Frequenze tv, Tsipras sfida gli oligarchi Fonte: Il ManifestoAutore: Teodoro Andreadis Synghellakis

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Syriza ha voluto fare un comu­ni­cato ad hoc, per pre­ci­sare che «il dise­gno di legge che è stato pre­sen­tato in par­la­mento, rap­pre­senta il passo neces­sa­rio per la rego­la­men­ta­zione del set­tore radio­te­le­vi­sivo», poi­ché, dopo ven­ti­cin­que anni, «arri­ve­ranno delle regole tra­spa­renti, capaci di garan­tire real­mente il fun­zio­na­mento delle tv e delle radio del paese». Ale­xis Tsi­pras era stato chiaro, in cam­pa­gna elet­to­rale aveva pro­messo che que­sta sarebbe stata una delle prio­rità del governo, ed ora non vuole smentirsi.

Nel nuovo prov­ve­di­mento che dovrebbe essere votato entro domani dal par­la­mento di Atene, ven­gono poste le basi per dei limiti reali riguardo al pos­sesso di canali tele­vi­sivi pri­vati. Per assi­cu­rarsi le licenze, i pro­prie­tari dovranno pagare delle cifre cor­ri­spon­denti ai prezzi di mer­cato, e non con­tri­buti sim­bo­lici come avve­nuto sino ad ora.

Prima quanto dovuto alla Stato

Le emit­tenti tele­vi­sive potreb­bero essere, a quanto si apprende, da cin­que a otto, e le licenze ver­ranno con­cesse dal Con­si­glio Nazio­nale Radio­te­le­vi­sivo, tra­mite un con­corso internazionale.

Vi potrà par­te­ci­pare solo chi ha ver­sato quanto dovuto allo stato. Par­ti­co­lare non tra­scu­ra­bile, dal momento che molti canali tele­vi­sivi greci sono seria­mente espo­sti, sia verso le ban­che, che nei con­fronti del mini­stero dell’economia. «Il governo è pronto ad appli­care quanto pro­messo, a creare una realtà chiara e tra­spa­rente», ha dichia­rato la por­ta­voce del governo, Olga Jero­vas­sìli, la quale ha aggiunto che «il numero dei per­messi sarà cer­ta­mente limi­tato, pro­por­zio­nato a quella che è la realtà del mer­cato ellenico».

La garan­zia di tra­spa­renza, secondo il governo, verrà data dall’obbligo, per gli azio­ni­sti che deter­ranno più dell’1% del capi­tale com­ples­sivo, di poter acqui­stare solo delle azioni nomi­nali. Allo stesso tempo, la dif­fu­sione del segnale digi­tale, smet­terà di essere un van­tag­gio esclu­si­va­mente in mano ai pri­vati, e la tv pub­blica ERT acqui­sterà, in que­sto set­tore di fon­da­men­tale impor­tanza, piena autonomia.

Molto verrà defi­nito in seguito dai mini­stri com­pe­tenti, ma l’intenzione pri­ma­ria del governo è non per­met­tere agli oli­gar­chi del sistema media­tico, di con­ti­nuare a creare un do ut des non chiaro e dif­fi­ci­lis­simo da con­trol­lare, attra­verso appalti pub­blici, società di costru­zioni, il pos­sesso di flotte e squa­dre di cal­cio. Lo scopo, cioè, è riu­scire a scar­di­nare un sistema di potere che ha garan­tito favori reci­proci, comodi silenzi e soste­gni, a volte assai inspie­ga­bili. Prova ne è la deci­sione della quasi tota­lità del sistema dell’informazione, nel luglio scorso, di schie­rarsi a favore del «sì» al refe­ren­dum, con­tra­stando dura­mente la linea del governo Tsi­pras, che chie­deva di dire «no» ad una auste­rità sem­pre più selvaggia.

I car­roz­zoni ban­cari e politici

«La radice di gran parte dei pro­blemi si trova in car­roz­zoni non soste­ni­bili, nei pre­stiti, in un gro­vi­glio sot­ter­ra­neo di inte­ressi e di scambi col sistema ban­ca­rio e poli­tico», ha dichia­rato il mini­stro alla pre­si­denza Nikos Pap­pàs, uno dei più stretti col­la­bo­ra­tori di Ale­xis Tsipras.

Il Quo­ti­diano dei Redat­tori (Efi­me­rida Syn­tak­ton) sot­to­li­nea che ci potranno final­mente essere dei con­trolli reali sulla pro­ve­nienza dei capi­tali inve­stiti nel set­tore radio­te­le­vi­sivo, garan­tendo anche i diritti di chi lavora nella varie imprese del set­tore. In un momento in cui, tra l’altro, tutte le grandi reti tele­vi­sive del paese, stanno chie­dendo coni insi­stenza ai pro­pri dipen­denti di accet­tare nuovi tagli agli sti­pendi, che rispetto a cin­que anni fa (per chi è riu­scito a man­te­nere il pro­prio posto di lavoro) sono stati decur­tati di più del 30%.

È arri­vato il pre­si­dente francese

Ieri, nel frat­tempo, è arri­vato ad Atene per una visita di due giorni, il pre­si­dente fran­cese Fran­cois Hol­lande. È stato accolto da Ale­xis Tsi­pras all’aeroporto Elef­thè­rios Veni­zè­los e subito dopo ha incon­trato il pre­si­dente della repub­blica, Pro­kò­pis Pavlò­pou­los. Come è noto, la Fran­cia ha soste­nuto atti­va­mente Atene nel corso delle trat­ta­tive con i cre­di­tori, man­dando in Gre­cia anche dei pro­pri tec­nici per aiu­tare il governo elle­nico a for­mu­lare le con­tro­pro­po­ste finali.

