Discorso di George Mavrikos, segretario generale della Federazione Sindacale Mondiale alla Conferenza Internazionale di FSM e GFTU in solidarietà con il popolo siriano da:www.resistenze.org – proletari resistenti – movimento operaio internazionale – 15-09-15 – n. 556

George Mavrikos | wftucentral.org
Traduzione da senzatregua.it

14/09/2015

George Mavrikos, Segretario Generale della Federazione Sindacale Mondiale (FSM – WFTU) ha tenuto un discorso a Damasco, Siria, alla Conferenza Internazionale della FSM e della GFTU:

«E’ un onore salutare questa partecipata Conferenza Internazionale organizzata congiuntamente dalla Federazione Sindacale Mondiale e dalla Federazione Generale di Siria per esprimere solidarietà con il popolo e la classe operaia siriana. Caro presidente della GFTU, fratello Jamal Kadri, a nome dei membri e amici della FSM che vive e lotta in 126 paesi dei cinque continenti, ti porto il nostro saluto fraterno, onesto ed internazionalista. Apprezziamo che il nostro invito sia stato approvato da 230 sindacalisti di 43 paesi rappresentanti i milioni di membri delle organizzazioni sindacali. Nonostante le difficili condizioni non hanno esitato a viaggiare fino a Damasco per essere a fianco del popolo Siriano che durante gli ultimi 5 anni ha sofferto l’attacco  sotto attacco imperialista.

Siamo qui:
1. Per chiedere la fine immediata dell’intervento straniero in Siria.
2. Per chiedere l’immediata rimozione del blocco.
3. Per chiedere l’immediata rimozione delle sanzioni economiche e delle discriminazioni contro la Siria.

La Federazione Sindacale Mondiale, dal primo momento dello scoppio di questa crisi metodicamente pianificata in Siria, ha espresso apertamente il suo supporto al popolo ed ai lavoratori siriani. Non abbiamo seguito la corrente. Contro la massiccia propaganda degli USA, dell’UE e dei loro alleati; una propaganda che le organizzazioni internazionali e la CSI (la Confederazione Internazionale dei Sindacati, cui aderisce anche la CGIL n.d.r.) hanno accettato e promosso; una propaganda in cui sono cadute alcune organizzazioni sindacali e partiti operai e a cui la FSM si è opposta ed ha esposto la verità. Abbiamo informato i lavoratori in tutto il mondo, abbiamo chiaramente dichiarato che in Siria, terroristi e mercenari stanno lavorando alla destabilizzazione del paese servendo gli interessi degli USA, dell’Unione Europea e dei loro monopoli. La FSM supporta la fiera lotta del popolo siriano. In maniera organizzata e in ogni tribuna che abbiamo avuto nella sfera internazionale abbiamo diffuso la verità in contrasto con le menzogne dei mass media, degli USA, della NATO, della CSI. La FSM ha contribuito a formare l’opinione pubblica e creare un movimento di solidarietà con il popolo siriano. Dal primo minuto fino a questa Conferenza Internazionale siamo rimasti stabili nella nostra fraterna posizione al fianco del popolo siriano e difendendo il suo diritto all’autodeterminazione, decidendo il  proprio futuro in autonomia, per mezzo di procedure democratiche e contro l’intervento straniero.

La FSM in questi 70 anni di lotta dal 1945 ad oggi ha sempre mostrato eticamente e praticamente il suo sostegno ai lavoratori arabi e di tutto il mondo, così come alle masse che combattono per una giusta causa. Mentre la FSM era in prima linea nella lotta per il raggiungimento di importanti rivendicazioni socioeconomiche dei lavoratori come  aumenti salariali, migliore orario lavorativo, diritti di sicurezza sociale, diritti delle donne lavoratrici, salute e sicurezza sui posti di lavoro, assistenza sanitaria, educazione, una migliore qualità di vita, ha sempre difeso allo stesso tempo la fiera lotta dei popoli nei paesi arabi contro il colonialismo e l’imperialismo.

Ci sono dozzine di dichiarazioni e interventi in organizzazioni internazionali della FSM contro le persecuzioni, le torture e le esecuzioni di militanti, proteste contro i governi e appelli per l’espressione di solidarietà internazionale.  Tutto ciò riflette la posizione della FSM in tutti i momenti cruciali così come nei problemi giornalieri della Federazione Sindacale Araba e dei lavoratori arabi. Come la lotta del popolo algerino nel novembre del 1954 per il riconoscimento e l’indipendenza dell’Algeria e il ritiro  delle truppe francesi, nella lotta del popolo iracheno per il riconoscimento dello stato appena fondato, nella lotta del popolo egiziano per l’autonomia del Canale di Suez, nella lotta del popolo siriano contro l’aggressione imperialista, nella lotta del popolo libanese, nella lotta del popolo giordano , nella lotta della Libia contro l’intervento militare anglo-americano, nella lotta del popolo del Sudan, per il popolo di Aden per l’indipendenza e la creazione dello Yemen. Nella lotta del popolo della Palestina contro l’occupazione israeliana e l’imperialismo per la creazione di un indipendente e democratico Stato Palestinese. E infine contro il piano del “Nuovo Medio Oriente” e la guerra imperialista in Iraq, Afghanistan e Libia.

Allo stesso modo oggi, da questa sala, uniamo la nostra voce con il popolo e la classe operaia della Siria, con i lavoratori in tutti i paesi Arabi e denunciamo il governo degli Stati Uniti, i governi dei paesi dell’Unione Europea e la NATO per la politica aggressiva adottata nel tentativo di rapina delle sue risorse e dei suoi beni e che  compromette il principio  di autodeterminazione del popolo siriano. Il loro obiettivo è  destabilizzare gli stati Arabi, per frazionare il popolo Arabo e ricavare profitto dallo sfruttamento dei loro mezzi di produzione e vie di trasporto. Essi vogliono gli Arabi divisi, umiliati, arrendevoli; vogliono che i lavoratori Arabi siano migranti economici  in Europa e negli Stati Uniti e che lavorino in terribili condizioni per salari miserabili.

