Ilaria Alpi e la Cia: cose di Cosa Nostra e cosa loro da: antimafia duemila

alpi hrovatin c-raffaele-ciriellodi Luigi Grimaldi – 14 giugno 2015

In relazione all’importante articolo di Manlio Dinucci pubblicato sul Manifesto del 9 giugno (La scottante verità di Ilaria Alpi), molto ripreso e dibattuto in rete, in cui sono citato come consulente della docu-fiction di Rai 3 “Ilaria Alpi L’Ultimo Viaggio“, vorrei esprimere la mia opinione.

Un esercizio molto di moda nel nostro paese, a cominciare dal “lavoro” di Carlo Taormina, in relazione al caso Alpi Hrovatin, è quello della destrutturazione del lavoro di ricerca e analisi di chi cerca la verità, senza pretendere di possederla. In inglese “debunkers”, specialità tipica di coloro che accusano di dietrologia e complottismo chi mette in discussione le affermazioni di noti bugiardi. Ognuno è libero di avere le proprie opinioni e di criticare, ma anziché baloccarsi a discettare su ciò che non è il “caso” in questione (esercizio troppo facile in assenza di argomentazioni fattuali) ci si dovrebbe esercitare su ciò che è stato e che è il caso Alpi Hrovatin. Ci si  esponga insomma se si vuole intervernire. Per me la questione di fondo è e rimane il ruolo della Cia nella vicenda Alpi. Più di qualcuno, certamente in buona fede, ma in modo miope, continua a sostenere che un coinvolgimento della Cia nel delitto di Mogadiscio sarebbe un comodo schermo per le responsabilità italiane. Non è così. Ritengo sia un distinguo inconsistente . E’ chiaro che nulla di quanto è accaduto in Somalia, traffici di armi e rifiuti, ma non solo, sarebbe stato possibile senza un attivo coinvolgimento dei servizi italiani e della politica. Ma dov’è il confine tra intelligence italiana e USA? Non c’è! Perché la Somalia era “Cosa Nostra”, fin dai tempi delle colonie dell’impero…. Notizia ben chiara anche alla CIA che al momento di attivare la propria cellula a Mogadiscio( nell’agosto del 1993) affianca al capo stazione un particolare agente: non uno che parli il somalo o l’arabo, ma Gianpaolo Spinelli: perché di origini italiane, perché parla italiano e perché da anni è l’agente di collegamento tra la CIA e il Sismi a Roma (lo ritroveremo nel caso Abu Omar a Milano e nello scandalo sullo spionaggio Pirelli-Telecom-Sismi al fianco di Mancini e Tavaroli). Dov’è quindi la contraddizione??? Dov’è il problema? Se la Somalia era “Cosa Nostra”, nel senso dell’Italia, i nostri servizi (o una fazione all’interno di questi) sono da sempre “cosa loro”, nel senso dell’intelligence USA. E allora tutto si spiega: mi riferisco in particolare agli ostacoli giudiziari all’accertamento della verità, come il caso Gelle o i molti depistaggi a cui in questi anni abbiamo assistito e che hanno dimostrato una intensità, una continuità e un livello mai visti se non per casi come Ustica, la strage di Bologna, il Moby Prince. Sin dal primo giorno dopo il delitto (chi conosce “le carte” lo sa) si è depistato per accreditare la tesi della rapina e escludere il delitto su commissione, che invece prevede dei moventi: e chi compie questo gioco di prestigio? Unosom, la cellulla dei Servizi di informazione di Unosom. E chi è Unosom? Unosom è “cosa loro”, la finta uniforme degli USA per le cosiddette operazioni di ingerenza umanitaria a suon di carri armati e di missili.Un coinvolgimento mosso da “necessità nazionali” o maturate in ambito Nato? Ci sono indizi sufficienti e documentabili oltre ogni incertezza per affermare che il duplice delitto di Mogadiscio sia stato, per dirlacon le parole di Luciana Alpi, la mamma di Ilaria, concordato.Concordato in più sedi e a più livelli, all’interno di uno scacchiere internazionale ben definito e circostanziato che appare abbastanza evidente analizzando il contesto storico in cui matura. La contemporaneità della guerra nella ex Yugoslavia in primo luogo, il lavorio per predisporre l’ingresso di paesi dell’ex blocco comunista nella Nato (come Polonia e Lettonia), i rapporti, che definire contraddittori è davvero poca cosa, tra blocco occidentale e paesi musulmani (leggi Afganistan e Yemen), sono elementi che costantemente emergono se si analizza con lucidità la vicenda nel suo complesso, guardando l’orizzonte senza limitarsi a far la guardia al recinto dell’orto. La verità sul caso Alpi fa ancora paura dopo 21 anni e quanto si è messo in campo per impedire che venisse alla luce, ivi comprese le inutili conclusioni della commissione presieduta con disinvoltura da Carlo Taormina e sostenute dalla maggioranza di centro destra (anche se a dire il vero la “sinistra” non ha brillato), la dice lunga sul livello delle responsabilità che ancora devono essere coperte. Le prove ci sono. Il quadro è chiaro. Il disegno leggibile: basterebbe che ognuno facesse la sua parte fino in fondo.

