Gaza, migliaia di israeliani in piazza per chiedere la fine immediata dell’invasione Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Almeno diecimila israeliani hanno manifestato ieri sera a Tel Aviv per chiedere al loro governo di riprendere i negoziati di pace con i palestinesi, dopo l’offensiva militare israeliana a Gaza che ha causato circa 2.000 morti palestinesi e 70 israeliani. A piazza Yitzhak Rabin (dal nome del premier assassinato) il governo ha schierato ingenti forze di polizia per evitare che contro i pacifisti si scatenassero gruppi di contro-manifestanti di estrema destra.

La manifestazione e’ stata organizzata da Meretz, partito d’opposizione di sinistra, da “Pace adesso”, ong ostile alla colonizzazione israeliana nei territori palestinesi, e dal partito comunista Hadash.
“La guerra non finira’ finche’ non ci si parlera’”, “Ebrei e Arabi si rifiutano di essere nemici”, “Si’ a una soluzione politica” sono alcune delle scritte sugli striscioni portati in corteo. E ancora, “Cambiare verso, no verso la guerra ma verso la pace”. Tra gli altri, dal palco ha parlato lo scrittore David Grossman che ha sottolineato l’irrinunciabilità della convivenza con i palestinesi. La leader del partito Meretz Zahava Galon ha accusato il premier Benyamin Netanyahu di “aver trascinato Israele a Gaza, in una guerra che non era inevitabile”.  Secondo la parlamentare laburista Merav Michaeli e’ colpevole inoltre di aver mantenuto a giugno un atteggiamento di chiusura verso il governo di riconciliazione nazionale palestinese, sostenuto da al-Fatah e da Hamas. All’indomani del conflitto, ha aggiunto Michaeli, quello stesso governo e’ adesso il partner di Israele ai colloqui del Cairo.

Al Cairo, intanto, proseguono i contatti per passare dalla tregua alla trattativa. Ci sarebbe l’eventualita’ di una parziale attenuazione dell’embargo su Gaza – con l’Ue che si e’ detta disposta a monitorare l’apertura permanente del valico egiziano di Rafah. I palestinesi, però, pretendono la fine totale dell’0embargo. Intanto, resta escluso dal tavolo il leader politico di Hamas, Khaled Meshaal, che secondo i media avrebbe fatto il punto sulla situazione con al-Ahamad nell’esilio di Doha. Il fronte israeliano e’ silente, con i media che rilanciano le affermazioni di questo o quel rappresentante palestinese.
Il premier Benyamin Netanhayu deve fare i conti con le critiche interne, le accuse della stampa di aver adottato un “atteggiamento supino” verso Hamas, e la nuova fase di ‘raffreddamento’ dei rapporti con Washington, che ha bloccato la fornitura di missili Hellfire.
Quel che appare certo e’ che nelle prossime 48 ore e’ improbabile che si arrivi al disarmo di Hamas – la richiesta numero uno di Israele – o alla fine totale dell’embargo – in cima alle aspirazioni dei palestinesi.

Il silenzio sull’apartheid a Gaza | Fonte: Il Manifesto | Autore: Tommaso Di Francesco

Le fami­glie erano tor­nate nelle loro case senza tro­varle, i bam­bini gio­ca­vano vicino ai fune­rali dei loro coe­ta­nei, i pesca­tori get­ta­vano reti senza spe­ranza. 72 ore senza bom­bar­da­menti israe­liani, ma dal Cairo non pote­vano arri­vare né l’estensione della tre­gua né la pace. Per­ché i pale­sti­nesi sono soli. Per i governi euro­pei, che i ter­ri­tori pale­sti­nesi restino occu­pati è un fatto mar­gi­nale. Il governo ita­liano dell’ex scout Renzi che ha taciuto su tutti mas­sa­cri di que­sti giorni, è impe­gnato in uno sforzo di diplo­ma­zia par­roc­chiale: invia alla gente di Gaza, pen­sate, 30 ton­nel­late di aiuti. Gli aiuti ser­vono e quel che resta della sini­stra deve rac­co­glierli, a par­tire dai medi­ci­nali e soste­nendo le orga­niz­za­zioni uma­ni­ta­rie pale­sti­nesi. Ma per favore basta ele­mo­sina e com­pli­cità. Per­ché l’Italia tace sul Trat­tato mili­tare in vigore con Israele e non fa come la Spa­gna che, sim­bo­li­ca­mente, ha fer­mato per un mese l’import-export di armi con Israele.

Si è pre­fe­rito dimen­ti­care che la tre­gua annun­ciata di fatto era uni­la­te­rale e che Israele andava al Cairo solo per det­tare con­di­zioni: zona smi­li­ta­riz­zata, e di più, tutta Gaza smi­li­ta­riz­zata, fine dei tun­nel e dei razzi, verso l’esclusione di Hamas dal governo della Stri­scia, come dichiara il mini­stro israe­liano Tzipi Livni. I 29 giorni di «Mar­gine pro­tet­tivo», con la strage di quasi due­mila pale­sti­nesi uccisi, in mag­gio­ranza civili e tanti bam­bini, di otto­mila feriti tra cui molti gra­vis­simi e senza cure ade­guate, di cen­ti­naia di migliaia di senza casa con l’odio che è stato semi­nato, non hanno certo aperto nuovi spi­ra­gli alla crisi.

Che non è il «con­flitto israelo-palestinese» come scri­vono i gior­na­li­sti embed­ded — ma nem­meno il gior­na­li­smo che abbiamo cono­sciuto esi­ste più? -, come se fos­sero due parti eguali, due stati legit­timi e due eser­citi di eguale forza. No. In gioco c’è la que­stione, ormai, ine­lu­di­bile dei diritti del popolo palestinese.

A meno che non si voglia appro­fit­tare della per­ver­sione colo­niale dei tanti governi israe­liani, non solo di Neta­nyahu: una guerra breve ogni due-tre anni con un deserto chia­mato pace, quel tanto da met­tere la que­stione dei diritti del popolo pale­sti­nese in sor­dina, sullo sfondo, gra­zie alle distru­zioni e alle fal­si­fi­ca­zioni che allon­ta­nano la con­sa­pe­vo­lezza di un misfatto: il blocco di Gaza. Che deve essere tolto, e que­sto obiet­tivo non dovrebbe essere solo di Hamas ma del mondo intero. Che dovrebbe ricor­dare che il blocco è stato impo­sto da Israele — invece di rispon­dere alla neces­sità di un cor­ri­doio di col­le­ga­mento tra Gaza e Cisgior­da­nia occu­pata in vista della nascita dello Stato di Pale­stina — per argi­nare l’emergenza rap­pre­sen­tata da Hamas, che nel 2006 vinse le ele­zioni pale­sti­nesi non solo a Gaza ma in tutta la Cisgior­da­nia, affer­man­dosi in alter­na­tiva alla nuova lea­der­ship di Al Fatah emersa dopo l’umiliazione di Ara­fat chiuso dai carri armati israe­liani a Ramal­lah nel 2002 e la sua ucci­sione nel 2004. Una lea­der­ship giu­di­cata dagli stessi pale­sti­nesi cor­rotta e con­ta­mi­nata dal legame con le intel­li­gence occi­den­tali, quella Usa in pri­mis, impe­gnate a con­trol­lare e ad infil­trare ogni scelta auto­noma dell’Autorità nazio­nale pale­sti­nese e a repri­mere ogni dis­senso e radi­ca­lità. Qual­cuno ricorda le moda­lità dell’arresto dell’unico vero lea­der del popolo pale­sti­nese, Mar­wan Bar­ghouti? La rot­tura tra Hamas e Fatah fu anche vio­lenta a Gaza City e vice­versa a Ramal­lah. Ma dopo sei anni, e soprat­tutto di fronte all’inasprirsi dell’occupazione mili­tare israe­liana, delle colo­nie, del Muro che sarà rad­dop­piato, della rapina delle acque e della distru­zione dell’agricoltura pale­sti­nese, della ridu­zione della West Bank in una grande pri­gione di cemento, ecco che è tor­nata l’unità tra i pale­sti­nesi di Gaza e di Cisgior­da­nia. Ecco il vero «razzo Qas­sam» che Neta­nyahu non può sopportare.

