Genova luglio 1960. Quell’analisi così puntuale di Raniero Panzieri. Intervento di Franco Astengo da: controlacrisi.org

Sono passati cinquantacinque anni e non è possibile far trascorrere questa ricorrenza nel silenzio e nell’oblio.
Era l’Italia del 1960. Il Paese si trovava in pieno miracolo economico, ma il benessere nascondeva profonde lacerazioni politiche e sociali.
Si stava provando, con fatica, a uscire dagli anni’50 e a far nascere il centrosinistra. Un giovane democristiano, Fernando Tambroni esponente della corrente del presidente della Repubblica Gronchi, assumeva la Presidenza del Consiglio sostenuto da una maggioranza comprendente il partito neofascista, l’MSI.
Quell’MSI che stava tornando alla ribalta con la sua ideologia e la sua iniziativa: quell’MSI che decise, alla fine del mese di Giugno, di tenere il suo congresso a Genova, Città medaglia d’oro della Resistenza.
L’antifascismo, vecchio e nuovo, disse di no. Comparvero sulle piazze i giovani dalle magliette a strisce, i portuali, i partigiani.
La Resistenza riuscì a sconfiggere il rigurgito fascista. Ma si trattò di una vittoria amara, a Reggio Emilia e in altre città la polizia sparò sulla folla causando numerose vittime.
Questi i fatti, accaduti in quell’intenso e drammatico inizio d’estate di cinquantacinque anni fa: è necessario, però, tornarvi sopra per riflettere, partendo da un dato.

Non si trattò semplicemente di un moto di piazza, di opposizione alla scelta provocatoria di una forza politica come quella compiuta dall’MSI di convocare il proprio congresso a Genova e di annunciare anche come quell’assise sarebbe stata presieduta da Basile, soltanto quindici anni prima, protagonista nella stessa Città di torture e massacri verso i partigiani e la popolazione.
Si trattò, invece, di un punto di vero e proprio snodo della storia sociale e politica d’Italia.
Erano ancora vivi e attivi quasi tutti i protagonisti della vicenda che era parsa chiudersi nel 1945, ed è sempre necessario considerare come quei fatti si inserissero dentro una crisi gravissima degli equilibri politici una crisi inserita anche in un mutamento profondo dello scenario internazionale, nel quale si muovevano i primi passi del processo di distensione ed era in atto il fenomeno della “decolonizzazione”, in particolare, in Africa, con la nascita del movimento dei “non allineati”.

Prima ancora, però, dovrebbe essere valutato un elemento, a nostro avviso, di fondamentale importanza: abbiamo già accennato all’entrata in scena di quella che fu definita la generazione “dalle magliette a strisce”, i giovani che per motivi d’età non avevano fatto la Resistenza, ma ne avevano respirato l’aria entrando in fabbrica o studiando all’Università accanto ai fratelli maggiori; giovani che avevano vissuto il passaggio dall’Italia arretrata degli anni’40-’50 all’Italia del boom, della modernizzazione, del consumismo, delle migrazioni bibliche dal Sud al Nord, di una difficile integrazione sociale e culturale.
Allora i moti del Luglio’60 non possono essere considerati semplicemente un punto di saldatura tra le generazioni, anzi rappresentavano un momento di conflitto, di richiesta di cambiamento profondo, non limitato agli equilibri politici.

Un punto di analisi, questo, non ricordato di frequente: al riguardo del quale abbiamo pensato di presentare un testo, a nostro giudizio illuminante, scritto da Raniero Panzieri e apparso, il 25 Luglio del 1960 proprio nel momento in cui i nuovi equilibri politici si andavano formando ( il governo Tambroni si era dimesso e Amintore Fanfani si apprestava a varare quel ministero che Aldo Moro avrebbe definito delle “convergenze parallele”: per la prima volta, infatti, il PSI si sarebbe astenuto, come i Monarchici, sull’altro versante. Si trattava del prodromo del governo organico di centrosinistra che poi lo stesso Moro avrebbe presieduto nel Dicembre del 1963).
L’articolo di Panzieri (che non aveva ancora aperto la serie dei “Quaderni Rossi”) uscì sulla rivista della federazione torinese del PSI, “La Città” e ne riportiamo di seguito uno stralcio particolarmente significativo:

” E’ dunque necessario conquistare, al livello delle forze politiche organizzate, una consapevolezza precisa e seria del movimento reale del Paese. E per questo occorre, innanzi tutto, riconoscere i tratti del processo democratico che da lungo tempo è andato maturando nella nostra società, al di fuori, in gran parte, dalle linee e dagli obiettivi perseguiti dai partiti di sinistra. Ciò che è caratteristico di questo processo è che, nonostante la sua estraneità ai partiti, non ha per nulla i connotati tipici della “spontaneità”: il suo grado di coscienza è fortemente sottolineato dalla capacità delle giovani leve operaie di “servirsi” del sindacato unitario (soprattutto) e anche dei partiti di classe, nella stretta misura in cui la partecipazione e il sostegno delle organizzazioni operaie esistenti è necessario all’affermazione di uno schieramento unitario di classe. perciò l’estraneità organizzativa ai partiti di decine di migliaia di giovani operai, che sono state la punta avanzata del movimento, deve essere valutata come un rapporto di spinta, di azione critica esercitata da forze consapevoli, ora in modo chiaro, ora in forme incerte e travagliate, di rappresentare esigenze e scopi di lotta più complessi e più avanzati di quelli offerti dalle organizzazioni e di dover esercitare con la loro autonomia una pressione perché queste si adeguino ai rapporti di classe…

…..Ma questi elementi possono prendere rilievo e consistenza durevole soltanto in una prospettiva politica generale. E proprio questa prospettiva è presente nell’azione dei partiti solo assai parzialmente e in modo deformato. Essa dovrebbe concretarsi nella rivendicazione di un mutamento profondo nelle strutture economiche e sociali, nella individuazione dei processi totalitari del potere, che dalla grande fabbrica si estendono a tutti i livelli del Paese, in un rifiuto del divario che l’azione capitalistica provoca e aggrava di continuo tra la realtà dei rapporti politici e le istituzioni…”

Fin qui lo stralcio dell’articolo di Raniero Panzieri: un Panzieri quasi profetico a indicare temi che poi sarebbero stati alla base delle lotte operaie del decennio, fino a sfociare nell’ “Autunno caldo” del 1969, nell’unità e nel sindacato dei “Consigli” (stava già, forse, nell’articolo citato quell’interrogativo suscitato da qualcuno, proprio a proposito del Luglio’60: ultimo episodio della Resistenza o primo vagito del ’68?).
E, ancora, quanto vale oggi il richiamo di Panzieri nella drammaticità del momento storico che stiamo vivendo?
Interrogativi che rimandiamo all’attualità: una complessa e difficile attualità.
In quel Luglio ’60, da non considerare – ripetiamo – soltanto per i fatti accaduti in quei giorni, ma nel complesso di una fase di cambiamento della società e della politica, si aprì, ancora, a sinistra, una discussione sulla natura della DC, fino a quel momento perno fondamentale del sistema politico italiano.
Molti si chiesero, a quel momento, se dentro la DC covasse il “vero fascismo” italiano: non quello rumoroso e un poco patetico del MSI, ma quello vero; quello che poteva considerarsi il vero referente dei ceti dominanti, capace di portare al blocco sociale di potere l’apporto della piccola e media borghesia.
Il partito democristiano appariva, dunque, a una parte della sinistra, soprattutto nei giorni infuocati della repressione, come il partito che avrebbe potuto in qualunque momento rimettere in moto in Italia (ricordiamolo ancora una volta: eravamo a soli quindici anni dalla Liberazione) un meccanismo politico-sociale-repressivo-autoritario tale da dar vita a nuove esperienze di tipo fascista.
L’analisi sviluppata dal PCI togliattiano fu diversa.
Nonostante le asprezze della polemica quotidiana il PCI aveva assunto come stella polare di tutta la sua strategia l’intesa con le masse cattoliche, da sottrarre al predominio moderato prevalente dal ’47 in poi (grazie alla “guerra fredda”) al vertice della DC.
Ma la prospettiva non era così ingenua: essa comportava il proposito di far emergere le forze presenti all’interno della DC, anche al vertice del partito.
In quel Luglio ’60 il PCI cercò di operare in quella direzione, e il successo dello sciopero generale, pur macchiato di sangue, si rivelò efficace e significativo anche perché dall’interno della DC si aprì finalmente un varco a quella parte del gruppo dirigente che, sulle rovine dell’esperimento Tambroni, poté riproporre con maggiore efficacia e speranza di esito positivo una soluzione diversa: quella che abbiamo già richiamato delle “convergenze parallele” e, successivamente, del centrosinistra “organico”.
Oggi, a cinquantacinque anni di distanza, possiamo meglio valutare l’esito di quei fatti: le contraddizioni che ne seguirono, il rattrappirsi progressivo della realtà riformatrice( a partire dal “tintinnar di sciabole” dell’estate 1964, fino alla disgraziata stagione del terrorismo, aperta nel 1969 dalle bombe di Piazza della Fontana), l’assunzione, in particolare da parte del PSI ,via, via, di una vocazione “governista” sfociata nel decisionismo craxiano, i limiti di puro politicismo insiti nella strategia berlingueriana del “compromesso storico”, nello sviluppo abnorme di quella che già dagli anni’50 Maranini aveva definito come partitocrazia (con il contributo di un complessivo “consociativismo” allargato all’intero arco parlamentare) e, infine, nella “questione morale” che segnò, all’inizio degli anni’90, lo sconquasso definitivo del quadro di governo in coincidenza con la caduta del muro di Berlino (sulla quale furono commessi errori di valutazione enormi) e con l’avvio, con il trattato di Maastricht, della logica monetarista anti-democratica di gestione dell’Unione Europea sul modello reaganian-tachteriano della crescita delle diseguaglianze economiche e sociali.

