Referendum greco: pesa il silenzio assordante degli intellettuali europei da: il manifesto

C’è un aureo testo di Kant che torna alla mente in que­ste ore in cui si con­suma l’attacco finale alla Gre­cia demo­cra­tica da parte dei cani da guar­dia dell’Europa oli­gar­chica, della finanza inter­na­zio­nale e del Nuovo ordine colo­niale a cen­tra­lità franco-tedesca. Nel 1784, l’autore della Cri­tica della ragione pura, già cele­ber­rimo in tutto il con­ti­nente, rispon­deva alla domanda sull’essenza dell’illuminismo. La indi­vi­duava nella scelta dell’autonomia; nella deci­sione con­sa­pe­vole e non priva di rischi di «uscire da una mino­rità della quale si è responsabili».

Inten­deva dire che affi­darsi alla guida di un tutore che per noi sce­glie e deli­bera è umi­liante ben­ché comodo. Che la libertà è affa­sci­nante ma il più delle volte peri­co­losa. E che l’insegnamento fon­da­men­tale del movi­mento dei Lumi che di lì a poco avrebbe por­tato i fran­cesi a sol­le­varsi con­tro l’autocrazia dell’antico regime con­si­ste pro­prio in que­sto: nel con­si­de­rare l’esercizio dell’autonomia indi­vi­duale e col­let­tiva un inde­ro­ga­bile dovere morale e poli­tico. Un fatto di dignità. Essere uomini signi­fica in primo luogo deci­dere per sé e rispon­dere delle pro­prie scelte. Rifiu­tarsi di vivere sotto il giogo di qual­siasi potere impo­sto con la vio­lenza delle armi o della super­sti­zione, del denaro o del conformismo.

Sono tra­scorsi oltre due secoli densi di sto­ria. Il mondo è cam­biato. Ma nes­suno direbbe che quelle di Kant sono con­si­de­ra­zioni arcai­che, ina­datte al nostro tempo. Siamo tutti pronti a sot­to­scri­verle. Rifor­mu­late con parole meno alate, le ripe­tiamo ogni qual­volta ragio­niamo sui prin­cipi demo­cra­tici ai quali vor­remmo si ispi­ras­sero le nostre società. Eppure che suc­cede quando i nodi ven­gono al pet­tine e la dignità di tutto un popolo è messa dav­vero in discus­sione, quando un intero paese è posto di fronte al bivio tra mino­rità e autonomia?

Anche se tele­vi­sioni e gior­nali di tutto il mondo fanno a gara per nascon­dere la realtà descri­vendo i greci come un gregge di bugiardi paras­siti (e atten­zione: vale per i greci oggi quel che ci si pre­para a dire domani sul conto di spa­gnoli, por­to­ghesi e ita­liani, sudici d’Europa), è abba­stanza chiaro il motivo per cui Ue, Bce e Fmi hanno deciso di sca­te­nare la guerra con­tro la Gre­cia. I soldi (pochi) sono più che altro un pre­te­sto. La sostanza è il modello sociale che deve prevalere.

I cre­di­tori vogliono essere certi che a pagare il «risa­na­mento» e la per­ma­nenza nell’eurozona sia la grande massa pro­le­ta­riz­zata dei lavo­ra­tori dipen­denti, costretti a vivere sta­bil­mente in mise­ria e in schia­vitù. Se a pagare fos­sero i grandi capi­tali, i conti tor­ne­reb­bero ugual­mente. E solo così l’economia greca potrebbe per dav­vero risa­narsi. Ma il prezzo poli­tico sarebbe esor­bi­tante, tale da vani­fi­care quanto è stato sin qui fatto, per mezzo della crisi, al fine di «rifor­mare» i paesi euro­pei e con­for­marli final­mente al modello neo­li­be­rale di «società aperta».

La par­tita è quindi squi­si­ta­mente poli­tica. Se non c’è di mezzo tanto un pro­blema di ragio­ne­ria quanto una que­stione poli­tica di prima gran­dezza – il modello sociale, appunto: i cri­teri base dell’allocazione delle risorse – allora è sacro­santa la pre­tesa del governo greco che a deci­dere se obbe­dire o meno ai dik­tat della troika sia il popolo che dovrà pagare le con­se­guenze delle deci­sioni assunte in sede euro­pea. È un fatto ele­men­tare di demo­cra­zia. Che però spo­sta il con­flitto sul ter­reno, cru­ciale e deci­sivo, della legit­ti­ma­zione dell’Europa unita: uno spo­sta­mento del tutto inaccettabile.

Non c’è da sor­pren­dersi se pro­prio la deci­sione di Tsi­pras di andare al refe­ren­dum popo­lare abbia fatto sal­tare il banco. L’Europa – que­sta Europa dei tec­no­crati e degli spe­cu­la­tori – può accet­tare molte dero­ghe. Può tol­le­rare gravi infra­zioni alle regole finan­zia­rie, come ha dimo­strato pro­prio nei con­fronti di Fran­cia e Ger­ma­nia. Può anche fati­co­sa­mente chiu­dere un occhio su qual­che misura tesa a ridurre l’iniquità delle cosid­dette riforme strut­tu­rali che i paesi sono chia­mati a rea­liz­zare per con­for­marsi al modello sociale prescritto.

Ma sulla que­stione delle que­stioni – la sovra­nità – non si tran­sige. Nes­suno può rimet­tere in discus­sione il fatto che in Europa i pre­sunti «popoli sovrani» non hanno voce in capi­tolo sul pro­prio destino. Fin­ché si scherza, magari fin­gendo di avere un par­la­mento euro­peo, bene. Ma guai ad aprire una brec­cia sulla costi­tu­zione dispo­tica dell’Unione, che è il suo fon­da­mento ma anche, a guar­dar bene, il suo tal­lone d’Achille.

Se que­sto è vero, allora un silen­zio pesa assor­dante men­tre le cro­na­che docu­men­tano le bat­tute finali di quest’ultima guerra inte­stina del vec­chio con­ti­nente. Dove sono finiti i «grandi intel­let­tuali», quelli che lo spi­rito del tempo desi­gna a pro­pri por­ta­voce, coloro la cui sapienza e sag­gezza reca l’onore e l’onere di indi­care la retta via quando il cam­mino si ingar­bu­glia? Non se ne vede l’ombra. Tutto su que­sto fronte tace, come se si trat­tasse di baz­ze­cole. Eppure c’è ancora qual­che sedi­cente filo­sofo, qual­che sto­rico, qual­che giu­ri­sta o socio­logo in Europa. C’è chi si atteg­gia a inter­prete auten­tico della crisi e sforna a ripe­ti­zione libri che discu­tono di Europa e di demo­cra­zia. Forse che, per tor­nare al vec­chio Kant, ciò che vale in teo­ria non serve a nulla in pratica?

Ci si domanda che farebbe oggi un novello Zola (o un nuovo Sar­tre) di fronte alla pre­po­tenza e alla viltà di quest’Europa. Eppure non occor­rono gesti eroici per ricor­dare che esi­stono diritti invio­la­bili, per chia­rire che nes­suna ragione al mondo con­sente di sca­ra­ven­tare un popolo nell’indigenza e nella dispe­ra­zione, per ram­men­tare che in que­sta par­tita torti e ragioni sono, come sem­pre, ripar­titi fra tutte le parti in causa. Niente. Silen­zio. A sbrai­tare è solo chi può per­met­tersi di svol­gere due parti in com­me­dia, il ruolo dell’accusatore e quello del giu­dice. Quanto all’imputato, stiamo molto attenti. Nati a Palermo o a Sivi­glia, a Milano o a Lisbona, siamo tutti quanti greci anche noi.

La perversione del senso del 25 aprile | Fonte: il manifesto | Autore: Moni Ovadia

Festa della Liberazione - Corteo ANPI

Nel corso della mia vita e da che ho l’età della ragione, ho cer­cato di par­te­ci­pare, anno dopo anno a ogni mani­fe­sta­zione del 25 aprile. Un paio di anni fa, per­cor­rendo il cor­teo alla ricerca della mia col­lo­ca­zione sotto le ban­diere dell’Anpi, mi imbat­tei nel gruppo che rap­pre­sen­tava i com­bat­tenti della “bri­gata ebraica”, aggre­gata nel corso della seconda guerra mon­diale alle truppe alleate del gene­rale Ale­xan­der e impe­gnata nel con­flitto con­tro le forze nazi­fa­sci­ste. Qual­cuno dei com­po­nenti di quel drap­pello mi rico­nobbe e mi salutò cor­dial­mente, ma uno di loro mi rivolse un invito sgra­de­vole, mi disse: «Vieni qui con la tua gente». Io con un gesto gli feci capire che andavo più avanti a cer­care le ban­diere dell’Anpi che il 25 aprile è «la mia gente» per­ché io sono iscritto all’Anpi con il titolo di anti­fa­sci­sta. Lui per tutta rispo­sta mi apo­strofò con que­ste parole: «Sì, sì, vai con i tuoi amici palestinesi».