Esprimiamo il nostro rispetto per le credenze religiose, la cultura e le tradizioni di tutti gli Arabi e ci appelliamo con voi, fratelli e sorelle per coordinare la nostra lotta insieme contro l’imperialismo e contro l’invasione straniera, contro il piano del Nuovo Medio Oriente che comprende governi fantoccio degli Stati Uniti. Basata sulla forte fondazione dei 70 anni di solidarietà internazionale in favore degli interessi dei lavoratori Arabi e dei popoli dei paesi  Arabi, cari fratelli e sorelle delle Organizzazioni Arabe sapete molto bene che la Federazione Sindacale Mondiale non vi lascerà mai soli, ne vi venderà. Siamo stati  il vostro alleato fidato, stabile e coerente. La FSM è la vostra famiglia, la vostra Organizzazione. Questa famiglia che vogliamo rinforzare tutti insieme, renderà più solida la lotta contro il piano del Nuovo Medio Oriente, sarà più forte per gli interessi dei lavoratori.

Ci appelliamo a voi per unità e azione, unità nell’azione contro l’imperialismo. Contro le privatizzazioni dei settori strategici dell’economia, per diritti lavorativi, sociali e democratici per tutti, per uno sviluppo economico e sociale basato sulle necessità dei popoli e non sul profitto. Ci appelliamo a voi per la vostra unità nell’azione per la libertà del  nostro popolo di determinare da solo il proprio presente e futuro.

In conclusione di questo breve saluto, permetteteci di esprimere la nostra fraterna solidarietà con i lavoratori migranti e i rifugiati che cercano di conseguire un futuro migliore in Europa.  L’intervento Imperialista genera povertà, morte, rifugiati ed emigranti. In Europa, oggi, i governi e le imprese sfruttano i rifugiati, ricavano profitti su di loro e li impiegano come schiavi moderni. Continueremo la nostra lotta nell’obiettivo di vivere pacificamente, senza intervento straniero ne barbarie capitalista.

Chiediamo che le discriminazioni contro i rifugiati e i migranti cessino immediatamente.

Grazie

Referendum greco: pesa il silenzio assordante degli intellettuali europei da: il manifesto

C’è un aureo testo di Kant che torna alla mente in que­ste ore in cui si con­suma l’attacco finale alla Gre­cia demo­cra­tica da parte dei cani da guar­dia dell’Europa oli­gar­chica, della finanza inter­na­zio­nale e del Nuovo ordine colo­niale a cen­tra­lità franco-tedesca. Nel 1784, l’autore della Cri­tica della ragione pura, già cele­ber­rimo in tutto il con­ti­nente, rispon­deva alla domanda sull’essenza dell’illuminismo. La indi­vi­duava nella scelta dell’autonomia; nella deci­sione con­sa­pe­vole e non priva di rischi di «uscire da una mino­rità della quale si è responsabili».

Inten­deva dire che affi­darsi alla guida di un tutore che per noi sce­glie e deli­bera è umi­liante ben­ché comodo. Che la libertà è affa­sci­nante ma il più delle volte peri­co­losa. E che l’insegnamento fon­da­men­tale del movi­mento dei Lumi che di lì a poco avrebbe por­tato i fran­cesi a sol­le­varsi con­tro l’autocrazia dell’antico regime con­si­ste pro­prio in que­sto: nel con­si­de­rare l’esercizio dell’autonomia indi­vi­duale e col­let­tiva un inde­ro­ga­bile dovere morale e poli­tico. Un fatto di dignità. Essere uomini signi­fica in primo luogo deci­dere per sé e rispon­dere delle pro­prie scelte. Rifiu­tarsi di vivere sotto il giogo di qual­siasi potere impo­sto con la vio­lenza delle armi o della super­sti­zione, del denaro o del conformismo.

Sono tra­scorsi oltre due secoli densi di sto­ria. Il mondo è cam­biato. Ma nes­suno direbbe che quelle di Kant sono con­si­de­ra­zioni arcai­che, ina­datte al nostro tempo. Siamo tutti pronti a sot­to­scri­verle. Rifor­mu­late con parole meno alate, le ripe­tiamo ogni qual­volta ragio­niamo sui prin­cipi demo­cra­tici ai quali vor­remmo si ispi­ras­sero le nostre società. Eppure che suc­cede quando i nodi ven­gono al pet­tine e la dignità di tutto un popolo è messa dav­vero in discus­sione, quando un intero paese è posto di fronte al bivio tra mino­rità e autonomia?

Anche se tele­vi­sioni e gior­nali di tutto il mondo fanno a gara per nascon­dere la realtà descri­vendo i greci come un gregge di bugiardi paras­siti (e atten­zione: vale per i greci oggi quel che ci si pre­para a dire domani sul conto di spa­gnoli, por­to­ghesi e ita­liani, sudici d’Europa), è abba­stanza chiaro il motivo per cui Ue, Bce e Fmi hanno deciso di sca­te­nare la guerra con­tro la Gre­cia. I soldi (pochi) sono più che altro un pre­te­sto. La sostanza è il modello sociale che deve prevalere.

I cre­di­tori vogliono essere certi che a pagare il «risa­na­mento» e la per­ma­nenza nell’eurozona sia la grande massa pro­le­ta­riz­zata dei lavo­ra­tori dipen­denti, costretti a vivere sta­bil­mente in mise­ria e in schia­vitù. Se a pagare fos­sero i grandi capi­tali, i conti tor­ne­reb­bero ugual­mente. E solo così l’economia greca potrebbe per dav­vero risa­narsi. Ma il prezzo poli­tico sarebbe esor­bi­tante, tale da vani­fi­care quanto è stato sin qui fatto, per mezzo della crisi, al fine di «rifor­mare» i paesi euro­pei e con­for­marli final­mente al modello neo­li­be­rale di «società aperta».

