Comunicato del Comitato antifascista e per la memoria storica-Parma sul “caso Mori” da: la redazione del sito Dieci febbraio.info Trieste

Comunicato del Comitato antifascista e per la memoria storica-Parma sul “caso Mori” 
Il conferimento da parte di massime autorità del Governo e della Repubblica di un’onorificenza a Paride Mori, fascista convinto, ufficiale della Repubblica Sociale Italiana sostenuta dalla Germania nazista, appartenente a un reparto militare schierato al confine nordorientale sotto comando diretto dei Tedeschi, non è un puro e semplice errore commesso dalla Commissione nominata dal Governo per decidere l’attribuzione delle onorificenze. Un errore, per altro, particolarmente grave essendo il caso di Paride Mori già noto da anni, almeno dal 2010 quando successe che il Comune di Traversetolo (PR), dov’egli nacque e visse, nella primavera di quell’anno gli intitolò una via e poco dopo, essendo stata quella scelta toponomastica del tutto sbagliata, tolse l’intitolazione della stessa. 
Il conferimento dell’onorificenza a Mori il 10 febbraio u.s. come vittima delle foibe, nonostante egli non sia stato assolutamente una vittima delle foibe ma sia morto in uno scontro con partigiani il 18 febbraio 1944, è, anche, in qualche modo, una conseguenza del fatto che la legge 92 del 2004 istitutiva del «Giorno del ricordo delle vittime delle foibe» considera infoibati anche tutti quegli italiani «scomparsi e quanti, nello stesso periodo e nelle stesse zone, sono stati soppressi mediante annegamento, fucilazione, massacro, attentato, in qualsiasi modo perpetrati». Non solo, il riconoscimento di vittima delle foibe, continua la legge, può essere esteso a quanti «persero la vita dopo il 10 febbraio 1947, ed entro l’anno 1950, qualora la morte sia sopravvenuta in conseguenza di torture, deportazione e prigionia». 
Esiste dunque una legge che dà un’interpretazione molto larga dell’espressione «italiano vittima delle foibe». Del tutto discutibile, nient’affatto corretta. 
Certo con tale interpretazione così larga il numero degli “infoibati” aumenta, diventando dell’ordine di grandezza delle migliaia in relazione al periodo del maggio ’45 e che dal maggio ’45 si protrarrebbe fino al 1950!
Meglio determinabile e più contenuto il numero dei morti delle foibe nel periodo settembre-ottobre ’43; gli studi storici convergono su valori di cinquecento, seicento morti.
Paride Mori comunque non è stato assolutamente una vittima delle foibe. 
Le vittime delle foibe sono state comunque, in gran parte, fascisti, militari e funzionari dell’Italia fascista che aveva aggredito la Jugoslavia e occupato crudelmente diversi suoi territori, collaborazionisti. Studi e ricerche sul numero e l’identità di questi morti, anche caso per caso, nome per nome, sono stati fatti di recente in particolare dagli storici Claudia Cernigoi e Sandi Volk. 
Comitato antifascista e per la memoria storica – Parma   17 marzo 2015
Altre medaglie ad altri fascisti infoibati, infoibati falsi (o molto molto dubbi)
Se lo schiamazzo causato dall’attribuzione del riconoscimento a Mori non può che essere benvenuto, va tuttavia ricordato che nell’elenco di coloro a cui nel corso di questi dieci anni è stato concesso lo stesso riconoscimento ci sono parecchi “casi” molto simili a quello di Mori. Limitandoci a coloro che sono morti tra il novembre 1943 e l’aprile 1945 troviamo questi casi: Abriani Gerolamo, caduto 15/9/1944 come appartenente alla 5^ Legione MDT ferroviaria; Alessio Ferdinando, milite della MDT, caduto lungo la linea ferroviaria Opicina – Prosecco il 28/2/1945; Antonini Antonino, che alcuni definiscono ex squadrista e componente la 41^ Brigata Nera di Trieste, catturato e soppresso dai partigiani ad Umago il 13/11/1944; Borroni Antonio, descritto da Papo quale milite della MDT, ex volontario fascista nella guerra di Spagna, volontario in Montenegro, ucciso in Istria il 29/9/1944; Brunetti Antonio, milite MDT, ucciso il 27/5/1944 presso Matulje (Mattuglie); Cantarutti Edoardo, sottufficiale dell’Esercito della RSI, soppresso dai partigiani a Gorizia il 7/11/1943; Chersicla Luigi, sergente della MDT, scomparso l’8/7/1944 a Grisignana; D’Aliberti Carmelo, Guardia di Finanza, catturato e probabilmente ucciso a Sicciolie il 3/8/1944; Del Bigallo Giuliano, vice brigadiere di PS alla Questura di Gorizia, morto il 1/2/1944 in conseguenza delle ferite riportate in un attacco di partigiani; Del Negro Oliviero, membro della Guardia Civica (formazione collaborazionista triestina) caduto durante un attacco partigiano ad Opicina nel dicembre del 1944; De Pierro Angelo, caporale della MDT, ucciso il 13/9/1944 a Gorizia; D’Ambrosi Antonio, milite della MDT, ucciso nel giugno 1944 in Valdarsia in