Il tono sprez­zante con cui pro­nun­ciò la parola pale­sti­nesi sot­tin­ten­deva chia­ra­mente «con i nemici del tuo popolo». Io gli risposi dan­do­gli istin­ti­va­mente del coglione e affret­tai il passo lasciando che la sua rispo­sta, sicu­ra­mente becera si disper­desse nell’allegro vociare dei manifestanti.

Que­sto epi­so­dio, appa­ren­te­mente inno­cuo, mi fece scon­trare con una realtà assai tri­ste che si è inse­diata nelle comu­nità ebrai­che. I grandi valori uni­ver­sali dell’ebraismo sono stati pro­gres­si­va­mente accan­to­nati a favore di un nazio­na­li­smo israe­liano acri­tico ed estremo. Un nazio­na­li­smo che iden­ti­fica stato con governo.

Natu­ral­mente non tutti gli ebrei delle comu­nità hanno imboc­cato que­sta deriva scio­vi­ni­sta, ma la parte mag­gio­ri­ta­ria, quella che alle ele­zioni con­qui­sta sem­pre il “governo” comu­ni­ta­rio, fa dell’identificazione di ebrei e Israele il punto più qua­li­fi­cante del pro­prio pro­gramma al quale dedica la pre­va­lenza delle sue energie.

Io ritengo inac­cet­ta­bile que­sta ideo­lo­gia nazio­na­li­sta, in pri­mis come essere umano per­ché il nazio­na­li­smo deva­sta il valore inte­gro e uni­ver­sale della per­sona, poi come ebreo, per­ché nes­sun altro fla­gello ha pro­vo­cato tanti lutti agli ebrei e alle mino­ranze in gene­rale e da ultimo per­ché, come inse­gna il lascito morale di Vit­to­rio Arri­goni, io non rico­no­sco altra patria che non sia quella dei dise­re­dati e dei giu­sti di tutta la terra.

L’ideologia nazio­na­li­sta israe­liana negli ultimi giorni ha fatto matu­rare uno dei suoi frutti tos­sici: la deci­sione presa dalla comu­nità ebraica di Roma, per il tra­mite del suo pre­si­dente Ric­cardo Paci­fici, di non par­te­ci­pare al cor­teo e alla mani­fe­sta­zione del pros­simo 25 aprile. La ragione uffi­ciale è che nel cor­teo sfi­le­ranno ban­diere pale­sti­nesi, vul­nus inac­cet­ta­bile per il pre­si­dente Paci­fici, in quanto nel tempo della seconda guerra mon­diale, il gran muftì di Geru­sa­lemme Amin al Hus­seini, mas­sima auto­rità reli­giosa sun­nita in terra di Pale­stina fu alleato di Hitler, favorì la for­ma­zione di corpi para­mi­li­tari musul­mani a fianco della Ger­ma­nia nazi­sta e fu fiero oppo­si­tore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel ter­ri­to­rio del man­dato bri­tan­nico. Men­tre la bri­gata ebraica com­bat­teva con gli alleati con­tro i nazi­fa­sci­sti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948 venne desti­tuito e arre­stato: oggi vedendo una ban­diera pale­sti­nese a chi viene in mente il gran muftì di allora? Pra­ti­ca­mente a nes­suno, se si eccet­tua qual­che ultrà del sio­ni­smo più iste­rico o a qual­che fana­tico modello Isis.

Oggi la ban­diera pale­sti­nese parla a tutti i demo­cra­tici di un popolo colo­niz­zato, occu­pato, che subi­sce con­ti­nue e inces­santi ves­sa­zioni, che chiede di essere rico­no­sciuto nella sua iden­tità nazio­nale, che si batte per esi­stere con­tro la poli­tica repres­siva del governo di uno stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più ele­men­tari ed essen­ziali. Un governo che lo umi­lia esco­gi­tando uno stil­li­ci­dio di vio­lenze psi­co­lo­gi­che e fisi­che e pseudo legali per ren­dere esau­sta e irri­le­vante la sua stessa esi­stenza. Quella ban­diera ha pieno diritto di sfi­lare il 25 aprile — com’è acca­duto per decenni e senza pole­mica alcuna — e glielo garan­ti­sce il fatto di essere la ban­diera di un popolo che chiede di essere rico­no­sciuto, un popolo che lotta con­tro l’apartheid, con­tro l’oppressione, per libe­rarsi da un occu­pante, da una colo­niz­za­zione delle pro­prie legit­time terre, legit­time secondo la lega­lità inter­na­zio­nale, un popolo che vuole uscire di pri­gione o da una gab­bia per garan­tire futuro ai pro­pri figli e dignità alle pro­prie donne e ai pro­pri vec­chi, un popolo la cui gente muore com­bat­tendo armi alla mano con­tro i fana­tici del sedi­cente Calif­fato isla­mico nel campo pro­fu­ghi di Yar­mouk, nella mar­to­riata Dama­sco. E degli ebrei che si vogliono rap­pre­sen­tanti di quella bri­gata ebraica che com­batté con­tro la bar­ba­rie nazi­fa­sci­sta hanno pro­blemi ad essere un cor­teo con quella ban­diera? Allora siamo alla per­ver­sione del senso ultimo della Resistenza.

La verità è che quella del gran muftì di allora è solo un pre­te­sto cap­zioso e stru­men­tale. Il vero scopo del pre­si­dente Paci­fici e di coloro che lo seguono — e addo­lora sapere che l’Aned con­di­vide que­sta scelta -, è quello di ser­vire pedis­se­qua­mente la poli­tica di Neta­nyahu, che con­si­ste nello scre­di­tare chiun­que sostenga le sacro­sante riven­di­ca­zioni del popolo pale­sti­nese. Per dare forza a que­sta pro­pa­ganda è dun­que neces­sa­rio stac­care la memo­ria della per­se­cu­zione anti­se­mita dalle altre per­se­cu­zioni del nazi­fa­sci­smo e soprat­tutto dalla Resi­stenza espressa dalle forze della sini­stra. È neces­sa­rio discri­mi­nare fra vit­tima e vit­tima israe­lia­niz­zando la Shoah e cor­to­cir­cui­tando la dif­fe­renza fra ebreo d’Israele ed ebreo della Dia­spora per pro­porre l’idea di un solo popolo non più tale per il suo legame libero e dia­let­tico con la Torah, il Tal­mud e il pen­siero ebraico, bensì un popolo tri­bal­mente legato da una terra, da un governo e dalla forza militare.

Se come temo, que­sto è lo scopo ultimo dell’abbandono del fronte anti­fa­sci­sta con il pre­te­sto che acco­glie la ban­diera pale­sti­nese, la scelta non potrà che por­tare lace­ra­zioni e scia­gure, come è voca­zione di ogni nazio­na­li­smo che non rico­no­sce più il valore dell’altro, del tu, dello stra­niero come figura costi­tu­tiva dell’etica mono­tei­sta ma vede solo nemici da sot­to­met­tere con la forza.

Il bollino dell’antimafia Fonte: il manifesto | Autore: Giuseppe Di Lello

Certificato-Antimafia-2012-300x300

Roberto Helg, un impren­di­tore, com­mer­ciante già fal­lito e in cat­tive acque, viene eletto alla pre­si­denza della Camera di com­mer­cio di Palermo: quanto a titoli di merito siamo messi male. Sele­zio­nato per quella carica va a parare come vice­pre­si­dente nel cda della Gesap che gesti­sce l’Aeroporto «Fal­cone e Bor­sel­lino» di Palermo e qui, giorni or sono viene inca­strato dai Cara­bi­nieri men­tre incassa una prima tran­che di maz­zetta su un totale di 100mila euro pat­tuiti per il rin­novo di un con­tratto per una pastic­ce­ria che opera nello scalo: estor­sione senza se e senza ma. Poco prima si era venuto a sapere che un altro espo­nente con­fin­du­striale anti­ma­fia doc, Anto­nello Mon­tante, dele­gato per Con­fin­du­stria Sici­lia all’Expo di Milano, era inda­gato per con­corso esterno. Non si sa nulla di spe­ci­fico su que­sto caso e per­tanto biso­gnerà atten­dere l’esito delle inda­gini: rimane però il fatto della pesante accusa.