Foto originale © Raffaele Ciriello

PREMIO ILARIA ALPI 20ª edizione · 1994/2014 mostre, incontri, spettacoli, proiezioni 3-4-5-6 settembre 2014 Riccione

3-4-5-6 settembre 2014 

a vent’anni dall’omicidio di Ilaria e Miran Hrovatin

 tanti gli ospiti della kermesse riccionese

dedicata a giornalismo, impegno civile, ricerca della verità:

da Laura Boldrini a Massimo Gramellini, da Andrea Vianello a Sabrina Impacciatore, da Aldo Nove a Bianca Berlinguer, da Mario Calabresi a Benedetta Tobagi, da Marco D’Amore a Barbara Serra

anteprima mercoledì 3 settembre Lella Costa in scena

ripercorre la strada di Ilaria 

VENTI. Mogadiscio, marzo 1994 – Riccione, settembre 2014. Vent’anni dal terribile omicidio che costò la vita ai due giornalisti italiani, da vent’anni Riccione, Perla verde dell’Adriatico, chiede al mondo verità e giustizia per Ilaria e Miran.

“Vogliamo credere che dal ventesimo Premio intitolato a Ilaria si possa dire con certezza che il 2015 sarà senza più segreti anche rispetto a chi ha occultato depistato fatto carte false. Lavoriamo per questo. Già questo farebbe del ventesimo Premio che si apre a giorni un premio speciale. Il nostro impegno sarà forte e incessante”. Con questo auspicio di Mariangela Gritta Grainer, storica portavoce e presidente dell’Associazione Ilaria Alpi, si apre l’edizione numero venti della manifestazione dedicata all’inviata Rai barbaramente giustiziata in Somalia insieme all’operatore Miran Hrovatin.

Il Premio, organizzato da Associazione Ilaria Alpi e promosso da Comune di Riccione e Regione Emilia-Romagna con i patrocini di Presidenza della Repubblica e Camera dei Deputati, presenta una programmazione ricca di appuntamenti che attraversa le problematiche principali dell’attuale, si sofferma sulla ricerca della verità e si conclude con la consegna dei riconoscimenti agli autori dei servizi giornalistici che hanno segnato indelebilmente i maggiori network televisivi non solo italiani. Veri protagonisti di questa ventesima edizione, i video finalisti del concorso occupano un ampio spazio all’interno del programma e per la prima volta verranno proiettati all’interno di una sala cinematografica. Mostre, incontri con gli autori, workshop, spettacoli, dibattiti, un palinsesto articolato imbastito grazie al contributo e alla preziosa collaborazione di Rai Radiotelevisione Italiana.