Istria; Englaro Gastone, ex carabiniere (i nazisti sciolsero l’Arma il 7 ottobre 1943 e nella Venezia Giulia molti dei suoi componenti passarono nelle file della MDT) scomparso il 12/2/1944 a Muggia; Ferrara Salvatore, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria (Materija) il 13/1/1944 (tale postazione collaborava attivamente con i nazisti nella lotta antipartigiana, negli arresti, nei rastrellamenti…); Fiorentini Giovanni, componente l’11^ Legione Camicie Nere, fucilato il 29.10.1943 a Babin Potok (Croazia); Galante Giuseppe, milite MDT, scomparso nel settembre 1944; Ghersa Giulio, milite MDT, caduto nell’aprile 1944 durante un attacco partigiano in Istria; Ghersi Michelangelo, milite MDT, ucciso in casa a Laurana il 24/11/1944; Lacchiana Giovanni, milite delle Camicie Nere, caduto il 25/10/1944 a Ogulin (Croazia); Lottici Arnaldo, Guardia di Finanza, scomparso il 2/2/1944 durante un attacco partigiano alla caserma di Sicciolie; Lubiana Ettore, milite MDT, caduto durante un attacco di partigiani a una colonna nazifascista presso Rifembergo (Branik) il 2/2/1944; Meazzi Angelo, ex carabiniere, in servizio alla postazione di Gabrovizza a Trieste (probabilmente della MDT), scomparso il 24.2.1944; Musco Giuseppe, membro della formazione “Mazza di ferro” della MDT, ucciso nel 1944 a Montona; Olmo Giuseppe, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria il 13/1/1944; Porru Silvio, Guardia di Finanza, scomparso nell’attacco dei partigiani alla postazione di Matteria il 13/1/1944; Querincis Ottavio, componente del collaborazionista Battaglione Alpini “Tagliamento”, scomparso il 22/4/1944 presso Duttogliano (Dutovlje); Ricci Lucchi Serafino, Guardia di Finanza, disperso nel corso di uno scontro con i partigiani nei pressi di Divaccia (Divača); Sangrigoli Mariano, milite MDT, scomparso il 14/4/1945 a Lanischie (Lanišče); Stossich Libero, milite MDT, ucciso il 28/4/1945 presso Umago; Summa Donato, milite MDT, caduto il 14.1.1944 presso Senosecchia (Senožeče); Valoppi Michele, milite MDT, caduto il 13/10/1944 presso Sedegliano (UD); Verdelago Ervino, segretario del Partito Fascista Repubblicano di Tomadio (Tomaj), ucciso a Trieste il 26/2/1944.
A quanto detto va aggiunto che nell’elenco dei percettori dei riconoscimenti ci sono svariati casi che risultano molto dubbi. Il colmo è rappresentato dai casi di Antonio Ruffini, insignito del riconoscimento di “infoibato” ma in realtà caduto da partigiano a Grgarske Ravne in Slovenia a fine marzo del 1944 (cosa riconosciuta dal Comune di Termoli e dalla Regione Molise, ma non dalla Commissione) e di Fortunato Matiussi, per il quale è di per se esplicativa la motivazione della concessione del riconoscimento: “residente a Pisino, fu lì fucilato il 4 ottobre dalle truppe tedesche per rappresaglia sulla popolazione a seguito della precedente occupazione titina”!
Per le singole decisioni in merito all’attribuzione del riconoscimento la responsabilità diretta è indubbiamente dei componenti l’apposita Commissione, operante in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e composta, oltre che da vari rappresentanti delle organizzazioni degli esuli, dal Presidente del Consiglio dei Ministri o da un suo delegato, dai rappresentanti degli Uffici Storici degli Stati Maggiori di tutte le forze armate dello Stato e da un delegato del Ministero dell’Interno. Quindi la responsabilità diretta di quanto è accaduto è delle più alte autorità dello Stato e delle Forze Armate.
Che le cose stessero come stanno era risaputo da almeno 10 anni, ma coloro che lo facevano notare venivano tacciati di estremismo, nostalgie “slavo-comuniste” e gratificati del termine infamante di “negazionisti”. Fino a subire vari tentativi di chiudere loro la bocca attraverso licenziamenti, tagli di finanziamenti, minacce e veri e propri tentativi di aggressione fisica. Mentre coloro che in campo storiografico hanno posto le basi “scientifiche” per tutto quanto accade regolarmente ogni 10 febbraio sono stati presentati e incensati come “ricercatori obiettivi ed equilibrati” e portatori della “verità storica”. Nel contempo le organizzazioni degli esuli, che hanno progettato e ottenuto quanto descritto in precedenza, sono diventate apprezzate interlocutrici della ”opinione pubblica democratica” (anche di quella sua parte che oggi si scandalizza per il caso Mori) e destinatarie di appoggi, aiuti ed ingenti finanziamenti per diffondere le loro “verità”. Di tutto questo sono ampiamente corresponsabili i media, anche quelli che oggi prendono atto di questo “errore” e si chiedono come sia potuto accadere. Forse un serio esame di coscienza potrebbe essere salutare per molti.
La redazione del sito Diecifebbraio.info  Trieste  17 marzo 2015

