India, dieci milioni di lavoratori incrociano le braccia contro il “Jobs act” per il salario e contro la disoccupazione Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Fabbriche e scuole chiuse, traffico in tilt e anche scontri in India per uno dei più grandi scioperi della storia del sub continente asiatico. L’iniziativa è stata indetta da una decina di sindacati contro la politica di privatizzazioni del governo del premier Narendra Modi e per la cosiddetta riforma delle leggi sul lavoro,che prevede una forte riduzione dei diritti a tutto vantaggio delle multinazionali straniere. La protesta ha coinvolto una platea di oltre 150 milioni di dipendenti di banche, industrie manifatturiere ed autisti. Secondo una stima dei sindacati vi hanno effettivamente partecipato dieci milioni di persone. In una piattaforma di 12 punti i sindacati chiedono misure urgenti per contenere l’aumento di prezzi e disoccupazione, ottenere una applicazione rigorosa delle leggi di base sul lavoro, una copertura sociale assicurativa universale e salario minimo mensile di 15.000 rupie (200 euro circa). Si chiede inoltre un miglioramento delle pensioni, ed una sospensione sia dei disinvestimenti nelle imprese del settore pubblico (Psu) sia della terziarizzazione dei servizi.

Sharan Burrow, segretario del sindacato internazionale (Ituc), ha detto: “I piani del governo sono di ampliare la già enorme disuguaglianza economica dell’India e rendere ancora più difficile per i lavoratori di organizzarsi in sindacati per proteggere i loro interessi. Con uno dei più alti tassi di crescita economica di un paese, l’India dovrebbe concentrarsi sulle persone aiutandole ad uscire dalla povertà e garantire la sicurezza economica per le famiglie dei lavoratori, piuttosto che offrire ancora più benefici per i più ricchi e inchinandosi alle esigenze degli investitori stranieri”.

L’ottantacinque per cento delle imprese manifatturiere in India impiegano meno di 50 dipendenti, e circa la metà di questi lavoratori sono tenuti con contratti a breve termine con un compenso di appena 5/6 dollari al giorno. Le proposte del governo li priverebbero di protezioni legali vitali lasciandoli in circostanze ancora più precarie.
Le maggiori difficoltà si sono avute nei trasporti, per l’adesione alla protesta dei dipendenti degli autobus pubblici, dei taxi e dei popolari risciò a motore (tuc tuc). Molto attiva la partecipazione allo sciopero in West Bengala, in passato roccaforte del Partito comunista indiano, dove si sono avuti scontri fra i manifestanti e la polizia che ha fatto uso degli sfollagente.
I disagi più forti si sono riscontrati nello stato del Bengala Occidentale, dove i manifestanti hanno tentato di bloccare i binari ferroviari e hanno lanciato pietre contro le forze dell’ordine, che sono dovute ricorrere agli sfollagente. Scontri si sono registrati anche nel distretto di Murshidabad e di Calcutta, dove le strade sono deserte e scuole, università, banche e uffici sono rimasti chiusi. Oltre che a New Delhi e Mumbai, lo sciopero c’è stato in molti Stati dell’Unione (West Bengala, Kerala, Telengana, Goa e Uttar Pradesh).

India, l’omosessualità è di nuovo reato

il manifesto | Autore: Matteo Miavaldi

Vittoria dei gruppi religiosi oltranzisti, torna in vigore la legge “377″, eredità del passato coloniale. La protesta in piazza del movimento Lgbt indiano

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Da ieri in India l’omosessualità è tor­nata ad essere un reato puni­bile con pene fino a 10 anni di reclu­sione. Frutto di una sen­tenza ina­spet­tata della Corte suprema che, acco­gliendo il ricorso di vari gruppi e asso­cia­zioni di stampo reli­gioso, ha rove­sciato il giu­di­zio “sto­rico” for­mu­lato nel 2009 dall’Alta Corte di Delhi.

L’oggetto del dibat­tere è la legge 377 del codice di pro­ce­dura penale indiano, secondo la quale le atti­vità ses­suali «con­tro l’ordine natu­rale che coin­vol­gano uomini, donne o ani­mali» sono da rite­nersi ille­gali. La legge, ere­di­tata dall’epoca colo­niale bri­tan­nica, gra­zie alla cam­pa­gna pro­mossa dai gruppi Lgbt indiani, venne abro­gata dall’Alta Corte di Delhi nel luglio del 2009, rite­nen­dola lesiva dei diritti fon­da­men­tali di ugua­glianza, libertà d’espressione e pari dignità garan­titi dalla Costituzione.