Nella consapevolezza che la forza narrativa della fotografia possieda un’efficacia comunicativa dirompente, il Premio Ilaria Alpi inaugura con la mostra fotografia documentaria “Mi richiama talvolta la tua voce” curata da Ludovico Pratesi con le immagini di Paola Gennari Santori che ha il pregio di svelarci una dimensione intima e personale del mondo di Ilaria finora custodita solamente nel ricordo di chi l’ha conosciuta e amata. La fotografia è al centro dell’omaggio a Andy Rocchelli, il giovane fotoreporter italiano ucciso a fine maggio da un colpo di mortaio vicino a Sloviansk, in Ucraina. La mostra “UKRAINA REVOLUTION” a cura del collettivo fotografico Cesura, è allestita nella splendida cornice di Palazzo Graziani a San Marino ed è il frutto della sinergia tra Premio Ilaria Alpi, Segreteria di Stato di San Marino, Università degli Studi di San Marino e RTV San Marino.

“Sappiamo che Ilaria aveva raccolto materiale importante e anche le prove di un traffico d’armi e rifiuti tossici – aggiunge Mariangela Gritta Grainer – per questo lei è stata uccisa, insieme a Miran, prima che potessero raccontare cose grosse come aveva annunciato alla Rai”.

Giorgio Zanchini giornalista e conduttore di Radio Anch’io (Radiouno, Rai) dialogherà con la Presidente della Camera Laura Boldrini, la presidente dell’Associazione Ilaria Alpi Mariangela Gritta Grainer venerdì 5 settembre alle ore 12 presso Villa Mussolini per fare il punto dei documenti pubblicati e del percorso intrapreso verso la desecretazione annunciata in primavera dalla Presidente della Camera e poi anche da Presidente del Consiglio Renzi. Villa Mussolini, alle ore 21, dieventa cornice suggestiva di uno spettacolo indimenticabile: “Io, la verità, parlo” con Sabrina Impacciatore e testo realizzato da Aldo Nove. Ad aprire la serata un aggiornamento sul caso giudiziario con Mariangela Gritta Grainer, Bianca Berlinguer, Maurizio Torrealta, Ferdinando Vicentini Orgnani e Luciano Tarditi.

Riflessione ed analisi anche al centro del dibattito principale di Giovedì 4 settembre alle 21, organizzato in collaborazione con il Premio Roberto Morrione e Q Code mag, dove Giuliano BattistonGiulietto ChiesaLapo Pistelli, Kevin Sutcliffe e Gigi Riva, si confronteranno grazie alla moderazione di Barbara Serra, giornalista di Al Jazeera Londra nel dibattito “L’Unione Europea tra Obama e Putin. Il ruolo dei media nella crisi internazionali”. Proprio per la crucialità dell’argomento anche il direttore de La Stampa Mario Calabresi ha scelto gli esteri per la Masterclass che terrà sabato 6 settembre alle 12.30 in Villa Mussolini.

Gli affari delle mafie tra le due sponde del Mediterraneo, è l’oggetto del dibattito curato da Libera informazione di Sabato 6 settembre alle ore 10 con Stefania Pellegrini, Lucia Musti, Lorenzo Frigerio, Luciano Scalettari e la moderazione di Santo Della Volpe.

Non ci sarà solo lo sguardo dei giornalisti italiani ma anche quello dei colleghi provenienti dall’estero: come Solange Lusiku Nsimire, Vicepresidente dell’Unione Nazionale della Stampa del Congo che racconterà le difficoltà di essere giornalisti in un paese africano insieme a Anna Maria Giordano, conduttrice di Radio Tre Mondo. O quelli di Karen Marshall dell’ICP di New York a cui sarà affidata la conduzione del Workshop sul Visual Journalism Today, così come a Francesco Franchi,designer e art director di IL il Workshop Designing News/Producing News e a Marco Nassivera, direttore dell’informazione di Arte, il Workshop WebDoc. Nassivera, inoltre, insieme a Juliana Rufhus, senior reporter di Al jazeera, Stefanie Lamorré e Paul Moreira, documentaristi free lance, commenteranno il servizio giornalistico vincitore del Premio Migliore inchiesta giornalistica internazionale trasformandolo in un vero e proprio studio di caso, Sabato 6 alle 17.30.