Ebbene, proprio in quella situazione, all’inizio degli anni ’90, complice anche il cedimento alla logica della “governabilità” in luogo del tipo di rappresentanza politica insito nella Costituzione Repubblicana avvenuto attraverso l’adozione del sistema maggioritario, l’implosione della DC consentì di verificare la giustezza di certe analisi: le masse DC, la gran parte dell’elettorato democristiano, in quel momento di trasformazione del sistema politico trovarono, infatti, sede politica e dirigenti in cui affidarsi in Alleanza Nazionale (l’ex-MSI diventato ormai vero e proprio soggetto di massa) e in Forza Italia (diventato subito il maggior partito italiano, dal punto di vista dei risultati elettorali).
Il che induce a pensare, anche oggi, come una analisi della DC di tipo “azionista” non risultasse del tutto errata: certo era schematica perché leggeva il presente di allora, quello degli anni’60, con le categorie del passato conosciuto negli anni’30 – ’40 (il fascismo).

Però introduceva un elemento che non andrebbe mai trascurato e che ci riporta all’attualità: la sinistra non ha saputo rimanere tale, almeno nelle sue connotazioni di fondo, ed ha via via introiettato elementi importanti dell’identità della desta.
Forse luglio’60 rappresentò uno degli ultimi passaggi utili per contrastare radicalmente questo processo di involuzione e riproporre alcune radici di fondo della prospettiva resistenziale.
Non è questa la sede per una analisi approfondita, ma non crediamo di errare dicendo che quel “vero fascismo” che aveva tentato di emergere nel luglio ’60 rappresentava un agglomerato di interessi-pregiudizi-istinti che continua ad esistere e che, al dissolversi del “grande ombrello” DC dopo aver trovato albergo anche in una destra populista e razzista tenuta assieme da un personalismo di infima categoria come quello berlusconiano oggi trova oggettivamente spazio nella logica, retta anch’essa da una forte spinta di carattere personalistico e gerarchico, del “potere per il potere” che caratterizza parte preponderante del PD.
Una situazione ormai non più fronteggiata da una sinistra coerente con i suoi principi fondativi, disorientata e smarrita, incapace di affrontare fino in fondo il tema dell’organizzazione politica.
Una sinistra che lascia anch’essa spazio all’improvvisazione contestatrice di soggetti che presentano caratteristiche del tutto interne al sistema sostanzialmente ossequiandolo, con una idea confusa delle “masse” come soggetto indistinto di una “moltitudine” il cui fine dovrebbe essere quella del “movimento per il movimento” agito abilmente dall’alto per preservare “l’autonomia del politico” dalla confusa “autonomia delle masse”.
Sono cambiate troppe cose da cinquantacinque anni a questa parte, mentre si presenta durissimo e in forme inedite l’attacco capitalistico alla pace, al sistema di relazioni internazionali, alle condizioni di vita materiali dei ceti subalterni, al lavoro, allo stato sociale, alla democrazia rappresentativa.
Resta l’interrogativo di fondo lanciato allora: nel Luglio ’60 vinse la democrazia.
E adesso?

