Tortuga, le minacce e il coraggio della legalità da: argo catania

Catania, Ognina, Tortuga, a volo d'uccelloV’ammazzu a tutta a famigghia, vi ni facemu scappari, v’abbruciu a casa, v’ata vinniri a casa!” Con queste e con altre ancor più colorite espressioni, alcuni membri della famiglia Testa, amministratori de ‘La Tortuga’ e loro sodali e parenti, hanno aggredito in modo minaccioso alcuni residenti del porticciolo di Ognina. Perchè l’intervento fosse più efficace, qualcuno degli assalitori ha anche brandito un “oggetto metallico di forma tubolare” e ha integrato la minaccia con sputi e un calcio nel fondoschiena.

Di cosa erano colpevoli i residenti aggrediti? Di aver fatto ricorso al TAR perchè fossero sospesi i lavori, riconosciuti poi come illegittimi da due sentenze giudiziarie, che stavano trasformando il porticciolo naturale, e godibile da tutti i cittadini, in un porto turistico privato a beneficio della società La Tortuga e dei suoi clienti.

Di contrastare, insomma, l’accaparramento di un bene comune a vantaggio di un interesse privato.

Catania, Ognina, Tortuga, casa con vecchinaI residenti, pur sapendo di opporsi agli interessi di una famiglia molto ‘ntisa’ in quella zona, si sono rivolti all’autorità giudiziaria. Il processo si è concluso con una condanna degli imputati, difesi dall’avvocato Antonio Fiumefreddo,  a pene detentive (con sospensione condizionale della pena), al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni subiti dalle parti offese.

Le motivazioni della sentenza di primo grado si possono leggere a questo link.

La sentenza di appello ha confermato quella di primo grado, limitandosi a ridurre l’importo del risarcimento. Le volgari e violente espressioni usate dagli imputati nei confronti dei residenti, che non si assoggettavano alle loro pretese, sono riportate in modo integrale nella sentenza.

Qui, per motivi di pudore, evitiamo di riportarle, citiamo soltanto le meno volgari. Quelle adoperate nei confronti delle signore, apostrofate con termini quali ‘troia’ e ‘buttana’, ingiurie accompagnate da espressioni minacciose (“stavolta ci scappa anche il morto”) e gesti poco decorosi come gli sputi.

Il tutto sempre alla presenza di testimoni; una volta persino davanti alla scalinata della chiesa di Ognina, dove i residenti distribuivano dei volantini per inviate gli abitanti del quartiere ad una riunione sulla situazione del porto.

Uno degli imputati, dopo aver stroppicciato tra le mani un volantino e averlo buttato in faccia ad una residente proferendo insulti e minacciandola di morte, cercherà nel corso dell’interrogatorio di giustificarsi affermando che il volantino aveva un contenuto offensivo nei confronti della sua famiglia.

Cadeva però subito in contraddizione dichiarando di non averlo nemmeno letto e implicitamente ammettendo che era il gesto stesso di distribuire pubblicamente i volantini ad essere considerato inaccettabile perchè metteva in discussione il controllo della famiglia sul porticciolo. “Perchè – dicevano- loro erano i padroni incontrastati di Ognina”, come possiamo leggere nella sentenza.

Testimoni estranei alla vicenda hanno confermato davanti al giudice i racconti dei residenti; tra gli altri anche un militare della Capitaneria di Porto, inviato sul posto per un controllo si è ritrovato ad assistere ad uno degli episodi denunciati.

Catania, Ognina, Tortuga, chiesa di padre FallicoIl ricorso al TAR avanzato dai residenti era stato inizialmente proposto anche da alcuni pescatori della zona che poi lo hanno poi improvvisamente ritirato, pur essendo assistiti dallo stesso studio legale della parte civile. Uno degli imputati ha dichiarato che lo avevano fatto “anche perchè invitati dal parroco”, Antonio Fallico.

C’era stato anche un tentativo di trovare una soluzione concordata della vicenda nel corso di una incontro tenuto presso l’Istituto Nautico, al quale si fa riferimento nella sentenza e durante il quale esponenti della famiglia Testa avevano già utilizzato espressioni volgari e minacciose nei confronti dei residenti, considerati già in quell’occasione “contro di noi”.

Le parti offese di questo processo hanno quindi mostrato coraggio e determinazione nel momento in cui hanno deciso di non arretrare davanti alle intimidazioni e di proseguire la loro battaglia con le armi della legalità.

Questo non ha impedito che ci fossero delle difficoltà, tanto che la moglie di un residente, che stava ristrutturando la casa appena acquistata, per un certo periodo si è rifiutata di recarsi sul luogo anche per evitare di mettere a rischio l’incolumità dei figli ancora piccoli.

Scopo degli imputati era, scrive il giudice, quello di costringere le parti offese, considerate un intralcio per l’attività imprenditoriale della famiglia Testa, a trasferirsi altrove.

Nella sentenza il giudice ha qualificato i comportamenti “consapevoli e volontari” degli imputati come “tentativo di violenza privata”, trattandosi di “minacce idonee ad incutere timore e dirette a costringere il destinatario a tenere la condotta pretesa dall’agente”. Escluso invece il reato di percosse e minacce aggravate.

Contestate agli imputati anche le aggravanti di “uso dell’arma (l’oggetto metallico raccolto da terra e brandito da uno degli imputati) e delle più persone riunite”, perchè agendo in gruppo avevano espresso maggiore forza intimidatoria e avevano lasciato minore possibilità di difesa alle vittime.

Quanto alle espressioni ingiuriose, proferite in presenza di più persone e offensive dell’onore e della reputazione, il giudice le ha considerate tali da configurare il reato di diffamazione.

Il giudice non ha ritenuto che avesse il requisito del ‘fatto ingiusto’ l’esposizione, da parte di un residente della via Marittima, di una bandiera dei pirati. Considerato dagli imputati un atto offensivo, è stato ridimensionato dal giudice come un ironico riferimento all’isola di Tortuga, noto covo dei pirati, a cui gli stessi Testa si sono ispirati nella denominazione della propria società.

Considerando l’aggressione consapevole e volontaria, fisica e verbale, un fatto criminoso di “gravità apprezzabile, anche se non massima”, il giudice Antonio Fallone scrive che “ i comportamenti accertati sono idonei a pregiudicare in modo significativo la libertà di determinazione delle vittime e sono diretti a incidere su scelte attinenti a diritti fondamentali della persona umana costituzionalmente rilevanti”, tra cui la scelta del proprio domicilio.