La par­tita è quindi squi­si­ta­mente poli­tica. Se non c’è di mezzo tanto un pro­blema di ragio­ne­ria quanto una que­stione poli­tica di prima gran­dezza – il modello sociale, appunto: i cri­teri base dell’allocazione delle risorse – allora è sacro­santa la pre­tesa del governo greco che a deci­dere se obbe­dire o meno ai dik­tat della troika sia il popolo che dovrà pagare le con­se­guenze delle deci­sioni assunte in sede euro­pea. È un fatto ele­men­tare di demo­cra­zia. Che però spo­sta il con­flitto sul ter­reno, cru­ciale e deci­sivo, della legit­ti­ma­zione dell’Europa unita: uno spo­sta­mento del tutto inaccettabile.

Non c’è da sor­pren­dersi se pro­prio la deci­sione di Tsi­pras di andare al refe­ren­dum popo­lare abbia fatto sal­tare il banco. L’Europa – que­sta Europa dei tec­no­crati e degli spe­cu­la­tori – può accet­tare molte dero­ghe. Può tol­le­rare gravi infra­zioni alle regole finan­zia­rie, come ha dimo­strato pro­prio nei con­fronti di Fran­cia e Ger­ma­nia. Può anche fati­co­sa­mente chiu­dere un occhio su qual­che misura tesa a ridurre l’iniquità delle cosid­dette riforme strut­tu­rali che i paesi sono chia­mati a rea­liz­zare per con­for­marsi al modello sociale prescritto.

Ma sulla que­stione delle que­stioni – la sovra­nità – non si tran­sige. Nes­suno può rimet­tere in discus­sione il fatto che in Europa i pre­sunti «popoli sovrani» non hanno voce in capi­tolo sul pro­prio destino. Fin­ché si scherza, magari fin­gendo di avere un par­la­mento euro­peo, bene. Ma guai ad aprire una brec­cia sulla costi­tu­zione dispo­tica dell’Unione, che è il suo fon­da­mento ma anche, a guar­dar bene, il suo tal­lone d’Achille.

Se que­sto è vero, allora un silen­zio pesa assor­dante men­tre le cro­na­che docu­men­tano le bat­tute finali di quest’ultima guerra inte­stina del vec­chio con­ti­nente. Dove sono finiti i «grandi intel­let­tuali», quelli che lo spi­rito del tempo desi­gna a pro­pri por­ta­voce, coloro la cui sapienza e sag­gezza reca l’onore e l’onere di indi­care la retta via quando il cam­mino si ingar­bu­glia? Non se ne vede l’ombra. Tutto su que­sto fronte tace, come se si trat­tasse di baz­ze­cole. Eppure c’è ancora qual­che sedi­cente filo­sofo, qual­che sto­rico, qual­che giu­ri­sta o socio­logo in Europa. C’è chi si atteg­gia a inter­prete auten­tico della crisi e sforna a ripe­ti­zione libri che discu­tono di Europa e di demo­cra­zia. Forse che, per tor­nare al vec­chio Kant, ciò che vale in teo­ria non serve a nulla in pratica?

Ci si domanda che farebbe oggi un novello Zola (o un nuovo Sar­tre) di fronte alla pre­po­tenza e alla viltà di quest’Europa. Eppure non occor­rono gesti eroici per ricor­dare che esi­stono diritti invio­la­bili, per chia­rire che nes­suna ragione al mondo con­sente di sca­ra­ven­tare un popolo nell’indigenza e nella dispe­ra­zione, per ram­men­tare che in que­sta par­tita torti e ragioni sono, come sem­pre, ripar­titi fra tutte le parti in causa. Niente. Silen­zio. A sbrai­tare è solo chi può per­met­tersi di svol­gere due parti in com­me­dia, il ruolo dell’accusatore e quello del giu­dice. Quanto all’imputato, stiamo molto attenti. Nati a Palermo o a Sivi­glia, a Milano o a Lisbona, siamo tutti quanti greci anche noi.

I muscoli di Podemos: «È l’anno della svolta» Fonte: il manifesto | Autore: Alonso Carrasco

Da mesi Pode­mos pre­pa­rava la pro­pria «conta»; una mani­fe­sta­zione a Madrid, nel cuore del paese, per dimo­strare la pro­pria forza (con­fer­mata dai son­daggi che danno Pode­mos come primo par­tito in Spagna).

Risul­tato rag­giunto, per­ché cen­ti­naia di migliaia di per­sone hanno occu­pato le strade di Madrid, finendo per con­fluire in una Puerta del Sol dal colpo d’occhio mici­diale. Secondo El Pais, Pode­mos «ha mostrato i suoi muscoli», pre­oc­cu­pando non poco i pro­pri rivali popo­lari e socia­li­sti. Un suc­cesso otte­nuto con la par­te­ci­pa­zione di quel «popolo», dive­nuto ormai rife­ri­mento delle sini­stre radi­cali, capaci di arri­vare al potere, come acca­duto in Gre­cia, o in pro­cinto di arri­varci, come potrebbe acca­dere in Spa­gna.
Le ele­zioni nazio­nali sono ancora lon­tane – a novem­bre – ma a breve ini­zierà una giran­dola di con­sul­ta­zioni ammi­ni­stra­tive (dap­prima — il 22 marzo — in Anda­lu­sia) che potranno accom­pa­gnare il cam­mino di Pode­mos, fino all’obiettivo più ghiotto: sfian­care i socia­li­sti e i popo­lari, e gover­nare il paese da soli, con un pro­gramma di sini­stra vera.
Se dopo la Gre­cia dovesse capi­tare anche in Spa­gna, si trat­te­rebbe di un segnale sto­rico e in grado di cam­biare pre­su­mi­bil­mente le sorti dell’intero vec­chio continente.

