No Expo, the day after Fonte: Il ManifestoAutore: Luca Fazio

Toc toc, c’è nes­suno? Silen­zio. Il giorno dopo tutto tace, tutti tac­ciono. Ha biso­gno di tempi più lun­ghi la meta­bo­liz­za­zione di una bella botta che costringe tutti ad un’autocritica senza peli sulla lin­gua per cer­care di rimet­tersi in piedi. La rifles­sione col­let­tiva è appena comin­ciata, ma ancora solo a micro­foni spenti. Com­pren­si­bile. Anche se un po’ stu­pi­sce que­sto silen­zio visto che le “cose” attorno cui il “movi­mento” si trova costretto a ragio­nare erano già state ampia­mente pre­vi­ste. Da tutti, nel det­ta­glio. Rispet­tiamo i tempi un po’ troppo ana­lo­gici delle litur­gie assembleari.

Dopo il primo vero “riot” della moder­nità che ha scon­volto la gior­nata inau­gu­rale dell’Expo — piac­cia o meno anche que­ste pra­ti­che di piazza rien­trano nelle sgra­de­vo­lezze della glo­ba­liz­za­zione — sul tavolo riman­gono alcuni nodi da scio­gliere piut­to­sto ingar­bu­gliati. Per il cosid­detto “movi­mento”, natu­ral­mente, ma anche per coloro che a caldo non sanno andare oltre la pre­ve­di­bile indi­gna­zione di rito, un altro modo per non inter­ro­garsi sul pro­blema reale con cui prima o poi biso­gnerà fare i conti (quella che si auto­pro­clama l’altra Milano, in testa il sin­daco Giu­liano Pisa­pia, oggi si ritrova in piazza Cadorna per ripu­lire la città sfre­giata). Gli altri, quelli che non pos­sono accon­ten­tarsi dell’analisi “sono tutti delin­quenti”, sono invece costretti a fare uno sforzo in più. Ope­ra­zione non facile per chi è diret­ta­mente coin­volto nella gestione della May­Day, dove qual­cosa evi­den­te­mente non ha fun­zio­nato come doveva.

03 desk1f03 milano scontri primo maggio aleandro biagianti sottodestraIn sin­tesi. Il cosid­detto “blocco nero” era den­tro il cor­teo (uno degli spez­zoni più nume­rosi) in mezzo agli spez­zoni più “ragio­ne­voli”. La piazza mila­nese — come nessun’altra piazza anta­go­ni­sta — non ha avuto e non ha la forza poli­tica e “mili­tare” per limi­tarne la pre­senza. Il con­flitto sem­pre più aspro espresso ieri, a tratti dispe­rato e senza pro­spet­tive, sta diven­tando la cifra di ogni mani­fe­sta­zione “con­tro”. Ad Amburgo, Fran­co­forte, Bru­xel­les, adesso anche Milano: ben­ve­nuti in Europa. Dun­que, si può con­vi­vere con leg­ge­rezza con chi non accetta media­zioni e scende in piazza solo per spac­care tutto? Evi­den­te­mente no, ma sul che fare è ancora buio pesto per gli anta­go­ni­sti che con­te­stano il modello Expo. Di sicuro, a lec­carsi le ferite, è rima­sto un “movi­mento” che rischia di non avere più spazi di agi­bi­lità per lungo tempo. Ma il pro­blema del con­senso prima o poi biso­gnerà affron­tarlo, anche per­ché mai come in que­sto momento tutti sono con­tro — si fa per gene­ra­liz­zare — quei cat­tivi dei “cen­tri sociali”. Chi invece abbozza ana­lisi non scon­tate che rischiano di essere tac­ciate di “fian­cheg­gia­mento” al blocco nero (ce ne sono) oggi non ha la forza di uscire allo sco­perto. Prima o poi potrebbe arri­vare la buriana: ieri 15 per­sone sono state por­tate in que­stura, e i cin­que arre­stati rischiano fino a quin­dici anni di car­cere per “devastazione”.
I primi a ragio­nare “nero su bianco” (il comu­ni­cato) sono i più corag­giosi nell’analisi. Con toni e accenti diversi tra loro. Pren­diamo l’area di Infoaut, il punto di vista più arti­co­lato. Il cor­teo del primo mag­gio, scri­vono, “è la prima grande pro­te­sta con­tro Renzi e il suo modello di svi­luppo, e così verrà ricor­data”. Sulla que­stione che più indi­gna, “il metodo”, que­sto il ragio­na­mento: “Spac­care uti­li­ta­rie o vetrine a caso è un gesto idiota che ha senso sol­tanto per chi assume come refe­rente del suo agire poli­tico il pro­prio micro-milieu ombe­li­cale”. Ma il punto è: “Con quel modo di stare in piazza biso­gna fare i conti e nes­suna strut­tura orga­niz­zata è in grado di eser­ci­tare una forza di con­trollo”. Il che signi­fica: “Quella rab­bia, quella com­po­si­zione, quei sog­getti sono affare nostro e vogliamo averci a che fare, con tutte le dif­fi­coltà del caso. Chi se ne tira fuori — per cal­colo, paura o pre­sunta supe­rio­rità politico-morale — sta trac­ciando un solco tra gli alfa­be­tiz­zati della poli­tica e gli impo­ve­riti ed arrab­biati”. Il nodo del “con­senso”, esi­ste, scrive Infoaut, ma non porsi il pro­blema di come dare un senso a quella rab­bia è un grosso errore. Non solo per il movimento.

