Zanotelli: no a banche armate, sì a difesa non armata da: Un’altra Difesa è possibile! Campagna per la difesa civile non armata e nonviolenta

22_49_are_f1_997_1_resize_597_334La guerra imperversa ormai dalla Somalia all’Iraq, dalla Siria al Sud Sudan, dal Califfato Islamico(ISIS) al Califfato di Boko Haram (Nigeria), dal Mali all’Afghanistan, dal Sudan (la guerra contro il popolo Nuba) alla Palestina, dal Centrafrica al Libano. La Libia sta sprofondando in una paurosa guerra civile di tutti contro tutti, come sta avvenendo nello Yemen. L’Ucraina sta precipitando in una carneficina che potrebbe portare l’Europa in guerra contro la Russia. E’ già ritornata la Guerra Fredda fra Russia e i paesi del Patto NATO che persegue una politica di espansione militare che va dall’Ucraina alla Georgia. “La grande Spada”, di cui parla l’Apocalisse, è ritornata a governare la terra e sospinge tutti i paesi ad armarsi fino ai denti. A livello mondiale infatti oggi si spendono quasi cinque miliardi di dollari al giorno in armi. Solo in Italia spendiamo 70 milioni di euro al giorno in armi, senza contare i 15 miliardi di euro stanziati per gli F-35 e 5,4 miliardi per una quindicina di navi militari. Ma ancora più grave è il ritorno trionfale delle armi atomiche. Gli USA spenderanno nei prossimi anni 750 miliardi di dollari per ‘modernizzare’ il loro arsenale atomico. La lancetta dell’ “Orologio dell’apocalisse “è stata spostata dagli scienziati per il 2015, a tre minuti dalla mezzanotte della guerra nucleare, lo stesso livello del 1984, allora in piena guerra fredda. In questo contesto, dopo i fatti di Parigi, sarebbe grave che l’Occidente cadesse nella trappola mortale  di una ‘guerra santa’ contro l’Islam. Sarebbe davvero la “Terza Guerra Mondiale”. Per questo dobbiamo rilanciare con forza la nonviolenza attiva inventata da Gesù e messa in pratica da uomini come Gandhi , Martin Luther King, Nelson Mandela. Aldo Capitini. E per incamminarci su questa strada, abbiamo oggi a disposizione due strumenti importanti: la campagna per la Difesa Non Armata e Nonviolenta e la campagna contro le Banche Armate.

Arena di Pace e DisarmoLa prima campagna, lanciata all’Arena di Verona il 25 aprile 2014, è una raccolta di firme per una Legge di iniziativa popolare che porta il titolo: ”Istituzione e modalità di finanziamento del Dipartimento della Difesa civile, non armata e nonviolenta”. L’iniziativa , sostenuta da un ampio schieramento del movimento per la pace, chiede l’istituzione e il finanziamento di un Dipartimento che comprende i corpi civili di Pace e l’Istituto di Ricerca sulla Pace e il Disarmo. Questo per dare concretezza all’articolo 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…!) e per dare fondamento istituzionale e autonomia organizzatrice al principio fondante della legge che vuole il pieno riconoscimento della difesa alternativa a quella militare , come afferma la legge n. 30 del 1998. Il finanziamento invece di questa Difesa civile dovrà venire sia dai fondi provenienti dalla riduzione  delle spese per la difesa militare sia dalle possibilità dei contribuenti da destinare la quota pari al 6 per mille dall’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF). Infatti la Difesa non armate e nonviolenta, per essere efficace, deve essere  preparata, organizzata e finanziata. Come si è sviluppato a dismisura il Genio militare deve ora svilupparsi il Genio civile per una difesa alternativa. La Campagna per essere efficace ha bisogno che in ogni regione, provincia, città e comuni si formino dei comitati per la raccolta firme che terminerà entro il 28 maggio 2015. (Per informazioni vedi info@difesacivilenonviolenta.org) Non possiamo accontentarci delle 50.000 firme richieste, ma dobbiamo portarne almeno mezzo milione che consegneremo al Presidente della Camera, perché la legge venga discussa al più presto in aula. Dobbiamo mobilitarci tutti in questa importante campagna.

Ma mi appello soprattutto ai vescovi, ai sacerdoti, alle comunità cristiane perché si impegnino per questa Difesa Nonviolenta che nasce proprio dall’insegnamento di Gesù di Nazareth.
In questo clima di violenza e  di guerra, non è certo un compito facile, sfidare il “complesso militare-industriale” che oggi governa il mondo. Per questo trovo significativo che allo stesso tempo della campagna di Difesa Civile, sia stata rilanciata la Campagna contro le Banche Armate , da tre riviste missionarie e nonviolente, Nigrizia, Mosaico di Pace  e Missione Oggi. Se vogliamo infatti contrastare la Difesa Armata, dobbiamo mettere in crisi la produzione e la vendita di armi (l’Italia è all’ottavo posto nel mondo per la produzione di armi pesanti e al secondo per le armi leggere). Chi finanzia la produzione e l’esportazione di armi sono le banche: le cosidette “banche armate”.  Non possiamo dichiaraci per la pace ed avere i nostri soldi in banche che finanziano le armi. E’ immorale! Oggi, grazie alla legge 185, il Parlamento italiano è obbligato ogni anno a dirci quali sono state le banche che pagano per l’export di armi italiane. Unicredit e Deutsche Bank risultano quest’anno tra le principali banche armate nella lista della presidenza del consiglio. Ma sono tante altre ad avere le mani sporche di sangue.
Questa campagna era stata lanciata già nel 2000 rivolta soprattutto ai vescovi, parroci, responsabili di istituti religiosi . Purtroppo pochi hanno risposto in questi 15 anni!  Eppure  la pace è il cuore del Vangelo!
Per questo la rilanciamo con forza, chiedendo ai nostri vescovi, parroci, responsabili degli istituti religiosi di scrivere alla direzione della propria banca per chiedere se è coinvolta nel commercio delle armi. In caso di risposta vaga o di non risposta, chiediamo di interrompere i rapporti con la banca,rendendo pubblica la scelta.Mi appello , in particolare, alle comunità cristiane perché le trovo ancora “fredde”. Ma ci appelliamo a tutti i cittadini perché insieme, credenti e non, diamo una mano perché le nostre banche impieghino i soldi per la pace, non per la guerra.(Per ulteriori informazioni vedi i siti di Nigrizia,  Mosaico di Pace  e Missione Oggi e quello della Campagna http://www.banchearmate.it, dove troverete anche un fac-simile di lettera da inviare alla ‘banca armata’).

E’ ancora una delle tragedie nella storia dell’umanità che, come diceva Gesù, “ i figli di questo mondo sono più scaltri dei figli della luce!”. Diamoci tutti da fare perché vinca la Vita.

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La prima guerra mondiale – Le operazioni militari (agosto 1914-novembre 1917) da: www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 23-10-14 – n. 517

Accademia delle Scienze dell’URSS | Storia universale vol. VII, Teti Editore, Milano, 1975

Capitolo XXVI – Parte prima

Le contraddizioni imperialistiche, che si erano andate accumulando per decenni, portarono al grandioso scontro dei due blocchi politico-militari. Il materiale combustibile nella politica internazionale era talmente abbondante, che la fiamma della guerra accesasi alla fine del luglio 1914 fra l’Austria e la Serbia si diffuse nel corso di qualche giorno su tutta l’Europa e poi, seguitando a crescere, abbracciò tutto il mondo.

1. L’Inizio della guerra. Il fallimento della II Internazionale

La trasformazione del conflitto in guerra mondiale

Nonostante il fatto che i piani dello Stato Maggiore tedesco prevedessero l’apertura delle ostilità, in primo luogo, contro la Francia, il governo della Germania decise di dichiarare prima guerra alla Russia al fine d’ingannare le masse utilizzando la parola d’ordine della lotta contro lo zarismo russo. I circoli di governo della Germania sapevano che la Francia sarebbe intervenuta immediatamente a fianco della Russia e questo avrebbe dato all’esercito tedesco la possibilità di assestare il primo colpo in occidente, secondo il piano Schlieffen.

La sera del 1° agosto 1914 l’ambasciatore tedesco a Pietroburgo, conte Pourtalès, si presentò al ministro degli affari esteri Sazonov per portare la risposta all’ultimatum che esigeva la revoca della mobilitazione russa. Avendo ricevuto un rifiuto, Pourtalès consegne a Sazonov la nota con la dichiarazione di guerra. Così, con l’intervento di due grandi potenze imperialistiche – la Germania e la Russia – aveva inizio la prima guerra mondiale.