La «mar­cha del cam­bio», come è stata defi­nita, ha dato la pos­si­bi­lità a Pode­mos di dare una sorta di «cal­cio d’inizio» a quest’anno che potrebbe por­tare il par­tito al governo. Le parole del lea­der, Pablo Igle­sias, («el coleta», il codino) non lasciano dubbi sulle inten­zioni di Pode­mos: «Que­sto è il nostro sogno, che diven­terà realtà quest’anno, dove andremo a cam­biare tutto, comin­ciando a vin­cere le ele­zioni del 2015. Qual­cuno parla di Spa­gna come un «brand», una marca. Ma noi non siamo una mer­can­zia, che si può com­prare o ven­dere. Siano male­detti coloro che ven­dono la nostra cul­tura come fosse una merce. Quest’anno cam­bia tutto, e al governo andrà il popolo spa­gnolo». Non sono man­cati i rife­ri­menti ad un tema molto caro tanto a Pode­mos, quanto a Syriza (la cui vit­to­ria ha finito per rega­lare grande slan­cio anche alla sini­stra spa­gnola), ovvero quello sulla sovra­nità. Sia Pode­mos sia Syriza, come altri movi­menti di sini­stra, da sem­pre richia­mano all’importanza della sovra­nità, persa a causa delle deci­sioni ordi­nate dalle troika.

A que­sto pro­po­sito Igle­sias ha spe­ci­fi­cato che «siamo un popolo di sogna­tori, come don Chi­sciotte, ma abbiamo chiare molte cose. Una di que­ste è che la nostra sovra­nità non è a Davos. In quei luo­ghi hanno deciso di umi­liarci con quello che loro chia­mano auste­rità. È il momento di un piano di riscatto di tutti i cit­ta­dini spagnoli».

Iñigo Erre­jón, numero due di Pode­mos, ha rac­con­tato che «abbiamo pro­te­stato e nes­suno ci ha ascol­tato. Ora è il momento nel quale il popolo recu­pera la sovra­nità e si riprende il paese». E per sot­to­li­neare la valenza «popo­lare» dell’evento, i diri­genti del par­tito non si sono messi all’inizio del cor­teo. Infine, non pote­vano man­care le prime rea­zioni a mezzo stampa dei «rivali» di Pode­mos, in primo luogo i popo­lari. Alle parole di Igle­sias e degli altri diri­genti in piazza, è arri­vata la rea­zione stiz­zita del pre­mier Rajoy: «Descri­vono in modo nega­tivo il paese». Secondo il lea­der popo­lare, Pode­mos è «una moda», che «durerà poco».

Mafia Capitale e la politica “mestiere” Fonte: il manifesto | Autore: Enzo Scandurra

GianniAlemanno

Vedo con cre­scente pre­oc­cu­pa­zione una pos­si­bile e pro­ba­bile solu­zione finale alla nota e ter­ri­fi­cante vicenda di «mafia Capi­tale». E cioè: una serie di arre­sti di noti e meno noti cri­mi­nali, una serie di con­danne a espo­nenti poli­tici presi tra tutti i par­titi, la car­riera inter­rotta di altri lan­ciati verso un suc­cesso per­so­nale sicuro, il discre­dito di per­sone magari ten­den­zial­mente one­ste ma che hanno avuto la sven­tura di «incon­trare» nel loro per­corso la rete del malaf­fare dif­fuso, il sacri­fi­cio di molti one­sti ancor­ché inge­nui, mal­de­stri o incauti. Dopo­di­ché fine di una brutta sto­ria; next please! si riparte. Il popolo dimen­tica rapi­da­mente, aiu­tato dai media sem­pre a cac­cia di sen­sa­zio­na­li­smi e nuovi untori.

E’ vero invece che diverse con­cause – che hanno radici lon­tane nella mala­po­li­tica — hanno con­corso insieme per con­durre l’amministrazione romana verso que­sto esito tra­gico e che a ten­tare un’analisi delle respon­sa­bi­lità, la rete delle com­pli­cità si pro­paga senza fine come le onde di uno sta­gno dove si è get­tato un sasso. Biso­gne­rebbe ana­liz­zarle con calma que­ste cause distin­guendo tra reati giu­di­ziari veri e pro­pri (a que­sto ci pensa la magi­stra­tura) e com­por­ta­menti poli­tici magari non per­se­gui­bili penal­mente ma che non assol­vono coloro i quali, magari più scal­tri, hanno cam­mi­nato sul filo della lega­lità per­dendo di vista la bus­sola dei codici ideo­lo­gici di rife­ri­mento e l’etica poli­tica. Da ultimo c’è il popolo romano, un popolo a volte cinico, disin­can­tato quello che, come ricorda Paso­lini, ha una sola espres­sione per mani­fe­stare il pro­prio stu­pore: «Anvedi oh!». Anche lui non è inno­cente, pronto sì a riti­rare la fidu­cia a chi ha sba­gliato, ma altret­tanto super­fi­ciale nel farsi ingan­nare da nuovi miti. Dif­fi­cile che que­sto popolo si tra­sformi in cit­ta­di­nanza attiva, sen­si­bile ai pro­pri doveri e ai pro­pri diritti; esso è sem­pre pronto invece a farsi abba­gliare da obiet­tivi sor­pren­denti (il nuovo sta­dio della Roma, le Olim­piadi pros­sime). Detto così quella romana sem­bre­rebbe una situa­zione senza vie d’uscita, ma è pro­prio a par­tire da que­sta cruda realtà che può pren­dere forza (altro che rim­pa­sti e com­mis­sa­ria­menti) l’ipotesi di un risve­glio della Poli­tica, intesa, come soste­neva Michele Pro­spero in un arti­colo di qual­che giorno fa (il mani­fe­sto del 3 scorso), come pas­sione ideale, impe­gno pub­blico, senza i quali tutto, prima o poi, ritor­nerà come prima. In que­sto qua­dro deso­lante c’è la soli­tu­dine di gran parte delle per­sone che con­du­cono una vita one­sta ma che non hanno più rap­pre­sen­tanti nell’amministrazione e nella poli­tica in gene­rale. Coloro che vor­reb­bero vedere una città pulita, che non nutrono ran­core nei riguardi dei poveri e degli immi­grati, che, anzi, li accol­gono e li aiu­tano, coloro che affron­tano con dignità le dif­fi­coltà quo­ti­diane, coloro che fanno bene il pro­prio lavoro anche quando è mal pagato e rischiano di rima­nerne fuori al minimo segnale di crisi. Ma costoro non fanno numero, spesso diser­tano le urne, sono silen­ziosi e tanto più ina­scol­tati, invi­si­bili e afoni nel circo della poli­tica che grida e strilla. Quando si parla di «par­te­ci­pa­zione» (parola diven­tata quanto mai insi­diosa da maneg­giare) è a costoro che biso­gne­rebbe pen­sare e par­lare, oltre che ascol­tare con umiltà. Per­ché anche il rito della cosid­detta par­te­ci­pa­zione, senza quel corol­la­rio di pas­sioni e virtù civi­che neces­sa­rio, senza un con­te­sto valo­riale che la defi­ni­sca, ha pro­dotto, e pro­duce, danni e nuove emar­gi­na­zioni. Essa assume il sapore di con­trat­ta­zione e di media­zione tra inte­ressi in gioco e, in nome del rea­li­smo poli­tico, scade assai spesso ad oppor­tu­ni­smo, puro adat­ta­mento alla realtà. Ogni volta che essa è stata invo­cata, sia da gruppi orga­niz­zati sia da ammi­ni­stra­tori scal­tri, ha inne­scato un corto cir­cuito che ha messo fuori gioco le voci più deboli e più fra­gili allar­gando la rete delle com­pli­cità. Ha, qual­che volta, creato ulte­riori aggre­ga­zioni di poteri che si sono som­mati a quelli già esi­stenti rafforzandoli.