Nel nuovo incon­tro di oggi con Tsi­pras e nel corso del suo inter­vento al par­la­mento di Atene, ci si attende che Hol­lande riba­di­sca il suo soste­gno alla neces­sità di un alleg­ge­ri­mento del debito pub­blico greco, e che fac­cia anche dei rife­ri­menti di sostanza alla neces­sità di un’ Europa più demo­cra­tica e solidale.

Il manifesto della sinistra Pd, quasi ex Fonte: Il ManifestoAutore: Daniela Preziosi

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No, non si può par­lare di scis­sione nean­che que­sta volta. E non solo per­ché Roberto Spe­ranza, gio­vane lea­der man­cato dell’altrettanto man­cato rin­no­va­mento dell’area ber­sa­niana, non accetta «nean­che di sen­tirla nomi­nare» e così il gruppo di una mino­ranza Pd bersanian-cuperliana in piena voca­zione mino­ri­ta­ria e pro­fonda crisi di iden­tità. Non se ne può par­lare per­ché, al momento, i numeri della pros­sima migra­zione dal Pd verso il deserto della sini­stra, data per immi­nente, restano incerti e comun­que magri.

Se n’è discusso lunedì sera in un «ape­ri­cena» in un locale vicino alla camera. Pre­senti molti della mino­ranza Pd, i più cri­tici, i più tor­men­tati dall’idea di lasciare il par­tito ma anche da quella di restarci dopo aver espresso, come stanno medi­tando di fare alcuni, l’ennesimo no: no alla riforma costi­tu­zio­nale, che sta per appro­dare a Mon­te­ci­to­rio, e no alla legge di sta­bi­lità, che si voterà a dicem­bre. Gli invi­tati all’informalissimo appun­ta­mento, con­vo­cati con un pas­sa­pa­rola con­fi­den­ziale, erano meno di una ven­tina, i cui nomi sareb­bero coperti da un patto di discre­zione: in molti sono sin­ce­ra­mente inde­cisi sul da farsi e non hanno alcuna voglia di finire anzi­tempo nelle liste di pro­scri­zione renziane.

Di certo c’era Alfredo D’Attorre, che ha già sco­perto le carte: detto che se la finan­zia­ria «non cam­bierà segno» lascerà il Pd; Franco Monaco, l’ulivista ancora oggi vici­nis­simo a Romano Prodi, il depu­tato che dalle colonne del mani­fe­sto ha invi­tato la sini­stra Pd a «pren­dere atto di dif­fe­renze ideali, poli­ti­che e pro­gram­ma­ti­che non com­po­ni­bili in un mede­simo par­tito» e a «sepa­rarsi senza reci­proci ana­temi»; Cor­ra­dino Mineo, uno dei due sena­tori dem che hanno votato no alla riforma costi­tu­zio­nale (l’altro è Wal­ter Tocci, aste­nuti Mario Tronti e Felice Cas­son); l’ex diret­tore di Rai­news fin qui non ha rispo­sto al richiamo di Civati ma ora sta­rebbe medi­tando l’addio al par­tito. C’era anche Vin­cenzo Folino, ber­sa­nia­nis­simo depu­tato della Basi­li­cata (come D’Attorre); Ste­fano Fas­sina, che è già nel gruppo misto dal giu­gno scorso; e infine il poli­to­logo bolo­gnese Carlo Galli, cri­tico impla­ca­bile dell’era renziana.

L’aperitivo c’era, ma l’atmosfera non aveva niente di mon­dano. I con­ve­nuti si sono scam­biati le idee su un docu­mento scritto negli scorsi giorni pro­prio dal pro­fes­sore Galli, dal titolo ri-fondativo «Tesi per una sini­stra demo­cra­tica sociale repub­bli­cana». Il testo è stato inviato a una quin­di­cina di col­le­ghi, fra cui Pier Luigi Ber­sani e Gianni Cuperlo. Sette pagine arti­co­late in cin­que capi­toli. Si parte dalla neces­sità di «supe­rare il togliat­ti­smo senza Togliatti» per­ché «il rea­li­smo senza una grande idea da pre­ser­vare e da rea­liz­zare non è sini­stra, ma è solo oppor­tu­ni­smo»; si passa per la cri­tica al blai­ri­smo, all’«ordoliberismo», e, in Ita­lia, per il fal­li­mento dell’idea che «non esi­ste un mer­cato, un’economia, senza una poli­tica che la sorregga».

Ma il core busi­ness di quello che è nei fatti un mani­fe­sto della sini­stra Pd quasi ex Pd si legge nei due capi­toli finali. «La tra­sfor­ma­zione lea­de­ri­stica e accla­ma­to­ria della poli­tica va di pari passo con l’indebolimento poli­tico, cul­tu­rale e orga­niz­za­tivo del Pd (tranne che nel dato elet­to­rale rela­tivo, che non a caso viene assunto come base delle riforme elet­to­rali) e con il suo spo­sta­mento al cen­tro», scrive Galli. «E la grande forza è il suo appa­rire privo di alter­na­tive, soprat­tutto di sini­stra». Oggi è però arri­vato il momento della «grande deci­sione»: «Se ci sia spa­zio per la sini­stra, e in caso affer­ma­tivo se tale spa­zio sia interno o esterno al Pd».
Esterno, pare sug­ge­rire il pro­fes­sore: per­ché dopo il primo anno di governo Renzi la «sini­stra degli emen­da­menti» che si accon­tenta delle «lima­ture» ha dimo­strato la sua inef­fi­ca­cia e via via la sua irri­le­vanza. E invece que­sta nuova sini­stra «deve guar­darsi dall’estremismo, e tut­ta­via essere deci­sa­mente di oppo­si­zione, in con­sa­pe­vole alter­na­tiva alla stra­te­gia del Pd di oggi».