Certo Hamas ha le sue respon­sa­bi­lità. I razzi che lan­cia non sono nem­meno la guerra asim­me­trica di una guer­ri­glia armata: sono un niente con­tro­pro­du­cente, un regalo a Neta­nyahu. E van­tare «vit­to­ria» come fanno le Bri­gate Ezze­din al Qas­san sem­bra un tri­ste deli­rio d’impotenza. Ma tra le mace­rie emer­gono alcune novità e una verità. In que­sti giorni — men­tre, nono­stante le distru­zioni della guerra, sem­bra cre­scere anche in Cisgior­da­nia il con­senso per Hamas e in calo quello da Al Fatah — l’Anp chiede alla Corte dell’Aja le moda­lità per ade­rire al Tri­bu­nale penale inter­na­zio­nale dell’Onu e incri­mi­nare così il governo israe­liano. Se è inge­nuo pen­sare che l’iter andrà dav­vero avanti, non va dimen­ti­cato che la richie­sta di ade­rire alle Agen­zie dell’Onu resta l’ultima occa­sione per la cre­di­bi­lità di Abu Mazen e l’ultima vera pos­si­bi­lità pale­sti­nese; men­tre cre­sce la soli­da­rietà inter-palestinese con un pezzo del pro­prio popolo che vive nell’altra pri­gione di Gaza, dove se resta il blocco – e i vali­chi con l’Egitto chiusi dal gol­pi­sta Sisi -, sarà ine­vi­ta­bile e giu­sto sca­vare altri tun­nel per vivere e far entrare beni di prima neces­sità. E la verità, amara, è che se Hamas smet­tesse subito di lan­ciare i razzi, la con­di­zione pale­sti­nese reste­rebbe sem­pre la stessa: un popolo esi­liato in tutto il Medio Oriente, abi­tante dei campi pro­fu­ghi nella sua stessa terra, chiuso da Muri di recin­zione e posti di blocco, invaso da una ragna­tela di colo­nie d’occupazione e inse­dia­menti che hanno can­cel­lato la con­ti­nuità ter­ri­to­riale dello Stato di Pale­stina, che rubano occa­sioni di vita e lavoro, diviso in due ter­ri­tori, uno alla mercé della guerra breve con­ti­nua, l’altro sem­pli­ce­mente colo­niz­zato e zit­tito. E senza alcuna pro­spet­tiva di inte­gra­zione con il nemico occu­pante, se non lo sta­tus perenne di occu­pato.
<CW-5>Jimmy Car­ter, l’ex pre­si­dente ame­ri­cano che ora chiede all’Occidente di rico­no­scere Hamas, ha tito­lato «Apar­theid» il suo bel libro sulla con­di­zione pale­sti­nese. Obama pur­troppo, a quanto pare, non l’ha nem­meno sfogliato

La Striscia di sangue delle stragi Fonte: Il Manifesto | Autore: Michele Giorgio

Il “margine protettivo” di Israele. La “tregua” è una trappola mortale. Il mercato di Shujayea, la scuola Unwra di Jabaliya, Zaytun, Khan Yunis: più di 100 morti in una sola giornata a Gaza. Tra questi il giornalista palestinese Rami RayanSi passa di strage in strage, non si rie­sce più a seguirle tutte. Impos­si­bile recarsi ovun­que. L’elenco di ieri è fitto: il mer­cato di Shu­jayea, la scuola Unwra di Jaba­liya, Zay­tun, Khan Yunis e tanti altri nomi che fanno più di 100 morti in una sola gior­nata e altre cen­ti­naia di feriti che stanno por­tando al col­lasso gli ospe­dali di Gaza. Da quando è comin­ciata «Mar­gine Pro­tet­tivo» sono stati uccisi circa 1.400 pale­sti­nesi (almeno il 70% sono civili tra i quali 243 bam­bini), oltre 7mila sono i feriti. Una stri­scia di san­gue infi­nita che con­tri­bui­scono ad allun­gare anche le «fine­stre uma­ni­ta­rie». Israele ieri ha pro­cla­mato uni­la­te­ral­mente quat­tro ore di tre­gua, dalle 15 alle 19, nelle «zone dove non si com­batte». Si è rive­lata una trap­pola mor­tale per tanti pale­sti­nesi di Shu­jayea, popo­loso quar­tiere di Gaza city raso al suolo in parte dai bom­bar­da­menti israe­liani nelle ultime due set­ti­mane. Per­sone che hanno appro­fit­tato della «pausa» nei can­no­neg­gia­menti per rifor­nirsi o per ven­dere generi di prima neces­sità nel mer­cato rio­nale. Una bomba sgan­ciata da un F-16 ha ucciso 17 per­sone, tra i quali un gior­na­li­sta, Rami Rayan, enne­simo ope­ra­tore dell’informazione pale­sti­nese che paga con la vita il dovere di infor­mare. 200 i feriti.

Nell’ospedale Shifa si sono vis­sute le stesse scene viste tante volte negli ultimi 22 giorni: corpi insa­gui­nati, cada­veri irri­co­no­sci­bili, padri che cor­rono verso il pronto soc­corso con i figli feriti in brac­cio. Urla, pianti, sguardi fissi, medici esau­sti che resi­stono con la sola spinta dell’adrenalina. Sono più di tre set­ti­mane che vediamo tutto que­sto e non biso­gna illu­dersi. L’accordo di tre­gua è solo un mirag­gio. Il gabi­netto di sicu­rezza israe­liano ieri sera si è chiuso dopo cin­que ore con la deci­sione di lasciare ancora carta bianca alle forze armate. Dall’altra parte Hamas, o meglio la sua ala mili­tare, crede di aver vinto la guerra per­chè ha ucciso 57 sol­dati israe­liani – gli ultimi tre ieri -, per­chè lan­cia razzi verso Israele e così alza la posta, ponendo come con­di­zione per accet­tare un ces­sate il fuoco per­ma­nente, l’attuazione di richie­ste che Israele e l’Egitto non accet­te­ranno mai. I nego­ziati al Cairo con tutte le fazioni pale­sti­nesi non sono mai real­mente comin­ciati e in ogni caso rischiano di pro­durre intese inap­pli­ca­bili per la rigi­dità delle parti in con­flitto. Il mondo resta alla fine­stra, si guarda bene dal fer­mare la mac­china bel­lica israe­liana e pro­nun­cia vec­chi slo­gan e frasi di cir­co­stanza che non cam­biano nulla. Ieri sera si è riu­nito d’emergenza il Con­si­glio di Sicu­rezza dell’Onu, un’altra seduta senza pro­spet­tive di soluzione.