A Roma, tutti lo dicono, non si è mai rotto il patto nefa­sto tra ammi­ni­stra­zione e «mat­tone», ovvero quella giun­gla di inte­ressi che ruota intorno al con­sumo di suolo, alle con­ces­sioni ad edi­fi­care facili, al trat­ta­mento dei rifiuti. Il ter­ri­to­rio resta sem­pre il con­vi­tato di pie­tra sia per­ché dispo­ni­bile a nuove (quanto inu­tili) costru­zioni, sia per­ché altret­tanto dispo­ni­bile ad acco­gliere i rifiuti pro­dotti dai cit­ta­dini. Forse Marino aveva ini­ziato a col­pire que­sti inte­ressi — ancora non lo sap­piamo con cer­tezza — ma certo qual­cuno, o lo stesso Sin­daco, dovrà pur farlo se dav­vero non vogliamo rima­nere impi­gliati in que­sto tra­gico destino ver­go­gnan­dosi di essere romani. Come mai biso­gna appel­larsi sem­pre più spesso, noi di sini­stra, alle parole di Papa Fran­ce­sco? «Oggi viviamo in immense città che si mostrano moderne, orgo­gliose e addi­rit­tura vani­tose. Città che offrono innu­me­re­voli pia­ceri e benes­sere per una mino­ranza felice ma si nega una casa a migliaia di nostri vicini e fra­telli, per­sino bam­bini. Città che costrui­scono torri, cen­tri com­mer­ciali, fanno affari immo­bi­liari ma abban­do­nano una parte di sé ai mar­gini, nelle peri­fe­rie, che demo­li­scono barac­che, imma­gini tanto simili a quelle della guerra»? Per­ché ci è acca­duto di non essere più noi a pro­nun­ciare que­ste sem­plici frasi? Ini­zia da qui la deca­denza della poli­tica che si fa mestiere e pro­fes­sione in nome di un’efficienza tec­nica senza volto, di un «buon governo» di pre­sunti one­sti che non sa da che parte stare e da che parte andare. Salendo su un taxi a Napoli, il con­du­cente venuto a cono­scenza della mia pro­ve­nienza romana, ha detto: «Sono con­tento di quanto vi sta suc­ce­dendo, sem­brava che la colpa fosse tutta di Napoli e di noi sudi­sti strac­cioni». Amara con­so­la­zione la sua per essere stati messi tutti insieme nel pan­tano nazionale.

“La Cgil deve rompere con il Pd altrimenti l’aspetta un’altra terribile sconfitta”. Intervento di Cremaschi Autore: giorgio cremaschi da: controlacrisi.org

In una intervista a Il Manifesto Sergio Cofferati sottolinea la differenza tra la mobilitazione da lui guidata, con successo, nel 2002 contro il tentativo di Berlusconi di colpire l’articolo 18 e quella promossa oggi dalla CGIL . Allora si univano opposizione sociale e opposizione politica oggi, dice Cofferati, bisogna mobilitare il popolo del centrosinistra contro chi lo rappresenta al governo. È vero, ma così non si sottolinea solo una difficoltà ma una contraddizione. Il collateralismo tra CGIL e PD è un dato di fatto e che esso sia avvenuto soprattutto tra il gruppo dirigente sindacale e l’attuale minoranza di quel partito non cambia la sostanza. Anzi la aggrava perché dà spazio al qualunquismo di potere di Renzi e della sua banda.Quando l’attuale minoranza del PD era maggioranza e sosteneva il governo Monti, la CGIL ha lasciato passare la più feroce controriforma delle pensioni d’Europa e la prima gravissima modifica dell’articolo 18. È stato infatti il governo dei tecnici, con il consenso di CGIL CISL UIL, ad aprire la via alla sostituzione della reintegra con il risarcimento monetario nel caso di licenziamento ingiustificato. E già abbiamo centinaia di licenziamenti che il giudice ha riconosciuto come ingiusti, che nel passato avrebbero avuto come conseguenza il ritorno del lavoratore colpito nel suo posto di lavoro, e che invece oggi si concludono con un po’ di soldi che non compensano certo un futuro di disoccupazione. È chiaro che Renzi vuole andare oltre, abolendo sostanzialmente la reintegra e soprattutto, come ha più volte dichiarato, togliendo ogni ruolo ai giudici. Che per lui come per ogni reazionario non debbono più ingerirsi nel rapporto tra impresa lavoratore: lì ci deve essere solo il mercato, non il diritto. Susanna Camusso ha colto la gravità dei propositi del segretario del PD capo di governo, ma cerca di chiudere un portone che ha lasciato spalancare. Se la CGIL avesse lottato sul serio contro Monti e la riforma Fornero delle pensioni, e allora c’ erano tra i lavoratori consenso e forza sufficienti, oggi non subirebbe impaurita gli sberleffi di Renzi, e soprattutto sarebbero i lavoratori a reagire. L’abilità manipolatrice permette invece al presidente del consiglio di esercitare una operazione in totale malafede, ma non per questo poco efficace. Il capo del governo mette assieme il dilagante scontento in tutto il mondo del lavoro verso la passività di CGIL CISL UIL, che per me è sacrosanto, con la vandea reazionaria di chi sostiene che il sindacato ha rovinato l’Italia. Lo può fare perché la CGIL, soprattutto in questi anni di crisi, si è ritirata dal conflitto per paura di perderlo. Così Renzi accusa di essere fermi agli anni 70 gruppi dirigenti sindacali che per primi hanno messo in discussione le pratiche e la cultura di quel decennio e che per primi in ogni riunione premettono : non siamo più negli anni 70!