I due, ma non solo loro, sono stati sem­pre impe­gnati in una fre­ne­tica atti­vità di pro­pa­ganda anti­ma­fia, con inter­venti pub­blici, sot­to­scri­zione di patti di lega­lità, codici etici, deca­lo­ghi com­por­ta­men­tali, con pub­bli­che ammi­ni­stra­zioni, comi­tati ed altro. Vi è da rile­vare come siano sorti ormai in Sici­lia e altrove vari cen­tri di «cer­ti­fi­ca­zione anti­ma­fia» con improv­vide con­ces­sione di «bol­lini» da affig­gere all’esterno di atti­vità com­mer­ciali e indu­striali per atte­starne l’estraneità al feno­meno del pizzo o della tan­gente. A que­sto punto c’è da chie­dere, chi vigila i vigi­lanti? Vi è, ovvia­mente, una corsa al bol­lino o alla cer­ti­fi­ca­zione che, il più delle volte, ven­gono con­cessi sulla base di una auto­cer­ti­fi­ca­zione non anco­rata a fatti spe­ci­fici di con­tra­sto ai feno­meni estor­sivi: se è così sem­plice iscri­versi all’antimafia, per­ché non farlo spe­cie se poi puoi tran­quil­la­mente con­ti­nuare a pagare il pizzo o sog­gia­cere muto all’estorsione?
Non me ne vor­ranno i let­tori del Mani­fe­sto se, pro­prio su que­sto punto, ho già ripor­tato un aned­doto nel numero del 6 luglio 2011 inti­to­lato «Le gang del par­tito degli one­sti». Traevo spunto da un appello che in quei giorni il neo segre­ta­rio del Pdl Ange­lino Alfano (ora mini­stro dell’interno) aveva rivolto ad una pla­tea festante di dele­gati del par­tito ai quali pro­po­neva di fon­dare nien­te­meno che un «Par­tito degli onesti».

La memo­ria mi era corsa a Enea Cava­lieri che nel 1876 nella intro­du­zione all’Inchiesta in Sici­lia di Son­nino e Fran­chetti così scri­veva: «Nel frat­tempo le agi­ta­zioni e le accuse par­ti­giane, ina­sprendo le già pro­fonde diver­genze sui metodi del Governo, ave­vano piom­bato sem­pre peg­gio il Paese e il Par­la­mento nella con­fu­sione e nell’irrequietezza; ed Erne­sto Nathan, nostro caro amico personale…obbedendo a con­cetti etici in lui pro­fon­da­mente radi­cati, pub­bli­cava in opu­scolo un appello per costi­tuire una Lega degli one­sti, la quale doveva far argine con­tro gli intri­ghi ed i fini loschi dei poli­ti­canti di mestiere. Per discu­tere sull’opportunità di asso­ciarsi a lui, Leo­poldo Fran­chetti mi invitò con Sid­ney Son­nino ad un con­ve­gno ospi­tale nella sua dimora di Firenze. Le dispo­si­zioni dei miei amici erano favo­re­voli: ma io obiet­tai subito che era pro­getto poco pra­tico, paren­domi chiaro che i meno one­sti sareb­bero stati i più fret­to­losi a voler far parte della Lega, men­tre poi non vedevo come si potesse riu­scire a respingerli».

Detto per inciso, saranno pro­prio Alfano e il suo par­tito ad esco­gi­tare allora scudi pro­tet­tivi per Ber­lu­sconi, pre­scri­zioni brevi, depe­na­liz­za­zione del falso in bilan­cio ed altre por­che­rie simili, men­tre oggi fanno muro con­tro tutto ciò che potrebbe ripor­tare quei prov­ve­di­menti alla nor­ma­lità costi­tu­zio­nale, ad un bri­ciolo di mora­lità nella vita pub­blica deva­stata dalla cor­ru­zione.
Leo­nardo Scia­scia con i suoi «pro­fes­sio­ni­sti dell’antimafia» aveva cen­trato il pro­blema anche se poi aveva cla­mo­ro­sa­mente sba­gliato gli esempi indi­can­doli allora in Leo­luca Orlando sin­daco di Palermo e Paolo Bor­sel­lino: sugli esempi fece ammenda, ma man­tenne ferma la dia­gnosi.
I bol­lini, le auto­cer­ti­fi­ca­zioni, gli elen­chi incon­trol­lati e incon­trol­la­bili degli anti­ma­fiosi doc sono ormai ciar­pame e biso­gna vol­tare pagina riap­pro­prian­dosi di una qual­che serietà nella scelta di esempi di anti­ma­fia vera, scelta fon­data sulla prassi, sui com­por­ta­menti che inci­dono real­mente in que­sta opera di con­tra­sto. Una indi­ca­zione ci potrebbe venire da quelle asso­cia­zioni anti­rac­ket che riu­ni­scono impren­di­tori che hanno denun­ciato gli estor­sori e hanno con­sen­tito con­danne in tri­bu­nale: in buona sostanza riva­lu­tare al mas­simo l’esperienza – ormai nazio­nale – di Tano Grasso e del suo movi­mento di Capo d’Orlando, e su que­sti eroi pro­fon­dere sostengo e risorse.

Qui le cose non vanno bene, come rac­con­tano le cro­na­che di impren­di­tori che, dopo la denun­cia, si vedono tagliare i fidi ban­cari, sce­mare le com­messe e, costretti a fal­lire o andar­sene altrove, dimo­strano a tutti che la mafia ha vinto e lo Stato ha perso. C’è un fiume di denaro che scorre nei conti di tanti comi­tati anti­ma­fia e mai si tro­vano risorse per aiu­tare fino in fondo que­sti poveri impren­di­tori e com­mer­cianti dalle vite distrutte. Ben ven­gano le inchie­ste della Com­mis­sione par­la­men­tare anti­ma­fia, meno bene ven­gano i ser­moni con­fin­du­striali se poi non sono in grado di ripu­lire i loro ran­ghi infetti prima che inter­ven­gano giu­dici e forze di poli­zia, per­ché è troppo sem­plice cac­ciare la mela mar­cia dopo una con­danna o un’ordinanza di custo­dia cau­te­lare.
Si cam­bierà verso? Per ora il pen­siero di Enea Cava­lieri e Leo­nardo Scia­scia resta l’unico valido e ci riem­pie di tri­stezza e di paura.

Syriza come il Brasile da: il manifesto

di Teodoro Andreadis Synghellakis – da il manifesto

L’anticipazione. «Governare non significa avere il potere. Siamo all’inizio di un processo di lotta. Come in Brasile col Pt, dobbiamo cercare di mantenere la coesione sociale». Tsipras tratteggia le caratteristiche di un potenziale governo di sinistra: «Ci saranno grandi trasformazioni e la priorità, in questo momento, è la fine dell’austerità». Il 25 gennaio la Grecia vota.

Teo­doro Andrea­dis Syn­ghel­la­kis, greco ma quasi dalla nascita resi­dente in Ita­lia dove i suoi geni­tori si erano rifu­giati durante la dit­ta­tura, ha scritto un libro – «Ale­xis Tsi­pras. La mia sini­stra» – che con­tiene una assai inte­res­sante inter­vi­sta con il lea­der di Siryza che qui si sof­ferma soprat­tutto sulla natura del nuovo par­tito che la sini­stra greca ha saputo darsi.

La pre­fa­zione al volume – che sarà nelle libre­rie da gio­vedì 15 — è di Ste­fano Rodotà e con­tiene anche i giu­dizi di un certo numero di pro­ta­go­ni­sti della poli­tica ita­liana. Ve ne diamo, in ante­prima, alcuni stralci.