NEPAL, OLTRE DIECIMILA I MORTI, DUE MILIONI DI MINORI COLPITI DAL SISMA da:famiglia cristiana.it

28/04/2015  Lo afferma un drammatico comunicato di Save the Children. Un’emergenza umanitaria di proporzioni colossali: almeno un milione i senzatetto, quattrocentomila edifici distrutti. Il Paese ormai è un’immensa tendopoli. Manca tutto, dal cibo alle medicine.

Il terremoto in Nepal potrebbe aver provocato 10 mila vittime. Lo dice il premier Sushil Koirala che invoca un intervento internazionale. Finora i morti accertati sono 4.485, i feriti 8.235, ma sotto le macerie ce ne sarebbero almeno altri seimila.  Quattro le vittime italiane. Ci sono 39 italiani ancora non rintracciati ma “questo non vuol dire che siano dispersi”, ha precisato il ministro degli Esteri Gentiloni. Il sisma dello scorso 25 aprile ha spostato il terreno sotto l’area di Kathmandu fino a tre metri verso sud. I senzatetto, secondo il Centro nazionale delle operazioni di emergenza (Neoc), sono almeno un milione, mentre  6,6 milioni di persone sono state colpite in varia misura dal terremoto. Gli edifici distrutti completamente sono almeno 400 mila. Una catastrofe umanitaria di proporzioni bibliche.

Ma le notizie che si hanno da quello che è diventato un inferno sono ancora frammentarie. Il Paese è estremamente tortuoso e frastagliato e le difficoltà di comunicazione sono enormi. Diverse localita’, nelle vallate piu’ remote, sono ancora isolate e non sono state raggiunte dai soccorsi. Il governo stima inoltre che ci siano 400 mila edifici distrutti. Le vittime italiane – Renzo Benedetti e Marco Pojer sono state travolti da una frana mentre stavano facendo trekking a 3500 metri di quota nella Rolwaling Valley. Lo raccontano due compagni di spedizione, Iolanda Mattevi, ferita, e Attilio D’Antoni, illeso, ricoverati entrambi all’ospedale di Kathmandu. Sono morti anche Oskar Piazza, del Soccorso alpino del Trentino Alto Adige, e Gigliola Mancinelli, 51 anni, di Ancona, due dei 4 speleologi dispersi. Sono quasi due milioni i minori in Nepal che hanno bisogno di aiuto. Lo rende noto Save the Children calcolando 30 su 75 i distretti colpiti dal grave sisma, soprattutto nella regione occidentale e centrale.

I muscoli di Podemos: «È l’anno della svolta» Fonte: il manifesto | Autore: Alonso Carrasco

Da mesi Pode­mos pre­pa­rava la pro­pria «conta»; una mani­fe­sta­zione a Madrid, nel cuore del paese, per dimo­strare la pro­pria forza (con­fer­mata dai son­daggi che danno Pode­mos come primo par­tito in Spagna).

Risul­tato rag­giunto, per­ché cen­ti­naia di migliaia di per­sone hanno occu­pato le strade di Madrid, finendo per con­fluire in una Puerta del Sol dal colpo d’occhio mici­diale. Secondo El Pais, Pode­mos «ha mostrato i suoi muscoli», pre­oc­cu­pando non poco i pro­pri rivali popo­lari e socia­li­sti. Un suc­cesso otte­nuto con la par­te­ci­pa­zione di quel «popolo», dive­nuto ormai rife­ri­mento delle sini­stre radi­cali, capaci di arri­vare al potere, come acca­duto in Gre­cia, o in pro­cinto di arri­varci, come potrebbe acca­dere in Spa­gna.
Le ele­zioni nazio­nali sono ancora lon­tane – a novem­bre – ma a breve ini­zierà una giran­dola di con­sul­ta­zioni ammi­ni­stra­tive (dap­prima — il 22 marzo — in Anda­lu­sia) che potranno accom­pa­gnare il cam­mino di Pode­mos, fino all’obiettivo più ghiotto: sfian­care i socia­li­sti e i popo­lari, e gover­nare il paese da soli, con un pro­gramma di sini­stra vera.
Se dopo la Gre­cia dovesse capi­tare anche in Spa­gna, si trat­te­rebbe di un segnale sto­rico e in grado di cam­biare pre­su­mi­bil­mente le sorti dell’intero vec­chio continente.