Militant.blog vuole pre­ci­sare che non c’è un cor­teo buono e uno cat­tivo, anche se la rab­bia del primo mag­gio non è stata espressa nel migliore dei modi. Il pro­blema, scri­vono, “non è lo scon­tro e la deva­sta­zione” ma “è come creare con­senso attorno a pra­ti­che con­flit­tuali”. Ripar­tire da qui è il punto, “tor­nando a fare poli­tica, cioè costruendo un discorso con­flit­tuale che vada di pari passo al sen­tire comune della classe. Senza acce­le­ra­zioni inu­tili o altret­tanto inu­tili atten­di­smi”. Sul sito di Mila­noin­mo­vi­mento (una delle realtà più “den­tro” alla costru­zione della May­Day) si legge un primo abbozzo di auto­cri­tica: non avreb­bero voluto un cor­teo così. Il timore è che arre­sti e repres­sione impe­di­scano anche di ragio­nare, per­ché “anni di lavoro sui con­te­nuti oggi sono stati let­te­ral­mente spaz­zati dalla scena pub­blica”. Il punto è che “con­ti­nuiamo a non essere capaci di costruire con­nes­sione sen­ti­men­tale con quei pezzi del paese e della società che dob­biamo invece impa­rare a capire e coin­vol­gere nelle bat­ta­glie che o sono massa o sono con­dan­nate all’irrilevanza”. Vero. Le rifles­sioni dun­que sono appena comin­ciate, la Rete No Expo deve ancora espri­mersi e pro­ba­bil­mente lo farà dopo l’assemblea di oggi pome­rig­gio. Ma a poche ore dal disa­stro sem­bra che qual­cosa stia già rico­min­ciando a muoversi.

Rossana Dettori (Fp Cgil): «La pubblica amministrazione è nel caos più totale, la reazione sarà durissima»| Fonte: Il Manifesto | Autore: Massimo Franchi

Pubblico impiego. La segretaria generale della Fp Cgil al manifesto: “Dalla ministra Madia solo false promesse e prese in giro. Il governo si contraddice. La mobilitazione sarà durissima, bisogna rinnovare i contratti”«Que­sto governo non ci parla e adesso è arri­vato per­fino a smen­tire se stesso. Non ci stiamo più a essere presi in giro: ci mobi­li­te­remo sicu­ra­mente, spero uni­ta­ria­mente, diver­sa­mente scio­pe­re­remo come sola Cgil». Il giorno dopo l’annuncio della mini­stra Madia sull’ennesimo blocco del con­tratto degli sta­tali, le sue parole suo­nano ancora più bef­farde. E men­tre par­tono gli scio­peri spon­ta­nei, la segre­ta­ria gene­rale della Fp Cgil — Ros­sana Det­tori — spiega le ragioni di una rispo­sta che «dovrà essere all’altezza della cat­ti­ve­ria e della super­fi­cia­lità del governo».

Dica la verità: cre­deva dav­vero che il governo Renzi avrebbe rin­no­vato il contratto?

Io ero real­mente con­vinta che que­sto mini­stro potesse sbloc­carlo. Lo aveva detto in più occa­sioni: a noi a pri­ma­vera nell’unico incon­tro fac­cia a fac­cia avuto con lei, lo aveva riba­dito quando l’Istat aveva quan­ti­fi­cato il taglio degli sti­pendi pub­blici par­lando «di sacro­santo diritto al rin­novo con­trat­tuale». Poi invece è par­tito un bal­letto di noti­zie e smen­tite con il mini­stero dell’Economia, con­cluso dalla chiu­sura totale della Madia che ci ha vera­mente stu­pito. False pro­messe, false ras­si­cu­ra­zioni: è troppo chie­dere un governo che sia almeno coerente?