L’evoluzione della professione giornalistica, da sempre oggetto di confronto del Premio, è al centro del dibattito “Da Wikileaks a Fonti Repubblicane. Lavorare con i dati, i numeri e i documenti storici” di Venerdì 5 settembre alle ore 17.30 con Benedetta TobagiAndrea PalladinoIlaria MoroniGuido Romeo  e la moderazione di Angelo Miotto, direttore di Code Q Mag.

Venerdì 5 settembre e Sabato 6 settembre si apre con gli appuntamenti mattutini della rassegna Stampa con Luca Bottura (Radio Capital) e Filippo Solibello e si prosegue, alle ore 19 con le interviste di Andrea Vianello a Massimo Gramellini vicedirettore de La Stampa e Massimo Giannini, vicedirettore di Repubblica, che dal 16 settembre sarà il nuovo conduttore di Ballarò. Mentre la sera di giovedì alle 23 debutta al Premio Ilaria Alpi Giorgio Montanini, comico reduce dal successo della prima stagione di Nemico pubblico su Rai Tre.

La mafia che investe e la mafia che decide. Sono i due risvolti approfonditi nell’ambito del progetto “Stop Blanqueo/Stop al riciclaggio”. Dopo l’attenzione posta sul riciclaggio e, seguendo il filo degli investimenti è emersa quasi naturalmente la necessità di parlare della “mafia che decide”, quella che, attraverso l’infiltrazione nella massoneria deviata dagli anni ’70, è entrata nelle stanze dei bottoni, partecipa in maniera occulta alla gestione della cosa pubblica e dell’alta finanza. Nell’appuntamento del 5 settembre al Palazzo del Turismo di Riccione “L’intreccio. La mafia, il potere, gli affari, la massoneria deviata” chiudiamo un ciclo e ci poniamo nuove indispensabili domande. Venerdi 5 alle ore 9.30 viene presentata in anteprima la ricerca scientifica a cura dell’Università di Bologna sulla percezione delle mafie tra i ristoratori della riviera insieme ad altri studi realizzati dal Servizio politiche della sicurezza della Regione Emilia Romagna presentati nell’occasione. Sindaci delle città di costa, finanzieri e magistrati ragioneranno sugli strumenti di prevenzione e contrasto. Alle 14.30 Nicola Gratteri, Piera Amendola, Ferruccio Pinotti, Giovanni Cecconi, partendo dal caso di Mauro Rostagno, illumineranno i labili confini tra mafie e poteri. L’appuntamento verrà anticipato Giovedì 4 settembre da un focus sui beni confiscati con il racconto delle esperienze di commercialisti e avvocati del territorio e la presenza di importanti relatori come Alberto Perduca e Giancarlo Caselli.

La serata di premiazione chiude la ventesima edizione con la partecipazione straordinaria di Marco D’Amore, l’attore protagonista della fiction firmata Sky “Gomorra” che leggerà un brano di Roberto Saviano dedicato a Ilaria Alpi. Maria Cuffaro e Giorgio Zanchini saranno i prestigiosi conduttori.

Il Premio Ilaria Alpi è organizzato in collaborazione con Rai, Repubblica Di San Marino, Federazione Nazionale della Stampa, UsigRai, Ordine dei Giornalisti dell’Emilia Romagna con i patrocini della Commissione italiana per l’Unesco, della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, Ordine dei Giornalisti. Con il supporto di Unicredit, Coop, Vodafone, Hera, Spi Cgil, Giometti Cinema, Hotel Parco, Hotel Luna, Hotel Lungomare.