La «mar­cha del cam­bio», come è stata defi­nita, ha dato la pos­si­bi­lità a Pode­mos di dare una sorta di «cal­cio d’inizio» a quest’anno che potrebbe por­tare il par­tito al governo. Le parole del lea­der, Pablo Igle­sias, («el coleta», il codino) non lasciano dubbi sulle inten­zioni di Pode­mos: «Que­sto è il nostro sogno, che diven­terà realtà quest’anno, dove andremo a cam­biare tutto, comin­ciando a vin­cere le ele­zioni del 2015. Qual­cuno parla di Spa­gna come un «brand», una marca. Ma noi non siamo una mer­can­zia, che si può com­prare o ven­dere. Siano male­detti coloro che ven­dono la nostra cul­tura come fosse una merce. Quest’anno cam­bia tutto, e al governo andrà il popolo spa­gnolo». Non sono man­cati i rife­ri­menti ad un tema molto caro tanto a Pode­mos, quanto a Syriza (la cui vit­to­ria ha finito per rega­lare grande slan­cio anche alla sini­stra spa­gnola), ovvero quello sulla sovra­nità. Sia Pode­mos sia Syriza, come altri movi­menti di sini­stra, da sem­pre richia­mano all’importanza della sovra­nità, persa a causa delle deci­sioni ordi­nate dalle troika.

A que­sto pro­po­sito Igle­sias ha spe­ci­fi­cato che «siamo un popolo di sogna­tori, come don Chi­sciotte, ma abbiamo chiare molte cose. Una di que­ste è che la nostra sovra­nità non è a Davos. In quei luo­ghi hanno deciso di umi­liarci con quello che loro chia­mano auste­rità. È il momento di un piano di riscatto di tutti i cit­ta­dini spagnoli».

Iñigo Erre­jón, numero due di Pode­mos, ha rac­con­tato che «abbiamo pro­te­stato e nes­suno ci ha ascol­tato. Ora è il momento nel quale il popolo recu­pera la sovra­nità e si riprende il paese». E per sot­to­li­neare la valenza «popo­lare» dell’evento, i diri­genti del par­tito non si sono messi all’inizio del cor­teo. Infine, non pote­vano man­care le prime rea­zioni a mezzo stampa dei «rivali» di Pode­mos, in primo luogo i popo­lari. Alle parole di Igle­sias e degli altri diri­genti in piazza, è arri­vata la rea­zione stiz­zita del pre­mier Rajoy: «Descri­vono in modo nega­tivo il paese». Secondo il lea­der popo­lare, Pode­mos è «una moda», che «durerà poco».

Destra e sinistra contro Syriza Fonte: il manifesto | Autore: Pavlos Nerantzis

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Quanto piú Syriza con­so­lida il suo van­tag­gio elet­to­rale in base a tutti i son­daggi, tanto piú aumen­tano le pres­sioni e le inti­mi­da­zioni nei suoi con­fronti. Le dichia­ra­zioni di lunedi da parte di Jean-Claude Jun­ker, pre­si­dente della ommis­sione euro­pea e di Chri­stine Lagarde, a capo del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale, che dichia­rano che se Syriza va al governe deve comun­que man­te­nere i patti, ovvero l’austerity, sem­brano inge­renze soft di fronte agli attac­chi e alle pole­mi­che sol­le­vate con­tro la sini­stra radi­cale gui­data da Tsi­pras dai suoi avver­sari greci, natu­ral­mente la destra ma, pur­troppo, anche i comu­ni­sti del Kke.

«Tsi­pras vuole fare cose che nem­meno i lea­der nei paesi comu­ni­sti ave­vano mai fatto. Il Paese non sará tra­sfor­mato in soviet, nem­meno accet­terá un regime comu­ni­sta… il voto non riguarda Nea Dimo­kra­tia e Syriza, ma in quale mondo vogliamo che i nostri figli vivano» ha detto ieri sera durante un comi­zio ad Atene il pre­mier uscente Anto­nis Samaras.