Ormai il «mani­fe­sto» cir­cola nelle mail di molti par­la­men­tari della mino­ranza che si chie­dono che fare. Se ne ripar­lerà dopo la riu­nione dei depu­tati dem sulla legge di sta­bi­lità e defi­ni­ti­va­mente dopo il voto sulla riforma costi­tu­zio­nale.
Ma un nuovo gruppo alla camera ormai è certo. Sel si sta già pre­pa­rando allo scio­gli­mento del suo in un nuovo con­te­ni­tore più grande che spa­lan­cherà le brac­cia ai dem in fuga da Mat­teo Renzi. «Ci saremo», spiega uno di loro, «la nostra cri­tica alla finan­zia­ria di Renzi diven­terà il mani­fe­sto di uno sbocco poli­tico largo e acco­gliente di una sini­stra popo­lare, aperta e non mino­ri­ta­ria. Sarà, per­ché no, un ritorno alle abban­do­nate radici uli­vi­ste».
Una parola d’ordine, quella uli­vi­sta, pra­ti­ca­mente ban­dita dal tavolo della ’cosa rossa’ che si è riu­nito in que­sti ultimi giorni con l’ambizione di lan­ciare un nuovo sog­getto di sini­stra anti-Renzi. Un altro, però.

Syriza come il Brasile da: il manifesto

di Teodoro Andreadis Synghellakis – da il manifesto

L’anticipazione. «Governare non significa avere il potere. Siamo all’inizio di un processo di lotta. Come in Brasile col Pt, dobbiamo cercare di mantenere la coesione sociale». Tsipras tratteggia le caratteristiche di un potenziale governo di sinistra: «Ci saranno grandi trasformazioni e la priorità, in questo momento, è la fine dell’austerità». Il 25 gennaio la Grecia vota.

Teo­doro Andrea­dis Syn­ghel­la­kis, greco ma quasi dalla nascita resi­dente in Ita­lia dove i suoi geni­tori si erano rifu­giati durante la dit­ta­tura, ha scritto un libro – «Ale­xis Tsi­pras. La mia sini­stra» – che con­tiene una assai inte­res­sante inter­vi­sta con il lea­der di Siryza che qui si sof­ferma soprat­tutto sulla natura del nuovo par­tito che la sini­stra greca ha saputo darsi.

La pre­fa­zione al volume – che sarà nelle libre­rie da gio­vedì 15 — è di Ste­fano Rodotà e con­tiene anche i giu­dizi di un certo numero di pro­ta­go­ni­sti della poli­tica ita­liana. Ve ne diamo, in ante­prima, alcuni stralci.

Il raf­for­za­mento della sini­stra è ancora un pro­cesso in divenire?
Dovremo sem­pre tenere a mente che abbiamo l’obbligo di susci­tare tra i nostri soste­ni­tori una presa di coscienza sem­pre più demo­cra­tica, radi­cale, pro­gres­si­sta. Non pos­siamo per­met­terci il lusso di igno­rare il fatto che gran parte della società greca, e anche una per­cen­tuale di nostri soste­ni­tori, abbiano assor­bito idee con­ser­va­trici; che c’è stato un tipo di pro­gresso il quale aveva come punto di rife­ri­mento la conservazione.
Dob­biamo, inol­tre, sepa­rare il signi­fi­cato che ha un governo della Sini­stra, da un rischio di abuso di potere da parte della Sini­stra. Il potere è una cosa più com­plessa, che non viene eser­ci­tata solo da chi governa. È qual­cosa che ha a che fare anche con le strut­ture sociali, con chi con­trolla i mezzi di pro­du­zione. Noi riven­di­che­remo il governo del paese, così da poter dare avvio – da una posi­zione di forza – a quella grande bat­ta­glia ideo­lo­gica e anche sociale che por­terà a cam­bia­menti e tra­sfor­ma­zioni i quali daranno il potere alla mag­gio­ranza dei cit­ta­dini, sot­traen­dolo alla minoranza.
Ma la gente deve com­pren­dere bene che il fatto che Syriza andrà al governo non signi­fica auto­ma­ti­ca­mente che il potere pas­serà al popolo. Signi­fica, invece, che ini­zierà un pro­cesso di lotta, un lungo cam­mino che por­terà anche a delle con­trap­po­si­zioni – un cam­mino non sem­pre lineare – ma che verrà sicu­ra­mente carat­te­riz­zato dal con­ti­nuo sforzo di Syriza per riu­scire a con­vin­cere delle forze ancora più vaste, per accre­scere la sua dina­mica mag­gio­ri­ta­ria ed il con­senso verso il suo pro­gramma, con l’appoggio di forze sociali sem­pre più ampie.
Tutto que­sto, per riu­scire a com­piere passi in avanti asso­lu­ta­mente neces­sari. Sto descri­vendo un cam­mino che in que­sto periodo, seguono molti par­titi e governi di sini­stra in Ame­rica Latina, anche se mi rendo conto che, in parte, si tratta di una realtà che può risul­tare estra­nea alla quo­ti­dia­nità europea.
So bene che la grande domanda che pro­voca un inte­resse cosi forte nei nostri con­fronti, è come tutto ciò potrà diven­tare realtà nel con­te­sto della glo­ba­liz­za­zione e all’interno dell’Unione Euro­pea, visto che la Gre­cia non è un gio­ca­tore solitario.