In risposta alla mobilitazione generale della Germania, la medesima decisione venne presa anche dalla Francia. Il governo francese però non voleva assumersi l’iniziativa della dichiarazione di guerra e voleva scaricarne la responsabilità sulla Germania.

Il giorno della presentazione dell’ultimatum alla Russia, il governo tedesco richiese alla Francia di rimanere neutrale in caso di una guerra russo-tedesca. Contemporaneamente essa preparò il testo della dichiarazione di guerra alla Francia, nella quale si faceva riferimento al fatto che aerei militari francesi avevano sorvolato il territorio tedesco (in seguito il governo tedesco dovette riconoscere che nessuno. aveva visto tali aerei).

La Germania dichiaro guerra alla Francia il 3 agosto, ma già il 2 agosto, aveva inoltrato al governo belga una richiesta-ultimatum di lasciar passare attraverso il Belgio le truppe tedesche verso il confine della Francia. Il governo belga respinse l’ultimatum e si rivolse per aiuto a Londra. Il governo inglese decise di utilizzare questo appello come pretesto per l’intervento nella guerra. “L’agitazione a Londra cresce di ora in ora”, così telegrafava il 3 agosto a Pietroburgo l’ambasciatore russo in Inghilterra. Il giorno dopo la Gran Bretagna inviava alla Germania un ultimatum con la richiesta di non violare la neutralità del Belgio: il termine dell’ultimatum inglese scadeva alle ore 11 della sera, ora di Londra. Alle 11 e 20 minuti il Primo Lord dell’Ammiragliato Winston Churchill comunicò ad una seduta del gabinetto di avere inviato in tutti i mari ed oceani un messaggio radio che ordinava alle navi da guerra inglesi di aprire le ostilità contro la Germania.

Dopo l’inizio della guerra, dichiararono la propria neutralità la Bulgaria, la Grecia, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, l’Olanda, la Spagna, il Portogallo ed anche l’Italia e la Romania, che erano alleate delle potenze centrali. Tra i paesi non europei si dichiararono neutrali gli Stati Uniti e vari Stati dell’Asia e dell’America Latina. La dichiarazione di neutralità però non significava assolutamente che tutti questi paesi avessero l’intenzione di rimanere fuori della guerra.

La borghesia di molti paesi neutrali aspirava a partecipare alla guerra contando di realizzare in questo modo le proprie pretese territoriali. D’altro canto le potenze belligeranti ritenevano che l’intervento di nuovi Stati nella guerra potesse influenzare la sua durata e l’esito finale. Per questo, ognuna delle due coalizioni combattenti face il massimo sforzo al fine di attirare al suo fianco questi paesi oppure assicurarsi la loro benevola neutralità fino alla fine della guerra.

Già nell’agosto, gli imperialisti giapponesi si convinsero che si era creata una situazione favorevole per l’instaurazione del loro predominio in Cina e sull’Oceano Pacifico. Il 19 agosto il Giappone presentava alla Germania un ultimatum con la richiesta dell’immediato richiamo dalle acque cinesi e giapponesi delle forze armate tedesche e la consegna alle autorità giapponesi, non più tardi del 15 settembre 1914, dei territori “affittati” di Kiaochow con il porto di Tsingtao. La Germania respinse l’ultimatum ed il 23 agosto il Giappone le dichiarò guerra.

La Turchia, che formalmente aveva proclamato la neutralità, firmò il 2 agosto un accordo segreto con la Germania in base al quale si obbligava ad intervenire al suo fianco ed a mettere di fatto il proprio esercito agli ordini dello Stato Maggiore tedesco.
Il giorno della firma di questo accordo il governo turco proclamò la mobilitazione generale e sotto la copertura della neutralità armata iniziò la preparazione della guerra. Appoggiandosi sull’influente raggruppamento nazionalistico grande-turco con alla testa il ministro della guerra Enver-Pascià e quello degli affari esteri Talaat-Pascià, la diplomazia tedesca ottenne in breve tempo la partecipazione della Turchia alla guerra.

Gli incrociatori tedeschi “Goeben” e “Breslau” passarono attraverso i Dardanelli nel Mare di Marmara ed il contrammiraglio tedesco Souchon, giunto con il “Goeben”, venne nominato comandante delle forze navali turche. Ad Istanbul arrivavano ininterrottamente dalla Germania convogli. con armi, munizioni, ufficiali e specialisti militari.
Nei circoli dirigenti della Turchia c’erano ancora esitazioni sulla questione dell’entrata in guerra, ma le reciproche contraddizioni imperialiste nel Vicino Oriente impedivano alla Russia, all’Inghilterra ed alla Francia di utilizzare queste esitazioni ed elaborare una comune linea di condotta politica nei negoziati con il governo turco.

Nel frattempo, la pressione della Germania sulla Turchia andava rafforzandosi ulteriormente. Mirando a porre il paese dinanzi al fatto compiuto, i circoli militari tedeschi ed i militaristi turchi, con alla testa Enver-Pascià, ricorsero alla provocazione. Il 29 ottobre la flotta turco-tedesca attaccò navi russe nel Mar Nero e bombardò Odessa, Sebastopoli, Feodosia e Novorossisk.
La Turchia intervenne in tal modo nel conflitto al fianco della Germania.

Alla fine del 1914 si trovavano in stato di guerra l’Austria-Ungheria, la Germania, la Turchia, la Francia, la Serbia, il Belgio, la Gran Bretagna (assieme ai paesi del suo impero), il Montenegro ed il Giappone. In tale maniera il conflitto militare sorto in Europa s’era esteso in breve spazio di tempo all’Estremo ed al Vicino Oriente.

Il tradimento della II internazionale. la piattaforma rivoluzionaria dei bolscevichi

Nei convulsi giorni della crisi di luglio le masse proletarie avevano riposte tutte le loro speranze nella II Internazionale. Ma nonostante le solenni dichiarazioni dei congressi di Stoccarda e Basilea i leaders della II Internazionale non organizzarono nessuna azione contro la guerra imperialistica imminente e tradirono l’internazionalismo proletario.

La direzione del più grande partito della II Internazionale, il Partito Socialdemocratico Tedesco, che contava nelle sue file circa 1 milione di membri, capitolò completamente davanti alla sua ala destra apertamente sciovinista, i cui capi si erano accordati segretamente con il cancelliere Bethmann Hollweg e gli avevano promesso il proprio incondizionato appoggio in caso di guerra.

Dal giorno della dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, 1° agosto 1914, tutta la stampa socialdemocratica tedesca si unì attivamente alla sfrenata campagna sciovinista dei giornali junker-borghesi, invitando le masse a “difendere la patria dalla barbarie russa” ed a combattere “fino alla vittoria finale”.

Il 3 agosto il gruppo socialdemocratico al Reichstag decise di approvare a schiacciante maggioranza di voti (14 contrari) le proposte del governo sui crediti di guerra; il 4 agosto i socialdemocratici, assieme ai deputati della borghesia e degli junkers, votarono all’unanimità per i crediti di guerra.

L’aperto tradimento attuato dai capi socialdemocratici in un’ora così piena di pericoli, demoralizzò la classe operaia tedesca, scompaginò le sue file e la privò della possibilità di attuare una resistenza organizzata alla politica degli imperialisti. L’apparato di partito e la stampa della socialdemocrazia tedesca e dei sindacati si posero al servizio della guerra imperialista.
I redattori dell’organo centrale socialdemocratico, “Vorwarts”, si impegnarono con il comandante militare della marca brandeburghese a non toccata nel loro giornale nessuna questione “della lotta di classe e dell’odio di classe”.

La solidarietà proletaria internazionale fu tradita anche dal Partito Socialista Francese. Il 31 luglio 1914, dopo una campagna provocatoria dei circoli reazionari, fu assassinato Jean Jaurès, che aveva preso posizione contro lo scatenamento della guerra.
Gli operai attendevano che i capi li chiamassero alla lotta, ma il 4 agosto, ai funerali di Jaurès, i lavoratori udirono dai dirigenti del partito socialista e della Confederazione Generale del Lavoro solo inviti proditori all’ “unità nazionale” e alla cessazione della lotta di classe.

I social-sciovinisti francesi affermavano che i paesi dell’Intesa facevano solo una guerra difensiva e che erano i “portatori del progresso” nella lotta contro il prussianesimo aggressivo. In seguito si chiarì che già prima dell’uccisione di Jaurès il governo aveva ordinato di non impiegare misure repressive contro alcune migliaia dei più noti socialisti e dirigenti sindacali, che in precedenza aveva previsto di arrestare se fosse iniziata la guerra.