Makis Vori­dis, mini­stro della sanitá, giá capo­gruppo par­la­men­tare di Nea Dimo­kra­tia, durante un suo discorso ad Aspro­pyr­gos, vicino alla capi­tale, ha detto che «la nostra gene­ra­zione non con­se­gnerá il Paese alla sini­stra. Non lo con­sen­ti­remo, non importa cosa dovremo fare. Ciò che i nostri nonni dife­sero corag­gio­sa­mente con i fucili, noi lo difen­de­remo con il voto dome­nica. Così che si sap­pia di che cosa stiamo par­lando… La sini­stra non vin­cerà dome­nica» ha affer­mato minac­cioso l’ espo­nente della Nea Dimo­kra­tia, che nel pas­sato é stato lea­der della gio­ventú di Epen, par­tito di estrema destra durante la giunta dei colonnelli.

Sama­ras e Vori­dis non sono gli unici a evo­care frasi del pas­sato. Anzi non sono pochi da ambe­due le parti, destra e sini­stra, che in que­sti giorni nei loro discorsi, in pri­vato tra amici nelle caf­fet­te­rie, rac­con­tano come nel dicem­bre del 1944, poco dopo che l’Elas, l’ Eser­cito di Libe­ra­zione nazio­nale greco, gui­dato da mem­bri del Kke, aveva libe­rato il paese dall’ occu­pa­zione nazi­sta, le truppe brit­ta­ni­che com­plot­ta­rono con l’ aiuto di greci, sim­pa­tiz­zanti dei nazi­sti, per aprire il fuoco con­tro una folla paci­fi­sta che mani­fe­stava ad Atene per con­te­stare la deci­sione del governo di disar­mare i partigiani.

La Gre­cia, secondo i bri­tan­nici della Guerra fredda, non poteva essere con­se­gnata nelle mani dei comu­ni­sti e alli­nearsi con l’Unione sovie­tica. Per­ció chie­sero al governo prov­vi­so­rio di Yor­gos Papan­dreou, padre di Andreas, fon­da­tore del Pasok e nonno dell’ ex pre­mier Yor­gos Papan­dreou, di disar­mare ad ogni costo i greci. Due anni dopo comin­ció una lunga guerra civile. Set­tanta anni dopo molte cose sono cam­biate, ma die­tro le quinte sem­bra quasi che le ferite di quella guerra civile restino ancora sulla pelle della societá greca. E l’incubo di uno scon­tro vio­lento tra destra e sini­stra in certi casi viene espresso pubblicamente.

Pre­oc­cu­pa­zione per quello che Syriza ha inten­zione di fare espri­mono anche rap­pre­sen­tanti diplo­ma­tici ad Atene, che si chie­dono fino che punto Ale­xis Tsi­pras é dispo­sto a scon­trarsi con i part­ner euro­pei. Rico­no­scono che lo stesso lea­der si pre­senta piú mode­rato rispetto al pas­sato, ma sem­pre secondo loro «biso­gna capire cosa ne pen­sano le varie cor­renti all’ interno del par­tito» e come il lea­der della sini­stra radi­cale greca «si com­por­terá nei con­fronti di argo­menti che riguar­dano gli equi­li­bri geo­po­li­tici, la lotta al ter­ro­ri­smo, ecc».

In que­sto ambito va letto anche un ser­vi­zio pub­bli­cato dal quo­ti­diano Ta Nea su ten­ta­tivi di inter­cet­ta­zioni tele­fo­ni­che di cel­lu­lari in pros­si­mitá di sedi dei mag­giori par­titi poli­tici. Dai 193 ten­ta­tivi di inter­cet­ta­zione, otto sareb­bero stati segna­lati a pochi metri dalla sede cen­trale di Nea Dimo­kra­tia, cin­que in pros­si­mitá del quar­tier gene­rale di Syriza e altret­tanti vicino agli uffici del Pasok. La mas­sima regi­stra­zione comun­que si é «regi­strata» al quar­tiere dove ha sede l’ambasciata sta­tu­ni­tense. La pro­cura di Atene sta inda­gando per vio­la­zione della pri­vacy e dan­neg­gia­mento a terzi.