Sergio Cofferati probabilmente ricorderà che in un congresso della CGIL di quasi venti anni fa con Claudio Sabattini fu posta la necessità della totale indipendenza della CGIL dal quadro politico. Quella scelta non fu fatta e ora il collateralismo da condizione di sopravvivenza diventa un danno. Renzi può vantarsi: noi con la CGIL non c’entriamo niente anzi, ma Susanna Camusso non può rompere con il PD. Se lo facesse, per i promotori del jobsact sarebbe un colpo ben più duro che quello di uno sciopero generale. Ma ripeto, con l’attuale intreccio tra sistema politico e sistema sindacale, che percorre tutto il paese, Camusso non potrebbe dire basta con il PD neppure se lo volesse.

Ma la questione non é solo di rapporti politici. Ancora una volta la CGIL deve verificare che il patto tra i produttori, cioè quell’accordo tra i rappresentanti delle forze produttive con il quale condizionare la politica che il gruppo dirigente sindacale persegue da anni, quell’accordo non esiste. Dalla Confindustria alle banche alle cooperative, tutto il sistema delle imprese ha mollato la CGIL e si è schierato con Renzi. CISL e UIL naturalmente han fatto lo stesso. Eppure solo il 10 gennaio di quest’anno si era firmato un testo sulla rappresentanza, per me liberticida, che veniva presentato come il nuovo avvio della stagione delle regole.

Anche sul merito dei provvedimenti del governo la CGIL non riesce ad avere una posizione senza contraddizioni. Come si fa ad accreditare la positività del contratto a tutele crescenti, quando è chiaro che con esso passa il principio che si é termine in ogni istante del rapporto lavorativo, perché in ogni momento si può essere licenziati ingiustamente e mandati casa? Anche la FIOM qui ha preso una cantonata.

Non credo che si possa davvero lottare contro la svolta reazionaria di Renzi, ispirata da Draghi e Marchionne, con il peso di tutte queste contraddizioni sulle spalle. Non credo che si possa ottenere un risultato restando in continuità con un modello sindacale che ha accumulato solo sconfitte. Renzi fa il gradasso e prende in giro la CGIL perché conta di aver sempre di fronte il solito sindacato rassegnato al meno peggio. O i sindacati, la CGIL, cambiano rapidamente e nella direzione esattamente opposta a quella seguita negli ultimi trenta anni, rompendo con il PD e con il sistema di potere che sostiene il governo, oppure sarà un’altra terribile sconfitta. Che ricadrà tutta sulle condizioni di un mondo del lavoro che già sta precipitando verso i livelli più bassi d’Europa.

E’ morto Nelson Mandela, il combattente della libertà Fonte: Liberazione.it | Autore: Maria R. Calderoni