Il governo era sicuro che gli opportunisti tenevano abbastanza solidamente nelle proprie mani i fili della direzione sia del partito socialista che della Confederazione Generale del Lavoro. Poco dopo la dichiarazione di guerra, i socialisti Jules Guesde, Marcel Sembat e più tardi Albert Thomas occuparono incarichi ministeriali.

Nel Belgio il leader del partito socialista Emile Vandervelde, presidente dell’Ufficio socialista Internazionale, divenne ministro della giustizia.
Anche il Partito Socialdemocratico Austriaco assunse una posizione di tradimento.
Negli inquieti giorni dopo l’attentato di Sarajevo i dirigenti del Partito Socialdemocratico Austriaco, pur dichiarando di essere pronti a difendere la pace, affermavano nello stesso tempo che all’Austria dovevano essere concesse delle “garanzie” da parte della Serbia.
Dopo queste manifestazioni di sciovinismo seguì l’approvazione delle misure militari del governo.
I laburisti inglesi votarono in Parlamento per i crediti militari.

Una posizione social-sciovinista “difensista” fu assunta anche dai menscevichi e dai socialisti rivoluzionari russi; sotto la copertura della fraseologia pseudo-socialista, essi invitavano gli operai alla difesa della Russia zarista ed alla pace civile con la “propria” borghesia.

Contro i crediti di guerra votarono i socialdemocratici serbi.
Una giusta posizione in rapporto alla guerra fu presa anche dai socialisti di sinistra bulgari, dalle sinistre nella direzione del partito socialdemocratico romeno, dalla sinistra tedesca con alla testa Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg e da elementi delle sinistre internazionaliste in altri partiti.

Una conseguente linea internazionalista fu adottata dai bolscevichi.
Il gruppo parlamentare bolscevico nella IV Duma votò coraggiosamente contro il bilancio di guerra; per il loro atteggiamento rivoluzionario i deputati bolscevichi furono sottoposti a giudizio e deportati in Siberia.

Quando scoppiò la guerra, il capo del partito bolscevico Vladimir Ilic Lenin viveva in una piccola cittadina galiziana, Poronin, vicino al confine russo. Il 7 agosto, per disposizione delle autorità austriache, fu effettuata una perquisizione nell’appartamento di Lenin ed il giorno successivo egli venne arrestato e rinchiuso nella prigione della città distrettuale di Novy Targ (Neumarkt).

Dopo l’intervento di alcuni socialdemocratici austriaci e polacchi, gli organi di polizia dovettero liberare Lenin, il 19 agosto, e le autorità austriache gli concessero l’autorizzazione a partire per la Svizzera. Arrivato a Berna, Lenin, all’inizio di settembre, elaborò le sue tesi sui “Compiti della socialdemocrazia rivoluzionaria nella guerra europea”.

Il 6-8 settembre del 1914 si tenne a Berna una riunione del gruppo locale dei bolscevichi, nella quale fu ascoltata la relazione di Lenin e vennero accettate le sue tesi sulla guerra. Poco tempo dopo esse furono inviate in Russia ed alle sezioni all’estero del partito bolscevico. In queste tesi ed anche nel manifesto del Comitato Centrale del POSDR (B) (Partito Operaio Socialdemocratico Russo-Bolscevico) “La guerra e la socialdemocrazia russa” scritto all’inizio dell’ottobre del 1914, Lenin con la genialità di un grande stratega proletario indicò i compiti che stavano dinanzi al proletariato della Russia e di tutto il mondo.

Mentre i leaders di destra dei partiti socialisti affermavano che la guerra allora iniziata era per i loro paesi una guerra difensiva, Lenin dimostrò che la guerra aveva un carattere imperialista per ambedue le coalizioni combattenti: “La conquista delle terre e l’assoggettamento delle nazioni straniere,la rovina delle nazioni concorrenti, la rapine delle loro ricchezze, la deviazione dell’attenzione delle masse lavoratrici dalle crisi politiche interne della Russia, della Germania, dell’Inghilterra e degli altri paesi, la disunione e l’istupidimento nazionalista degli operai e la distruzione della loro avanguardia per indebolire il movimento rivoluzionario del proletariato – tale è l’unico effettivo contenuto, il significato ed il senso della guerra attuale”. (V. I. Lenin: “La guerra e la socialdemocrazia russa”.)

Il partito bolscevico con alla testa Lenin fissò fermamente e senza tentennamenti il suo atteggiamento nei confronti della guerra imperialista. La posizione elaborata dai bolscevichi corrispondeva agli interessi della classe lavoratrice di tutti i paesi.
Condannando le ingannevoli parole d’ordine della pace civile e della collaborazione di classe fatte proprie dai social-sciovinisti, il partito bolscevico avanzò la parola d’ordine rivoluzionaria internazionalista della trasformazione della guerra imperialista in guerra civile.

Questa parola d’ordine presupponeva la realizzazione di misure concrete: il rifiuto incondizionato di votare per i crediti militari, l’uscita obbligatoria dei rappresentanti dei partiti socialisti dai governi borghesi, il pieno rifiuto di qualsiasi accordo con la borghesia, la creazione di organizzazioni illegali in quei paesi dove ancora esse non esistevano, l’appoggio alla fraternizzazione dei soldati al fronte, l’organizzazione di azioni rivoluzionarie della classe lavoratrice.

In contrapposizione all’invito dei social-sciovinisti di difendere la patria dei latifondisti e dei borghesi, i bolscevichi portarono avanti la parola d’ordine della sconfitta del “proprio” governo nella guerra imperialista. Questo significava che la classe lavoratrice doveva utilizzare il reciproco indebolimento degli imperialisti per il rafforzamento della lotta rivoluzionaria e per il rovesciamento delle classi dominanti.

Bollando con decisione il tradimento della causa del socialismo, perpetrato dai leaders dei partiti socialisti, Lenin prese posizione per la completa rottura con la fallita II Internazionale. Analizzando il contenuto ideologico politico del social-sciovinismo, egli mise in luce il suo diretto legame con l’opportunismo della socialdemocrazia d’anteguerra.

Una posizione ipocrita fu presa dai social-sciovinisti coperti, i centristi, che si sforzavano di abbellire il social-sciovinismo con frasario ortodosso “marxista”.
Kautsky sosteneva “la reciproca amnistia” dei social-sciovinisti di tutti i paesi belligeranti e il loro “uguale diritto” alla difesa della “propria” patria borghese e compiva ogni sforzo possibile al fine di nascondere agli operai il fallimento della II Internazionale.

Nonostante le molte vittime e le perdite provocate dal terrore governativo, il partito bolscevico in Russia passò, in modo organizzato al lavoro illegale, unendo la classe operaia nella lotta contro la guerra imperialistica.
Avendo rotto definitivamente con la II Internazionale, i cui capi si trovavano di fatto alleati con la borghesia imperialista dei propri paesi, esso portò avanti il problema dell’organizzazione e dell’unione di tutte le forze rivoluzionarie della classe operaia internazionale, cioè della creazione di una nuova Internazionale, la III.

2. Le operazioni militari nel 1914

Lo schieramento degli eserciti dei paesi belligeranti

Al momento delle prime operazioni decisive furono mobilitati eserciti con enormi effettivi: l’Intesa 6.179.000 uomini, gli imperi centrali 3.568.000 uomini; l’artiglieria dell’Intesa contava 12.134 bocche da fuoco leggere e 1.013 pesanti, quella degli imperi centrali 11.232 leggere e 2.244 pesanti, senza considerare l’artiglieria da fortezza.
Nel corso della guerra i contendenti aumentarono progressivamente le proprie forze armate.

Nel teatro delle operazioni militari dell’Europa occidentale le truppe tedesche (7 armate e 4 corpi di cavalleria) occupavano un fronte di circa 400 chilometri, dal confine olandese fino a quello svizzero. Nominalmente il comandante supremo delle armate germaniche era l’imperatore Guglielmo II; di fatto la direzione delle stesse era affidata al capo dello Stato Maggiore, von Moltke junior.

Le armate francesi erano schierate fra il confine svizzero ed il fiume Sambre su un fronte di circa 370 chilometri. Il comando francese aveva formato 5 armate, ed alcuni gruppi di divisioni di riserva; la cavalleria strategica era stata riunita in due corpi e in un certo numero di divisioni singole. A comandante in capo delle armate francesi era state, destinato il generale Joffre.
L’esercito belga, sotto il comando del re Alberto I, era schierato sui fiumi Gene e Dijle.
Il corpo di spedizione inglese, composto di 4 divisioni di fanteria e di una divisione e mezzo di cavalleria, sotto il comando del generale French, al 20 agosto si era concentrato nella zona di Maubeuge.