Media partner: Raitre, RainewS24, La Stampa, Internazionale, Repubblica.it, Q code mag, Corriere Romagna, Icaro TV, Il Ponte.

Ufficio stampa
Maddalena Cazzaniga
maddalena@babelagency.it
347-0000159

Rapporto Ecomafia 2014 di Legambiente Fonte: www.legambiente.it

Dedicato alla memoria di Ilaria Alpi, Milan Hovratin e Roberto Mancini, Legambiente presenta Ecomafia 2014: nomi e numeri dell’illegalità ambientale in Italia

29.274 infrazioni accertate nel 2013, più di 80 al giorno, più di 3 l’ora. In massima parte hanno riguardato il settore agroalimentare: ben il 25% del totale, con 9.540 reati, più del doppio del 2012 quando erano 4.173. Il 22% delle infrazioni ha interessato invece la fauna, il 15% i rifiuti e il 14% il ciclo del cemento. Il fatturato della criminalità ambientale, sempre altissimo nonostante la crisi, ha sfiorato i 15 miliardi.

E’ solo un anticipo delle storie e i numeri  di Ecomafia 2014, il dossier di Legambiente che monitora e denuncia puntualmente la situazione della criminalità ambientale. Il rapporto è dedicato alla memoria di Ilaria Alpi e Milan Hovratin e del sostituto commissario di polizia Roberto Mancini, recentemente scomparso per la malattia contratta a causa delle indagini sui traffici dei rifiuti condotte tra Campania e Lazio.

Intanto l’Italia attende ancora l’inserimento dei crimini contro l’ambiente nel Codice Penale. Il Ddl già approvato alla Camera, infatti,  giace in standby al Senato, ritardando ancora quella riforma di civiltà che il Paese attende da oltre 20 anni. Leggi tutto

Omicidio Alpi-Hrovain: “uccisi per aver scoperto il traffico d’armi” da: antimafia duemila

alpi-ilaria-c-ansaL’ipotesi fu sviluppata dai Servizi segreti

di AMDuemila – 24 maggio 2014
Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, furono probabilmente uccisi per aver scoperto il traffico d’armi. A sviluppare l’ipotesi è un’informativa del Sisde sviluppata meno di due mesi dopo la morte dei due giornalisti. “Da fonte fiduciaria (omissis) si apprende che nel corso di un servizio fotografico realizzato a Bosaso qualche giorno prima della loro morte, i giornalisti Alpi e Hrovatin avevano raccolto informazioni su un traffico di armi di contrabbando effettuato dalla motonave “21 ottobre” della cooperativa italo-somala Shifco”. E’ questo quanto messo nero su bianco ed oggi svelato dopo la desecretazione dei faldoni da parte del governo. Un’informativa che fu trasmessa anche alla Procura di Roma e al ministero dell’Interno in un documento datato 8 aprile 1994.
Quella nave, un peschereccio d’altura che faceva parte di una flottiglia di 5 unità creata grazie ai fondi della Cooperazione italiana, era stata sequestrata da uomini del Somali salvation democratic front (SSDF), tutti del clan Habarghidir, legati al “signore della guerra” Aidid. Nello specifico i due giornalisti avrebbero documentato una partita d’armi marchiata CCCP (Urss).
E per l’intelligence vi sarebbe il coinvolgimento di un italiano “implicato nel citato traffico, messo in atto utilizzando come vettori alcune navi impegnate nel trasporto di aiuti umanitari, nell’ambito della cooperazione italiana a favore della Somalia”.