Eroe della lotta contro l’apartheid, è morto a 95 anni nella sua casa di Johannesburg. Il paese è in lutto, la gente sfila per le strade e gli uffici hanno le bandiere a mezz’asta. Dal carcere al Nobel, una vita dedicata alla liberazione di un intero popolo oppresso. E’ stato il primo leader nero dopo la fine della segregazione razziale.Si ribellò. Quella era la sua terra, il suo paese, il paese dove era nato e dove erano nati suo padre e sua madre; ma lì, in quel suo paese, una legge detta dell’apartheid rendeva ormai la vita insopportabile e indegna. L’avevano inventata e imposta, quella legge, i dominatori bianchi e, in base ad essa, lui e tutti gli altri africani come lui dovevano subire molte cose.Tanto per dire. Separazione netta tra bianchi e neri nelle zone abitate da entrambi; istituzione dei bantustan, cioè ghetti per soli neri; proibizione dei matrimoni interrazziali; proibizione di rapporti sessuali tra neri e bianchi (costituiva reato passibile di carcere); obbligo di registrazione civile in base alla razza; divieto di accesso a determinate aree urbane; divieto di uso delle stesse strutture pubbliche, tipo fontane, marciapiedi, sale d’attesa; discriminazione nelle scuole e nei posti di lavoro; obbligo di passaporto per accedere alle aree urbane dei bianchi; divieto di ogni forma di opposizione (in special modo se di stampo socialista, comunista e comunque in qualche modo riferibile all’AFC, African National Congress).
Prigionieri nella propria terra, esclusi e assoggettati, defraudati dei loro diritti e delle loro risorse. Quello era il Sudafrica, la sua terra. Una terra bellissima, con terreni fertili e clima mite, ricca di minerali preziosi (platino, diamanti, oro), diventata colonia e dominio di olandesi e inglesi fin dal secolo XVII. Quella sua terra strangolata dai crudeli padroni bianchi (è sotto il governo di Hendrich F. Verwoerd, passato alla storia come il perfezionatore, anzi “l’architetto dell’apartheid”, che la segregazione dal 1948 è diventata compiuta legge di Stato).
Si ribellò. Lui, Nelson Mandela, a tutto questo decide di ribellarsi. Per la verità il suo vero nome è un altro. È nato il 18 luglio 1918 in un piccolo villaggio del Transkei e, come tutti in Sud Africa, acquisisce il nome inglese di Nelson il I° giorno di scuola; ma il suo vero nome è Rolihlahla, che poi significa “quello che porta guai”.
Lui non è nemmeno tra i più sfortunati; lui è figlio di un capotribù Thembo, un nero che riesce ad andare scuola, grazie alla protezione del reggente Jongitaba, amico della sua famiglia, che diventa suo tutore dopo la morte del padre; ed è un nero che può persino studiare, conquistarsi un diploma e poi addirittura una laurea in giurisprudenza; lui che non è solo un miserabile “negro” in mano afrikaner.
La sua storia la racconta lui stesso nella autobiografia che ha per titolo “Lungo cammino verso la libertà” (Feltrinelli, 1997); un libro che è anch’esso una perigliosa conquista. Mandela lo scrive di nascosto nel 1974, mentre è detenuto nel carcere di Robben Island; ma il manoscritto viene scoperto, confiscato e distrutto. I suoi due compagni di cella ne hanno però trascritto e nascosto una copia; ed è così che quelle emozionanti 579 pagine sono giunte sino a noi. Uscito dalla prigione nel 1990, Mandela ne finisce la stesura e il libro viene pubblicato nel 1994, titolo inglese “Long walk to freedom”.
Solo questo. «Ho percorso questo lungo cammino verso la libertà sforzandomi di non esitare, e ho fatto alcuni passi falsi lungo la via. Ma ho scoperto che dopo aver scalato una montagna ce ne sono sempre altre da scalare».
Solo questo. Il lungo cammino. Nient’altro che la strenua lotta per riscattare il suo popolo da una vita «senza pietà, senza voce, senza radici, senza futuro».
A 18 anni, nel ’39, Nelson è ammesso all’Università di Fort Hare; fa pratica legale presso lo studio di un avvocato ebreo; e alla Facoltà di Giurisprudenza – racconta – «sono l’unico studente africano», era visto come un intruso, nessuno si sedeva vicino a lui e i professori gli «consigliarono» di continuare gli studi «per corrispondenza». Nessuno gli aveva insegnato come battersi contro l’odioso dominio bianco. Ma è in quegli anni che diventa amico di comunisti, ebrei e indiani, tutti ragazzi della sua età che quel dominio bianco lo vogliono combattere. Insieme a loro, con Walter Sisulu e Oliver Tambo, fonda la Lega giovanile dell’ANC (African National Congress), l’organizzazione che, insieme al Partito comunista, si batte contro l’apartheid.
È con loro, coi ragazzi della Lega, che nel 1942 partecipa alla marcia dei 10.000 nella città di Alexandria (dove si è trasferito) organizzata per il boicottaggio degli autobus; non si fermerà più; la «miriade delle indegnità e delle offese» lo porta alla scelta che sarà quella di tutta la sua vita, quella di combattere «il sistema che imprigionava il suo popolo». Quel sistema che spara sui minatori in sciopero, come nel ’46 avviene nella miniera d’oro di Reef, 12 morti, migliaia di arresti, centinaia di processi per sedizione ai tanti comunisti che a quella lotta hanno partecipato.
Nel febbraio 1952 l’ANC organizza una grande manifestazione di disobbedienza civile contro la segregazione, provocando la reazione del governo che, come sempre, è durissima. La sede dell’Anc è perquisita e Nelson arrestato per la prima volta. Quelli erano giorni, annota nel suo libro, nei quali era molto difficile per un nero vivere a Johannesburg. Infatti, «era un crimine passare per una porta riservata ai bianchi; un crimine viaggiare su un autobus riservato ai bianchi; un crimine bere ad una fontana riservata ai bianchi; un crimine passeggiare su una strada riservata ai bianchi, essere in strada dopo le 11 di sera, non avere il lasciapassare; era un crimine essere disoccupati e un crimine lavorare nel posto sbagliato, un crimine vivere in certi posti e un crimine non avere un posto dove vivere».
E sono, quelli, anche i giorni delle evacuazioni di massa a Sophiatown, Martindale, Newclarc, dove quasi 100.000 africani vengono brutalmente buttati fuori dalle loro case. A lui intanto, rilasciato dal carcere, viene consegnata un’ingiunzione che gli impone di dimettersi dall’ANC; di non uscire dal distretto di Johannesburg; e di non partecipare a riunioni o convegni di qualsiasi tipo per due anni. E contemporaneamente viene chiesta la sua radiazione dall’Albo degli avvocati.
Sono anche i giorni in cui Sophiatown, che ha cercato di ribellarsi all’evacuazione, deve cedere sotto i colpi della violenza afrikaner; e anche i giorni in cui, grazie al Bantu Educational Action, il governo si accaparrava direttamente il controllo di tutta l’istruzione, in pratica imponendo per gli africani una scuola di livello inferiore.