Si tratta di una realtà che negli ultimi anni pone anche delle forti limi­ta­zioni, dal punto di vista economico…
Asso­lu­ta­mente. Ed è per que­sto, tut­ta­via, che io credo che la con­di­tio sine qua non per­ché Syriza possa con­ti­nuare a seguire un cam­mino frut­tuoso, è che rie­sca a con­qui­stare, da una parte il con­senso della mag­gio­ranza della società greca e dall’altra, a garan­tirsi un appog­gio mag­gio­ri­ta­rio anche in tutta Europa.
È chiaro che la prio­rità, in que­sto momento, non è il socia­li­smo, ma è pro­prio la fine dell’austerità (…)

Il fatto che gli elet­tori di Syriza pro­ven­gano sia dall’area comu­ni­sta che da quella del cen­tro pro­gres­si­sta è una risorsa o un problema?
Credo che Syriza sia riu­scito ad arri­vare dal 4% al 27% per­ché abbiamo avuto la capa­cità poli­tica di indi­vi­duare in modo molto veloce i cam­bia­menti poli­tici e sociali che hanno pro­vo­cato la crisi.
Intendo lo sbri­cio­la­mento, la distru­zione dei sog­getti sociali cau­sata dalla poli­tica dei memorandum.
Allo stesso tempo, abbiamo offerto una via di uscita poli­tica a tutti i cit­ta­dini che ave­vano l’esigenza di potersi espri­mere per fer­mare que­sto pro­cesso di distru­zione. Ci siamo tro­vati, quindi, in modo quasi “vio­lento”, repen­tino, dal 4% al 27%, e que­sta “vio­lenza” ci mette ancora alla prova, per­ché ci costringe, comun­que, a cam­biare orien­ta­mento. Abbiamo avuto l’istinto di com­pren­dere, espri­mere e rap­pre­sen­tare gli inte­ressi dei gruppi sociali che erano rima­sti senza alcuna rap­pre­sen­tanza poli­tica, senza una casa, ma devo con­fes­sare che non ave­vamo la cul­tura pro­pria di un par­tito che riven­dica il potere.
C’eravamo schie­rati, ritro­vati tutti a Sini­stra – anche io, ovvia­mente – ave­vamo accet­tato e soste­nuto un modo di vita, che aveva a che fare, prin­ci­pal­mente, con la resi­stenza, con la denun­cia ed un approc­cio teo­rico ten­dente ad una società “altra”.
Non c’eravamo con­fron­tati, però, con il biso­gno pra­tico di aggiun­gere ogni giorno un pic­colo mat­tone per poter costruire que­sta società di cui par­la­vamo, spe­cie in un momento dif­fi­cile come quello che stiamo vivendo.
Se domani Syriza sarà chia­mata a gover­nare, sarà obbli­gata ad affron­tare una situa­zione sociale, una realtà dram­ma­tica: la disoc­cu­pa­zione reale al 30%, una povertà dif­fusa, una base pro­dut­tiva pra­ti­ca­mente distrutta. E si trat­terà – fuor di dub­bio – di una scom­messa enorme, anche que­sta di por­tata storica.
Si potrebbe dire che sarà una scom­messa simile a quella del Bra­sile di Lula, quando venne eletto presidente.
Noi, intendo la Sini­stra nel suo com­plesso, dob­biamo cer­care (senza tro­varci nella dif­fi­ci­lis­sima posi­zione e nel ruolo del capro espia­to­rio), di riu­scire a man­te­nere la coe­sione dei gruppi sociali, all’interno di un pro­getto di rico­stru­zione pro­dut­tiva, di demo­cra­tiz­za­zione e di uscita dalla crisi. Ed è un’impresa molto difficile.