Il raf­for­za­mento della sini­stra è ancora un pro­cesso in divenire?
Dovremo sem­pre tenere a mente che abbiamo l’obbligo di susci­tare tra i nostri soste­ni­tori una presa di coscienza sem­pre più demo­cra­tica, radi­cale, pro­gres­si­sta. Non pos­siamo per­met­terci il lusso di igno­rare il fatto che gran parte della società greca, e anche una per­cen­tuale di nostri soste­ni­tori, abbiano assor­bito idee con­ser­va­trici; che c’è stato un tipo di pro­gresso il quale aveva come punto di rife­ri­mento la conservazione.
Dob­biamo, inol­tre, sepa­rare il signi­fi­cato che ha un governo della Sini­stra, da un rischio di abuso di potere da parte della Sini­stra. Il potere è una cosa più com­plessa, che non viene eser­ci­tata solo da chi governa. È qual­cosa che ha a che fare anche con le strut­ture sociali, con chi con­trolla i mezzi di pro­du­zione. Noi riven­di­che­remo il governo del paese, così da poter dare avvio – da una posi­zione di forza – a quella grande bat­ta­glia ideo­lo­gica e anche sociale che por­terà a cam­bia­menti e tra­sfor­ma­zioni i quali daranno il potere alla mag­gio­ranza dei cit­ta­dini, sot­traen­dolo alla minoranza.
Ma la gente deve com­pren­dere bene che il fatto che Syriza andrà al governo non signi­fica auto­ma­ti­ca­mente che il potere pas­serà al popolo. Signi­fica, invece, che ini­zierà un pro­cesso di lotta, un lungo cam­mino che por­terà anche a delle con­trap­po­si­zioni – un cam­mino non sem­pre lineare – ma che verrà sicu­ra­mente carat­te­riz­zato dal con­ti­nuo sforzo di Syriza per riu­scire a con­vin­cere delle forze ancora più vaste, per accre­scere la sua dina­mica mag­gio­ri­ta­ria ed il con­senso verso il suo pro­gramma, con l’appoggio di forze sociali sem­pre più ampie.
Tutto que­sto, per riu­scire a com­piere passi in avanti asso­lu­ta­mente neces­sari. Sto descri­vendo un cam­mino che in que­sto periodo, seguono molti par­titi e governi di sini­stra in Ame­rica Latina, anche se mi rendo conto che, in parte, si tratta di una realtà che può risul­tare estra­nea alla quo­ti­dia­nità europea.
So bene che la grande domanda che pro­voca un inte­resse cosi forte nei nostri con­fronti, è come tutto ciò potrà diven­tare realtà nel con­te­sto della glo­ba­liz­za­zione e all’interno dell’Unione Euro­pea, visto che la Gre­cia non è un gio­ca­tore solitario.

Si tratta di una realtà che negli ultimi anni pone anche delle forti limi­ta­zioni, dal punto di vista economico…
Asso­lu­ta­mente. Ed è per que­sto, tut­ta­via, che io credo che la con­di­tio sine qua non per­ché Syriza possa con­ti­nuare a seguire un cam­mino frut­tuoso, è che rie­sca a con­qui­stare, da una parte il con­senso della mag­gio­ranza della società greca e dall’altra, a garan­tirsi un appog­gio mag­gio­ri­ta­rio anche in tutta Europa.
È chiaro che la prio­rità, in que­sto momento, non è il socia­li­smo, ma è pro­prio la fine dell’austerità (…)

Il fatto che gli elet­tori di Syriza pro­ven­gano sia dall’area comu­ni­sta che da quella del cen­tro pro­gres­si­sta è una risorsa o un problema?
Credo che Syriza sia riu­scito ad arri­vare dal 4% al 27% per­ché abbiamo avuto la capa­cità poli­tica di indi­vi­duare in modo molto veloce i cam­bia­menti poli­tici e sociali che hanno pro­vo­cato la crisi.
Intendo lo sbri­cio­la­mento, la distru­zione dei sog­getti sociali cau­sata dalla poli­tica dei memorandum.
Allo stesso tempo, abbiamo offerto una via di uscita poli­tica a tutti i cit­ta­dini che ave­vano l’esigenza di potersi espri­mere per fer­mare que­sto pro­cesso di distru­zione. Ci siamo tro­vati, quindi, in modo quasi “vio­lento”, repen­tino, dal 4% al 27%, e que­sta “vio­lenza” ci mette ancora alla prova, per­ché ci costringe, comun­que, a cam­biare orien­ta­mento. Abbiamo avuto l’istinto di com­pren­dere, espri­mere e rap­pre­sen­tare gli inte­ressi dei gruppi sociali che erano rima­sti senza alcuna rap­pre­sen­tanza poli­tica, senza una casa, ma devo con­fes­sare che non ave­vamo la cul­tura pro­pria di un par­tito che riven­dica il potere.
C’eravamo schie­rati, ritro­vati tutti a Sini­stra – anche io, ovvia­mente – ave­vamo accet­tato e soste­nuto un modo di vita, che aveva a che fare, prin­ci­pal­mente, con la resi­stenza, con la denun­cia ed un approc­cio teo­rico ten­dente ad una società “altra”.
Non c’eravamo con­fron­tati, però, con il biso­gno pra­tico di aggiun­gere ogni giorno un pic­colo mat­tone per poter costruire que­sta società di cui par­la­vamo, spe­cie in un momento dif­fi­cile come quello che stiamo vivendo.
Se domani Syriza sarà chia­mata a gover­nare, sarà obbli­gata ad affron­tare una situa­zione sociale, una realtà dram­ma­tica: la disoc­cu­pa­zione reale al 30%, una povertà dif­fusa, una base pro­dut­tiva pra­ti­ca­mente distrutta. E si trat­terà – fuor di dub­bio – di una scom­messa enorme, anche que­sta di por­tata storica.
Si potrebbe dire che sarà una scom­messa simile a quella del Bra­sile di Lula, quando venne eletto presidente.
Noi, intendo la Sini­stra nel suo com­plesso, dob­biamo cer­care (senza tro­varci nella dif­fi­ci­lis­sima posi­zione e nel ruolo del capro espia­to­rio), di riu­scire a man­te­nere la coe­sione dei gruppi sociali, all’interno di un pro­getto di rico­stru­zione pro­dut­tiva, di demo­cra­tiz­za­zione e di uscita dalla crisi. Ed è un’impresa molto difficile.

Guar­dando tutto ciò anche da fuori, si può guar­dare in que­sto momento a Syriza quasi come ad un caso unico, dal momento che non appar­tiene alla fami­glia della social­de­mo­cra­zia, non si iden­ti­fica nelle posi­zioni dei par­titi tra­di­zio­nal­mente comu­ni­sti e sta cer­cando di trac­ciare una strada nuova, creando un spa­zio nuovo tra que­ste due grandi fami­glie. Si potrebbe par­lare di un espe­ri­mento che cerca di rifor­mare le posi­zioni della Sini­stra, tenendo insieme, appunto, i suoi “punti forti” e il biso­gno di modernità?
Pos­siamo dire che è cosi, ma si tratta di un pro­cesso che è ini­ziato da metà degli anni Novanta, quando in Gre­cia è stata creata la Coa­li­zione della Sini­stra e del Pro­gresso, Syna­spi­smòs. Par­liamo del periodo in cui, in Europa, una serie di par­titi post comu­ni­sti – dopo la caduta del Muro di Ber­lino – cer­ca­vano di apporre il loro tratto ideo­lo­gico e poli­tico, andando oltre i con­fini della social­de­mo­cra­zia e della strada seguita sino ad allora dai par­titi di area comu­ni­sta. È in quel periodo che si è for­mato anche il Par­tito della Sini­stra Euro­pea che com­pren­deva e con­ti­nua a com­pren­dere anche alcuni par­titi comu­ni­sti. Sono dei par­titi, tut­ta­via, che hanno com­piuto una seria auto­cri­tica riguardo al periodo sta­li­ni­sta ed hanno rin­no­vato il loro modo di inter­pre­tare ed ela­bo­rare la realtà. Tra i mem­bri del Par­tito della Sini­stra Euro­pea, ovvia­mente, ci sono anche forze come Syriza, la coa­li­zione in cui si è tra­sfor­mato Synaspismòs.
Ana­liz­zando la cosa, qual­cuno potrebbe dire che que­sto tratto ideo­lo­gico è riu­scito a rag­grup­pare delle forze appar­te­nenti a una Sini­stra inde­bo­lita ed in disfa­ci­mento, che non riu­sciva a supe­rare il 6 o 7%. Ora, però, Syriza sta riven­di­cando la guida della Gre­cia, il governo del paese. Io vedo come una cosa estre­ma­mente posi­tiva il fatto che il nostro sia un par­tito gio­vane ma con alle spalle, tut­ta­via, una lunga tra­di­zione. Le sue radici affon­dano nel secolo pas­sato, ma quello che abbiamo, appunto, è un par­tito giovane.
Altret­tanto posi­tivo è il fatto che non appar­tenga al blocco di forze le quali con­ti­nuano a seguire l’ortodossia comu­ni­sta, e che non fac­cia parte della fami­glia socialdemocratica.
Stiamo par­lando, ovvia­mente, di una social­de­mo­cra­zia che oggi è parte inte­grante della crisi in atto e che ha una grande respon­sa­bi­lità per lo stato in cui si è venuta a tro­vare l’Europa.
È una social­de­mo­cra­zia “gene­ti­ca­mente modi­fi­cata”, che ha adot­tato quasi tutti i credo neo­li­be­ri­sti. In que­sto senso, quindi, potremmo dire che tanto Syriza quanto gli altri par­titi della nuova Sini­stra dell’Europa non por­tano sulle spalle il peso dei “pec­cati ori­gi­nali” di alcune forze che appar­ten­gono alla nostra tra­di­zione. Con­tem­po­ra­nea­mente, non sono nean­che respon­sa­bili dei grandi delitti per­pe­trati dalla social­de­mo­cra­zia nel periodo che stiamo vivendo.
Siamo in grado, cioè, di offrire una pro­spet­tiva più ampia, di cata­liz­zare ed unire forze ancora mag­giori, rispetto a quelle rag­grup­pate, tra­di­zio­nal­mente, dalle forze del blocco socialista.
A chi è solito sot­to­li­neare che siamo un par­tito filoeu­ro­peo – il quale com­prende la situa­zione che si è venuta a creare con la realtà data della glo­ba­liz­za­zione – ma non appar­te­niamo a nes­suna grande fami­glia poli­tica dell’Europa, vor­rei ricor­dare que­sto: nel 1981, anche il Par­tito Socia­li­sta del Pasok, di Andreas Papan­dreou, si tro­vava esat­ta­mente nella nostra stessa situa­zione: non appar­te­neva, in realtà, né all’Internazionale Socia­li­sta, né ai par­titi social­de­mo­cra­tici e nean­che alla sini­stra socialista.