Napoli, ambulante senegalese fermato e picchiato in caserma | Fonte: redattoresociale.it | Autore: Elisa Tomasso

Picchiato in caserma, solo perché voleva rispondere al cellulare. È successo ieri a Napoli a Magnane Niane, classe ’67, senegalese, venditore ambulante, fermato mentre era in un bar, nel corso di un’operazione anticontraffazione e antiabusivismo della Guardia di finanza. Secondo la ricostruzione del presidente della comunità senegalese a Napoli, Omar Ndiaye, il migrante è stato preso a pugni da un agente, solo perché si dimenava con le manette, nel tentativo di rispondere al cellulare. “Lo ammanettano prima dietro, poi davanti”. Poi, altre percosse. Dolorante, implora aiuto. In cerchio, ridono. “È stato il momento più brutto” racconta Omar. Restano ferite, lividi sui gomiti, sulle ginocchia, sulla testa. In tutto il corpo.

Tutto si svolge  nella caserma della Guardia di Finanza di Gianturco. Il presidente della comunità senegalese di Napoli è stato il primo ad accorrere sul posto dopo essere stato avvisato che “qualcosa non andava”, che “qualcosa stava succedendo”. Il fatto segue a un’operazione antiabusivismo delle fiamme gialle al mercato della Maddalena, in piazza Garibaldi. Una “retata” che ha coinvolto 11 senegalesi e alcuni pachistani “venditori ambulanti”. Ma qualcosa non è andato per il verso giusto. Magnane sarebbe stato fermato mentre entrava in un bar, non mentre vendeva abusivamente. A chiamare l’ambulanza, dalla caserma, è stato Omar. Alla sua è poi seguita l’ulteriore chiamata dei finanzieri. “Chiedeva aiuto, steso a terra. Diceva: non ce la faccio più, sto morendo, aiutami”.

Omar racconta anche di un altro piccolo spaccato della triste vicenda e lo fa dal Pronto Soccorso del Loreto Mare dove è stato ricoverato l’amico, prima di finire dietro le sbarre, perché “sarà comunque arrestato, non ci sono fratture, ma solo escoriazioni e lividi e contusioni multiple”. La prognosi è di 10 giorni, la terapia e il riposo se li farà in carcere. “C’erano un finanziere in divisa, l’altro in borghese. Io ho preso il mio tesserino per identificarmi. Mi hanno permesso di parlare a Magnane. Ma un istante dopo, quello in divisa mi ha buttato a terra”. “La Costituzione su cui ho giurato io è la stessa su cui hanno giurato anche loro”.