Guar­dando tutto ciò anche da fuori, si può guar­dare in que­sto momento a Syriza quasi come ad un caso unico, dal momento che non appar­tiene alla fami­glia della social­de­mo­cra­zia, non si iden­ti­fica nelle posi­zioni dei par­titi tra­di­zio­nal­mente comu­ni­sti e sta cer­cando di trac­ciare una strada nuova, creando un spa­zio nuovo tra que­ste due grandi fami­glie. Si potrebbe par­lare di un espe­ri­mento che cerca di rifor­mare le posi­zioni della Sini­stra, tenendo insieme, appunto, i suoi “punti forti” e il biso­gno di modernità?
Pos­siamo dire che è cosi, ma si tratta di un pro­cesso che è ini­ziato da metà degli anni Novanta, quando in Gre­cia è stata creata la Coa­li­zione della Sini­stra e del Pro­gresso, Syna­spi­smòs. Par­liamo del periodo in cui, in Europa, una serie di par­titi post comu­ni­sti – dopo la caduta del Muro di Ber­lino – cer­ca­vano di apporre il loro tratto ideo­lo­gico e poli­tico, andando oltre i con­fini della social­de­mo­cra­zia e della strada seguita sino ad allora dai par­titi di area comu­ni­sta. È in quel periodo che si è for­mato anche il Par­tito della Sini­stra Euro­pea che com­pren­deva e con­ti­nua a com­pren­dere anche alcuni par­titi comu­ni­sti. Sono dei par­titi, tut­ta­via, che hanno com­piuto una seria auto­cri­tica riguardo al periodo sta­li­ni­sta ed hanno rin­no­vato il loro modo di inter­pre­tare ed ela­bo­rare la realtà. Tra i mem­bri del Par­tito della Sini­stra Euro­pea, ovvia­mente, ci sono anche forze come Syriza, la coa­li­zione in cui si è tra­sfor­mato Synaspismòs.
Ana­liz­zando la cosa, qual­cuno potrebbe dire che que­sto tratto ideo­lo­gico è riu­scito a rag­grup­pare delle forze appar­te­nenti a una Sini­stra inde­bo­lita ed in disfa­ci­mento, che non riu­sciva a supe­rare il 6 o 7%. Ora, però, Syriza sta riven­di­cando la guida della Gre­cia, il governo del paese. Io vedo come una cosa estre­ma­mente posi­tiva il fatto che il nostro sia un par­tito gio­vane ma con alle spalle, tut­ta­via, una lunga tra­di­zione. Le sue radici affon­dano nel secolo pas­sato, ma quello che abbiamo, appunto, è un par­tito giovane.
Altret­tanto posi­tivo è il fatto che non appar­tenga al blocco di forze le quali con­ti­nuano a seguire l’ortodossia comu­ni­sta, e che non fac­cia parte della fami­glia socialdemocratica.
Stiamo par­lando, ovvia­mente, di una social­de­mo­cra­zia che oggi è parte inte­grante della crisi in atto e che ha una grande respon­sa­bi­lità per lo stato in cui si è venuta a tro­vare l’Europa.
È una social­de­mo­cra­zia “gene­ti­ca­mente modi­fi­cata”, che ha adot­tato quasi tutti i credo neo­li­be­ri­sti. In que­sto senso, quindi, potremmo dire che tanto Syriza quanto gli altri par­titi della nuova Sini­stra dell’Europa non por­tano sulle spalle il peso dei “pec­cati ori­gi­nali” di alcune forze che appar­ten­gono alla nostra tra­di­zione. Con­tem­po­ra­nea­mente, non sono nean­che respon­sa­bili dei grandi delitti per­pe­trati dalla social­de­mo­cra­zia nel periodo che stiamo vivendo.
Siamo in grado, cioè, di offrire una pro­spet­tiva più ampia, di cata­liz­zare ed unire forze ancora mag­giori, rispetto a quelle rag­grup­pate, tra­di­zio­nal­mente, dalle forze del blocco socialista.
A chi è solito sot­to­li­neare che siamo un par­tito filoeu­ro­peo – il quale com­prende la situa­zione che si è venuta a creare con la realtà data della glo­ba­liz­za­zione – ma non appar­te­niamo a nes­suna grande fami­glia poli­tica dell’Europa, vor­rei ricor­dare que­sto: nel 1981, anche il Par­tito Socia­li­sta del Pasok, di Andreas Papan­dreou, si tro­vava esat­ta­mente nella nostra stessa situa­zione: non appar­te­neva, in realtà, né all’Internazionale Socia­li­sta, né ai par­titi social­de­mo­cra­tici e nean­che alla sini­stra socialista.

TEODORO ANDREADIS SYNGHELLAKIS

da il manifesto

Sulle riforme costituzionali un gran pasticcio, a partire dal linguaggio usato. Parla il costituzionalista Gaetano Azzariti.| Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

Da una parte il contingentamento dei tempi, dall’altra la richiesta di ridurre a cento le migliaia di emendamenti delle opposizioni proveniente dal vicesegretario del Partito democratico Guerini, dove si sta andando a parare? Lei che idea s’è fatto in merito?
Mi sembra che ci sia un forte sbandamento: queste oscillazioni sono espressione di una difficoltà e non chiarezza di intenti. Da un lato c’è una fortissima volontà, del Governo e della maggioranza parlamentare che sostiene le riforme, di conseguire risultato, anche forzando le regole della dialettica parlamentare e utilizzando degli strumenti anti-ostruzionismo che il regolamento parlamentare permette. Quindi il contingentamento stesso che, certamente, è una misura estrema e contro lo spirito del dibattito parlamentare. Sono strumenti legittimi, ma certamente contro lo spirito del dibattito parlamentare, da un lato. Dall’altra parte c’è, evidentemente, la consapevolezza che modificare la Costituzione in punti così delicati – se mi passa il termine – a colpi di maggioranza, cioè a prescindere dal dibattito parlamentare non è un buon viatico per una buona riforma costituzionale e, anzi, più che non è buon viatico, è assolutamente improprio rispetto a quello che dovrebbe essere la discussione sul testo che per antonomasia dovrebbe essere il più discusso e confrontato con le opposizioni: la nostra Costituzione, più di ogni altra, insiste sul confronto parlamentare, questo è il senso delle maggioranze qualificate che essa prevede. C’è, quindi, questa difficoltà. Ripeto: da una parte una forzatura e dall’altra la consapevolezza che si rischia d’andare a sbattere.

A tal proposito anche la costituzionalista Carlassare, in un’intervista realizzata dal quotidiano ‘il manifesto’, affermava di stare dalla parte delle opposizioni nonostante l’ostruzionismo perché, ha affermato: «[…] Strozzare un dibattito su una riforma che deve essere votata con una maggioranza ele­vata pro­prio per­ché sia ragio­nata e con­di­visa. Mi sem­bra una cosa inau­dita»
Certo, ma se ogni legge deve poter essere discussa, ‘la legge delle leggi’ – cioè la Costituzione – dovrebbe essere la più discussa. Ripeto, questa situazione complessivamente intesa, è l’espressione di una perdita del senso delle proporzioni. Ci troviamo di fronte ad una situazione sostanzialmente paradossale: da un lato l’ostruzionismo, dall’altro la volontà di forzare la mano. Da una parte e dall’altra, aggiungo, però, che per superare questa situazione paradossale, la palla è al governo: solo la maggioranza può fare delle aperture È chiaro che mentre l’opposizione non ascoltata è costretta – forse sì – a ricorrere all’ostruzionismo, che è uno degli strumenti utilizzati dalle opposizioni quando non trovano spazi di ascolto, la maggioranza ha la responsabilità di questa situazione di paralisi. Questa è la mia opinione: dovrebbe essere il Governo ad aprire all’opposizione.