Shu­jayea è par­zial­mente abi­tato, soprat­tutto nella parte più occi­den­tale, abba­stanza lon­tana dalla lunga fascia di mace­rie che segna la linea del «fronte». Molte fami­glie hanno pre­fe­rito ritor­narci pur di non vivere ammas­sati in scuole ed edi­fici abban­do­nati come gli oltre 200mila sfollati.

Pro­prio ieri John Ging, il diret­tore ope­ra­tivo dell’ufficio di coor­di­na­mento degli affari uma­ni­tari delle Nazioni Unite, ha comu­ni­cato che rispetto all’offensiva israe­liana del 2012, il numero degli sfol­lati nelle scuole dell’Onu è quat­tro volte supe­riore. Gaza è dav­vero unica tra le zone di con­flitto nel mondo, poi­ché altrove i civili hanno almeno la pos­si­bi­lità di attra­ver­sare la fron­tiera e met­tersi in salvo. Per i pale­sti­nesi di que­sto faz­zo­letto di terra invece non ci sono vie di fuga. I “fra­telli egi­ziani” ten­gono rigi­da­mente chiuso il valico di Rafah per impe­dire ai pale­sti­nesi di entrare nel Sinai.

Ogni punto di Gaza è ormai zona di guerra. Lo hanno capito i soprav­vis­suti all’attacco aereo di ieri pome­rig­gio nel mer­cato di Shu­jayea, gli sfol­lati che il 24 luglio erano nella scuola dell’Unrwa a Beit Hanun e quelli che ieri all’alba si tro­va­vano in un altro edi­fi­cio sco­la­stico delle Nazioni Unite a Jaba­liya.
Nulla può offrire pro­te­zione, nes­sun pale­sti­nese o stra­niero può pen­sare di sen­tirsi al sicuro quando ormai le bombe e le can­no­nate cadono ovun­que. Anche «per errore» e in ogni caso nelle zone col­pite, spiega ogni volta il por­ta­voce mili­tare israe­liano, c’erano sem­pre «ter­ro­ri­sti» che lan­cia­vano razzi o spa­ra­vano con­tro i soldati.

Nella scuola media per ragazze cen­trata da can­no­nate ieri all’alba, nes­suno degli sfol­lati ricorda di spari di mili­ziani di Hamas e di altre orga­niz­za­zioni armate con­tro le posta­zioni israe­liane. «Ad un certo punto abbiamo sen­tito che le esplo­sioni si face­vano più vicine», ci rac­con­tava ieri mat­tina Kamal Abu Odeh, di Beit Hanun, uno degli scam­pati all’attacco alla scuola, «quindi abbiamo deciso di spo­starci in un’altra aula costruita con il cemento armato, a dif­fe­renza di quella dove ci tro­va­vamo. Sono andato subito con tutta la mia famiglia.

Ad un certo punto un colpo di can­none è caduto sui gabi­netti della scuola e poco dopo un altro ha cen­trato in pieno l’aula che ave­vamo appena abban­do­nato. Den­tro c’erano ancora decine di per­sone. Ho visto gente fatta a pezzi». Almeno 20 sfol­lati sono rima­sti uccisi, altre decine feriti. Vit­time che si aggiun­gono alle cifre di una car­ne­fi­cina infi­nita. «A volte si rimane senza parole. Tutte le infor­ma­zioni mostrano che è stata l’artiglieria israe­liana. Abbiamo detto diverse volte a Israele che quella era una nostra scuola», com­menta un alto fun­zio­na­rio dell’Onu. E non manca l’inutile e ripe­ti­tiva con­danna degli Stati Uniti del bom­bar­da­mento che «ha ucciso e ferito dei pale­sti­nesi inno­centi, tra cui dei bam­bini, e col­pito alcuni dipen­denti delle Nazioni Unite». Washing­ton può dire basta a Israele e non lo fa.

All’ospedale «Kamal Adwan» di Jaba­liya, dove ci siamo recati per ten­tare di par­lare con alcune per­sone ferite nella scuola, abbiamo tro­vato un girone dell’inferno. In quella zona le stragi sono con­ti­nue, medici ed infer­mieri non hanno un attimo di sosta. Arri­vano in con­ti­nua­zione ambu­lanze, con a bordo per­sone squar­tate dalle esplo­sioni, corpi bru­ciati, car­bo­niz­zati, bam­bini che urlano per le ferite. Tutto nel caos cau­sato dalla stan­chezza e dall’elevato numero delle vit­time. Così è ovun­que nelle zone più vicine alle aree delle ope­ra­zioni israeliane.

Nes­suno, lo ripe­tiamo, può sen­tirsi sicuro. La sal­vezza? L’Esercito israe­liano offre ai pale­sti­nesi l’unica via d’uscita: diven­tare col­la­bo­ra­zio­ni­sti. Dopo il volan­tino numero 1 sgan­ciato dagli aerei, che qual­che giorno fa ripor­tava nomi e cognomi dei mili­ziani veri e pre­sunti di Hamas e Jihad che saranno eli­mi­nati molto pre­sto, il volan­tino numero 2 ieri ripor­tava un indi­rizzo elet­tro­nico, helpGaza(at)gmail.com, e un numero di tele­fono, 03 3769999, dove denun­ciare i mem­bri di Hamas e for­nire infor­ma­zioni sui gruppi armati.

Nep­pure il col­la­bo­ra­zio­ni­smo può sal­vare da bombe che ormai cadono ovun­que, sui mer­cati e sulle scuole.

La polizia di Tel Aviv: «Netanyahu sapeva che i 3 ragazzi erano stati uccisi subito, e non da Hamas» Fonte: Il Manifesto | Autore: Chiara Cruciati

Crolla il castello di carte di Ben­ja­min Neta­nyahu. A sof­fiarci su è la sua stessa poli­zia. Due giorni fa il por­ta­voce della poli­zia israe­liana, Micky Rosen­feld, avrebbe rive­lato alla Bbc che la lea­der­ship di Hamas non è stata coin­volta nel rapi­mento e l’uccisione dei tre coloni, Naf­tali Fraen­kel, Gilad Shaer e Eyal Yifrah, il 12 giu­gno scorso. Die­tro l’azione, una cel­lula sepa­rata che ha agito da sola.

A rive­larlo è Jon Don­ni­son in una serie di tweet in cui il cor­ri­spon­dente della Bbc riporta le dichia­ra­zioni di Rosen­feld: «Il por­ta­voce mi ha detto che gli uomini che hanno ucciso i tre coloni israe­liani sono una cel­lula sepa­rata, affi­liata ad Hamas, ma non ope­rante sotto la sua lea­der­ship. Ha anche detto che se il rapi­mento fosse stato ordi­nato dai lea­der di Hamas, lo avreb­bero saputo prima».