Gli eserciti dell’Intesa schierati nel teatro di operazioni europeo occidentale erano composti da 75 divisioni francesi, 4 inglesi e 6 belghe ed avevano contro 86 divisioni di fanteria e 10 divisioni di cavalleria tedesche.
Praticamente nessuna delle parti aveva la superiorità di forze necessaria per assicurarsi un successo decisivo.

La Russia schierò sul suo fronte nord-occidentale la I e la II armata (17 divisioni e mezzo di fanteria e 8 divisioni e mezzo di cavalleria); contro di essa i tedeschi avevano schierato la loro VIII armata composta di 15 divisioni di fanteria e 1 divisione di cavalleria. Alle 4 armate russe del fronte centrale si contrapponevano 3 armate austriache rafforzate da un gruppo di armate e da un corpo formato da 3 divisioni di fanteria e da 1 divisione di cavalleria.

Un’armata russa serviva da copertura da Pietroburgo al litorale baltico, mentre un’altra copriva il confine con la Romania e il litorale del Mar Nero; gli effettivi totali di queste 2 armate contavano 12 divisioni di fanteria e 3 di cavalleria.
Il comando supremo delle armate russe era affidato al principe Nicola Nikolajevič, mentre a capo di Stato Maggiore fu nominato il generale Januškevič (in seguito nel 1915 il posto di comandante in capo supremo fu occupato da Nicola II, mentre capo di Stato Maggiore divenne il generale Alekseev).

Le armate austro-ungariche erano dirette dal capo di Stato Maggiore generale Conrad von Hötzendorf.

I fronti d’operazione dell’Europa occidentale e orientale furono i principali nel corso di tutta la guerra; le operazioni nei rimanenti teatri ebbero un ruolo di secondaria importanza.

Le forze navali

All’inizio della guerra l’Intesa possedeva la superiorità assoluta delle forze navali. Essa aveva in particolare 23 navi di linea e da battaglia contro 17 del blocco austro-germanico. Ancora maggiore era la superiorità dell’Intesa in incrociatori, cacciatorpediniere e sottomarini. Le forze navali inglesi erano concentrate in prevalenza nei porti al nord del paese, a Scapa Flow, quelle francesi nei porti del Mare Mediterraneo, quelle tedesche a Helgoland, a Kiel e a Wilhelmshaven.
Negli oceani ed anche nel Mare del Nord e nel Mediterraneo dominavano le forze navali dell’Intesa.

Nel Mar Baltico, dato che il programma russo di costruzioni navali militari non era stato completato, la flotta tedesca aveva una certa superiorità. Nel Mar Nero la flotta turco-tedesca, che includeva gli incrociatori veloci “Goeben” e “Breslau” (che avevano ricevuta la denominazione turca “Sultan Selim Javuz” e “Midilli”), nella prima fase della guerra, era nettamente superiore.

Da questo rapporto di forze delle flotte derivarono i piani di guerra sul mare delle due parti.
La flotta germanica fu obbligata a rinunciare ad operazioni attive; soltanto alcuni incrociatori tedeschi furono inviati per operazioni di disturbo sulle rotte oceaniche.
Le forze navali anglo-francesi, particolarmente la flotta inglese, furono in grado di realizzare il blocco delle coste e delle basi militari navali tedesche e di assicurare le vie di comunicazione a loro disposizione. Questa superiorità sul mare giocò un grande ruolo nell’ulteriore corso della guerra.

Le operazioni militari nel teatro di guerra della Europa occidentale

Le attività militari nel teatro di operazioni dell’Europa occidentale ebbero inizio il 4 agosto con l’invasione del territorio del Belgio da parte delle truppe tedesche e con l’attacco alla fortezza di Liegi. Due giorni prima, il 2 agosto, reparti avanzati dell’esercito germanico avevano occupato il Lussemburgo. I tedeschi violarono così la neutralità di questi due Stati, benché in precedenza, come gli altri Stati europei, l’avessero solennemente garantita. Il debole esercito belga, dopo dodici giorni di tenace difesa, ripiegò da Liegi su Anversa. Il 21 agosto i tedeschi presero, senza combattimento, Bruxelles.

Attraversato il Belgio, le truppe tedesche (secondo il piano Schlieffen) irruppero con la propria ala destra nel dipartimento del nord della Francia ed iniziarono una avanzata in direzione di Parigi. Tuttavia le truppe francesi, ritirandosi, opposero una tenace resistenza, mentre si preparavano ad una contromanovra. La massima concentrazione di forze contemplata dal piano tedesco, in questo settore di attacco del fronte apparve impossibile.

Sette divisioni furono impiegate per l’assedio e poi per mantenere Anversa, Civet, Maubeuge, mentre il 26 agosto, nel momento culminante dell’offensiva, i tedeschi dovettero gettare sul teatro delle operazioni militari dell’Europa orientale due corpi d’armata ed una divisione di cavalleria, dato che il comando supremo russo, sebbene non avesse ancora completato il concentramento delle proprie forze, aveva intrapreso, su insistente richiesta del governo francese, operazioni di attacco nella Prussia orientale.

Dal 5 al 9 settembre nelle pianure della Francia, fra Verdun e Parigi, si sviluppò una grandiosa battaglia, cui parteciparono sei armate anglo-francesi e cinque tedesche, con circa due milioni di uomini; nel contempo furono impiegate più di seicento bocche da fuoco pesanti e circa seimila leggere. La VI armata francese, di nuova formazione, assestò un serio colpo all’ala destra della I armata tedesca, che aveva il compito d’accerchiare Parigi per congiungersi poi con le truppe tedesche che operavano a sud della capitale.

Il comando tedesco fu costretto a togliere un corpo d’armata dal settore sud del proprio schieramento e a gettarlo verso occidente. Sul resto del fronte gli attacchi tedeschi furono energicamente respinti dalle truppe francesi. Il comando in capo tedesco non disponeva delle necessarie riserve e di fatto in quel momento non era neppure padrone della situazione, avendo concesso pieni poteri decisionali ai comandanti delle singole armate. Al termine della giornata dell’8 settembre le truppe tedesche avevano perduto definitivamente l’iniziativa dell’offensiva.

In conclusione esse avevano perduto la battaglia, che secondo i piani della Stato Maggiore avrebbe dovuto decidere del destino della guerra. La causa principale della sconfitta fu la sopravvalutazione delle proprie forze da parte del comando supremo tedesco, un errore di calcolo che stava alla base del piano strategico di Schlieffen.

La ritirata delle armate germaniche sul fiume Aisne avvenne senza particolari difficoltà, perché il comando francese non utilizzò le possibilità che gli si erano presentate per l’ulteriore sfruttamento del proprio successo.
I tedeschi tentarono di staccarsi dall’avversario per occupare la costa nord della Francia e rendere difficoltoso l’ulteriore sbarco delle truppe inglesi, ma in questa “corsa al mare” subirono un insuccesso.

Dopo questi avvenimenti le grosse operazioni strategiche sul teatro dell’Europa occidentale cessarono per lungo tempo. Tutte e due le parti passarono alla difesa, dando inizio alla guerra di posizione.
Il 14 settembre Moltke dava le dimissioni e a suo successore era destinato il generale Falkenhayn.

Il teatro delle operazioni militari dell’Europa orientale

Gli avvenimenti sul teatro di guerra dell’Europa orientale giocarono un importante ruolo nel fallimento del piano strategico tedesco. Qui ambedue le parti avevano iniziato attive operazioni militari. Sulle azioni delle truppe russe avevano avuto influenza il ritardo nella mobilitazione, nella concentrazione strategica e nello schieramento dell’esercito ed anche la dipendenza del comando russo dagli accordi della convenzione militare franco-russa.

Quest’ultima circostanza comportò il dislocamento di grosse forze in direzioni meno importanti dal punto di vista degli interessi strategici e politici propri della Russia zarista. Inoltre gli impegni militari verso la Francia obbligarono il comando russo ad iniziare operazioni impegnative prima di aver completato la concentrazione delle truppe.

Il primo periodo della campagna del 1914 sul teatro europeo orientale fu caratterizzato da due grosse operazioni: quella nella Prussia orientale e quella nella Galizia. La I e la II armata del settore nord-occidentale del fronte russo, pur non avendo ancora completato il proprio concentramento, iniziarono l’avanzata nella Prussia orientale il 17 agosto, mentre era in corso l’offensiva tedesca in occidente.