Sulle ali della lotta. La Carta delle Libertà nasce il 26 giugno 1955 in una straordinaria manifestazione promossa a Kiptown dal’ANC: «Noi, il popolo del Sudafrica». È un testo poetico e fortissimo, di denuncia e ribellione in nome dei diritti dell’uomo e della dignità, alla cui stesura collabora con slancio anche Mandela. Le inaudite parole sono state scritte. «Il Sudafrica appartiene a tutti coloro che ci vivono, bianchi e neri». «Il nostro popolo è stato defraudato dal diritto, acquisito alla nascita, alla terra, alla libertà e alla pace, da una forma di governo basata sulla ingiustizia e l’ineguaglianza». «Il popolo governerà». «Tutti saranno uguali davanti alla legge e tutti godranno degli stessi diritti dell’uomo».
Sulle ali della Carta. Arrivano le prime grandi manifestazioni di massa, e la repressione è durissima; cariche della polizia, denunce, arresti, sedi e movimenti dichiarati fuorilegge. E parte anche la caccia agli attivisti e agli animatori della Carta. Inevitabilmente tocca a Mandela.
All’alba del 5 dicembre ’56 la polizia irrompe nella sua casa e lo arresta davanti ai due figli; l’accusa è alto tradimento; con lui, altri 156 compagni subiscono la stessa sorte, e tutti sono trasferiti nella prigione di Johannesburg, “La Fortezza”, una tetra costruzione in cima a una collina nel cuore della città.
Per “alto tradimento”, la legge afrikaner prevede la pena di morte. Il 19 dicembre si apre il processo: ci vogliono due giorni per leggere le 18.000 parole dei capi d’accusa; ma, grazie a un grande collegio di difesa e ai fondi raccolti dall’ANC, quella volta – dopo un processo che si trascina per cinque anni – tutti vengono assolti e rilasciati su cauzione.
Non c’è pace né giustizia e nemmeno pietà. Il 10 marzo 1960 a Shaperville la polizia spara su un corteo di manifestanti disarmati; una strage. Il tragico episodio segna una svolta per l’ANC e anche per Mandela. Per cinquant’anni la non-violenza è stato uno dei principi basilari del movimento anti-apartheid. Ma ora, di fronte alla repressione sempre più brutale e sanguinosa, brandire la Carta e i suoi nobili principi, organizzare solo cortei di protesta sembra non bastare più; ora sembra giunto il momento di ricorrere anche a più drastici mezzi. Nasce il Mk – acronimo di “Umkhonto we Sizwe”, che vuol dire “Lancia della Nazione” – l’ala armata dell’ANC e Mandela ne diventa il comandante. Sabotaggio, scontri con la polizia, contro-assalti, propaganda, raccolta
di fondi anche all’estero, campi di addestramento para-militari. Dicesi lotta.
Mandela è costretto a darsi alla clandestinità, diventa la “Primula Nera”, l’africano più ricercato del continente. Dura diciassette mesi; ma una sera, sulla strada di Johannesburg – si sospetta su segnalazione della Cia – viene catturato. Processo, autodifesa, pesante condanna: cinque anni di durissimo carcere a Esiquitin, uno scoglio a 18 miglia da Città del Capo.
Passa solo qualche mese. Ma un’irruzione della polizia nella sede generale del Mk a Rivonia mette le mani su documenti che attesterebbero un piano di cospirazione, invasione armata, insurrezione; è un’ondata di arresti e per Mandela, già incarcerato, scattano nuove e più gravi accuse. Sono reati da pena di morte; e lui la morte se l’aspetta. Coi suoi compagni concorda una strategia di difesa: più che sulla legalità sarà basata sui «principi morali». Impiega quindici giorni a preparare il suo intervento davanti alla Corte. «Vostro Onore, io sono l’imputato numero uno Nelson Mandela. Non io, ma il governo dovrebbe trovarsi alla sbarra. Mi dichiaro non colpevole». Parlerà per oltre quattro ore. «Il mondo seguiva con grande attenzione il Processo Rivonia. Nella cattedrale di St.Paul a Londra si tennero veglie per noi; gli studenti dell’università di Londra mi elessero presidente in absentia della loro associazione». Venerdì 12 giugno 1964, «tornammo per l’ultima volta in tribunale. Il servizio di sicurezza era più imponente che mai», strade bloccate al traffico e polizia ovunque. Ma, «nonostante le intimidazioni, almeno duemila persone si erano radunate davanti al tribunale con striscioni e cartelli che dicevano: “Siamo al fianco dei nostri capi”».
Non furono condannati a morte (anche grazie alla grande pressione internazionale). La sentenza fu l’ergastolo per tutti gli imputati.
Agli anni del carcere, Mandela dedica un lungo capitolo intitolato: “Robben Island, gli anni bui”. Anni terribili in un carcere spaventoso; la cella lunga 3 passi e larga meno di 2 metri, i pochi oggetti disponibili, la sporcizia, la quasi mancanza di corrispondenza, il vitto orribile, il lavoro massacrante nella cava di pietra.
Ma lui non cessa di combattere. È rinchiuso da più di vent’anni, ma in quell’anno 1985 perviene all’ANC il suo “Manifesto”: «Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!»
Mandela rimane in carcere fino all’11 febbraio 1990. Fu lo stesso nuovo presidente del Sudfrica a dargli la notizia della scarcerazione. Subito dopo essere stato eletto, de Klerk aveva cominciato a smantellare l’apartheid: apre le spiagge sudafricane ai cittadini di tutte le razze, annuncia l’abrogazione del “Reservation of Separation Amenities Part”; il 2 febbraio 1990 revoca la messa al bando dell’ANC, del Communist Part e di altre 317 organizzazioni che erano state dichiarate illegali; decreta la scarcerazione di tutti i prigionieri politici non colpevoli di atti di violenza, nonché l’abrogazione della pena capitale.
Il 27 aprile 1994 è la data delle prime elezioni non razziali e a suffragio universale del Paese. Mandela diventa presidente: è il primo presidente nero del Sudafrica. Resterà in carica fino al 1999. Le ferite sono profonde e laceranti. Ma il presidente nero non insegue la ritorsione e la vendetta. In nome di quel suo popolo che ha tanto sofferto, ha creato una “Commissione per la Verità e la Riconciliazione” per far luce sui crimini dell’Apartheid; i colpevoli che confessano sono perdonati, ed è concessa un’amnistia pacificatrice. Per questo, dopo il Premio Lenin ricevuto nel 1962, nel 1993 gli viene dato il Nobel per la pace.
Tanti anni sono passati. Il Combattente ora è un po’ stanco. «Mi sono fermato un istante per riposare, per svolgere lo sguardo allo splendido panorama che mi circonda, e per guardare la strada che ho percorso».
Nell’ultima riga della sua autobiografia ha lasciato scritto che il «lungo cammino» deve continuare. «Non vi è alcuna strada facile per la libertà».

Discorso tenuto dall’Ambasciatore dello Stato della Palestina in Italia Dott.ssa Mai Alkaila alla celebrazione della giornata di solidarieta’ con il Popolo Palestinese ’ a Catania il giorno 29 Nov

img332 img333 img334 img335

 

  •  

    nella sala conferenze del Palazzo della Cultura in Via V. Emanuele n. 121. La giornata mondiale della Solidarieta’ con il Popolo Palestinese sancita dall’ONU in virtu’ del mandato conferito dall’Assemblea Generale con le risoluzioni 32/40 B del 2 dicembre 1977. Quest’anno l’Ambasciata Palestinese in Italia ha deciso di celebrare la giornata italiana a Catania in virtu’ dei profondi legami che da anni uniscono la comunita’ palestinese alla cittadinanza catanese e alla grande tradizione di ospitalita’ che caratterizzano Catania.