In un memorandum compilato dal Sisde nel 2002 per il Copaco (il Comitato parlamentare di controllo per i servizi segreti), si legge che il 6 maggio 1996, il Sismi ha trasmesso al sostituto procuratore Ionta un’informativa secondo la quale il mandante dell’omicidio sarebbe il generale Aidid, l’utilizzatore finale del traffico d’armi, poi `stornato´ in Yemen per i reduci afghani.
Sempre la stessa fonte sostiene che qualcuno “deve aver avvertito i contrabbandieri del rischio che il traffico potesse essere svelato dai due giornalisti”.
Nel dossier ampio spazio è dedicato alla figura di Giancarlo Marocchino: factotum a Mogadiscio, legato tramite della moglie somala al presidente ad interim Ali Mahdi, fu il primo a intervenire sul luogo dell’omicidio. Secondo fonti del Sisde, Marocchino avrebbe potuto essere implicato nel delitto, forse come “mandante o mediatore tra mandanti ed esecutori del duplice omicidio”.
Il servizio di intelligence estero invece smentisce un suo ruolo diretto nell’omicidio Alpi-Hrovatin, ma non ne esclude uno “indiretto”. Ovvero “la complicità da parte del capo della sicurezza di Marocchino agli esecutori del duplice omicidio, all’insaputa dello stesso Marocchino”.
Tutte queste piste non sono mai state seguite fino in fondo durante le indagini, nonostante i tanti elementi raccolti dai servizi siano stati riversati alla polizia giudiziaria e alla magistratura.
L’avvocato della famiglia della giornalista del Tg3, Domenico D’Amati, ha commentato: “L’impressione è che nella fase iniziale delle indagini si sarebbe potuto fare molto di più. C’erano delle piste da seguire: il traffico di armi, ma anche di rifiuti tossici. Non so perché non si sono seguite. E’ tutto ancora da fare”. E poi ancora: “Ne ho letto una parte finora. Ho fiducia che i nuovi magistrati della procura che se ne occupano diano il massimo impulso alle indagini”.

Foto © ANSA

Ilaria e Miran dovevano morire in nome dello Stato da: popoffglobalist

Ilaria e Miran dovevano morire in nome dello Stato

20 anni fa la giornalista e il cameraman venivano assassinati a Mogadiscio. Rifiuti radioattivi, armi, servizi segreti, mafia e Gladio. Una tipica storia italiana. [Franco Fracassi]


Redazione
giovedì 20 marzo 2014 13:37

La giornalista romana Ilaria Alpi e il cameraman friulano Miran Hrovatin pochi giorni prima delle loro morte, in Somalia.

La giornalista romana Ilaria Alpi e il cameraman friulano Miran Hrovatin pochi giorni prima delle loro morte, in Somalia.

di Franco Fracassi

Due colpi alla testa sparati da un Ak 47 calibro 7,62. Come due informazioni emerse oltre dieci anni dopo: un detenuto che riferisce quello che gli ha rivelato un tale conosciuto in carcere e un cablogramma in codice trasmesso dai nostri servizi segreti militari e un agente sotto copertura operativo a migliaia di chilometri di distanza. Un riassunto scarno che condensa tutto il mistero che ancora aleggia intorno a un duplice omicidio. Sono passati vent’anni dall’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. La prima era una giornalista d’assalto del Tg3. Il secondo, un cameraman abituato alle zone di guerra. Sulla loro strada un enorme traffico di armi e di rifiuti tossici che coinvolgeva decine di Paesi, tra cui l’Italia e gli Stati Uniti. Renderlo pubblico avrebbe significato smantellare una delle più capillari reti segrete tessute negli ultimi decenni da servizi segreti, criminalità organizzata, banche e apparati militari. Troppo grande per farla implodere, troppo grande per lasciare in vita Ilaria e Miran.

Chi vi scrive conosceva Ilaria, e per anni ha cercato ostinatamente attraverso il proprio lavoro di dare un senso a quella morte. Ho indagato su delle strane navi somale, in realtà rimaste di proprietà italiana, ho indagato su traffici di armi illegali, su politici corrotti, su militari infedeli. L’ho fatto insieme al mio collega Roberto Cavagnaro. L’ho fatto grazie all’aiuto decisivo di Giorgio e Luciana, i genitori di Ilaria. Purtroppo non è bastato. La vicenda era enormemente più grande. E solo oggi, dopo vent’anni, si iniziano a intravederne i contorni.