Il corpo tedesco che si era mosso contro la I armata russa fu battuto il 19 agosto in uno scontro presso Stallupönen. Il 20 agosto sul fronte tra Gumbinnen e Goldap si scatenò una grossa battaglia fra la I armata russa e l’VIII armata tedesca. I tedeschi furono sconfitti e costretti a ritirarsi, e alcuni corpi persero fino ad un terzo dei loro organici. Soltanto l’inesatta valutazione della situazione e la tattica passiva dell’inetto comandante della I armata russa, il generale Rennenkampf, dettero alle truppe tedesche la possibilità di sfuggire ad una rotta definitiva.

La II armata russa, sotto il comando del generale Samsonov, aveva passato su largo fronte il confine meridionale della Prussia orientale e condotto un attacco sul fianco e sulle retrovie dell’VIII armata tedesca a occidente dei laghi Masuri. Il comando tedesco aveva gia deciso di ritirare le truppe oltre la Vistola inferiore e di abbandonare la Prussia orientale. Però il 21 agosto, convintosi dell’incapacità offensiva di Rennenkampf, adottò un altro piano: dirigere quasi tutte le proprie forze contro la II armata russa. Questa manovra fu realizzata dal nuovo comando formato dai generali Hindenburg e dal suo capo di Stato Maggiore Ludendorff che aveva sostituito Prittwitz.

Mentre le truppe tedesche venivano trasferite verso sud, la II armata russa s’incuneava in profondità nella Prussia orientale. Le condizioni in cui si svolgeva l’offensiva erano difficili: le retrovie male preparate non assicuravano i rifornimenti, le truppe erano stanche e disperse su un largo fronte, i fianchi male protetti, il servizio informazioni organizzato in modo scadente. Inoltre regnava il disaccordo sulla condotta delle operazioni tra i comandi delle armate, del fronte e del Quartier generale.

Utilizzando la ben articolata rete ferroviaria, il comando tedesco concentrò sui fianchi della II armata russa forti gruppi d’assalto e passò all’attacco alla fine di agosto. Due corpi russi, che erano avanzati al centro, caddero nell’accerchiamento e rimasero decimati. Alla metà di settembre l’armata russa fu respinta dalla Prussia orientale. L’operazione offensiva del fronte nord-occidentale russo terminò pertanto con un insuccesso.

Le perdite russe furono enormi: circa un quarto di milione di soldati ed una grande quantità di armamenti. Fu questo il prezzo pagato dal comando russo per alleggerire il fronte occidentale.

Anche i combattimenti sul fronte sud-occidentale russo ebbero un posto importante nel corso generate delle operazioni del 1914. Più di cento divisioni delle due parti parteciparono qui alle battaglie. Il 18 agosto ebbe inizio l’attacco dell’VIII armata russa del generale Brusilov ed il 23 agosto si sviluppò una grandiosa battaglia su un fronte di più di trecento chilometri.

L’armata russa sconfisse le truppe austro-ungheresi, occupò Leopoli e le obbligò alla ritirata al di la del fiume San. Inseguendo il nemico, le truppe russe lo respinsero oltre il flume Dunajec e verso i Carpazi, bloccando l’importantissima fortezza austriaca di Przemysl. Nella disfatta delle truppe austro-ungariche giocò un grande ruolo anche il fatto che i soldati delle nazionalità slave, in particolare i cechi e gli slovacchi, si davano prigionieri a decine di migliaia.

L’operazione in Galizia durò più di un mese e terminò con la vittoria delle truppe russe. Alla fine di settembre, al comando russo si pose la questione dei piani per le ulteriori operazioni. Inizialmente si voleva completare la disfatta delle armate austro-ungariche, forzare i Carpazi e penetrare in Ungheria. Però gli insuccessi nella Prussia orientale avevano creato sfiducia nel successo delle operazioni offensive.

Gli alleati dal canto loro chiedevano al comando supremo russo di condurre l’attacco non contro l’Austria-Ungheria ma contro la Germania per obbligarla ad alleggerire la pressione in occidente. Dopo qualche esitazione, il comando russo decise di dirigere le forze principali delle proprie armate contro la Germania ed a questo scopo le raggruppò dietro al fiume San, sul corso medio della Vistola, in direzione di Varsavia.

Nel frattempo il comando tedesco, preoccupato per la sconfitta del suo alleato austro-ungarico e per la creazione di una minaccia diretta ai centri industriali della Slesia, decise di vibrate un corpo ai fianchi ed alle retrovie delle armate russe. Come risultato di questo raggruppamento dei due avversari, si ebbero battaglie sulla linea Deblin-Varsavia, su di un fronte di trecento chilometri.

Negli ultimi giorni di settembre il comando germanico iniziò l’attacco verso la Vistola e operò con un forte gruppo di truppe su Varsavia. Sotto le mura della città avvennero sanguinosi combattimenti, nel corso dei quali la superiorità delle forze passò gradualmente dalla parte delle truppe russe.

Inseguendo la IX armata germanica e la I armata austriaca, le truppe russe giunsero, l’8 novembre, sulla linea del flume Warta – monti Carpazi. Alle truppe russe si apriva la possibilità di una profonda penetrazione in Germania.
Il comando tedesco percepì concretamente questo pericolo ed adottò adeguate misure: “La gioventù capace di portare le armi fu evacuata dalle province di confine – scriveva Ludendorff nelle sue memorie. Le miniere polacche in taluni luoghi furono messe fuori servizio e furono prese misure per la distruzione delle ferrovie tedesche e delle miniere della zona di confine”.
Questi provvedimenti, secondo le parole di Ludendorff, avevano diffuso il panico in tutte le province di confine.

Il fronte dell’Europa orientale aveva nuovamente distolto grosse forze tedesche dall’occidente. Al comando russo non riuscì, tuttavia, di realizzare l’invasione della Germania. Le armate austro-tedesche, a prezzo di pesanti perdite, seppero fermare l’attacco delle forze russe. Alla riuscita dell’operazione giovarono le gravi insufficienze nella direzione operativo-strategica del comando russo. In quell’epoca s’incominciava a sentire acutamente l’insufficienza dell’armamento e delle munizioni, che si trasformò in problema permanente per le truppe russe.

Il fronte austro-serbo

Sul fronte austro-serbo le truppe austriache iniziarono l’offensiva il 12 agosto. Da principio essa ebbe successo, ma in breve i serbi passarono al contrattacco, sgominarono le truppe austriache catturando cinquantamila prigionieri, numeroso bottino militare e rigettando gli attaccanti dal territorio serbo.

Nel settembre il comando austro-ungarico intraprese nuovamente un’operazione offensiva. Verso il 7 novembre, in seguito all’insufficienza di munizioni ed alla minaccia di accerchiamento, l’esercito serbo fu costretto a ritirarsi all’interno del paese, abbandonando Belgrado. Nei primi giorni di dicembre, dopo aver ricevuto dai paesi dell’Intesa aiuti di artiglieria e munizioni, i serbi passarono nuovamente al contrattacco, sconfissero il nemico e per la seconda volta lo rigettarono fuori dai confini della Serbia.

Il fronte caucasico e le operazioni militari nel territorio della Persia

Nella Transcaucasia le truppe russe ottennero nel corso del mese di novembre notevoli successi in direzione di Erzurum, Alaškert e Van. Nel dicembre le truppe turche, guidate da Enver-Pascià e da istruttori tedeschi, intrapresero un’importante operazione nella zona di Sarikamiş con l’obiettivo di sbaragliare le forze russe qui concentrate. Nella contromanovra delle truppe russe il IX corpo turco fu circondato e gli scampati, con alla testa il comandante del corpo ed i comandanti di divisione, capitolarono.

Dopo la sconfitta, le truppe turche arretrarono con notevoli perdite. La campagna del 1914 sul teatro turco-caucasico si concludeva perciò con importanti successi delle truppe russe. Le azioni militari si estesero anche al territorio della Persia. Quantunque il governo persiano avesse dichiarato la sua neutralità, nessuna delle parti combattenti era disposta a rispettarla.
Nel novembre 1914 le truppe turche, contemporaneamente a un attacco sul fronte caucasico, irruppero nell’Azerbaigian persiano.

La Russia in quel periodo combatteva accanitamente sul proprio fronte occidentale e non poteva trasferire immediatamente forze rilevanti sul nuovo fronte. Va pure aggiunto che gli alleati occidentali della Russia zarista si erano pronunciati contro il trasferimento di rinforzi russi in Persia. Il governo inglese temeva che i successi delle truppe russe portassero ad un rafforzamento della posizione della Russia nella Persia a spese dell’influenza inglese.