TEODORO ANDREADIS SYNGHELLAKIS

da il manifesto

Centosette morti alla Marlane, ma «il fatto non sussiste» | Fonte: il manifesto | Autore: Claudio Dionesalvi

«Il fatto non sus­si­ste». Nes­suno è col­pe­vole della lenta car­ne­fi­cina che sarebbe avve­nuta nella fab­brica tes­sile Mar­lane di Praia, in pro­vin­cia di Cosenza. Non esi­ste un nesso di causa ed effetto tra le sostanze tos­si­che ina­late e le decine di tumori con­tratti dai 107 ope­rai che all’interno della fab­brica hanno lavo­rato per anni. Non ci sono respon­sa­bi­lità tra quanti avreb­bero dovuto vigi­lare e garan­tire minime con­di­zioni di sicurezza.

A sta­bi­lirlo, dopo un lungo e tor­men­tato dibat­ti­mento e una camera di con­si­glio pro­trat­tasi fino a tarda sera, è stato il tri­bu­nale di Paola che ieri ha assolto tutti gli impu­tati, tra cui il diri­gente di fab­brica non­ché già sin­daco di Praia a Mare, Carlo Lomo­naco. Assolto anche il padrone dell’azienda, il Conte Pie­tro Marzotto.

Cadono dun­que nel vuoto le denunce dei comi­tati ambien­ta­li­sti del Tir­reno cosen­tino e dei fami­liari delle vit­time, a lungo igno­rati dalle isti­tu­zioni pre­po­ste al con­trollo del ter­ri­to­rio e dai sin­da­cati con­fe­de­rali. Il pro­cesso di primo grado non ha accolto le richie­ste della pub­blica accusa che aveva richie­sto pene pesanti per 7 diri­genti e per il tito­lare della fab­brica, impu­tati a vario titolo dei reati di disa­stro ambien­tale, omi­ci­dio col­poso plu­rimo e lesioni gravissime.

Lacrime di rab­bia, urla di indi­gna­zione hanno attra­ver­sato le strade di Paola subito dopo la let­tura della sentenza.

Lunga e tra­va­gliata è stata la vicenda Mar­lane. Durante tutto il pro­cesso, un pre­si­dio per­ma­nente ha sta­zio­nato nei pressi del tri­bu­nale, denun­ciando a gran voce il rischio che un’eventuale pre­scri­zione ponesse gli impu­tati al riparo da pos­si­bili con­danne. La sen­tenza di ieri suona come un’ulteriore beffa per quanti hanno perso la vita, la salute, gli affetti.

Un anno fa Eni-Marzotto aveva rag­giunto un accordo con i fami­liari degli ope­rai dece­duti, otte­nendo la revoca delle costi­tu­zioni di parti civili. Circa sette milioni di euro sareb­bero stati ver­sati com­ples­si­va­mente ai con­giunti delle vit­time ed ai loro avvo­cati. Cia­scuna parte civile ha rice­vuto una somma oscil­lante tra le 20mila e le 30mila euro. Se sull’entità del risar­ci­mento si rag­giunse un accordo, invece in merito alle respon­sa­bi­lità penali ovvia­mente il pro­ce­di­mento è andato avanti, fino al ver­detto di ieri. Per cono­scere nel det­ta­glio le moti­va­zioni che hanno spinto la corte ad assol­vere gli impu­tati, biso­gnerà atten­dere il depo­sito della sen­tenza. Nella requi­si­to­ria della pub­blica accusa, l’arco delle respon­sa­bi­lità si pre­sen­tava ampio. A pro­vo­care danni irre­ver­si­bili alla salute umana ed all’ambiente, secondo il pm, sarebbe stato l’uso di colo­ranti azoici nella fase di pro­du­zione. E, ancora, l’amianto pre­sente sui freni dei telai. Infine, da non sot­to­va­lu­tare la que­stione del pre­sunto sver­sa­mento delle diverse ton­nel­late di rifiuti indu­striali mai smal­tite, che a parere della pub­blica accusa sareb­bero state sep­pel­lite impu­ne­mente nella zona cir­co­stante, a poche decine di metri dal cen­tro abi­tato e da uno dei tratti bal­neari più rino­mati della costa tir­re­nica cala­brese, di fronte alla mera­vi­gliosa isola di Dino.

La sen­tenza di ieri rap­pre­senta una pro­fonda delu­sione per ope­rai corag­gio­sis­simi come Luigi Pac­chiano ed Alberto Cunto, ma soprat­tutto per gli atti­vi­sti della costa tir­re­nica cosen­tina. Anzi­tutto lo scrit­tore Fran­ce­sco Cirillo che a que­sta vicenda ha dedi­cato accu­rate con­tro­in­chie­ste, sfi­dando il clima di osti­lità che si sca­tena ogni qual volta qual­cuno denunci l’impatto deva­stante dell’industrializzazione nel sud Ita­lia e in altre regioni del Paese. Vani­fi­cato anche il ruolo della pro­cura di Paola.

Negli uffici diretti dal pro­cu­ra­tore Bruno Gior­dano, a par­tire dalla seconda metà del decen­nio scorso, sono state avviate inchie­ste giu­di­zia­rie impor­tanti su reati ambien­tali di enorme gra­vità, come quelle sulle navi dei veleni, la cemen­ti­fi­ca­zione dei corsi d’acqua, il man­cato smal­ti­mento dei fan­ghi da depu­ra­zione, l’inquinamento di un mare che di fatto oggi non è più bal­nea­bile per decine di chilometri.

Renzi, il nuovo «populismo» finanziario Fonte: Il Manifesto | Autore: Marco Bascetta

Ai tempi del suo indi­scusso pro­ta­go­ni­smo, sull’altalena dello spread ci si acca­lo­rava in ogni bar d’Italia tanto quanto sul cam­pio­nato di cal­cio. Eppure si trat­tava di un argo­mento non privo di risvolti meta­fi­sici e di com­pli­ca­zioni tecniche.Le riforme isti­tu­zio­nali non sem­brano godere di altret­tanto suc­cesso di pub­blico. Non capita spesso in un auto­bus affol­lato o tra gli avven­tori di un caffè di cogliere appas­sio­nate discus­sioni sulle com­pe­tenze del senato della repub­blica o i premi di mag­gio­ranza. La spie­ga­zione più ovvia e dif­fusa è che la vita quo­ti­diana dei più impone pre­oc­cu­pa­zioni e urgenze assai diverse dal ridi­se­gno delle archi­tet­ture istituzionali.

Para­dos­sal­mente, tut­ta­via, il gene­rale fasti­dio dei cit­ta­dini per que­sti temi fini­sce con l’entrare in con­so­nanza pro­prio con quel deci­sio­ni­smo ren­ziano che ne san­ci­sce l’assoluta prio­rità. Come si spiega que­sta sin­go­lare combinazione?

In primo luogo l’insofferenza riguarda soprat­tutto il pro­trarsi di una discus­sione rite­nuta del tutto irri­le­vante per le con­di­zioni di vita impo­ste dalla crisi. Da cui con­se­gue una natu­rale pro­pen­sione per chi, pur avendo capar­bia­mente posto la que­stione, intenda tagliar corto e pas­sare oltre. Anche se di que­sto “oltre” non si per­ce­pi­sce alcun indi­zio con­so­lante. Su simili stati d’animo Renzi può senz’altro con­tare nono­stante il fatto che buona parte degli “insof­fe­renti” si ten­gono sem­pre più spesso e volen­tieri alla larga dalle urne.
All’attuale pre­mier si deve rico­no­scere il fatto di avere preso sul serio più di chiun­que altro la “crisi della rap­pre­sen­tanza” e il suo radi­ca­mento strut­tu­rale nell’economia libe­ri­sta e nelle forme sociali che ne sono per­vase. E di avere avviato una sta­gione poli­tica che si pro­pone il nean­che tanto pro­gres­sivo sman­tel­la­mento della rap­pre­sen­tanza e del suo uni­verso pro­ce­du­rale. Anche se, a onor del vero, molti si sono pro­di­gati negli ultimi trent’anni ad aprir­gli la strada e oggi trovi al suo fianco quella vec­chia destra comu­ni­sta che la demo­cra­zia l’ha sem­pre intesa come ordine e disci­plina. Si per­dono ormai nella notte dei tempi le prime allar­mate denunce dell’eccessivo ricorso ai decreti legge in nome della cra­xiana “governabilità”.