Dichia­ra­zioni che minano alla base la cam­pa­gna puni­tiva lan­ciata dal governo israe­liano e l’offensiva con­tro Gaza. «Sono stati rapiti e uccisi a san­gue freddo da ani­mali – disse dopo il ritro­va­mento dei tre corpi il pre­mier – Hamas è respon­sa­bile e Hamas pagherà». Ben prima era comin­ciata una duris­sima ope­ra­zione mili­tare con­tro Cisgior­da­nia e Gaza, subito dopo la scom­parsa dei tre nei pressi di una colo­nia vicino al vil­lag­gio pale­sti­nese di Halhul, alle porte di Hebron. Il governo di Tel Aviv accusò imme­dia­ta­mente Hamas, nono­stante il movi­mento abbia da subito negato qual­siasi coin­vol­gi­mento. In due set­ti­mane, fino al 30 giu­gno, giorno del ritro­va­mento dei tre corpi a poca distanza dal luogo del rapi­mento, 7 pale­sti­nesi sono stati uccisi, oltre 550 sono finiti in manette (molti dei quali rila­sciati nell’autunno 2011 con l’accordo Sha­lit), per­qui­si­zioni, per­messi di lavoro riti­rati, raid nei vil­laggi. E bom­bar­da­menti, i primi, iso­lati, con­tro la Striscia.

Un’operazione che Israele giu­sti­ficò con la neces­sità di ritro­vare vivi i tre coloni. Eppure il governo israe­liano, lo Shin Bet (i ser­vizi segreti) e l’esercito sape­vano – dicono diversi gior­na­li­sti – fin dal primo giorno che i tre erano già stati uccisi. La sera del rapi­mento uno di loro chiamò il numero di emer­genza della poli­zia chie­dendo aiuto. Durante la tele­fo­nata, regi­strata, si sen­tono degli spari e qual­cuno gri­dare «ne abbiamo tre». I tre coloni erano già morti. E Israele ne era cono­scenza. Subito il governo ha impo­sto il silen­zio stampa ai media israe­liani e lan­ciato una bru­tale cam­pa­gna di pro­pa­ganda, sia all’estero che in casa, con­tro il movi­mento isla­mi­sta. Nei gior­nali e le tv non sono pas­sate noti­zie fon­da­men­tali, come il ritro­va­mento dell’auto con cui i tre coloni erano stati por­tati via e all’interno della quale erano state tro­vate tracce di san­gue. Intanto, fuori dalle stanze dei bot­toni, si infiam­mava la rab­bia della società israe­liana e si innal­za­vano a livelli incon­trol­la­bili i tassi di vio­lenza e raz­zi­smo anti-arabo, con­tem­po­ra­nea­mente al grado di con­senso del pre­mier Netanyahu.

Impos­si­bile per Tel Aviv lasciarsi scap­pare una simile occa­sione: libe­rarsi di Hamas, giu­sti­fi­can­dola con un atto tanto bru­tale, e sca­ri­care la colpa per il fal­li­mento dei nego­ziati di pace sulla con­tro­parte pale­sti­nese. In realtà, hanno rive­lato fonti mili­tari dopo il lan­cio dell’operazione Bar­riera Pro­tet­ti­va­con­tro Gaza, i gene­rali dell’esercito ave­vano sul tavolo da almeno due mesi il piano di attacco con­tro la Stri­scia. E Hamas? Dif­fi­cile cre­dere che abbia ordito l’operazione, con­sa­pe­vole che avrebbe pro­vo­cato una rea­zione in grado di far crol­lare il pro­cesso di ricon­ci­lia­zione nazio­nale con Fatah. Al momento del rapi­mento, il movi­mento isla­mi­sta viveva una pro­fonda crisi poli­tica ed eco­no­mica: iso­lato dal resto del mondo arabo, privo dei finan­zia­menti e della legit­ti­mità poli­tica che gli garan­tiva l’Egitto del pre­si­dente isla­mi­sta Morsi, inca­pace per­fino di pagare gli sti­pendi dei dipen­denti pub­blici di Gaza, Hamas aveva estremo biso­gno del governo di unità nazio­nale con il rivale Fatah. A livello poli­tico, il rapi­mento dei tre coloni sarebbe stato un suicidio.

Se l’opinione pub­blica israe­liana non ha mai voluto met­tere in discus­sione le scelte del pro­prio governo, beven­dosi bugie e omis­sioni, una pic­co­lis­sima fetta della società israe­liana non è rima­sta in silen­zio. Nei giorni scorsi sono state tante le mani­fe­sta­zioni di pro­te­sta a Tel Aviv, Jaffa e Haifa con­tro i mas­sa­cri in corso a Gaza. Migliaia di per­sone in strada, fino a ieri: il movi­mento paci­fi­sta israe­liano ha orga­niz­zato una grande pro­te­sta a Tel Aviv che la poli­zia ha ten­tato di impe­dire. «Le forze di sicu­rezza hanno bloc­cato i bus da Haifa e Geru­sa­lemme, chiuso le strade e minac­ciato di arre­stare chiun­que vi prenda parte – ci dice al tele­fono uno degli atti­vi­sti israe­liani – Andremo comun­que, vediamo cosa suc­cede. La giu­sti­fi­ca­zione che hanno dato è il peri­colo di mis­sili». Alle 20, ieri sera, erano già 3.000 i paci­fi­sti in marcia.

Se fossi palestinese | Fonte: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo | Autore: Eduardo Galeano

Fin dal 1948, i palestinesi sono stati condannati a vivere in un’umiliazione senza fine. Non possono neanche respirare senza permesso. Hanno perduto la loro patria, le loro terre, la loro acqua, la loro libertà, ogni cosa, anche il diritto di eleggere il loro governo.
Quando votano per chi non dovrebbero, vengono puniti. Gaza ora vene punita, è diventata una trappola senza via d’uscita da quando Hamas ha vinto giustamente le elezioni nel 2006. Qualcosa di simile era accaduta nel 1932, quando il Partito Comunista ha vinto le elezioni a El Salvador: la gente espiava il suo cattivo comportamento con un bagno di sangue e da allora in poi ha vissuto sotto dittature militari. La democrazia è un lusso che soltanto pochi si meritano. I missili fatti in casa che non hanno dato scelta ai combattenti di Hamas a Gaza, sparano con una mira approssimativa verso le terre una volta palestinesi e attualmente sotto il dominio israeliano, sono nati dall’ impotenza.
E la disperazione del tipo che confina con la pazzia suicida, è la madre delle minacce che negano il diritto di Israele a esistere con grida vane, mentre una guerra genocida molto efficace nega da lungo tempo il diritto della Palestina alla vita.
Resta pochissimo della Palestina. Passo dopo passo, Israele la sta cancellando dalla carta geografica. I coloni invadono, seguiti dai soldati che ridisegnano i confini. Le pallottole sparate per auto-difesa santificano il saccheggio. Nessun tipo di aggressione manca di dichiarare che il suo scopo è di difesa. Hitler ha invaso la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush ha invaso l’Iraq per impedire che l’Iraq invadesse il mondo. Con ognuna delle sue guerre difensive, Israele inghiotte un altro pezzo di Palestina, e il festino continua.