Dal 2009, in India, l’omosessualità non era più per­se­gui­bile per legge, con­di­zione che ha per­messo la nor­ma­liz­za­zione dello sta­tus sociale della comu­nità gay almeno nelle realtà urbane: uscire dall’incognito e vedersi garan­titi davanti alla legge il diritto ad essere come gli altri.

Adele Tulli, docu­men­ta­ri­sta ed esperta di movi­menti Lgbt in India, col suo docu­men­ta­rio 365 without 377 uscito nel 2011 aveva rac­con­tato il primo anno del sub­con­ti­nente senza legge anti-gay, l’inizio di un cam­mino verso la riap­pro­pria­zione di diritti natu­rali negati per quasi 150 anni da una norma vit­to­riana di stampo giudaico-cristiano. Rag­giunta tele­fo­ni­ca­mente dal mani­fe­sto , Tulli ha spie­gato che i movi­menti Lgbt si sono tro­vati di fronte a una sen­tenza ina­spet­tata: «Dopo anni di attesa, mar­tedì la Corte suprema aveva annun­ciato che il giorno seguente si sarebbe pro­nun­ciata sull’abrogazione: a Delhi, Mum­bai e Ban­ga­lore i gruppi locali ave­vano orga­niz­zato maxi-schermi in piazza, erano tutti pronti per festeg­giare o pro­te­stare. Nes­suno si aspet­tava che i diritti potes­sero essere prima rico­no­sciuti e poi tolti di nuovo».

Dopo la sen­tenza del 2009 diversi gruppi con­ser­va­tori e di stampo reli­gioso – hindu, musul­mani cri­stiani, tutti uniti per l’occasione – ave­vano fatto ricorso alla Corte suprema con­te­stando l’abrogazione della legge 377: a seconda dei casi, l’omosessualità veniva bol­lata come una «malat­tia men­tale» cura­bile, per il san­tone hindu Baba Ram­dev, con spe­ci­fici eser­cizi yoga; o, per cri­stiani e musul­mani, come una minac­cia agli inte­ressi religiosi.

I con­ser­va­tori hindu denun­cia­vano la lega­liz­za­zione dell’amore omo­ses­suale come con­tra­rio alla «tra­di­zione hindu», con­di­zione che avrebbe incen­ti­vato la dif­fu­sione dell’Aids nel paese, inde­bo­lito l’esercito e aumen­tato la pro­sti­tu­zione maschile in India.

«I primi dubbi sono ini­ziati a sor­gere l’anno scorso, quando i giu­dici hanno ini­ziato ad ascol­tare le peti­zioni dei con­ser­va­tori per ribal­tare l’abrogazione» ha con­ti­nuato Tulli, chia­rendo che il tema dei diritti gay, anche in India, non è par­ti­co­lar­mente appe­ti­bile a livello poli­tico: «Mai nes­sun par­tito ha preso una posi­zione netta sull’argomento, la poli­tica si è disin­te­res­sata e solo una parte di opi­nione pub­blica ha por­tato avanti la lotta per i diritti Lgbt».

La sen­tenza di ieri, pro­nun­ciata dal cele­bre giu­dice Sin­ghvi pro­prio il giorno prima del pen­sio­na­mento, dice che la legge 377 non è inco­sti­tu­zio­nale e quindi non può essere abro­gata per via giu­ri­dica; ogni even­tuale cam­bia­mento dovrà pas­sare al vaglio del potere legi­sla­tivo, del par­la­mento. A pochi mesi dalle ele­zioni gene­rali, l’ipotetico iter par­la­men­tare, secondo Tulli, sarà riman­dato «almeno per un altro anno». Fino a quel momento, le migliaia di indiani che in que­sti anni hanno fatto coming outtor­ne­ranno ad essere poten­zial­mente per­se­gui­bili per legge.

Le orga­niz­za­zioni Lgbt indiane hanno già rico­min­ciato la lotta, orga­niz­zando nella gior­nata di ieri pro­te­ste lampo a New Delhi e Mum­bai, men­tre gli indiani della dia­spora si sono ritro­vati in mani­fe­sta­zione a Tra­fal­gar Square, Londra.

«Alla fine del docu­men­ta­rio — ha ricor­dato Tulli — appare un car­tello in cui avverto che, alla chiu­sura delle riprese, la Corte suprema non si era ancora pro­nun­ciata. Mai avrei pen­sato al senso ama­ra­mente pro­fe­tico di quella frase. Ma la lotta continua».