Dura per Syriza, da un diverso punto di vista, é la cri­tica del Par­tito comu­ni­sta di Gre­cia, Kke. Tra­di­zio­nal­mente euro­scet­tico per­ché «l’Ue esprime i mono­poli e il grande capi­tale», il Kke fin dal primo momento ha rifiu­tato ogni col­la­bo­ra­zione. «Si auto­de­fi­ni­sce di sini­stra, ma non lo é affatto. Syriza é a favore del memo­ran­dum, col­la­bora con gli indu­striali, viene soste­nuto dalle grandi imprese e al suo interno ci sono dei cor­rotti», sot­to­li­nea durante i comizi Dimi­tris Kou­tsou­bas, segre­ta­rio gene­rale del Kke. Per i comu­ni­sti una loro par­te­ci­pa­zione o anche un voto di tol­le­ranza ad un governo del Syriza sarebbe «un grosso sba­glio che dan­neg­ge­rebbe i lavo­ra­tori e il popolo» greco. Con l’ uso di un lin­guag­gio che ricorda i tempi e i discorsi della lea­der­ship sovie­tica, il Kke si schiera a favore della can­cel­la­zione uni­la­te­rale del debito pub­blico, del disim­pe­gno dall’Ue e dalla Nato, notando che «i popoli non dovreb­bero intrap­po­larsi e sof­fer­marsi sulla con­cor­renza attorno alla moneta e alla gestione della crisi» del capitalismo.

Di fatto l’ auto-isolamento dei comu­ni­sti e dell’Antarsya, un’ orga­niz­za­zione della sini­stra extra­par­la­men­tare, mette in dif­fi­coltá Syriza, per­ché erano le uni­che forze poli­ti­che alle quali si era rivolto Ale­xis Tsi­pras per chie­dere una col­la­bo­ra­zione post-elettorale. «Non abbiamo paura di niente. Sem­pli­ce­mente tutti coloro che fanno delle pole­mi­che sem­pli­ce­mente cer­cano di inti­mi­dirci», ha sot­to­li­neato ieri da Salo­nicco il lea­der della sini­stra radi­cale greca.

Non solo spread e fiscal compact, il Vietnam iracheno e l’Europa | Fonte: il manifesto | Autore: Lucia Annunziata

IRAQ-UNREST-ARMY-EXECUTION

Le due maggiori società petrolifere americana e inglese, cioè Exxon e Bp, stanno lasciando precipitosamente i loro pozzi petroliferi in Iraq. Stanno cioè lasciando tutto quello per cui avevano voluto, fin dal 1990, la guerra contro Bagdad. Per dirla in termini crudi, crudi come il petrolio di cui si tratta, gli americani e gli inglesi lasciano “il bottino iracheno” pagato con un così alto prezzo in termini di vite e di sconvolgimento politico mondiale. Il precipitoso abbandono fa venire in mente un’altra altrettanto precipitosa partenza, quella degli elicotteri che prendevano quota dal tetto dell’ambasciata americana di Saigon. La somiglianza tra i due eventi è tutt’altro che emotiva: in Iraq si sta consumando in questi giorni il secondo Vietnam americano. Con l’eccezione che questo secondo non è solo americano, ma di tutti noi che a queste guerre abbiamo partecipato. Ora che si avvicina una nuova fase altrettanto drammatica, possiamo fare qualcosa come cittadini e paese, o non ci resta che, come sempre, restare alla finestra?

Segnalo la cosa non per entrare nel gioco delle responsabilità già avviato nel dibattito delle due nazioni che sono state l’asse principale di quella guerra. Se quello che succede oggi sia il frutto della mancanza di visione dei due Bush, della aggressività dei neocon, della vigliaccheria di Blair o del tentennare di Obama. Indipendentemente dal segno politico dei leader che in questi anni hanno guidato i paesi occidentali, e da quello che ognuno di noi cittadini ne abbia pensato (per quel che mi riguarda ho la coscienza posto – ho scritto un libro dal titolo inequivocabile “No” per spiegare la mia posizione ) le due guerre per la conquista di Bagdad sono state un evento epocale che ha ridisegnato la mappa del mondo. La conquista dell’Iraq doveva essere – nella idea dei suoi architetti – la costruzione nel cuore del Medio Oriente della Grande Stabilità , una piattaforma militare occidentale di dimensioni mai prima immaginate, da cui finalmente tenere in riga Iran, Arabia Saudita, Siria, Libano, palestinesi, curdi, e, perché no, anche Israele, e altri stati alleati come Turchia, Egitto e tutti i vari principati del Golfo. Un enorme sforzo, certo, ma che l’Occidente si sarebbe ampiamente ripagato sottraendo il petrolio alle volatili mani di amici e nemici, guadagnandosi così una infinita pace futura.