Fonte: http://zcomm.org/znet/article/if-i-were-a-palestinian

Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2014 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0

«Basta divisioni tra i palestinesi, nessuna fazione decida da sola» Fonte: il manifesto | Autore: Michele Giorgio

Intervista. Parla Mariam Abu Daqqa del Fplp: «Siamo uniti nella lotta per la libertà del popolo di Gaza ma non può decidere tutto un solo partito»

fplp

Mariam Abu Daqqa chiede l’attenzione del mondo sull’offensiva mili­tare israe­liana con­tro Gaza, l’applicazione del diritto inter­na­zio­nale per i Ter­ri­tori occu­pati ma vuole anche che le deci­sioni riguar­danti il popolo pale­sti­nese siano prese assieme da tutte le forze poli­ti­che. «E’ un altro momento duro per il nostro popolo, da giorni sog­getto a que­sta nuova aggres­sione di Israele. Ma è il momento che deve risol­vere i pro­blemi che riguar­dano tutti i pale­sti­nesi sotto occu­pa­zione. Per­ciò le nostre forze poli­ti­che devono essere coin­volte, tutte, senza esclu­sioni nel pro­cesso deci­sio­nale», dice la sto­rica atti­vi­sta dei diritti delle donne pale­sti­nesi e da anni mem­bro della dire­zione poli­tica del Fronte popo­lare per la libe­ra­zione della Pale­stina (Fplp), la prin­ci­pale com­po­nente della sini­stra pale­sti­nese. Abbiamo inter­vi­stato Mariam Abu Daqqa ieri a Gaza.

Tutti i pale­sti­nesi chie­dono la fine dell’assedio e libertà per Gaza. C’è tut­ta­via dibat­tito sulla deci­sione di Hamas di respin­gere la pro­po­sta egi­ziana per un ces­sate il fuoco imme­diato. Qual’è la posi­zione del Fplp
Prima di tutto è fon­da­men­tale chia­rire che i pale­sti­nesi si stanno difen­dendo da una gra­vis­sima aggres­sione israe­liana. Lo dico per­chè, come sem­pre, Israele in que­ste occa­sioni viene fatto pas­sare come una vit­tima dai mezzi d’informazione e dai governi occi­den­tali. Attacca, uccide cen­ti­naia di civili, com­pie mas­sa­cri e alla fine risulta la parte più debole. Ma le vit­time sono i pale­sti­nesi, tenuti come pri­gio­nieri a Gaza, privi di diritti. I pale­sti­nesi che lan­ciano razzi si difen­dono, sfi­dano l’occupazione che vuole rin­chiu­derli per sem­pre den­tro Gaza. Anche nel caso di que­sto ces­sate il fuoco, lo Stato di Israele sta deci­dendo tutto da solo. Vuole la tre­gua e uni­la­te­ral­mente fa i suoi passi, senza che si vada alla solu­zione dei pro­blemi veri. Poi, tra sei mesi o un anno, saremo punto e a capo, messi di fronte a una nuova offen­siva mili­tare. Invece noi vogliamo chiu­dere e per sem­pre con il sistema che ci opprime e ci tiene pri­gio­nieri. Non ci bastano più accordi di breve respiro che non cam­biano nulla nella sostanza e che sono gestiti di fatto solo da Israele.

Quindi appog­giate la deci­sione di Hamas di respin­gere la pro­po­sta egiziana.
Non posso dare un giu­di­zio sulla deci­sione di Hamas, posso solo affer­mare la posi­zione del Fplp e insi­stere su di un punto. Noi cre­diamo che sia venuto il momento che i pale­sti­nesi pren­dano tutti insieme le deci­sioni più impor­tanti sul loro futuro. Anche noi come Hamas non siamo stati inter­pel­lati o infor­mati dall’Egitto e abbiamo appreso della pro­po­sta egi­ziana solo dai mezzi d’informazione. Allo stesso tempo non abbiamo avuto alcun con­tatto anche da Hamas, riguardo la sua deci­sione di respin­gere la pro­po­sta egi­ziana e di con­ti­nuare la lotta (armata) con­tro Israele. Que­sto atteg­gia­mento (di Hamas) deve mutare. Mi rife­ri­sco al rap­porto che le forze poli­ti­che e della resi­stenza pale­sti­nese dovreb­bero avere in que­ste situa­zione. Le deci­sioni non pos­sono più essere prese solo da una com­po­nente poli­tica pale­sti­nese. Deve con­cre­tiz­zarsi un coor­di­na­mento poli­tico rap­pre­sen­ta­tivo di tutta la popo­la­zione, supe­rando l’egemonia della fazione più forte.

Anche nel 2012, quando fu fir­mato l’accordo di tre­gua nau­fra­gato nei giorni scorsi, il Fplp non mancò di rivol­gere cri­ti­che ad Hamas per la sua deci­sione di accet­tare i pic­coli miglio­ra­menti della con­di­zione di Gaza pre­vi­sti da quelle intese.
Met­temmo in evi­denza l’inconsistenza dell’accordo rag­giunto (con la media­zione egiì­ziana, ndr) con Israele men­tre occor­reva recla­mare i diritti del nostro popolo davanti al mondo intero sulla base delle leggi inter­na­zio­nali, pro­prio per supe­rare defin­ti­va­mente l’oppressione israe­liana. Per que­sto ser­vono deci­sioni prese da tutti, per evi­tare errori e passi falsi.

Gaza, la guerra che verrà Fonte: Il Manifesto | Autore: Michele Giorgio

Territori Occupati. La Striscia vive nell’angoscia della nuova offensiva che minaccia il premier israeliano Netanyahu in ritorsione contro Hamas per l’uccisione dei tre ragazzi ebrei in Cisgiordania. A pagare sarà comunque la popolazione civile

«Non puoi pas­sare, occorre far parte di una lista di gior­na­li­sti auto­riz­zati per entrare (a Gaza)». Cadiamo dalle nuvole. Inu­tile far notare che que­sta dispo­si­zione non è mai stata comu­ni­cata alla stampa estera. Alla fine, dopo un’ora pas­sata tra tele­fo­nate di pro­te­sta e discus­sioni con gli agenti della società di sicu­rezza che gesti­sce il valico di Erez, otte­niamo il via libera. Anche per i gior­na­li­sti con rego­lare accre­dito si fa più dif­fi­cile entrare a Gaza. I comandi mili­tari israe­liani ora richie­dono un “coor­di­na­mento”, ossia essere infor­mati in anti­cipo dell’intenzione dei media di inviare un loro gior­na­li­sta a Gaza. Un uffi­ciale ci spiega che le nuove pro­ce­dure d’ingresso per la stampa sono state decise dopo il rapi­mento, il 12 giu­gno, dei tre gio­vani israe­liani tro­vati morti a ini­zio set­ti­mana in Cisgior­da­nia. Non riu­sciamo pro­prio a capire il col­le­ga­mento tra la libertà di svol­gere il pro­prio lavoro a Gaza e il caso dei tre ragazzi ebrei, ma alla fine entriamo. E siamo dav­vero for­tu­nati rispetto alle decine di pale­sti­nesi, donne in pre­va­lenza, in attesa di poter tran­si­tare. Tor­nano a casa, alcuni dopo un inter­vento chi­rur­gico in un ospe­dale meglio attrez­zato in Cisgior­da­nia o in Israele. Ma non hanno un accesso faci­li­tato, devono aspet­tare l’autorizzazione per il pas­sag­gio del valico. E l’attesa può durare anche ore.Fa caldo, molto. Il sole bru­cia e il cielo è lim­pido. Eppure su Gaza gra­vano ugual­mente nuvole nere. Si avvi­cina la tem­pe­sta di una nuova guerra. L’esercito israe­liano ieri ha deciso di inviare rin­forzi mili­tari verso Gaza per, ha spie­gato, «sco­rag­giare» il movi­mento isla­mico Hamas e altri gruppi armati dal lan­ciare razzi. Il tenente colon­nello e por­ta­voce mili­tare Peter Ler­ner mini­mizza, descrive la deci­sione come fina­liz­zata alla “de-escalation”, a ridurre la ten­sione e a far tor­nare la calma. A Gaza si vedono le cose in modo molto diverso. Per­chè l’aviazione israe­liana – con F-16, droni ed eli­cot­teri – ha lan­ciato decine di raid nelle ultime 72 ore e nono­stante la “de-escalation” i civili pale­sti­nesi si atten­dono nuovi bom­bar­da­menti. Pre­lu­dio di quella ritor­sione per l’uccisione dei tre ragazzi ebrei che il pre­mier Neta­nyahu ha pro­messo ai tanti che in Israele da giorni invo­cano, anche su Face­book, una puni­zione esem­plare per i palestinesi.