Riguardo ciò che ha detto, cioè alla «perdita del senso delle proporzioni», mi viene in mente una parte dell’intervento in Aula del Ministro Maria Elena Boschi, che ormai sulla rete è diventato praticamente virale, in cui ella afferma: «Ho sentito alcuni parlare di svolta autoritaria. Questa è una allucinazione e come tutte le allucinazioni non può essere smentita con la forza della ragione. Non c’è niente di autoritario. Parlare di svolta illiberale è una bugia e le bugie in politica non servono». Come legge le parole della Boschi?
Direi che il linguaggio esprime una cultura politica. In questo momento si dimostra poco consona allo spirito di riforma costituzionale che dovrebbe avere non il Governo ma la maggioranza politica. La vecchia idea liberale, in base alla quale le idee altrui si rispettano quale che esse siano, non dovrebbe permettere espressioni improprie alle quali, purtroppo, la ministra ci ha già abituati.
Si ricorda la polemica contro i “professoroni”? Ecco, quella è un’altra espressione di una ‘certa cultura politica’ che, in qualche modo, non è consona al ruolo di apertura al dialogo che dovrebbe avere un Ministro delle Riforme Costituzionali. Ripeto, insisto sul fatto che si tratta di un ministro delle riforme costituzionali perché che il Governo sia più o meno arrogante, è un fatto di stile, diciamo così. Può piacere o non piacere, forse una maggioranza politica che sia particolarmente esuberante e che sfoggi linguaggio, diciamo così, affrettato, rimane nell’ordine del possibile. Ma quando questo stesso linguaggio così agguerrito si trasferisce sul piano nobile della revisione costituzionale, diventa un linguaggio improprio. Questo perché il piano del confronto costituzionale è un piano del confronto, non del rifiuto. ‘Allucinazione’, ‘professoroni’, e qualche altra espressione che viene utilizzata è, invece, chiaramente espressione di un rifiuto. È evidente ed ovvio che la Boschi non condivide alcune posizioni come quella che affermi la riduzione degli spazi di democrazia attraverso questa riforma costituzionale.
Il Ministro, però, dovrebbe accettare il confronto non foss’altro per il ruolo che ricopre. E comunque, le logiche della riforma Costituzionale sono quelle del confronto, le logiche del rifiuto delle opposizioni possono essere quelle del confronto ordinario, del confronto di piccolo cabotaggio, dell’imposizione delle regole di parte.
Mentre, invece, il ministro Boschi dovrebbe capire che si sta scrivendo le regole di tutti, non le regole delle parti. E allora, nessuno può essere allucinato e nessuno può essere delegittimato nelle sue posizioni. Possono, ripeto, non essere condivise le opinioni delle opposizioni, come non possono essere condivise neanche le posizioni della maggioranza, ma la logica del confronto deve prevalere, e il linguaggio dovrebbe essere appropriato ed idoneo a questa logica.

In tutto questo, Renzi e la maggioranza, improvvisamente, apre ad un referendum riguardo le riforme costituzionali. Lo stesso Presidente del Consiglio che aveva chiuso le porte ad una consultazione referendaria, ora le riapre. Cosa sta succedendo: questa riapertura sta, in un certo qual modo, nel solco tracciato dall’esecutivo che andava dicendo poco fa?
Guardi, voglio dire due cose. L’apertura sul referendum, che in sé è ovviamente giusta e opportuna, mi sembra – però – proposta come alternativa al dialogo. Cioè, se fosse questo, sembra che si dica: “io non discuto con voi, non c’è nessuna svolta autoritaria e illiberale, voi avete torto tant’è vero che sono disposto ad indire un referendum”.
Ora, sotto questa prospettiva, è sotteso un uso strumentale dell’istituto del referendum perché, in qualche modo, fa sì che questo istituto sia brandito come strumento di carattere populistico: non discuto con l’opposizione in Parlamento ma discuto col popolo una volta che ho forzato la mano e imposto la mia revisione costituzionale.
Ecco, sotto questo profilo, certamente, è un uso di un istituto delicatissimo: si tratta di una presa di posizione del tutto condivisibile, però è un uso strumentale di tutto ciò.
Detto questo, in una situazione per la quale dovesse essere approvata la riforma costituzionale in modo così divisivo – senza nessun confronto – allora il referendum costituzionale nel merito è certamente opportuno, quindi, sotto questo profilo mi sembra che siano tutti a richiederlo, tanto le opposizioni quanto la maggioranza. Mi sembra sia un unico punto di convergenza tra maggioranza e opposizione.

Qualche settimana fa c’era stato un accesissimo dibattito circa l’immunità parlamentare per i senatori che andranno a comporre il nuovo-Senato. Sentendo il rettore dell’università della Val d’Aosta Fabrizio Cassella in merito, egli affermava come l’immunità per i nuovi senatori fosse un qualcosa di utile nel lungo periodo, non tanto nel breve dal momento che viene vista molto male dall’opinione pubblica, considerati anche gli scandali nei Consigli Regionali del Paese (quasi tutti). Per lei si tratta di un istituto utile nel lungo periodo come affermava Cassella o no?
Io lascerei il primo comma dell’articolo 68, che prevede l’immunità per i voti dati nell’esercizio delle funzioni. Mentre cancellerei l’immunità vera e propria, cioè quella compresa negli attuali secondi commi e seguenti dell’articolo 68, per le regioni che diceva lei poc’anzi.
Francamente mentre riterrei che l’autonomia del Parlamento e dei suoi Parlamentari, tanto Deputati quanto i Senatori – anche se andranno ad essere eletti in modo indiretto secondo le attuali prospettive del Governo – riterrei che nell’esercizio delle loro funzioni debbano essere coperti dalla insindacabilità. Quello è il primo comma. Per quanto riguarda, più strettamente, l’immunità, io francamente, in questo momento storico la escluderei tanto per i deputati quanto per i senatori, come che essi dovessero essere eletti.
Mi spiego ancora meglio: non è la modalità di elezione da cui dipende se assegnare o meno l’immunità (fatta salva la insindacabilità) quanto la garanzia dell’organo. Tendo a distinguere monto tra insindacabilità ed immunità, quest’ultima è stata un istituto storico molto importante ma in questo momento mi sembra superata. Magari tra qualche secolo ne riparleremo (ride nda)!
La valutazione sull’immunità in senso stretto è certamente anche legata alla cattiva capacità di gestirla diversamente da parte dei consiglieri regionali e anche, forse, da parte dei parlamentari stessi.