L’occupazione dell’Azerbaigian persiano da parte della Turchia fu di breve durata. La disfatta delle truppe turche presso Sarikamiş alla fine del gennaio 1915 permise al comando russo di sviluppare l’offensiva ed occupare l’Azerbaigian persiano; i turchi riuscirono a mantenere sotto il loro controllo soltanto alcune regioni della Persia occidentale.

La guerra sul mare

Nel 1914 le navi tedesche effettuarono operazioni con incrociatori nelle zone delle isole delle Antille, nell’Oceano Indiano e Pacifico. Inizialmente queste operazioni ebbero successo e provocarono serie preoccupazioni ai comandi navali inglese e francese. La squadra tedesca d’incrociatori dell’ammiraglio von Spee batté presso Coronet, il 1° novembre 1914, una squadra inglese, affondandone due incrociatori.

Ma l’8 dicembre gli inglesi riuscirono a raggiungere la squadra di Spee assieme all’incrociatore “Dresden”, che si era unito ad essa, ed a sbaragliarla presso le isole Falkland. Tutte le navi di von Spee furono affondate. Il “Dresden”, che era riuscito a sfuggire, fu affondato nel marzo del 1915.

Nel Mare del Nord le operazioni navali ebbero un carattere limitato. Il 28 agosto una squadra inglese di incrociatori dell’ammiraglio Beatty effettuò un’incursione nella baia di Helgoland. Lo scontro con incrociatori tedeschi si concluse a favore degli inglesi: tre incrociatori ed un cacciatorpediniere tedeschi furono affondati, mentre gli inglesi subirono danni a un solo incrociatore.
Lo scontro di Helgoland sottolineò ancora una volta la superiorità della flotta inglese.

Già nei primi mesi della guerra i mezzi sottomarini avevano avuto un grande ruolo nelle operazioni marittime. Il 22 settembre un sommergibile germanico riuscì ad affondare, uno dietro l’altro, tre incrociatori corazzati inglesi, che effettuavano servizio di pattugliamento.
L’importanza del nuovo mezzo di lotta crebbe assai dopo queste operazioni. Nel Mar Nero il 18 novembre la squadra russa si scontrò con il “Goeben” e la “Breslau” ed inflisse al primo notevoli danni. Questo successo assicurò alla flotta russa la superiorità nel Mar Nero.

Il principale risultato della lotta sul mare fu tuttavia il blocco delle coste tedesche da parte dell’Inghilterra, che ebbe un’enorme influenza nei corso della guerra.

Il bilanco delle operazioni del 1914

In complesso si può dire che le operazioni del 1914 si chiusero a favore dell’Intesa. Le truppe tedesche erano state sconfitte sulla Marna, quelle austriache in Galizia ed in Serbia, quelle turche presso Sarikamiş. In Estremo Oriente nel novembre 1914 il Giappone aveva occupato il porto di Tsingtao, le isole Caroline, le Marianne e le Marshall, che appartenevano alla Germania, mentre le truppe inglesi si erano impadronite dei rimanenti possedimenti della Germania nell’Oceano Pacifico.

Le truppe anglo-francesi in Africa, gia all’inizio della guerra si erano impossessate del Togo. Nel Camerun e nell’Africa orientale tedesca le operazioni militari assunsero un carattere indeciso, ma praticamente anche queste colonie, tagliate fuori dalla metropoli, furono perdute per la Germania.

Alla fine del 1914 divenne evidente il fallimento dei calcoli germanici a proposito di una guerra-lampo di breve durata, la cosiddetta “guerra fino alla caduta delle foglie autunnali”. Si era invece iniziata una lunga guerra di esaurimento. Tra l’altro, l’economia dei paesi belligeranti non era ancora preparata a una prolungata condotta bellica nelle nuove circostanze.

Le sanguinose battaglie della campagna del 1914 avevano esaurito le truppe, mentre le riserve non erano state ancora approntate. Non bastavano le armi, e mancavano i proiettili perché l’industria bellica non riusciva a soddisfare alle necessità delle armate. Particolarmente grave era la situazione dell’esercito russo. Le enormi perdite avevano dimezzato in numerose unità gli effettivi; le scorte di armi e munizioni consumate non venivano quasi reintegrate.

La formazione di nuovi fronti e la guerra di posizione provocarono la ricerca di nuove vie per la risoluzione dei compiti strategici. Il comando supremo germanico decise lo spostamento delle operazioni militari fondamentali contro la Russia allo scopo di provocarne la sconfitta e costringerla ad uscire dalla guerra.

Il settore principale della guerra mondiale nel 1915 divenne in tal modo il fronte orientale.

Continua…

Obama prepara la guerra prolungata. L’Italia schiera jet e basi militari | Fonte: Il Manifesto | Autore: Manlio Dinucci

Domani – alla vigi­lia del 13° anni­ver­sa­rio dell’11 set­tem­bre che segnò l’inizio della «guerra glo­bale al ter­ro­ri­smo» incen­trata su Al Qaeda e l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq da parte di coa­li­zioni a guida Usa — il pre­si­dente Obama annun­cerà, in un solenne discorso alla nazione, il lan­cio di una nuova offen­siva a guida Usa mirante, secondo quanto ha dichia­rato dome­nica in una inter­vi­sta alla Nbc, ad «affron­tare la minac­cia pro­ve­niente dallo Stato isla­mico dell’Iraq e della Siria (Isis)». Pur non inviando uffi­cial­mente forze di terra in Iraq e Siria, il pre­si­dente pro­mette: «Degra­de­remo siste­ma­ti­ca­mente le capa­cità dei mili­tanti sun­niti dell’Isis, restrin­ge­remo il ter­ri­to­rio che con­trol­lano e, infine, li sconfiggeremo».

IL PUNTO 37 DEL VER­TICE DEL GALLES

La stra­te­gia è stata uffi­cia­liz­zata nella Dichia­ra­zione finale del recente Sum­mit della Nato a New­port, nel Gal­les, in cui si afferma (al punto 37) che «l’Isis, con la sua recente avan­zata in Iraq, è dive­nuto una minac­cia trans­na­zio­nale». Chi ne è respon­sa­bile? I 28 governi Nato (com­preso quello Renzi) non hanno dubbi: «Il regime di Assad che ha con­tri­buito all’emergere dell’Isis in Siria e alla sua espan­sione al di là di que­sto paese». Si capo­volge così la realtà: come già ampia­mente docu­men­tato, i primi nuclei del futuro Isis si for­mano quando, per rove­sciare Ghed­dafi in Libia nel 2011, la Nato finan­zia e arma gruppi isla­mici fino a poco prima defi­niti ter­ro­ri­sti (espri­mendo ora, nella Dichia­ra­zione del Sum­mit, «pro­fonda pre­oc­cu­pa­zione per le attuali vio­lenze in Libia»).

Dopo aver con­tri­buito a rove­sciare Ghed­dafi, essi pas­sano in Siria per rove­sciare Assad. Qui, nel 2013, nasce l’Isis che riceve finan­zia­menti, armi e vie di tran­sito dai più stretti alleati degli Stati uniti: Ara­bia Sau­dita, Qatar, Kuwait, Tur­chia, Gior­da­nia. In base a un piano sicu­ra­mente coor­di­nato dalla Cia.

L’Isis lan­cia poi l’offensiva in Iraq, non a caso nel momento in cui il governo pre­sie­duto da Nouri al-Maliki stava pren­dendo le distanze da Washing­ton, avvi­ci­nan­dosi sem­pre più alla Cina.
Che a sua volta com­pra circa la metà della pro­du­zione petro­li­fera dell’Iraq, for­te­mente aumen­tata, ed effet­tua grossi inve­sti­menti nella sua indu­stria estrat­tiva. Lo scorso feb­braio, i due governi fir­mano accordi che pre­ve­dono for­ni­ture mili­tari da parte della Cina.

Lo scorso mag­gio al-Maliki par­te­cipa, a Shan­ghai, alla Con­fe­renza sulle misure di inte­ra­zione e raf­for­za­mento della fidu­cia in Asia, insieme al pre­si­dente russo Vla­di­mir Putin e ad Has­san Rou­hani, pre­si­dente dell’Iran. Paese con cui il governo al-Maliki aveva fir­mato nel novem­bre 2013 un accordo che, sfi­dando l’embargo voluto da Washing­ton, pre­vede l’acquisto di armi ira­niane. Su que­sto sfondo si col­loca l’offensiva dell’Isis, che incen­dia l’Iraq tro­vando mate­ria infiam­ma­bile nella riva­lità sunniti-sciiti.
L’Isis svolge quindi di fatto un ruolo fun­zio­nale alla stra­te­gia Usa/Nato di demo­li­zione degli stati attra­verso la guerra coperta. Ciò non signi­fica che la massa dei suoi mili­tanti, pro­ve­niente da diversi paesi, ne sia consapevole.