La sini­stra più tra­di­zio­nale ha sem­pre for­te­mente sot­to­va­lu­tato il pro­blema, rite­nendo che quella crisi fosse dovuta a stor­ture ed errori poli­tici che pote­vano essere cor­retti. Non si con­tano gli appelli a «ritor­nare tra i cit­ta­dini e i loro pro­blemi quo­ti­diani», non­ché le auto­cri­ti­che di maniera della cosìd­detta “casta”. Fatto sta che la sini­stra si è illusa (e ha illuso) che la rap­pre­sen­tanza potesse essere rista­bi­lita dalla “buona poli­tica” senza tener conto del fatto che la com­po­si­zione sociale su cui pog­giava la demo­cra­zia rap­pre­sen­ta­tiva del dopo­guerra era ormai com­ple­ta­mente sba­ra­gliata. Pre­ten­dendo che la demo­cra­zia potesse essere sal­va­guar­data, e addi­rit­tura estesa, senza toc­care gli inte­ressi domi­nanti (di cui oggi si nega per­fino l’esistenza) e la sem­pre più evi­dente strut­tura oli­gar­chica della società, la quale non avrebbe sop­por­tato nean­che il più pal­lido riflesso della tra­di­zione social­de­mo­cra­tica. Per non par­lare del sistema fiscale più ini­quo del mondo che stran­gola i ceti medi e medio-bassi, allar­gando a dismi­sura la for­bice sociale. In que­ste con­di­zioni era ine­vi­ta­bile che la reto­rica della rap­pre­sen­tanza venisse vis­suta come lo stru­mento di auto­con­ser­va­zione di una classe poli­tica meri­te­vole di “rot­ta­ma­zione”. Mat­teo Renzi, forse più per istinto che per ragio­na­mento poli­tico, non solo ha preso sul serio la crisi della rap­pre­sen­tanza, ma la pra­tica e cerca di darle una forma che la porti a com­pi­mento, avendo buon gioco nell’indicare l’illusorietà di qua­lun­que ipo­tesi di ritorno al pas­sato. In que­sto è all’altezza dei tempi e in que­sto trova la sua forza.

Vi è tut­ta­via, nella sua poli­tica, un ele­mento di debo­lezza altret­tanto deci­sivo. Si imputa spesso al capo del Pd di essere un popu­li­sta. Il ter­mine viene usato fre­quen­te­mente a spro­po­sito. Ma gene­ral­mente con lo scopo di sot­to­li­neare l’enfasi posta sul rap­porto diretto tra il lea­der e gli elet­tori (il cosìd­detto “popolo sovrano”) smi­nuendo il ruolo delle isti­tu­zioni e della col­le­gia­lità par­ti­tica; per indi­care il ruolo deci­sivo del talento e delle stra­te­gie media­ti­che, non­ché la capa­cità dema­go­gica di indi­vi­duare quelle misure che con poca spesa, e ancor meno sostanza, pos­sano garan­tire il mas­simo del consenso.

Anche il popu­li­smo sto­rico e il fasci­smo (che pure non è inte­ra­mente sovrap­po­ni­bile al primo) si nutri­vano di que­sti ele­menti. Tut­ta­via si trat­tava di espres­sioni poli­ti­che stret­ta­mente legate a un con­te­sto di eco­no­mia indu­striale e di moder­niz­za­zione dell’agricoltura e delle infra­strut­ture. Alla reto­rica nazio­nal­po­po­lare e alla tra­sfor­ma­zione auto­ri­ta­ria del sistema poli­tico si accom­pa­gna­vano impo­nenti rea­liz­za­zioni di carat­tere mate­riale o sociale (boni­fi­che, colo­nie, indu­strie sta­tali, edi­li­zia, pre­vi­denza, per non dire del riarmo). Que­sta base mate­riale man­che­rebbe quasi inte­ra­mente al cosìd­detto popu­li­smo con­tem­po­ra­neo. Le pro­ie­zioni eco­no­mi­che e l’andamento di tutti gli indi­ca­tori lo esclu­dono in maniera piut­to­sto netta. Gli scarni dati su una lieve fles­sione della disoc­cu­pa­zione e le discu­ti­bili misure “svi­lup­pi­ste” pro­messe non sem­brano capaci di inci­dere in nes­sun modo sulla ten­denza alla sta­gna­zione e all’impoverimento. Cosic­ché di “popu­li­smo” non sarebbe pro­ba­bil­mente il caso di parlare.

Tut­ta­via, abban­do­nando ogni rife­ri­mento impro­prio ai pre­ce­denti sto­rici e rife­ren­dosi esclu­si­va­mente a quelle carat­te­ri­sti­che che molti riten­gono acco­mu­nare Renzi a Ber­lu­sconi ci si potrebbe doman­dare se possa darsi una forma di “popu­li­smo” nel tempo del capi­ta­li­smo finan­zia­rio e in cosa si distin­gua da quello cre­sciuto nel e col capi­ta­li­smo indu­striale. Azzar­diamo una rispo­sta prov­vi­so­ria: il “popu­li­smo”, nel senso restrit­tivo che abbiamo indi­cato, può darsi oggi nei ter­mini di una “bolla spe­cu­la­tiva”. Inten­dendo con que­sto un pac­chetto “tos­sico” di pro­messe e di pro­spet­tive, di sug­ge­stioni e di esi­bi­zioni capace di ren­dersi cre­di­bile, appe­ti­bile e facil­mente spen­di­bile sul mer­cato poli­tico, indi­pen­den­te­mente dai suoi con­te­nuti mate­riali, qua­lora ve ne siano. Il che non signi­fica affatto che si tratti di un feno­meno effi­mero che si sgon­fierà lasciando le cose come le ha tro­vate. Non è così in eco­no­mia e non è così in poli­tica, come l’esperienza del ven­ten­nio ber­lu­sco­niano ci ha dimo­strato. Ed esat­ta­mente come accade nel capi­ta­li­smo finan­zia­rio, l’esplosione di una bolla ne genera un’altra. Con carat­te­ri­sti­che diverse, ma con il mede­simo scopo: l’accumulazione di denaro o l’accumulazione di potere.

Lasciando ogni volta sul ter­reno non poche vit­time. Così quando la “bolla” ren­ziana, del tutto priva di risorse, scop­pierà sbat­tendo con­tro que­sto o quello spun­zone, non vuol dire che lascerà spa­zio alla restau­ra­zione di una rap­pre­sen­tanza che ha perso la sua base sociale. La difesa degli equi­li­bri isti­tu­zio­nali del dopo­guerra senza un pro­gramma poli­tico che incida sulle con­di­zioni di vita e i rap­porti sociali, senza atten­zione all’affermarsi di nuove sog­get­ti­vità che poco ne erano garan­tite, sconta un livello di astra­zione eguale e con­tra­rio al deci­sio­ni­smo che si accinge a rot­ta­marli sulla base di una misti­fi­ca­zione gene­ra­zio­nale, senza sfio­rare i rap­porti di forze che si sono con­so­li­dati nel corso della crisi.

La lettera aperta di Mussi a Migliore e a chi vuole uscire da Sel da: il manifesto

Sinistra e libertà. La lettera aperta di Fabio Mussi a Migliore, Di Salvo, Fava e quanti sono con loro o intendano seguirli

Cari Gen­naro, Titti, Clau­dio, e cari com­pa­gni che avete lasciato Sel o che medi­tate di farlo,

non vi dico delle tele­fo­nate, della delu­sione, dello sgo­mento. Lo sapete cer­ta­mente. In que­ste ore dif­fi­cili non smette di girarmi per la testa la nota frase di Tal­ley­rand: “E’ più che un cri­mine, è un errore”. Cri­mine no, siamo in tempi di scelte poli­ti­che libere, non esi­stono fedeltà e tra­di­menti, e il senso di comu­nità e appar­te­nenza ognuno libe­ra­mente lo gra­dua. Ma un errore sì, un errore grave, anche dal punto di vista degli argo­menti vostri.