Ciò che ha stu­pito molti è la tem­pi­stica dell’annuncio: nel giorno del varo della riforma della scuola, Madia «copre» la noti­zia di Renzi con un annun­cio che di certo non ha fatto pia­cere a tre milioni di poten­ziali elettori..

Mi sem­bra che nel governo le idee non siano molto chiare: da «una riforma al mese» siamo pas­sati al «passo dopo passo», al «giu­di­ca­teci fra mille giorni». Anzi, sulla riforma della Pa siamo al caos in attesa di 29 decreti attua­tivi, e al pres­sap­po­chi­smo più totale. Basta vedere come è stata gestita la vicenda del taglio dei distac­chi. La cir­co­lare è arri­vata a metà ago­sto e le per­sone dove­vano tor­nare al lavoro il primo set­tem­bre senza che le ammi­ni­stra­zioni fos­sero state avver­tite con pro­blemi gran­dis­simi anche per i nostri che al Sud ave­vano denun­ciato le ammi­ni­stra­zioni in cui dove­vano tor­nare. Il rispar­mio di 150 milioni si è rive­lato una bufala: bene che vada saranno una decina di milioni per gli inse­gnanti che veni­vano sostituiti.

Eppure Madia ricorda che gli 80 euro sono andati anche agli sta­tali e che non ce ne fosse un gran biso­gno visto che ne hanno usu­fruito solo un lavo­ra­tore su quattro…

Il dato mi sem­bra sot­to­sti­mato — gran parte dei lavo­ra­tori della sanità e degli enti locali pren­dono meno di 1.500 euro al mese — ciò che non accetto del ragio­na­mento del mini­stro è che anche se fosse, que­sto non la esi­mia a rin­no­vare i con­tratti, diritto sacro­santo dei lavo­ra­tori. Allar­gando a tutti i com­parti il ragio­na­mento si arri­ve­rebbe all’assurdo: «Visto che abbiamo dato gli 80 euro non rin­no­viamo più nes­sun con­tratto». Una follia.

La rab­bia è già scop­piata e spe­cie i lavo­ra­tori del com­parto sicu­rezza stanno pro­te­stando. Chie­de­rete dero­ghe per loro?

Per noi tutti i lavo­ra­tori hanno diritto al rin­novo del con­tratto. Il solo corpo di Poli­zia ha una con­trat­ta­zione spe­ci­fica e vedremo cosa suc­ce­derà. Per noi l’obiettivo è il rin­novo per tutti e per que­sto ci mobiliteremo.

Sarà scio­pero uni­ta­rio con Cisl e Uil o vi mobi­li­te­rete assieme a tutta la Cgil?

Ho sem­pre lavo­rato per l’unità sin­da­cale per­ché credo fer­ma­mente che sia nell’interesse di tutti i lavo­ra­tori. Le prime dichia­ra­zioni di Cisl Fp e Uilpa mi sem­bra siano per la mobi­li­ta­zione. Dopo le assem­blee sui luo­ghi di lavoro, la pros­sima set­ti­mana ci incon­tre­remo e vedremo se siamo d’accordo sulle forme di pro­te­sta. Se non sarà così, scen­de­remo in piazza come sola Cgil, non pos­siamo più per­met­tere di essere presi in giro.

Il mini­stro Madia ha comun­que con­fer­mato la volontà di rin­novo della parte nor­ma­tiva del con­tratto. Non c’è il rischio che, visto il tenore della riforma, si rischi di peg­gio­rare ancora le con­di­zioni dei lavoratori?

Asso­lu­ta­mente sì. Anche per­ché nel decreto 90 della riforma si sono messe mano a que­stioni come mobi­lità e deman­sio­na­mento che invece sono pro­prie della con­trat­ta­zione. La mobi­lità entro i 50 km per ora può essere appli­cata a tutti i lavo­ra­tori, sul deman­sio­na­mento per for­tuna un emen­da­mento Pd — da noi chie­sto — ha pre­ci­sato che potrà essere solo di un livello: non era specificato.