Ilaria Alpi lavorava per la redazione esteri del Tg3. Parlava correntemente arabo. Lingua appresa al Cairo, in Egitto.

Il fatto. Ore 15.30, Mogadiscio nord, capitale della Somalia. Ilaria e Miran escono dall’hotel Hamana a bordo di un Pk Toyota. All’auto viene tagliata la strada da una Land Rover blu con a bordo sette somali armati. Mirian viene colpito alla tempia sinistra e muore sul colpo. A Ilaria sparano a bruciapelo dietro la nuca. Morirà solo due ore dopo, abbandonata sul retro dell’auto di un altro italiano e mai soccorsa da un’equipe medica.

Dell’omicidio viene incolpato e processato un solo cittadino somalo. Nel frattempo: tre taccuini di Ilaria spariscono mentre vengono trasportati dalla italiana portaerei Garibaldi, spariscono alcune cassette girate da Miran, viene fatta un’autopsia sbagliata, i carabinieri presenti in forze a Mogadiscio non svolgono nessuna indagine sul doppio omicidio, i nostri servizi segreti e il ministero degli Esteri non offrono alcuna collaborazione alle indagini, il magistrato a cui viene affidata l’inchiesta perde tempo, indaga a singhiozzo, ignora indizi importanti.

Alcuni giornalisti indagano a fondo sulla questione, facendo emergere stranezze e il chiaro ruolo di un traffico d’armi illegale tra l’Italia e la Somalia. Come spesso accade in Italia, tali informazioni vengono ignorate e non finiscono in alcuna inchiesta ufficiale.


L’ultima intervista di Ilaria Alpi, fatta nel nord della Somalia (Bosaso) al sultano Bogor.

Torniamo alle due informazioni chiave per iniziare a svelare l’arcano dietro l’assassinio. È il 2005. L’ex ‘ndranghetista Francesco Fonti è da un po’ che parla col magistrato. Tra una rivelazione sull’organizzazione criminale e l’altra dice: «C’è un tale, conosciuto in carcere, che mi ha parlato di un traffico di rifiuti radioattivi con la Somalia».

Improvvisamente iniziano a inserirsi nelle caselle giuste una serie di elementi che erano emersi nel corso delle indagini giornalistiche, e che non avevano ancora avuto collocazione. Si era saputo che un’autostrada costruita dalla cooperazione italiana nel nord della Somalia. Quattrocentosessanta chilometri di asfalto che portavano dal nulla al nulla. C’erano state soffiate di informatori che sostenevano che sotto il bitume erano stati sotterrati fusti di rifiuti chimici. Poi, si era parlato di un fantomatico “progetto Urano”, di cui si era occupato un agente del Sismi (Vincenzo Li Causi), ucciso in Somalia il 12 novembre 1993. E ancora, le denunce di Greenpeace, che accusava diversi Paesi europei e gli Stati Uniti di aver utilizzato la Somalia come discarica per i rifiuti pericolosi.


Tecnici delle Nazioni Unite cercano di mettere in sicurezza uno delle migliaia di fusti colmi di scorie chimiche e radioattive scaricati sulle coste somale da molti Paesi occidentali.

Il quadro che inizia ad emergere è quello di uno scambio armi-rifiuti. In Somalia nel 1994 era in corso una guerra civile. E non solo. Nel Paese africano erano presenti in forze da un anno truppe internazionali, tra cui militari italiani e statunitensi. Le potenze occidentali avrebbero imposto alle fazioni somale in lotta l’accoglimento indiscriminato di ogni sorta di rifiuti in cambio della fornitura di armi (illegale) senza le quali la guerra civile non si sarebbe potuta combattere.