Non posso dav­vero cre­dere che la ragione sca­te­nante di una così pesante deci­sione sia que­sta o quella frase pro­nun­ciata da Ven­dola o da chic­ches­sia. Farei torto alla vostra intel­li­genza e alla vostra espe­rienza. La que­stione che è sul tavolo, come voi stessi affer­mate, ha nome e cognome: si chiama Pd e governo.

Non trovo legit­timo rap­pre­sen­tare Sel come un covo di estre­mi­sti; trovo legit­timo pro­porre che Sel sostenga il governo Renzi, e magari con­flui­sca nel Pd.

Il “renzismo non è l’alfa e l’omega di tutte le italiane sinistre

Non lo con­di­vido, ma capi­sco si possa pen­sare che ciò cam­bie­rebbe qual­cosa negli assetti poli­tici ita­liani. Credo che cam­bie­rebbe poco o niente, se restasse l’asse tra Pd e Ncd di Alfano, e penso anche che il “ren­zi­smo” non sia desti­nato a con­te­nere l’Alfa e l’Omega di tutte le ita­liane sini­stre tran­sa­tlan­ti­che. Mi sarebbe pia­ciuto discu­terne aper­ta­mente, magari sul testo di una qual­che mozione pre­sen­tata al nostro recente Con­gresso. L’avrei con­tra­stata, comun­que l’avrei rite­nuta e la ritengo una posi­zione legittima.

Ma voi, cari com­pa­gni, avete fatto tutt’altro: tra­sfor­mando una nor­male valu­ta­zione del gruppo su un prov­ve­di­mento (il decreto degli 80 euro) in un’Autodafè, avete inne­scato un esodo di par­la­men­tari verso la mag­gio­ranza. E alla Camera, dove i numeri – anche gra­zie al pre­mio di mag­gio­ranza che esat­ta­mente i voti di Sel fecero scat­tare — sono per il governo abbondantissimi.

Il vostro sostegno al Pd è politicamente ininfluente

A parte la tri­stezza per il Ritorno del Sem­pre Uguale, nella poli­tica e nella sini­stra ita­liana, il fatto è poli­ti­ca­mente inin­fluente. Che senso ha? Il risul­tato più pro­ba­bile è che con­tino zero quelli che vanno. E quelli che restano.

Di più: ho l’impressione che il Pd sia da que­sta mossa più imba­raz­zato che entu­sia­sta, e non solo nella sua ala sinistra.

Un errore poli­tico. Una mossa priva di senso politico.

La legi­sla­tura durerà pro­ba­bil­mente fino al 2018. C’è tempo. Non siamo, certo, in que­sti anni, riu­sciti a costruire la sini­stra che vole­vamo. Ma Sel ha più di un milione di voti, più di 40 par­la­men­tari, tanti valenti ammi­ni­stra­tori locali (e nes­suno ha dimen­ti­cato il con­tri­buto nostro alla scelta e alla ele­zione di Pisa­pia, Doria, Zedda) che hanno aggiunto valore alla bat­ta­glia del cen­tro­si­ni­stra. Abbiamo aperto una inter­lo­cu­zione con mondi impor­tanti par­te­ci­pando alla impresa della lista “L’Altra Europa per Tsi­pras” (che ha fatto il quo­rum). Uniti pos­siamo eser­ci­tare una fun­zione, stando all’opposizione, con testa e cul­tura di governo (ma ça va sans dire, ver­rebbe da sot­to­li­neare ad uno che viene dalla sto­ria mia e di molti di voi). Votando a favore di quel che ci piace e con­tro quello che non ci piace. Potendo infine trarre un bilan­cio più serio e medi­tato dell’azione del governo e del Pd nuova gestione.
Tanto più che, quando si for­mano par­titi “della Nazione”, per il bene della Nazione mede­sima, qua­lora non ce ne fos­sero, biso­gne­rebbe subito fon­darne altri: l’opposizione è una fun­zione essen­ziale del governo demo­cra­tico delle Nazioni.

E’ vero che “solo i cretini non cambiano mai idea”, ma è vero anche che bisogna resistere almeno un po’ alla tentazione di cambiarla troppo spesso

Per quanto mi riguarda i risul­tati della legi­sla­tura si misu­re­ranno su tre assi: occu­pa­zione e diritti del lavoro; livello di dise­gua­glianza; con­di­zioni eti­che e demo­cra­ti­che della Repub­blica. Pas­sai all’opposizione dei Ds quando Blair ne diventò la stella polare (e non vi dico il mio sba­lor­di­mento nel veder­melo riven­duto vent’anni dopo come l’ultima novità, per­sino dopo i bei risul­tati in Iraq).

Non ade­rii, con molti altri, al Pd, par­tendo dall’idea che è neces­sa­rio eser­ci­tare una più alta cri­tica della glo­ba­liz­za­zione e del capi­ta­li­smo finan­zia­riz­zato (ed era­vamo alla vigi­lia della grande crisi che ha inve­stito il mondo come una tem­pe­sta, e ripor­tato l’Italia trent’anni indietro).

E’ vero che “solo i cre­tini non cam­biano mai idea”, ma è vero anche che biso­gna resi­stere almeno un po’ alla ten­ta­zione di cam­biarla troppo spesso. Ma ora biso­gna darsi il tempo, agendo, di poter meglio valu­tare. Usando e non disper­dendo la forza, per quanto pic­cola, di cui disponiamo.

Posso spe­rare di con­vin­cervi a pren­dere almeno una pic­cola pausa di riflessione?

Vostro

Fabio Mussi

Testo apparso sul sito di Sini­stra eco­lo­gia e libertà sabato 21 giu­gno 2014

Nasce nel segno dell’estrema destra il gruppo europeo di Grillo e Farage | Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

Si tinge sem­pre più di nero l’alleanza euro­pea del Movi­mento 5 Stelle. Alla vigi­lia di un nuovo incon­tro tra Beppe Grillo e l’euroscettico bri­tan­nico Nigel Farage, che dovrebbe svol­gersi oggi a Bru­xel­les, pro­prio il lea­der dell’Ukip ha annun­ciato ieri di aver rag­giunto i numeri suf­fi­cienti per for­mare un gruppo auto­nomo in seno al par­la­mento europeo.Dopo giorni di intense quanto riser­vate trat­ta­tive, Farage che già pre­sie­deva nella pre­ce­dente legi­sla­tura il mede­simo gruppo — Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, Efd che all’epoca com­pren­deva, tra gli altri, la Lega Nord e i popu­li­sti di estrema destra del Par­tito del popolo danese e dei Veri fin­lan­desi -, ha reso noto l’esito posi­tivo dei col­lo­qui intra­presi con diverse for­ma­zioni e anche con sin­goli eurodeputati.

Accanto a quelli dell’Ukip e del M5S, con­flui­ranno nel nuovo rag­grup­pa­mento gli eletti dell’Unione dei Verdi e degli Agri­col­tori let­toni, quelli del Par­tito dei liberi cit­ta­dini della Repub­blica Ceca, ma soprat­tutto quelli del movi­mento lituano Ordine e giu­sti­zia, l’estrema destra dei Demo­cra­tici Sve­desi, oltre alla depu­tata fran­cese Joëlle Ber­ge­ron, eletta con il Front Natio­nal di Marine Le Pen. In totale, qua­ran­totto depu­tati che si riu­ni­ranno per la prima volta a Bru­xel­les mar­tedì 24 giugno.

Se Grillo parla, quanto alla for­ma­zione del gruppo, di «una grande vit­to­ria per la demo­cra­zia diretta, i cit­ta­dini hanno scelto i loro por­ta­voce e hanno detto loro dove sedere nel Par­la­mento euro­peo», men­tre Farage si dice «orgo­glioso di avere for­mato que­sto gruppo, mal­grado la forte oppo­si­zione poli­tica che abbiamo incon­trato per farlo», non può sfug­gire come l’asse di que­sta alleanza muova da destra per arri­vare fino alle posi­zioni del radi­ca­li­smo nero. E non è tutto.