Nella notte tra mer­co­ledì e gio­vedì, men­tre la Geru­sa­lemme araba si tra­sfor­mava in un campo di bat­ta­glia per il seque­stro e l’omicidio, com­piuto, pare, da coloni israe­liani, di un ragazzo pale­sti­nese, Moham­med Abu Khdeir, i mis­sili sgan­ciati dai jet dello Stato ebraico mar­tel­la­vano 15 punti di Gaza, facendo almeno 11 feriti tra i quali una anziana, tre ragazze e un gio­vane 17enne, il più grave di tutti per­chè col­pito da schegge di metallo. Per il por­ta­voce israe­liano le bombe hanno cen­trato sol­tanto depo­siti di armi e rampe di lan­cio di mis­sili. La notte pre­ce­dente erano state prese di mira pre­sunte instal­la­zioni mili­tari di Hamas a Khan Yunis e Rafah. «I boati delle esplo­sioni erano così potenti che tre­ma­vano i vetri delle case anche qui a Gaza city», ricorda Meri Cal­velli una coo­pe­rante ita­liana che vive e lavora da anni in Pale­stina. E a Gaza nes­suno dimen­tica che il mese scorso il pic­colo Ali Abd al-Latif al-Awour, di 7 anni, è morto dopo tre giorni di ago­nia per le ferite ripor­tate in un attacco di un drone aveva come obiet­tivo un pre­sunto jiha­di­sta. Una delle tante morti pale­sti­nesi che i media tra­scu­rano, tal­volta oscurano.

I mili­ziani dei gruppi armati da parte loro con­ti­nuano a lan­ciare razzi, in par­ti­co­lare verso la vicina cit­ta­dina israe­liana di Sde­rot dove non hanno fatto feriti ma hanno pro­vo­cato spa­vento, cau­sato danni in qual­che caso gravi e costretto migliaia di civili a tenere aperti i rifugi di sicu­rezza. «A lan­ciarli per la prima volta dal 2012 (dall’accordo di ces­sate il fuoco che mise fine all’offensiva aerea israe­liana “Colonna di Difesa”, ndr) è anche Hamas, non solo i Comi­tati di Resi­stenza Popo­lare o i sala­fiti, in rea­zione alla cam­pa­gna di arre­sti con­tro i suoi lea­der in Cisgior­da­nia e all’assassinio di Moham­med Abu Khdeir», ci spiega un gior­na­li­sta di Gaza in con­di­zione di anonimato.

Secondo Shi­mon Schif­fer, uno dei gior­na­li­sti israe­liani meglio inse­riti ai ver­tici dell’establishment politico-militare del suo paese, nei pros­simi giorni «L’obiettivo prin­ci­pale dell’esercito sarà quello di limi­tare le capa­cità di Hamas in Cisgior­da­nia e di cer­care di creare un nuovo equi­li­brio di potere a Gaza». Israele, afferma, non vuole rioc­cu­pare la Stri­scia ma costi­tuire «la base per una chiara stra­te­gia nelle set­ti­mane e nei mesi a venire». Il pre­mier Neta­nyahu, aggiunge Schif­fer, «ha biso­gno di pen­sare fuori dagli schemi. Ha biso­gno di tro­vare una rispo­sta crea­tiva, inat­tesa e audace alla cre­scente minac­cia del ter­ro­ri­smo. In caso con­tra­rio, con­ti­nuerà solo pro­met­tere la linea dura con Hamas». Insomma una «guerra crea­tiva» che comun­que pagherà la popo­la­zione civile di Gaza e non certo o non solo Hamas preso di mira nei discorsi e negli ultimi inter­venti del pre­mier israe­liano e dei suoi mini­stri. In vista della guerra «crea­tiva» di Shi­mon Schif­fer, la gente di Gaza fa prov­vi­sta, accu­mula generi di prima neces­sità, cerca di pro­cu­rarsi medi­ci­nali. Chi può per­met­ter­selo acqui­sta decine di bot­ti­glie di acqua, i più poveri, ossia gran parte della popo­la­zione, con­ti­nua a bere l’acqua ormai salata che esce dai rubi­netti. Asmaa al Ghoul, una cyber-attivista, ci dice che a dif­fe­renza delle pre­ce­denti offen­sive mili­tari, “Piombo Fuso” (2008) e “Colonna di Difesa”, sta­volta gli abi­tanti di Gaza cul­lano una spe­ranza. «Si dif­fonde l’idea che Israele alla fine non attac­cherà in massa – rife­ri­sce -, lunedì scorso quando hanno tro­vato i corpi dei tre coloni la guerra era sicura. Poi degli israe­liani hanno rapito e ucciso bru­tal­mente un ragazzo pale­sti­nese a Geru­sa­lemme (Moham­med Abu Khdeir, ndr) e que­sta noti­zia ha fatto il giro del mondo ren­dendo dif­fi­cile per Neta­nyahu sca­te­nare un nuovo inferno (a Gaza)».

Scende il sole, il tra­monto porta con sè l’invito alla pre­ghiera del muez­zin. Le auto improv­vi­sa­mente spa­ri­scono. Le strade si svuo­tano. Il pro­fumo dei piatti tipici si dif­fonde nelle scale dei palazzi e nelle case. La gente torna a casa per l’iftar, la cena che nel Rama­dan chiude il digiuno comin­ciato all’alba, e per stare insieme a parenti e amici. Il mese più impor­tante dell’anno isla­mico Gaza lo vive nell’angoscia di una guerra sul punto di ini­ziare. Amer Abu Sama­dana, un inse­gnante di Rafah che vive e lavora nel capo­luogo Gaza city, ci offre la sua spie­ga­zione: «Gli israe­liani puni­scono una intera popo­la­zione per i lanci di razzi, ci bom­bar­dano, ci ucci­dono. Piut­to­sto dovreb­bero chie­dersi per­chè i pale­sti­nesi spa­rano quei razzi. Sono un uomo tran­quillo – aggiunge – e non un soste­ni­tore della lotta armata e di chi prende di mira le città dall’altra parte (del con­fine) ma gli israe­liani devono capire che non pos­sono tenerci pri­gio­nieri, sotto asse­dio, sotto pres­sione senza che que­sto pro­vo­chi la nostra reazione».