Trasporti, per il 29 e 30 maggio sciopero di treni, aerei, bus e metro indetto da Usb Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Il 29 maggio scioperano i ferrovieri e il giorno seguente i lavoratori del trasporto aereo e del trasporto pubblico locale. Ad indire la mobilitazione di tutto il trasporto è l’Usb. “I trasporti in Italia stanno morendo – denuncia Fabrizio Tomaselli, dell’esecutivo nazionale di Usb – soffocati dall’ideologia delle privatizzazioni, dalle incapacita’ manageriali, dalla mancanza di un progetto complessivo di mobilita’. Tutto e’ finalizzato solo a fare cassa e maggiori profitti, con una enorme perdita di posti di lavoro”. “Ma i lavoratori non ci stanno piu’ e con gli scioperi del 29 e 30 maggio, oltre a difendere occupazione e salari, sollevano il problema dei problemi – evidenzia il dirigente sindacale – ovvero se la mobilita’ in Italia puo’ fare a meno di un sistema di trasporto efficiente che svolga un ruolo di motore dello sviluppo economico del Paese e al tempo stesso sia socialmente ed ecologicamente sostenibile”.
Per Usb serve un rinnovato e concreto ruolo economico diretto dello Stato, un sistema di controllo pubblico dell’intero comparto; serve un piano generale dei trasporti che fissi la barra dritta verso il soddisfacimento del bene comune; servono rapporti chiari tra aziende e lavoratori, serve meno precarietà e più occupazione, serve democrazia sui posti di lavoro.

In marcia con Madiba | Fonte: il manifesto | Autore: Rita Plantera

 

Pretoria. Tra i sudafricani bianchi e neri, di ogni età ed estrazione sociale, che si mettono in fila per l’ultimo saluto a Nelson Mandela. «Siamo qui per dire ’grazie Tata’, ora siamo liberi di camminare insieme, di muoverci ovunque senza un lasciapassare»

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Un dop­pio arco­ba­leno incro­ciava il cielo di gio­vedì sera al pas­sag­gio del cor­teo fune­bre che dalla camera ardente dell’Union Buil­dings accom­pa­gnava la salma di Nel­son Man­dela verso il Mili­tary Hospi­tal, tra la gente accorsa per la seconda volta a salu­tarlo dal ciglio della strada.

Ieri mat­tina alle 4 erano già in 4–5000 in fila al cam­pus dell’University of Pre­to­ria in attesa di rag­giun­gere i con­trolli della poli­zia, mon­tare su uno degli auto­bus della City To City, della Trans­Lux o della City of Tsh­wane e final­mente ripren­dere la fila verso i can­celli dell’Union Buil­dings e una volta all’interno incam­mi­narsi per dare l’addio all’amato Tata. In molti, non hanno mai lasciato il cam­pus o si sono accam­pati lì già dalle 8 di sera dopo due giorni di ten­ta­tivi non riusciti.

Un per­corso obbli­gato, pre­di­spo­sto dai piani della sicu­rezza pub­blica per evi­tare che la fiu­mana umana si river­sasse come uno tsu­nami verso il cen­tro della città. In cen­ti­naia hanno pas­sato la notte sul prato per assi­cu­rarsi la cer­tezza di rag­giun­gere la camera ardente dopo che il giorno prima la chiu­sura anti­ci­pata li aveva fer­mati a un passo dall’entrata.

Una fila che non fini­sce più, a piedi, a bordo degli auto­bus, a cen­ti­naia, che una volta a ridosso di Govern­ment Street con­ver­gono dalle tra­verse paral­lele, come East Ave­nue e Bec­kett Street, e si arre­stano in un ingorgo ordi­nato in fila indiana di fronte alla poli­zia, per poi pas­sare uno a uno diretti verso i parcheggi.

Decine di migliaia di animé umane sotto gli ombrelli colo­rati per ripa­rarsi dal sole spie­tato, da Flo­rence Ribeiro Road in Sun­ny­side, lungo Pre­to­rius Street, verso Du Toit, Stanza Bopape Street e Hamil­ton Street. Arri­vano da Soweto, da ogni sob­borgo di Pre­to­ria, da Johan­ne­sburg, dalle pro­vince del Mpu­ma­langa, del Lim­popo, dalla Nige­ria e dalla Nami­bia. Gente di tutte le età, vec­chi uomini in giacca e cap­pello, donne di mezza età e oltre, figlie delle tante, diverse e sfac­cet­tate cul­ture afri­cane, fiere e regali nel por­ta­mento, la povera gente accanto alla classe media, vete­rani dell’African natio­nal con­gress, gio­vani bian­chi che hanno vis­suto con con­sa­pe­vo­lezza solo la coda del régime e i cosid­detti born free , i nati liberi nel post-apartheid, quando con Man­dela un’altra sto­ria cominciava.