CARLO FORMENTI – I tanti equivoci sulla candidatura di Tsipras Fonte: Micromega | Autore: CARLO FORMENTI

Il dibattito a sinistra sulla candidatura di Tsipras alle elezioni europee sta assumendo toni e modalità a dir poco curiosi: la discussione sul forte impatto simbolico che un evento politico del genere potrebbe esercitare, e sulle implicazioni programmatiche che comporterebbe, vengono oscurati dai bizantinismi in merito alla “collocazione” che la lista potrebbe/dovrebbe avere nel quadro degli equilibri parlamentari europei e italiani (vedi l’articolo http://ilmanifesto.it/candidiamo-tsipras-alle-europee di Airaudo e Marcon su Il Manifesto di venerdì 17 gennaio) e dai distinguo in merito a quali soggetti, come e con quali procedure potrebbero/dovrebbero partecipare alla sua costruzione (vedi l’appello http://ilmanifesto.it/a-sinistra-una-lista-per-tsipras dal titolo “A sinistra, una lista per Tsipras”, ancora su Il Manifesto del giorno successivo). Airaudo e Marcon scrivono che “Bene ha fatto Vendola a sottolineare l’esistenza, anche per la sinistra italiana, di uno spazio fra Schultz e Tsipras”. Ma dal momento che tale spazio palesemente non esiste (o si è con Schultz, dirigente di un partito Socialdemocratico che gestisce, in condominio con Angela Merkel, la rappresentanza degli interessi del capitale finanziario che asfissia le classi subordinate di tutta Europa, o si è con Tsipras, che guida la più agguerrita compagine europea che si oppone a quegli interessi nel Paese che più di tutti ne ha pagato il fio), la sensazione è che i nostri mirino soprattutto a giustificare gli equilibrismi di Sel, eternamente in bilico fra il liberismo soft del Pd e un velleitario riformismo radicale. Un riformismo che cerca sponde europee per non confondersi con la sinistra radicale “reducista” e “ideologica”. L’appello apparso il giorno dopo non va in cerca di questo “spazio” immaginario, ma invita a schierarsi con Tsipras senza se e senza ma. Tuttavia, per un “reducista ideologico” come chi scrive, le “falle” programmatiche sono molte ed evidenti. Mi limito ad annotare che in nessuna parte del documento si dichiara esplicitamente che questa Europa e questo capitalismo finanziarizzato sono irriformabili, e che nessun ritorno all’europeismo dei padri fondatori, così come nessuna rianimazione del compromesso fra capitale e lavoro dei “Trenta gloriosi”(chi sono i nostalgici?) sono oggi possibili. Certo: all’inizio del documento si parla di “rivoluzione”, e in altre parti si evoca la necessità di avviare un processo costituente per costruire un’Europa realmente democratica, ma le soluzioni politiche indicate sembrano dare per scontata la possibilità di uscire dalla crisi attraverso alcuni radicali mutamenti di rotta in materia di politica economica, come se ciò fosse possibile senza una svolta in senso socialista, e non semplicemente democratico. Ciò detto, e tenuto conto che in queste elezioni si tratta soprattutto di aggregare un ampio fronte di lotta contro fiscal compact, devastazioni ambientali, privatizzazioni di beni comuni, negazione dei diritti dei migranti, sarei stato tentato di sottoscrivere l’appello, se non fosse per quanto si legge nell’ultima parte, laddove si spiega che la proposta degli estensori consiste nel costruire una lista che sostenga Tsipras ma non faccia parte del Partito della Sinistra Europea che lo esprime come candidato, cioè una lista promossa da movimenti e personalità della società civile, che candidi persone, anche con appartenenze politiche, che non abbiano avuto incarichi elettivi e responsabilità di rilievo nell’ultimo decennio. A parte l’ultima condizione (con la quale si è dichiarato d’accordo http://www.controlacrisi.org/notizia/Politica/2014/1/16/39048-lettera-aperta-a-tutti-e-tutte-coloro-che-vogliono anche il segretario di Rifondazione, Paolo Ferrero – che è uno dei “convitati di pietra” evocati nel documento), tutto il resto solleva interrogativi radicali. 1) Chi sono le “personalità” della società civile? Alla voce personalità il Devoto Oli recita: “Chi gode di grande stima o che occupa una posizione di prestigio in un determinato campo: illustri p. della cultura, della politica, delle scienze” e ancora: ”Culto della personalità, ossequio esagerato verso un personaggio pubblico, spec. politico, che induce a stimarlo e a rispettarlo più per il ruolo e la funzione che ricopre, che non per le doti personali che gli vengono attribuite”. Curioso che un’area politico culturale che rifiuta il culto dei leader carismatici, la personalizzazione e la spettacolarizzazione della politica, e rivendica un’ampia democrazia di base, ecc. usi simili parole: con quali criteri si stabilisce che qualcuno è una “personalità”? Non si rischia che a deciderlo siano le “personalità” che promuovono la lista? Il vero peccato del Movimento5Stelle è forse quello di essere guidato da una sola personalità (se fossero tante andrebbe bene)? 2) Che cosa è la società civile? Va bene non essere ideologici, ma sarebbe il caso di ricordare che della società civile fanno parte sfruttati e sfruttatori, oppressi ed oppressori: li vogliamo rappresentare tutti, indistintamente, oppure stare con Tsipras significa rappresentare gli interessi di una parte sociale, la più debole? Certo la parola parte è pericolosamente contigua alla parola partito, il cui solo suono fa rabbrividire gli estensori. Peccato che Syriza – come molte altre forze della sinistra radicale europea e come praticamente tutte le sinistre unitarie nate dalle rivoluzioni antiliberiste in America Latina – sia il frutto di un processo di aggregazione federativa di partiti, movimenti e associazioni. È per questo che si invita ad appoggiare Tsipras ma non la Sinistra Europea, una scelta paradossale e del tutto incomprensibile, che si giustifica solo tenendo conto delle interminabili faide che dilaniano le nostre sinistre radicali. 3) Naturalmente nell’appello si parla anche di movimenti. Già, ma il guaio è che una parte tutt’altro che trascurabile dei movimenti (vedi quelli che hanno dato vita alle manifestazioni del 18/19 ottobre scorsi) non si riconosceranno mai in un appello che esprime una visione populista di sinistra più che esplicitamente anticapitalista. Ma tanto quelli non votano comunque, qualcuno mi ha obiettato: più che probabile, ma forse, se la smettessimo di dividere i movimenti in buoni (girotondi, popoli viola, liste civiche, paladini della Costituzione, ecc.) e cattivi (gli antagonisti) le cose potrebbero cambiare