L’unica “nor­ma­lità” di Gaza in que­sti giorni è lo schermo della tele­vi­sione, il totem intorno al quale si riu­ni­scono le fami­glie per seguire i Mon­diali. L’Algeria ha occu­pato il cuore degli appas­sio­nati pale­sti­nesi ma la nazio­nale afri­cana è stata scon­fitta ed eli­mi­nata dalla Ger­ma­nia. Un affetto che il por­tiere Rais e gli altri nazio­nali alge­rini hanno voluto ricam­biare donando a Gaza il pre­mio con­se­guito ai Mon­diali, circa 6 milioni e mezzo di euro, frutto di tante buone pre­sta­zioni in que­sti ultimi anni e non solo di quelle viste al mon­diale in corso. Un gesto che Gaza ricor­derà per sem­pre anche se ora tifa Brasile.

Gaza aspetta la rappresaglia da: il manifesto

Israele celebra i funerali dei tre ragazzi uccisi, mentre il gabinetto di sicurezza decide le ritorsioni contro i palestinesi. Non tutti i ministri sono per l’offensiva militare invocata dalla destra

Funerali ieri di un giovane palestinese

Stessa gior­nata, stati d’animo diversi. Forte com­mo­zione in Israele, ten­sione lace­rante nei Ter­ri­tori occu­pati pale­sti­nesi. Israele ieri si è stretta intorno alle fami­glie di Naf­tali Fraen­kel, Eyal Yifrach e Gilad Shaar, i tre ado­le­scenti rapiti il 12 giu­gno e tro­vati morti due giorni fa vicino ad Halhul, in Cisgior­da­nia. Uccisi, dicono i ser­vizi di sicu­rezza, da una cel­lula di Hamas. La loro morte segna un intero paese: quando la ragione ormai vol­geva al pes­si­mi­smo, tanti cul­la­vano ancora la spe­ranza di vederli tor­nare a casa. Erano diven­tati i figli di tutti gli israe­liani. Però ieri, a poche decine di chi­lo­me­tri dal cimi­tero di Modiin, dove sono stati sepolti i tre ragazzi, pian­geva anche una fami­glia pale­sti­nese, quella di You­sef Abu Zagha, 17 anni, ucciso dal fuoco dei sol­dati entrati all’alba nel campo pro­fu­ghi di Jenin. Per il por­ta­voce dell’esercito You­sef era un «mili­tante di Hamas», col­pito per­ché aveva ten­tato di sca­gliare un ordi­gno. Una ver­sione che testi­moni pale­sti­nesi smen­ti­scono secc­ca­mente. Il ragazzo, dicono, non aveva bombe e si tro­vava in strada con altri gio­vani che urla­vano e lan­cia­vano sassi ai sol­dati israe­liani entrati nel campo profughi.

«Riposa in pace, figlio mio. Sen­ti­remo sem­pre la tua voce nei nostri cuori». Sono le parole con le quali Rachel Fraen­kel ha dato a Nof Aya­lon l’ultimo saluto al figlio Naf­tali durante la ceri­mo­nia che ha pre­ce­duto il fune­rale a Modiin al quale ha par­te­ci­pato l’intera lea­der­ship israe­liana: dal pre­si­dente uscente Shi­mon Peres a quello entrante Reu­ven Rivlin, al pre­mier Neta­nyahu, ai mini­stri, ai due rab­bini capi. Ana­lo­ghe ceri­mo­nie si sono svolte a Elad, dove viveva Eyal Yifrach, e nella colo­nia israe­liana di Tal­mon, vicino Ramal­lah, dove abi­tava Gilad Shaar. Ad ognuno dei riti ha par­te­ci­pato un mini­stro. A dif­fe­renza di Rachel Frankel, Uri Yifrach ha usato parole minac­ciose rivol­gen­dosi agli assas­sini del figlio. «Voi siete dei mal­fat­tori, la nazione di Israele ha pro­messo che il vostro giorno arri­verà», ha avver­tito evo­cando la rap­pre­sa­glia che l’opinione pub­blica israe­liana chiede a gran voce al governo Neta­nyahu. Israele la «farà pagare» ad Hamas ha pro­messo il mini­stro della difesa Moshe Yaa­lon. «Con­si­de­riamo Hamas respon­sa­bile del seque­stro e dell’omicidio, e sap­piamo come far­gliela pagare — ha detto — con­ti­nue­reno a dare la cac­cia agli assas­sini, non avremo tre­gua e non tace­remo fino a che non li avremo cat­tu­rati». L’interesse poli­tico ha avuto il soprav­vento su dolore e rab­bia. Yaa­lon ha pro­po­sto la costru­zione di una nuova colo­nia dedi­cata ai tre ragazzi uccisi, che dovrebbe sor­gere nell’avamposto di Gvaot, con­ge­lato nel 2002, a sud di Geru­sa­lemme. Una colo­niz­za­zione senza freni la chie­dono i set­tler israe­liani, unita, a una pesante puni­zione a tutti i palestinesi.

Israele sospetta del seque­stro Amar Abu-Eisha e Mar­wan Kawa­smeh, due pale­sti­nesi di Hebron, noti come mili­tanti di Hamas, che non hanno fatto ritorno a casa dal giorno del rapi­mento. La prova certa del loro coin­vol­gi­mento in effetti non è stata resa pub­blica ma l’esercito ha già demo­lito le loro abi­ta­zioni lasciando in strada i loro fami­gliari. Sono stati pub­bli­cati invece altri par­ti­co­lari delle fasi suc­ces­sive al seque­stro. Uno dei tre ragazzi ha effet­tuato, sia pure per pochi secondi, una tele­fo­nata al numero d’emergenza della poli­zia. Nella regi­stra­zione dif­fusa si sente la voce di Ghi­lad Shaar che dice «Sono stato rapito» seguita da una inti­ma­zione, in ebraico con accento arabo: «Giù la testa, abbassa la testa». Poi gli echi sof­fo­cati di quelli che potreb­bero essere cinque-sei colpi di pistola. A que­sto punto qual­cuno alza a tutto volume la radio dell’automobile e la con­ver­sa­zione si tronca. Una chia­mata che, secondo gli inve­sti­ga­tori, avrebbe allar­mato i rapi­tori che, cre­den­dosi ormai indi­vi­duati, hanno ucciso subito i ragazzi, si sono libe­rati dei loro corpi nei pressi di Halhul e hanno dato fuoco all’automobile usata per il rapi­mento allo scopo di far per­dere le tracce. Invece la poli­zia non aveva dato cre­dito a quella tele­fo­nata e l’allarme è scat­tato solo quando le fami­glie hanno denun­ciato che i tre ado­le­scenti non ave­vano fatto ritorno a casa. Una delle ipo­tesi delle auto­rità è quella di un seque­stro andato «storto».