«Siamo qui per dire gra­zia Tata, ci hai cam­biato la vita — dice Deb­bie M -. Prima di Madiba se mi aves­sero sor­preso a par­lare con un bianco come te mi avreb­bero arre­stato. Era con­tro la legge. Era­vamo divisi: bagni pub­blici sepa­rati, scuole sepa­rate, tutto a parte. Con Madiba que­sto è finito». «Era­vamo stra­nieri in casa, immi­grati nel nostro Paese — ci dice Tambo -. Io sono qui per dire gra­zie Madiba, ora siamo tutti liberi di cam­mi­nare insieme, di muo­verci ovun­que senza un lascia­pas­sare. Prima invece tre mesi a Pre­to­ria, la città dell’apartheid, e poi, se eri ancora senza un lavoro, di nuovo a casa per un altro tim­bro sul visto. Era­vamo que­sto prima del 1990. Terre e case separate».

Da sola, minuta, distinta in un tail­leur beige di cotone, una donna sulla ses­san­tina si lascia avvi­ci­nare. Grandi occhiali neri le coprono le lacrime: «Sono tor­nata a stu­diare da adulta gra­zie a Madiba». Si chiama Mapi­tso e viene da Rusten­berg: «All’età di 45 anni ho var­cato la soglia dell’università per stu­diare logo­pe­dia. È l’ultima occa­sione che ho per dir­gli gra­zie. Ha pas­sato 27 anni in car­cere, il minimo che pos­siamo fare sono que­ste ore di fila».

Tra la folla incon­triamo anche Sam Nzima: «Ero un repor­ter — rac­conta -, lavo­ravo per The World . C’erano due testate del lo stesso edi­tore, una era The World , per i neri, l’altro era The Star , per i bian­chi. Ai black The World , ai bian­chi The Star , e natu­ral­mente a cia­scuno la sua noti­zia. Fui arre­stato per aver pub­bli­cato su The World la foto del bam­bino nero ammaz­zato dalla poli­zia durante i disor­dini del 1976».

Verso metà mat­ti­nata lasciamo la fila del popolo di Man­dela e attra­verso l’entrata per i pri­vi­le­giati della stampa ci infi­liamo nei giar­dini dell’Union Buil­dings. Strada facendo incon­triamo Lerato M., uno dei tanti lavo­ra­tori occa­sio­nali, men­tre svuota i cas­so­netti dei rifiuti: «Il giorno in cui Madiba è stato rila­sciato ero a casa, a Johan­ne­sburg, insieme a mio fra­tello. Era­vamo felici e ter­ri­bil­mente eufo­rici. Ieri ho reso omag­gio alla salma. Ho pro­vato tanta tri­stezza e nella mia mente un bru­sio di emo­zioni, non ero in grado di car­pire alcun pen­siero… Solo tanta tri­stezza per­ché non c’è più».

Il lungo cam­mino verso Man­dela non è mai finito. Per tre lun­ghi giorni a par­tire da mer­co­ledì scorso un ser­pen­tone di gente che ricorda quello di Soweto delle ele­zioni del 1994, le prime demo­cra­ti­che in Suda­frica, si ingrassa e si allunga sulla via per Madiba verso l’Union Buil­dings di Pre­to­ria. È l’ultima occa­sione per incon­trare, per molti è anche la prima volta, il lea­der e il com­bat­tente della libertà. L’ultima oppor­tu­nità per l’incontro con la sto­ria pas­sata che se ne va, con un’era che si chiude con l’addio a Madiba. In migliaia, sotto un sole afri­cano cocente.

La morte di Nel­son Man­dela ha dato al Suda­frica delle diver­sità cul­tu­rali e raz­ziali non ancora del tutto all’unisono, un’altra oppor­tu­nità. Nel cam­mino di que­sta gente in fila, c’è tutta la sto­ria della sua lotta per la libe­ra­zione mano nella mano con Nel­son Man­dela, Oli­ver Tambo, Joe Slovo, Wal­ter Sisulu, Chris Hani e Ste­phen Biko, il gio­vane lea­der del Black Con­sciou­sness Move­ment ammaz­zato in car­cere dal régime. Loro che danno i nomi anche alle migliaia di morti ammaz­zati in nome dell’apartheid. Qui a Pre­to­ria oggi que­sta gente in cam­mino nell’ultimo giorno prima dei fune­rali di stato nel pae­sino di Qunu di dome­nica pros­sima, è la meta­fora del Suda­frica che cele­bra la sua rina­scita. È il trionfo dell’Africa libera, in cam­mino verso se stessa.