Il secondo indizio è contenuto in un cablogramma trasmesso il 14 marzo 1994 dal comando carabinieri del Sios di La Spezia al servizio segreto della Marina militare, organo esterno del Sismi. Sei giorni prima dell’agguato, e il giorno stesso della partenza di Ilaria e Miran per una città del nord della Somalia. Un luogo dove i due scopriranno informazioni (forse contenute nelle videocassette sparite) che li porteranno alla morte. «Causa presenze anomale in zona Bos/Lasko (Bosaso Las Korey, nda) ordinasi Jupiter rientro immediato base I Mog. Ordinasi spostamento tattico Condor zona operativa Bravo possibile intervento».


Una delle navi, stivate da fusti contenenti scorie radioattive, affondate nel mare a pochi chilometri dalla costa della Calabria.

Bosaso è la città in questione. Jupiter è il nome in codice per l’agente civile Giuseppe Cammisa, membro di Stay Behind, meglio noto come Gladio. In altre parole, un agente di un’organizzazione segreta messa su dalla Cia alla fine degli anni Quaranta per costituire un primo nucleo di resistenza in caso di invasione sovietica dell’Europa occidentale. Organizzazione che negli anni si era trasformata in braccio armato della Cia e dei servizi segreti europei per eliminare personaggi scomodi, mettere in pratica la strategia della tensione (stragi, terrorismo eccetera) e depistare indagini della magistratura. Una rete di cui faceva parte anche Li Causi.

Felice Casson, senatore del Pd e magistrato che scoprì l’esistenza di Gladio ha dichiarato a proposito del cablogramma: «Non posso affermare o escludere l’autenticità, servirebbe una perizia ma posso dire che è compatibile con la struttura di Gladio».

C’è di più. Due diverse indagini della magistratura italiana arrivano da strade diverse a scoprire un’incredibile vicenda di navi affondate al largo delle coste calabre. Tutte imbarcazioni stivate di fusti pieni di rifiuti radioattivi. Le due inchieste hanno altri elementi in comune: la Somalia, la vendita di armi, Gladio, la mafia, i nostri servizi segreti.

In realtà, si scoprono anche altre cose. Come, ad esempio, il coinvolgimento di funzionari della Cia coinvolti in traffici di armi e di droga (scandalo Iran-Contras). Oppure il confluire nelle inchieste Alpi-traffico dei rifiuti-traffico di armi-navi dei veleni anche dell’inchiesta sull’omicidio del giornalista siciliano Maurizio Rostagno, reo di aver filmato qualcosa che sarebbe dovuta restare segreta: la pista aerea in disuso da oltre trent’anni di Kinisia, nei dintorni di Trapani. È da lì che partivano aerei che trasportavano scorie chimiche e radioattive in Somalia. È da lì che partivano gli agenti di Gladio diretti a Mogadiscio.

Sono passati vent’anni dall’annuncio del Tg3 della morte di Ilaria e Miran. Molti hanno pianto. In tanti però, hanno gioito. Non so come sarebbe lei adesso. Quello che so è che se fosse ancora viva noi tutti saremmo più coscienti del mondo che ci circonda.

Premio Ilaria Alpi 2014. Vent’anni per non dimenticare.da: associazione Ilaria Alpi

Premio Ilaria Alpi Ventesima Edizione

Newsletter, 13 marzo 2014

E’ Necessario ricordare. Vent’anni senza Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.
Tutti gli eventi promossi dall’ Associazione Ilaria Alpi per ricordare l’anniversario della morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (20 marzo 1994 – 20 marzo 2014).
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Uscito il nuovo Bando del Premio Ilaria Alpi. C’è tempo fino al 31 maggio.
Pubblicato il bando della ventesima edizione del Premio televisivo “Ilaria Alpi”.
C’è tempo fino al 31 maggio per presentare i servizi e le inchieste televisive.
La premiazione a Riccione dal 4 al 7 settembre 2014.

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