Le inten­zioni dei rapi­tori con ogni pro­ba­bi­lità erano quelle di scam­biare i tre ado­le­scenti con pri­gio­nieri poli­tici pale­sti­nesi e non di ucci­derli. Ieri sera al ter­mine di una gior­nata segnata dagli appelli della destra israe­liana ad appro­vare una mas­sic­cia ope­ra­zione mili­tare con­tro i pale­sti­nesi – il mini­stro degli esteri Lie­ber­man ha insi­stito per rioc­cu­pare Gaza – e da aggres­sioni ten­tate e rea­liz­zate a danno di alcuni pale­sti­nesi, Neta­nyahu era atteso ad un incon­tro con la stampa. «Dob­biamo pren­dere gli assas­sini, quelli che hanno par­te­ci­pato al rapi­mento e all’uccisione», ha pro­cla­mato, aggiun­gendo che Israele con­ti­nuerà a por­tare avanti le sue ope­ra­zioni con­tro le strut­ture di Hamas in Cisgior­da­nia e a Gaza. Nell’esecutivo gli orien­ta­menti ieri erano diversi. Alcuni, gui­dati dall’ultranazionalista Naf­tali Ben­nett, spin­ge­vano per l’avvio di un’offensiva mili­tare, con­tro Gaza e in Cisgior­da­nia. Altri, appog­giati da Neta­nyahu, pro­po­ne­vano una rea­zione più con­te­nuta. A pagare in ogni caso saranno soprat­tutto i civili palestinesi.

Israeliani rapiti, miccia per una esplosione devastante da: il manifesto

Israele/Territori Occupati. Netanyahu: pronti a qualsiasi scenario. Ora si teme una escalation militare. Israele schiera altre migliaia di soldati in Cisgiordania, non solo per le ricerche dei giovani dispersi.

La vicenda dei tre ado­le­scenti israe­liani scom­parsi gio­vedì sera nella Cisgior­da­nia occu­pata, si sta tra­sfor­mando nella mic­cia che può pro­vo­care una esplo­sione deva­stante. La loro sorte — rapiti da un gruppo armato pale­sti­nese ha con­fer­mato ieri sera il pre­mier Israe­liano Benya­min Neta­nyahu – non genera solo emo­zione in tutta Israele, otte­nendo gran parte dello spa­zio sui media nazio­nali, ma rende per­sino più grave il qua­dro israelo-palestinese. Senza con­tare che non man­cano coloro che met­tono la vicenda addi­rit­tura in rela­zione agli ultimi svi­luppi in Iraq e nel resto della regione.

I gior­nali, già prima della noti­zia del (pro­ba­bile) seque­stro dei tre ragazzi, ave­vano pub­bli­cato com­menti e ana­lisi sull’infiltrazione dello “Stato Isla­mico in Iraq e Siria” anche in Gior­da­nia, quindi alle porte del paese. Così quando venerdì è giunta la riven­di­ca­zione del seque­stro da parte di un sedi­cente gruppo “Stato dell’Islam”, per i media israe­liani è stato facile fare due più due, quat­tro. Una riven­di­ca­zione poco cre­di­bile, per ammis­sione degli stessi uomini dell’intelligence, ma che ali­menta la tesi dei nazio­na­li­sti israe­liani che vuole i pale­sti­nesi sem­pre più “estre­mi­sti”, “fana­tici”, quindi inaf­fi­da­bili per il rag­giu­gi­mento di qual­siasi accordo poli­tico. Lo stesso pre­mier Neta­nyahu ha pron­ta­mente col­le­gato il seque­stro alla recente ricon­ci­lia­zione tra pale­sti­nesi e alla costi­tu­zione del nuovo governo dell’Anp con l’appoggio del movi­mento isla­mico Hamas. Israele farà ”di tutto e con tutti i mezzi” per rin­trac­ciare i tre ragazzi che ”sono stati rapiti da un’organizzazione ter­ro­ri­stica” e impe­dire che ”siano tra­sfe­riti a Gaza o altrove”, ha avver­tito Neta­nyahu che è tor­nato ad accu­sare l’Anp di essere respon­sa­bile per­ché gli autori del rapi­mento ”sono par­titi dal ter­ri­to­rio sotto suo con­trollo” e ha ammo­nito che le forze israe­liane  sono pronte ”a qual­siasi scenario”.

Per la destra fuori e den­tro il governo, il pre­si­dente pale­sti­nese Abu Mazen avrebbe mostrato in que­sti ultimi mesi e set­ti­mane il «suo vero volto», quello dell’estremista nemico di Israele e non del mode­rato favo­re­vole a al com­pro­messo poli­tico che piace ai governi occi­den­tali. Peral­tro il seque­stro aggiunge ten­sione anche in casa pale­sti­nese dove la ricon­ci­lia­zione Fatah-Hamas e la nascita del nuovo ese­cu­tivo di con­senso nazio­nale non ha cam­biato nulla sul ter­reno. L’altro giorno il pre­mier Rami Ham­dal­lah, rispon­dendo alle domande del New York Times, ha detto che la sua auto­rità rimane ine­si­stente a Gaza dove, di fatto, con­ti­nua a gover­nare Hamas. Il movi­mento isla­mico replica che anche in Cisgior­da­nia le cose non sono cam­biate e che i suoi atti­vi­sti e sim­pa­tiz­zanti sono presi di mira non solo dall’esercito israe­liano ma ancora dall’intelligence dell’Anp che, aggiunge, pro­se­gue la sua col­la­bo­ra­zione di sicu­rezza con Tel Aviv. In un qua­dro tanto com­plesso e fra­gile, gli avver­ti­menti minac­ciosi lan­ciati da Neta­nyahu ad Abu Mazen vanno presi molto sul serio. Even­tuali svi­luppi dram­ma­tici della scom­parsa dei tre israe­liani, inne­sche­ranno senza alcun dub­bio una duris­sima rea­zione mili­tare di Israele nei Ter­ri­tori occu­pati, con con­se­guenze incalcolabili.

Il mini­stro della difesa israe­liano, Moshe Yaa­lon, è con­vinto che i tre ado­le­scenti siano in vita. «Fino a quando non sapremo il con­tra­rio, lavo­riamo pre­sup­po­nendo che siano ancora vivi» ha detto, aggiun­gendo che l’esercito ha sven­tato nel 2013 trenta seque­stri di israe­liani e quin­dici nel 2014. Le ricer­che dei tre scom­parsi — Gilad Shaar, 16 anni, della colo­nia di Tal­mon; Naf­tali Fren­kel, 16, del vil­lag­gio di Nof Aya­lon sulla “linea verde”; Elad Yifrach, 19, di Elad nei pressi di Petah Tikva — si con­cen­trano nella zona di Hebron dove si trova la scuola rab­bi­nica che fre­quen­ta­vano. Tra le varie pos­si­bi­lità c’è quella che i rapiti siano stati sepa­rati, ren­dendo così più dif­fi­cile il ritro­va­mento, allo scopo di avviare trat­ta­tive per uno scam­bio di pri­gio­nieri. L’esercito israe­liano ha dispie­gato più di 2.000 sol­dati nell’area di Hebron. Tre bat­ta­glioni di para­ca­du­ti­sti e uno di un’altra unità sono stati inviati in altre zone vicine. Ieri il segre­ta­rio di stato Usa John Kerry ha discusso Abu Mazen dell’intera vicenda, visto che, tra l’altro, uno degli scom­parsi ha anche la cit­ta­di­nanza americana.