A CHI SERVE LO STATO ISLAMICO

Essa è molto com­po­sita: ne fanno parte sia com­bat­tenti isla­mici, for­ma­tisi nel dramma della guerra, sia ex mili­tari dell’epoca di Sad­dam Hus­sein che hanno com­bat­tuto con­tro gli inva­sori, sia molti altri le cui sto­rie sono sem­pre legate alle tra­gi­che situa­zioni sociali pro­vo­cate dalla prima guerra del Golfo e dalle suc­ces­sive nell’arco di oltre vent’anni. Ne fanno parte anche diversi pro­ve­nienti da Stati uniti ed Europa, die­tro le cui maschere cer­ta­mente si nascon­dono agenti segreti appo­si­ta­mente for­mati per tali ope­ra­zioni.
Detto que­sto, vi sono fatti incon­tro­ver­ti­bili i quali dimo­strano che l’Isis è una pedina del nuovo grande gioco impe­riale in Medio Oriente. Nel mag­gio 2013, un mese dopo aver fon­dato l’Isis, Ibra­him al-Badri – il «califfo» oggi noto col nome di bat­ta­glia di Abu Bakr al-Baghdadi – incon­tra in Siria il sena­tore sta­tu­ni­tense John McCain, capo­fila dei repub­bli­cani inca­ri­cato dal pre­si­dente demo­cra­tico Obama di svol­gere ope­ra­zioni segrete per conto del governo.

QUELL’ACCESSO ILLI­MI­TATO ALLA RETE

L’incontro è docu­men­tato foto­gra­fi­ca­mente (foto Cnn, pub­bli­cata su «Mon­dia­li­za­tion», di Michel Chos­su­do­v­sky). Molto sospetto è anche l’illimitato accesso che l’Isis ha alle reti media­ti­che mon­diali, domi­nate dai colossi sta­tu­ni­tensi ed euro­pei, attra­verso cui dif­fonde i fil­mati delle deca­pi­ta­zioni che, susci­tando orrore, creano una vasta opi­nione pub­blica favo­re­vole all’intervento della coa­li­zione a guida Usa in Iraq e Siria. Il cui reale scopo stra­te­gico è la rioc­cu­pa­zione dell’Iraq e la demo­li­zione della Siria.

Si apre così, pre­pa­rata da 145 attac­chi aerei effet­tuati in Iraq in un mese dall’aviazione Usa, una «mis­sione pro­lun­gata» di guerra che – pre­cisa A. Blin­ken, vice-consigliere di Obama per la sicu­rezza nazio­nale – «durerà pro­ba­bil­mente oltre l’attuale ammi­ni­stra­zione». Guerra in cui il governo Renzi, sca­val­cando il Par­la­mento, si è già impe­gnato a far par­te­ci­pare l’Italia. I nostri cac­cia­bom­bar­dieri sono pronti, ha annun­ciato la mini­stra della «difesa» Pinotti, per «un’azione mili­tare, che biso­gne­rebbe avere il corag­gio di fare».

La guerra senza sacrifici da : il manifesto.it

Panopticon virtuali. Gli attuali scenari militari vedono l’uso di veicoli aerei senza pilota. Una presenza che mette a nudo i rapporti di potere occultati dall’impiego di sistemi d’arma automatizzati. «La teoria del drone» di Grégoire Chamayou per DeriveApprodi

Una scena tratta dal film Oblivion

In uno stu­dio di qual­che anno fa Gré­goire Cha­mayou aveva rico­struito una sto­ria e una feno­me­no­lo­gia del potere a par­tire dalla sua natura «cine­ge­tica», ossia pren­dendo le mosse dal ruolo deci­sivo che la cac­cia rive­ste nella con­qui­sta e nella con­ser­va­zione del domi­nio sugli uomini. Una cac­cia, però, del tutto par­ti­co­lare: la cac­cia all’uomo (Le cacce all’uomo, mani­fe­sto­li­bri). Non sor­prende dun­que che que­sta sua linea di ricerca lo abbia con­dotto a pren­dere in esame il con­ge­gno che, sosti­tuen­dosi pro­gres­si­va­mente ai più tra­di­zio­nali stru­menti tec­no­lo­gici e orga­niz­za­tivi, rap­pre­senta la fron­tiera più avan­zata della cac­cia all’uomo: il drone, nel gergo mili­tare Unman­ned com­bat air vehi­cle (Ucav), ossia aero­vei­colo da com­bat­ti­mento senza equi­pag­gio (Teo­ria del drone, Deri­veap­prodi, pp 215, euro 17.00). Un occhio che indaga e uccide, senza limiti di spa­zio e di tempo. Insonne, attento, dotato di una memo­ria pro­di­giosa, rac­co­glie paziente gli indizi che fanno di un essere umano un nemico e dun­que una preda. La inse­gue dal cielo in ogni luogo e in ogni suo gesto, ne trac­cia il pro­filo bio­gra­fico e, infine, la abbatte. Ma a dif­fe­renza del cac­cia­tore, espo­sto al con­fronto con la preda, e sem­pre a rischio di vedere inver­tirsi le parti, di pas­sare dall’inseguimento alla fuga, il pilota del drone siede al riparo da ogni minac­cia in una cabina di comando, a migliaia di miglia dal suo ber­sa­glio e dall’ambiente ostile che lo cir­conda, in un Olimpo dal quale par­tono i ful­mini sca­gliati in un’unica dire­zione. Sor­ve­glia e distrugge il mondo di ombre che popola il suo schermo e, all’altro capo della terra, una vita reale che piut­to­sto appros­si­ma­ti­va­mente vi si riflette. Alla vit­tima non è dato com­bat­tere, nes­sun nemico è alla sua por­tata, né odio, né com­pas­sione, né paura fil­trano attra­verso il corpo metal­lico della mac­china che esplo­derà il colpo fatale. Que­sta uni­la­te­ra­lità insor­mon­ta­bile è ciò che sbri­ciola il con­cetto clas­sico di guerra, non­ché il diritto, fon­dato sulla reci­pro­cità, che le si accom­pa­gnava, lo ius in bello. È ciò che fa la dif­fe­renza tra il com­bat­ti­mento e l’assassinio, tra il sol­dato e il car­ne­fice. Ed è la realtà, in ver­ti­gi­nosa espan­sione, di quella guerra per­ma­nente tra­ve­stita da ope­ra­zione di poli­zia glo­bale (la cac­cia è infatti il modello prin­cipe dell’agire poli­zie­sco) cui il XXI secolo ci ha ormai abi­tuato. Una realtà che ha biso­gno della sua ideo­lo­gia, del suo qua­dro giu­ri­dico e per­fino dei suoi prin­cipi etici, cui folte schiere di apo­lo­geti del drone si sono ala­cre­mente dedi­cati nel ten­ta­tivo di tener salda la dif­fe­renza tra un sol­dato e un assas­sino, tra uno stato e un man­dante di omicidi.

Logi­che coloniali

Que­ste mac­chine di morte senza equi­pag­gio rispon­de­reb­bero, secondo i loro soste­ni­tori, a due fon­da­men­tali prin­cipi «uma­ni­tari». Il primo, quello di sal­va­guar­dare la vita dei pro­pri sol­dati, con­sen­tendo di con­durre una guerra senza caduti. Il secondo, quello di cir­co­scri­vere al mas­simo gli «effetti col­la­te­rali» di un attacco, indi­vi­duando con pre­ci­sione estrema il ber­sa­glio e iso­lan­dolo da un più ampio con­te­sto. Vuoi met­tere un mis­sile che fa terra bru­ciata in un rag­gio di 15–20 metri con un bom­bar­da­mento a tap­peto? Insomma il drone favo­ri­rebbe il rispar­mio di vite umane, rive­lan­dosi un «male minore». Diceva Han­nah Arendt che «coloro che optano per il minor male ten­dono velo­ce­mente a dimen­ti­care che hanno scelto il male». Ma non si tratta solo di que­sto. Si dovrebbe aggiun­gere che il primo prin­ci­pio, quello di sal­va­guar­dia della vita, pog­gia su una netta distin­zione, ben radi­cata nella tra­di­zione colo­nia­li­sta, tra il valore delle «nostre vite» e l’insignificanza di quelle altrui (gli inglesi ricor­re­vano volen­tieri alle truppe indi­gene per non rischiare in pro­prio) e mette il mano­vra­tore dell’arma letale al riparo da emo­zioni, dubbi e respon­sa­bi­lità, se non dalla noia della sor­ve­glianza. Una base piut­to­sto fra­gile sulla quale edi­fi­care un’etica.