A Pisa l’Ex Colorificio è stato sgomberato, corteo il 16 novembre Fonte: Il Manifesto | Autore: Roberto Ciccarelli

 

L’ex colorificio di Pisa, occupato il 20 ottobre 2012, è stato sgomberato ieri dopo 9 ore e 10 minuti di resistenza pacifica. Lo spazio dell’ex fabbrica di vernici, rigenerato dalla partecipazione di migliaia di persone in una moderna agorà, è tornato ad essere il regno di topi e piccioni. Quest’area di 14 mila metri quadri, a due passi dalla Torre pendente, rischia di essere stravolta da una speculazione che la trasformerà in una zona residenziale. Contro questo progetto si sono opposte le trenta associazioni che per un anno hanno dato vita all’esperimento del «municipio dei beni comuni». Lo sgombero è stato ordinato il 20 settembre scorso dal Tribunale di Pisa ed è iniziato alle 8,20 di ieri alla presenza del questore Gianfranco Bernabei. Nella notte si erano barricate all’interno 250 persone. Dopo avere scardinato il portone d’ingresso, la lavagna del corso d’italiano per i migranti è stata portata sulla strada. La polizia è entrata nell’aula delle lezioni, mentre una delle volontarie svolgeva la lezione su come si ottiene un permesso di soggiorno in Italia. Poi è toccato agli artigiani sgomberare i loro attrezzi e macchinari da uno dei vasti capannoni che sono stati trasfigurati nell’aspetto e nell’uso. Subito dopo è venuto il turno degli «equilibri precari», un gruppo di arrampicatori che ha costruito con le proprie mani una gigantesca parete, l’unica in città, per esercitare uno sport sempre più popolare. Quando la polizia si è presentata erano ancora appesi al soffitto. Dopo la ciclofficina, è arrivato il turno dell’«aggeggificio», la stanza più sognante di quella società parallela che è diventato l’Ex colorificio. Il momento più simbolico della giornata è stata una lezione sulla «scienza della pace». La Digos ha aspettato che terminasse prima di accompagnare tutti fuori.

Lo sgombero è scattato dopo il rifiuto del sindaco Marco Filippeschi (Pd, sostenuto da Sel di Nichi Vendola) di intavolare un’ultima trattativa, sollecitata dallo stesso Questore. In una nota, il Comune si è detto disponibile a «creare un confronto fra le associazioni e la proprietà privata interessata, in condizioni che garantiscano il rispetto della legalità». L’ente locale respinge «il tentativo di addossare al sindaco e alla sua giunta l’iniziativa dello sgombero in atto per iniziativa della questura». Questa uscita è stata attaccata dagli attivisti sui social network e su radio Roarr, la web-radio sgomberata in diretta proprio come Radio Alice a Bologna nel 1977. Per loro il comune non ha mai valutato l’offerta di collaborazione giunta da giudici costituzionali, giuristi e intellettuali come Paolo Maddalena, Stefano Rodotà, Salvatore Settis, Ugo Mattei o Maria Rosaria Marella. In un appello pubblicato da Il Manifesto avevano invitato l’amministrazione a riconoscere l’ex colorificio come «bene comune» e a sperimentare nuovi modelli di proprietà collettiva. Anche l’allenatore del Pisa Calcio Pino Pagliari ha dato la sua solidarietà a dimostrazione del consenso trasversale di questa esperienza.

Dopo un corteo che ha attraversato la città, gli attivisti del «municipio dei beni comuni» hanno montato un’«acampada» in piazza XX settembre di fronte alla sede del comune. Il 16 novembre è stata annunciata una manifestazione nazionale a Pisa. Ieri l’hashtag #ExColorificio è stato per ore trending topic su twitter.