inevitabilità di quella crescita della indifferenza, di quell’indurirsi dei cuori che rimane l’unico luogo in cui possiamo rifugiarci se non vogliamo impazzire.

Sono rimasta dunque sorpresa, lo confesso, che il Consiglio Supremo di Difesa presieduto dal presidente Giorgio Napolitano riunitosi in queste ore abbia colto questo senso della emergenza, del pericolo in cui tutti ci troviamo. Una nota finale dopo la riunione parla senza mezzi termini di “una situazione internazionale che mostra preoccupanti segni di peggioramento”. L’elenco che fa di questo nuovo bilico in cui ci troviamo va dall’Ucraina al Sub-Sahara passando per tutto il Medioriente.

Sono rimasta sorpresa perché non è molto facile in Italia infrangere la ossessione del nostro ombelico. Quella che con un errore ottico continuiamo a definire “politica estera” continua a non abitare da noi. Anche ora che il paese vuole cambiar verso, il nostro rapporto con il mondo sembra sempre rimanere lo stesso – di diniego, di rassegnazione, di timore a osare. Come se l’Italia fosse il solito fanciullino che non abita il mondo, o, peggio, come se l’Italia continuasse ad essere il solito yes man di ogni grande o piccola potenza che passa.

Questo è il punto in cui siamo oggi, e questo è quello che voglio segnalare con queste righe. Non mi interessa oggi avviare un ennesimo dibattito sulle responsabilità del dove siamo. Mi interesserebbe molto di più capire se si può fare qualcosa, magari anche piccola.

La prima credo sia avere un nuovo tipo di “discorso pubblico” – nei media, nei giornali, nelle televisioni, ma soprattutto nell’intervento del governo – che avvicini il mondo al paese, alla vigilia di nuove destabilizzazioni. Cosa sta succedendo esattamente in Iraq, in Medio Oriente, cosa produrrà nelle nostre vite? L’Italia ha bisogno di sapere che paese è, di elaborare una nuova idea di se stessa, che vada al di là dei consolatori stereotipi del made in Italy e del paese del turismo e dei tesori artistici. Ha bisogno di una nuova idea della propria posizione nel mondo, che combini business, partecipazione, e rilevanza geopolitica.

Non possiamo avviare il semestre europeo, e non possiamo decorosamente presentarci sulla platea mondiale con la pretesa di essere oggi la nazione capofila del cambiamento in Europa, se non abbiamo da dire qualcosa, oltre che sullo spread e il fiscal compact, su quello che il nostro paese vuole fare in tempi di pace e di guerra.

Iraq, l’offensiva dell’Isis cambia le alleanze nello scacchiere mediorientale Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Gli Usa, pur non confermando l’autenticità dei fatti, hanno condannato il massacro di 1.700 soldati iracheni compiuto a Tikrit dai combattenti sunniti dell’Isis. L’azione era stata diffusa su twitter e documentata con alcune foto e filmati. Intanto Washington si sta preparando a “colloqui diretti” con Teheran per trovare il modo di affrontare la drammatica situazione in Iraq e il dialogo dovrebbe cominciare gia’ in settimana. A darne la notizia sono fonti dell’amministrazione Obama al Wall Street Journal. Le fonti non precisano quali saranno i canali attraverso i quali avverranno i colloqui. Una possibilita’ potrebbero essere i negoziati sul nucleare iraniano che riprendono oggi a Vienna e che vedono riuniti diplomatici di Washington e Teheran.

Tuttavia l’Iran, che nei giorni scorsi attraverso il suo presidente Hassan Rohani si era detto pronto ad aiutare Baghdad nel “combattere il terrorismo”, anche attraverso una cooperazione con gli Usa, è comunque ostile a “qualsiasi intervento militare straniero in Iraq”. Dopo che gli Stati Uniti hanno dispiegato una loro portaerei nel Golfo, anche la Lega Araba si mostra prudente. Durante una riunione al Cairo, di cui ha riferito l’agenzia egiziana Mena, i rappresentanti permanenti dell’organizzazione hanno espresso il rifiuto di immischiarsi nelle questioni interne dell’Iraq e hanno auspicato la realizzazione di un’intesa nazionale per risolvere la crisi.

Intanto Tony Blair, primo ministro britannico ai tempi dell’invasione anglo-americana che porto’ al rovesciamento del regime di Saddam Hussein, respinge le critiche – prima di tutto quelle della Russia – di chi ritiene che le origini del caos odierno vadano ricercate in quell’intervento. “L’invasione dell’Iraq del 2003 non e’ da biasimare per l’insurrezione violenta che ormai attanaglia il Paese”, scrive sul suo sito Blair. La violenza, aggiunge, e’ invece la conseguenza “prevedibile e maligna” dell’inazione in Siria.

Anche se l’esercito iracheno ha annunciato una sorta di controffensiva, l’Isis controlla ormai, dopo la recente conquista di Mosul in Iraq, un’area piu’ grande della Giordania, che si estende da est di Aleppo a ovest di Baghdad e dove vivono circa 6 milioni di persone. Comandati da Abu Bakr al Baghdadi, famoso per la sua crudelta’ e ferocia, hanno fatto il grande balzo dopo aver annunciato, nell’aprile del 2013, l’espansione in Siria e conquistato il controllo lo scorso anno della citta’ siriana di Raqqa, punto strategico da cui hanno potuto sfruttare i vicini pozzi petroliferi e accumulare ingenti risorse nel ‘business’ dei rapimenti di siriani e sopratutto stranieri. E’ li’ che, fra l’altro, e’ stato sequestrato il gesuita Paolo Dall’Oglio. Con il passaggio in Siria, il gruppo ha anche cambiato nome: da Isi, ovvero lo Stato islamico dell’Iraq, la sigla e’ divenuta Isis, aggiungendo una ‘s’ che sta per ‘Sham’, ovvero ‘Levante’ o ‘Grande Siria’, ed ottenendo fondi dai paesi del Golfo nemici di Assad, tra cui il Qatar e il Kuwait. I jihadisti dell’Isis contano – secondo esperti citati dell’Economist – su circa 6 mila combattenti in Iraq e su un numero variabile tra i 3 mila e i 5 mila in Siria, inclusi circa 3 mila stranieri: si parla di un migliaio di ceceni e di cinquecento o piu’ europei, provenienti per lo piu’ dalla Francia e dalla Gran Bretagna.

Piuttosto che combattere semplicemente come un frangia di Al Qaida, come facevano prima del 2011, i guerriglieri dell’Isis hanno deciso di controllare il territorio, imponendo non solo il loro codice morale, ma anche le tasse alla popolazione locale. In altre parole hanno creato una bozza di Stato islamico, un ‘califfato’ nei loro disegni, a cavallo tra la Siria e l’Iraq, approfittando della guerra civile siriana e del conflitto etnico iracheno.
Con l’aiuto degli ex sostenitori di Saddam Hussein e con i fondi e gli aiuti accumulati nella siriana Raqqa, e’ cosi’ partita l’offensiva verso Baghdad di questi giorni, con la spettacolare conquista di Mosul, la seconda citta’ piu’ popolosa dell’Iraq. A Mosul – riferiscono fonti citate dall’Economist – i jihadisti dell’Isis non si sono limitati agli eccidi e alle atrocita’ da loro stessi documentati sul web, ma si sono impossessati di enormi arsenali di armi americane, di 6 elicotteri Black Hawks e di circa 500 miliardi di dinari (430 milioni di dollari) in denaro contante.