Se let­toni e cechi si situano infatti tra l’euroscetticismo e la destra ultra­con­ser­va­trice, già la pat­tu­glia di Ordine e giu­sti­zia, gui­data dall’ex pre­mier ed ex pre­si­dente lituano Rolan­das Pak­sas è schie­rata su posi­zioni più che nazio­na­li­ste. Ma soprat­tutto, Pak­sas è stato desti­tuito nel 2004 dalla sua carica pre­si­den­ziale in seguito ad un pro­nun­cia­mento della Corte costi­tu­zio­nale lituana, e un con­se­guente voto del par­la­mento di Vil­nius, per aver intrat­te­nuto rela­zioni rego­lari con il discusso uomo d’affari russo Yuri Bori­sov, il mag­gior finan­zia­tore della sua cam­pa­gna elet­to­rale, cui ha anche con­cesso, pare in modo arbi­tra­rio, la cit­ta­di­nanza del pic­colo paese bal­tico.
Ma ciò che col­pi­sce di più nel nuovo pro­filo dell’eurogruppo Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, è il fatto che sia Farage che Grillo ave­vano più volte rifiu­tato ogni rap­porto con il Front Natio­nal fran­cese, men­tre invece oggi è gra­zie allo scranno occu­pato da Joëlle Ber­ge­ron, 63 anni eletta a Lorient, in Bre­ta­gna, nelle file fron­ti­ste, che la loro alleanza può tra­sfor­marsi in qual­cosa di con­creto. Si è detto che Ber­ge­ron avrebbe rotto con la lea­der­ship del Front per alcune sue dichia­ra­zioni in favore del voto ammi­ni­stra­tivo degli immi­grati, comu­ni­tari. Ma in realtà, come ampia­mente ripor­tato dalla stampa d’oltralpe, il vero casus belli che l’ha oppo­sta a Marine Le Pen è il suo rifiuto di cedere il seg­gio a Gil­les Pen­nelle, capo­fila bre­tone dell’estrema destra, come era stato con­cor­dato prima del voto. La can­di­da­tura di Ber­ge­ron era infatti ser­vita solo ad aggi­rare la rigida norma sulla parità di genere vigente in Francia.

Ancora più sor­pren­dente, il fatto che mal­grado Nigel Farage in per­sona avesse smen­tito la cosa solo pochi giorni fa, inter­vi­stato da un quo­ti­diano di Stoc­colma, par­lando di «incom­pa­ti­bi­lità con le loro posi­zioni estre­mi­ste», i 5 Stelle e l’Ukip abbiano finito per allearsi per­fino con gli Sve­ri­ge­de­mo­kra­terna, i Demo­cra­tici sve­desi, sulla cui affi­lia­zione alla destra neo­na­zi­sta aveva scritto ampia­mente all’inizio del decen­nio per­fino il gior­na­li­sta e scrit­tore Stieg Larrson.

Nato da un gruppo deno­mi­nato Bevare Sve­rige Svensk (Man­te­nere la Sve­zia sve­dese), difen­sore delle tesi della supre­ma­zia bianca e ombrello pub­blico delle bande raz­zi­ste, sotto la guida del gio­vane lea­der Jim­mie Akes­son il par­tito si è andato ride­fi­nendo come una for­ma­zione anti-immigrati, rinun­ciando ai suoi aspetti ideo­lo­gici più aggres­sivi, senza per que­sto cam­biare del tutto pelle. Solo nel 2012, ad esem­pio, tre dei suoi depu­tati sono stati pro­ces­sati per aver aggre­dito per strada un popo­lare attore di ori­gine stra­niera molto attivo nella denun­cia del raz­zi­smo in Svezia.

“Più cresce il movimento e meno ci sono sette”. Intervista a Maurizio Acerbo | Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

Il movimento sceso in piazza il 19 sembra non volersi perdere d’animo e così tra la difficile costruzione di una vertenzialità sociale e assemblee forse con troppi interventi ‘autocentrati’ si avvia a bruciare altre scadenze. Qual è il tuo punto di vista?
Vedo comunque positivo che ci sia un processo di aggregazione sulla base di una piattaforma sociale. Che ci sia mobilitazione nel movimento è fondamentale,soprattutto dopo un lungo periodo di assenza. E poi si tratta di qualcosa non caratterizzato dall’ideologia, che divide e crea recinti, ma dalla concretezza delle rivendicazioni. Insomma, ‘più cresce il momvimento e meno ci sono sette’, per dirla con Marx. E’ bene che tutti si rimettano in gioco a partire dai contenuti e dalla piattaforma sociale, che dentro la crisi non può che essere che aperta man mano che si ha la capacità di allargare ad altri soggetti della galassia sociale prodotta dalla crisi.Quella del passo indietro dei soggetti politici sembra una fase che stiamo subendo, però, più che vivendo consapevolmente
Non vedo salti immediati al tema della soggettività politica perchè è evidente che c’è, ed è probabilmente l’ostacolo principale a metter su qualcosa che somigli all’esperienza dei greci, una certa diffidenza nei confronti del terreno della rappresentanza. Su questo la penso molto come Carlo Formenti. Si tratta di un senso comune che si è radicato ed è diventato maggioritario e rispetto al quale non credo di ci siano scorciatoie facili per superarlo.
Certo, ma non credi che la pesantezza della crisi abbia in qualche modo ridisegnato più che la rappresentanza il senso della domanda di rappresentanza?
Dentro la crisi dobbiamo fare i conti con il fatto che non c’è un immediata relazione con il conflitto. Già è difficile produrre un livello di mobilitazione da minimo sindacale. Nel 94 e nel 2001-2003 abbiamo avuto ondate più potenti. Non c’è quindi un automatismo nella crisi. Certo, il malcontento, se si offrono degli spazi per esprimerlo poi può trovare sbocco, ma il tema della rappresentanza è più complesso. Penso che Wu Ming, di cui sono un fan, sbagliano nel dire che Grillo svolga una funzione di sostituzione dei movimenti radicali. Dimenticano che la gran parte dei movimento sociali in Italia, come ideologia prevalente, hanno avuto quella di non andare a una relazione sul terreno della rappresentanza. Il problema è che non ci sia stata dentro la crisi una ripresa della sinistra radicale, come anche in Inghilterra. E questo, va detto, è comune alle altre articolazioni della sinistra. Nessuno si senta escluso.

In tutto questo, che peso possono avere le elezioni europee?
Penso che la questione Syriza non vada vista come soluzione magica che consente di superare sbarramenti elettorali. Quello che potrebbe servire è una campagna che ci consente di introdurre a livello di massa non una miriade di proteste ma quello che serve è far venire fuori una visione generale della crisi, cosa che finora non siamo riusciti a fare, e quindi il ruolo della Bce e della Troika. E questo già sarebbe importante. Aiuta a far passare nell’immaginario che c’è una sinistra al di fuori del centro-sinistra. E quindi, un’altra sinistra è possibile. Una cosa difficile ma possibile. E credo che sia per questo che il successo di Syriza sia oscurato dai mass media. L’evento in Europa non è né Marie Le Pen né Alba dorata, ma i greci di Syriza. L’altro elemento per cui credo che sia importante la candidatura europea di Tsipras è che apre la discussione anche sulla Syriza italiana. Uno dei limiti che ho sentito in questi anni è che oltre alle riserve delle organizzazioni rispetto alla prospettiva di ricostruzione di una sinistra radicale modello Syriza è che anche i settori che si collocano a sinistra del centrosinistra ci hanno creduto poco.

Credo sia l’aspetto più evidente. C’è stata una specie di fuga dalla realtà, per rintanarsi in schemi ormai superati dagli eventi…
Ritengo che ciò che non va bene e che non funziona è che ci sia un pezzo di sinistra che fa i convegni sulla sinistra e un altro pezzo che fa i movimenti. Allora, da un lato la prima rischia di essere sempre troppo politicista e molto spesso non va da nessuna parte perché la discussione è verso un pd senza vita e dall’altro nei movimenti si dovrà aprire una discussione sul fatto che l’Italia ha concluso il processo di americanizzazione e non c’è più, per esempio, una sinistra di classe di peso. Tutti celebrano l’America Latina, ma Chavez ha fatto le occupazioni o il governo? Il punto è che questo discorso non può essere l’oggetto di una predica.

Vabbé ma a queste tare non può provvedere il movimento…
Certo, però quello che è accaduto in questo autunno sul piano della piattaforma sociale è che alcune esperienze come il partito sociale hanno dimostrato di essere non certo un qualcosa di impolitico. E poi, l’unica occasione in cui Sel ha detto di aver preso una cantonata è stata in occasione della manifestazione del 19 ottobre. Quindi, questo dimostra che non bisogna avere una visione della politica astratta e scolastica.

… oppure da regolamenti di conti…
Nel 2008 tanti di sinistra pensavano, dentro rifondazione e fuori, che tutto sommato se Rifondazione si levava di torno chissà quali prospettive si sarebbero aperte. Essendo arrivati al 2014 con l’unico paese europeo in cui non c’è una sinistra radicale in Parlamento ma anche in cui non c’è stato rispetto all’attacco una mobilitazione sociale adeguata, è chiaramente uno schema da rottamare definitivamente. Nella stessa Francia sulla riforma delle pensioni Sarkozy si è spaccato la faccia. Questo dovrebbe insegnare a tutti che la boria di partito non funziona ma anche la boria antipartito dà bei grattacapi.