Il secondo prin­ci­pio, anche a pre­scin­dere dalle «sba­va­ture» che sono costate migliaia di morti civili, si pre­sta a una replica infi­nita e a una arbi­tra­ria esten­sione della cate­go­ria dei ber­sa­gli («ogni indi­vi­duo maschio in età per com­bat­tere pre­sente in una zona d’attacco»). A forza di 15 metri si fanno i chi­lo­me­tri qua­drati. E intere popo­la­zioni sono costrette a vivere peren­ne­mente nel ter­rore di una morte incom­bente, sem­pre in pro­cinto di pio­vere improv­vi­sa­mente dal cielo. Ma alla guerra dei droni poco importa incu­tere ter­rore nella popo­la­zione civile, ali­men­tan­done l’odio. Con­tra­ria­mente alla clas­sica stra­te­gia con­tro­in­sur­re­zio­nale, che si ser­viva della pre­senza mili­tare umana sul ter­reno del con­flitto per con­qui­stare poli­ti­ca­mente la popo­la­zione alla pro­pria causa, la mat­tanza tele­gui­data non mira ad occu­pare, ma a sor­ve­gliare e distrug­gere. Nes­suna guar­dia car­ce­ra­ria si illu­de­rebbe di ricon­durre i dete­nuti alla pro­pria causa. Ed è pro­prio in una immensa pri­gione sor­ve­gliata dal panop­ti­con volante che sono state tra­sfor­mate vaste aree del pia­neta. Così i tec­no­crati della guerra per­ma­nente si sot­trag­gono a qua­lun­que dimen­sione poli­tica, affi­dan­dosi all’esibizione di un potere invul­ne­ra­bile e imper­mea­bile a ogni neces­sità di dia­logo o dicom­pro­messo. Ma è pro­prio que­sto abban­dono della poli­tica a favore di una ammi­ni­stra­zione ordi­na­ria della vio­lenza che abbi­so­gna di una spie­ga­zione filo­so­fico poli­tica. E in que­sto Cha­mayou è dav­vero maestro.

Una dif­fusa irresponsabilità

La domanda che si pone, a que­sto punto, è come la nuova arma, il drone, tenda a modi­fi­care il rap­porto dello stato con i pro­pri sud­diti, in guerra, ma anche in pace. Secondo lo schema con­trat­tua­li­sta hob­be­siano l’obbligo di obbe­dienza è il prezzo della pro­te­zione sovrana. Ma quando lo stato entra in guerra, allora, si ha l’obbligo di difen­dere il potere di cui si è goduto in tempo di pace e cioè il sovrano. Que­sto rove­scia­mento getta una luce sini­stra sulla sovra­nità, il cui impe­ra­tivo è ora «dovete obbe­dirmi per­ché io sia pro­tetto anche quando non vi pro­teggo più da nulla e soprat­tutto da me stesso». Che la si voglia met­tere nei ter­mini con­trat­tua­li­stici hob­be­siani, o in quelli idea­li­stici hege­liani della libertà rea­liz­zata nel con­fronto con la morte a mag­gior glo­ria dello stato, il sacri­fi­cio e l’esposizione al peri­colo sono inscin­di­bili dal rap­porto dei sud­diti con la sovra­nità sta­tale, dalla loro appar­te­nenza poli­tica. Ma è pro­prio que­sto il nodo che la «dro­niz­zaz­zione» tende a scio­gliere, o più pre­ci­sa­mente a masche­rare, a par­tire pro­prio dalla guerra, con­sen­tendo di con­durla senza alcun sacri­fi­cio, senza ver­sare una sola goc­cia di san­gue del pro­prio popolo. Vi è però, in que­sta oppor­tu­nità, un risvolto inquie­tante: la guerra «a costo zero» si fa estre­ma­mente allet­tante, tanto da potersi con­durre, se non pro­prio per capric­cio, almeno sulla base di un fle­bile sospetto, di una fumosa idea di «pre­ven­zione» e comun­que in un clima di dif­fusa irre­spon­sa­bi­lità. Fra l’altro non incon­tra nem­meno più l’ostacolo del «con­senso» che il prin­ci­pio kan­tiano di cit­ta­di­nanza le impo­neva: poi­ché in gioco è la vita e la morte dei cit­ta­dini que­sti sono chia­mati a espri­mere il pro­prio accordo, e certo non sce­glie­reb­bero a cuor leg­gero. Gra­zie ai droni, oltre che senza sacri­fi­cio, la guerra potrà essere con­dotta anche senza con­senso: poi­ché nes­suno vi si mette radi­cal­mente in gioco nem­meno gli si dovrà rico­no­scere voce in capi­tolo. L’intera società sarà così sgra­vata da una decisa ridu­zione dei costi poli­tici, eco­no­mici e d’immagine della guerra. Ma il pro­blema è, come non man­cherà di sug­ge­rire l’economista, che l’abbattimento dei costi accre­sce la domanda: la guerra a buon mer­cato tro­verà non pochi con­su­ma­tori. Sot­trarre la guerra alla sfera poli­tica tra­sfe­ren­dola a quella ammi­ni­stra­tiva, cir­co­scri­vere il numero di coloro che vi sono coin­volti e, ancor più, quello di coloro che deten­gono il potere di deci­dere, ridurre l’attenzione e il peso dell’opinione pub­blica e della pro­te­sta popo­lare, sono gli scopi, per nulla recon­diti, della dro­niz­zaz­zione bel­lica. Desti­nata, infine, a fare da modello all’organizzazione secu­ri­ta­ria dell’intera società.

Da quella ine­sau­ri­bile miniera che sono i Minima Mora­lia, Cha­mayou estrae una rifles­sione sulle V2 hitle­riane lan­ciate con­tro Lon­dra durante la seconda guerra mon­diale, nelle quali Adorno rin­viene i tratti tipici del fasci­smo: velo­cità senza sog­getto, per­fe­zione e cecità asso­luta. In que­sta vio­lenza senza bat­ta­glia né pos­si­bi­lità di difesa, dove il nemico funge da «paziente e da cada­vere» il filo­sofo fran­co­for­tese indi­cava un ele­mento «dia­bo­lico»: il fatto che «in un certo qual modo, si richiede più ini­zia­tiva che nella guerra clas­sica, e che, per così dire, occorre tutta l’energia del sog­getto per rea­liz­zare l’assoluta impersonalità».

La poli­tica occultata

L’automazione non è frutto di alcun auto­ma­ti­smo ma il risul­tato d<CW-26>ell’impegno ala­cre di una sog­get­ti­vità poli­tica deter­mi­nata. E qui, la teo­ria del drone e della sua imper­so­nale per­fe­zione, si allarga a un ben più vasto oriz­zonte. «Orga­niz­zare il disin­ve­sti­mento della sog­get­ti­vità poli­tica – scrive Cha­mayou – è oggi diven­tato il com­pito prin­ci­pale di que­sta stessa sog­get­ti­vità», per con­clu­dere, infine, che la trac­cia indi­cata da Adorno con­sente di rispon­dere a una domanda che osses­si­va­mente ci si pone sullo sfondo del neo­li­be­ri­smo e della post­mo­der­nità, ossia dove si trovi il sog­getto del potere? La rispo­sta è que­sta: «pre­ci­sa­mente lì dove lavora atti­va­mente per farsi dimen­ti­care». Che si tratti del drone pilo­tato da un ano­nimo tec­nico, di un robot, in tutto e per tutto auto­nomo, ma inca­pace di disob­be­dire per­ché pro­gram­mato secondo le leggi della «guerra giu­sta», o delle sca­tole cinesi in cui si cela l’espansione del capi­tale finan­zia­rio, c’è sem­pre qual­cuno che aspira ad essere dimen­ti­cato. Un rap­porto sociale tra­vi­sato da indi­scu­ti­bile ogget­ti­vità. È que­sta spa­ri­zione che pre­serva il potere dai costi del suo eser­ci­zio, dalla respon­sa­bi­lità dei suoi atti e dalla rea­zione delle sue vit­time. E che tende a tra­sfor­marsi in un modello gene­rale di con­trollo e di governo oli­gar­chico della società. Sulle ali di un aero­pla­nino tele­co­man­dato vola anche que­sta sini­stra pro­spet­tiva. Sic­ché con­verrà com­piere uno sforzo per non dimen­ti­care il cac­cia­tore che si cela nell’anonimato.