Invece non c’è stata nessuna quadratura del cerchio. Sono stati decenni di uno smottamento di confini, etnie, religioni, razze, poteri che si è consumato negli anni con l’effetto di una malattia a contagio lento ma inarrestabile, cui nessuno è riuscito a sottrarsi. Decenni di altre guerre, allargatesi a tutti i paesi dell’area, dalla Libia alle rivolte delle primavere arabe represse con sangue, carri armati e torture. Decenni di morti di civili e soldati occidentali di ogni nazionalità religione, inclusi italiani; di attentati mai visti prima, come quello alle Torri Gemelle, appunto; della espulsione di milioni di persone dalle proprie terre, riversatesi in una gigantesca ondata migratoria sulle nostre spiagge. Decenni di nuove radicalizzazioni religiose, di rotture fra stati e razze.

Ma, quel che più conta, sono stati decenni di un progressivo logoramento della coscienza del nostro mondo, di nuovi dilemmi etici e tanti peccati commessi da noi occidentali, torture, rapimenti, illegalità, violazione dei diritti civili e umani, conditi dalla inevitabilità di quella crescita della indifferenza, di quell’indurirsi dei cuori che rimane l’unico luogo in cui possiamo rifugiarci se non vogliamo impazzire.

Sono rimasta dunque sorpresa, lo confesso, che il Consiglio Supremo di Difesa presieduto dal presidente Giorgio Napolitano riunitosi in queste ore abbia colto questo senso della emergenza, del pericolo in cui tutti ci troviamo. Una nota finale dopo la riunione parla senza mezzi termini di “una situazione internazionale che mostra preoccupanti segni di peggioramento”. L’elenco che fa di questo nuovo bilico in cui ci troviamo va dall’Ucraina al Sub-Sahara passando per tutto il Medioriente.

Sono rimasta sorpresa perché non è molto facile in Italia infrangere la ossessione del nostro ombelico. Quella che con un errore ottico continuiamo a definire “politica estera” continua a non abitare da noi. Anche ora che il paese vuole cambiar verso, il nostro rapporto con il mondo sembra sempre rimanere lo stesso – di diniego, di rassegnazione, di timore a osare. Come se l’Italia fosse il solito fanciullino che non abita il mondo, o, peggio, come se l’Italia continuasse ad essere il solito yes man di ogni grande o piccola potenza che passa.

Questo è il punto in cui siamo oggi, e questo è quello che voglio segnalare con queste righe. Non mi interessa oggi avviare un ennesimo dibattito sulle responsabilità del dove siamo. Mi interesserebbe molto di più capire se si può fare qualcosa, magari anche piccola.

La prima credo sia avere un nuovo tipo di “discorso pubblico” – nei media, nei giornali, nelle televisioni, ma soprattutto nell’intervento del governo – che avvicini il mondo al paese, alla vigilia di nuove destabilizzazioni. Cosa sta succedendo esattamente in Iraq, in Medio Oriente, cosa produrrà nelle nostre vite? L’Italia ha bisogno di sapere che paese è, di elaborare una nuova idea di se stessa, che vada al di là dei consolatori stereotipi del made in Italy e del paese del turismo e dei tesori artistici. Ha bisogno di una nuova idea della propria posizione nel mondo, che combini business, partecipazione, e rilevanza geopolitica.

Non possiamo avviare il semestre europeo, e non possiamo decorosamente presentarci sulla platea mondiale con la pretesa di essere oggi la nazione capofila del cambiamento in Europa, se non abbiamo da dire qualcosa, oltre che sullo spread e il fiscal compact, su quello che il nostro paese vuole fare in tempi di pace e di guerra.

Occupazione in Italia sotto il 60%, si torna ai livelli del 2002, peggio solo la Grecia da: controlacrisi.org

Eurostat fa sapere che l’obiettivo, per l’Italia, di occupare, entro il 2020, il 67% della popolazione lavorativa si va allontanando. Gli italiani tra i 20 e i 64 anni, nel 2013, sono rimasti occupati al 59,8%,in calo rispetto agli anni precedenti, Il Paese torna così indietro di 10 anni, quando registrava, nel 2003. il 60,1% di occupati.Al livello del nostro Paese ci sono – secondo Eurostat – altri 12 paesi dell’Unione europea che, dal 2008, hanno registrato un continuo ribasso del tasso di occupazione.

Solo la Grecia nel 2013 ha perso più dell’Italia: il tasso di occupazione è sceso da 55,3% a 53,2%, perdendo 2,1 punti.