Indignata Liana Nesta, avvocato dell’Arci Immigrati e cassazionista, che si occuperà del caso, anche lei fuori dal Pronto Soccorso. Ha già parlato con Magnane e fotografato le sue ferite. “Un cittadino straniero, se affidato alla giustizia, va trattato con giustizia ed equità. Denunceremo le persone presenti in caserma”. La dinamica del fatto per l’avvocato è chiara e su quella e sulle testimonianze si muoverà l’accusa. “È stato fermato al bar, portato in caserma e percosso. Gli agenti non hanno elementi identificativi, così è più difficile agire legalmente contro di loro, ma andremo avanti”.

Palermo, call center con 13 lavoratori irregolari, 18 in nero da: controlacrisi.org

E’ la Guardia di Finanza ad aver scoperto un call center con lavoratori in nero nel Sud Italia.  L’operazione riguarda un call center della provincia di Palermo, Bagheria. Su 32 lavoratori dell’azienda, 13 erano sarebbero irregolari mentre 18 impiegti in nero.

Gli agenti della Finanza durante ispezione a sorpresa hanno chiesto al titolare del call center documenti e contratti di lavoro che riguardavano il personale impiegato e hanno potuto così accertare che solo un lavoratore era in regola.

Per gli impeigati irregolari la Finanza ha riscontrato che il personale riceveva uno stipendio più alto rispetto a quello indicato nel contratto di lavoro e che inoltre lavorava per un orario più esteso rispetto a quello previsto nel contratto.

Parte della prestazione lavorativa dunque era eseguita e pagata in nero.

Il titolare del call center si è visto così comminare sanzione di 60mila euro ma che potrebbe raddoppiare se le irregolarità accertate non venissero sanate entro 15 giorni dalla constatazione forale.

 

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Atac e il ticket del malaffare Fonte: Il Manifesto | Autore: Andrea Palladino

Ha numeri che spaventano l’ultimo scandalo che sta travolgendo l’Atac, la società municipalizzata del trasporto romano. Settanta milioni di euro all’anno di contabilità parallela, derivata dalla distribuzione massiccia di biglietti clonati, è la storia che ieri la Repubblica ha raccontato, basandosi su un rapporto della Guardia di finanza e su una fonte coperta. Non una storia in stile Totò truffa, con qualche stampatore abusivo chiuso in uno scantinato, ma un vero e proprio sistema parallelo, che ha sfruttato per 13 anni la mancanza di controllo sui biglietti obliterati, in grado di gestire un vero e proprio bilancio occulto.
La storia – se sarà confermata – si aggiunge alla parentopoli e all’inchiesta sulle tangenti per i bus della Breda, che ha coinvolto – secondo le indiscrezioni di un paio di settimane fa – anche l’ex sindaco Gianni Alemanno. Il nuovo caso Atac potrebbe surclassare in un solo colpo ogni caso precedente, scoperchiando il vaso di Pandora della politica romana. Quei 70 milioni annui al nero – da moltiplicare per almeno dieci anni – che arrivavano dalla colossale opera di falsificazione dei biglietti da qualche parte sono finiti. Una cifra gigantesca, pari al buco delle casse del Comune di Roma, da anni sull’orlo del dissesto. «Servivano per pagare la politica», ha raccontato un dipendente dall’azienda. E non solo la politica locale, ha spiegato. Una cifra pesante per politici di peso.
Il sospetto più che fondato è che il sistema di clonazione avvenisse grazie alla complicità interna ad alti livelli. La gestione dei biglietti dell’Atac si basa su un riscontro puntuale tra titoli venduti e obliterati. Funziona così: una volta stampato regolarmente un biglietto, il numero di serie è inserito in una White list. Quando il viaggiatore lo passa nell’obliteratrice, la macchina verifica che quel determinato numero progressivo sia legittimo e, nel contempo, lo memorizza. Una volta usato, il biglietto entra nella Black list, in maniera tale da impedirne il riutilizzo. Il sistema – gestito in un bunker super protetto dell’Atac, dove si entra solo con un badge accreditato – avrebbe dovuto garantire l’impossibilità della clonazione dei titoli di viaggio. Secondo gli inquirenti, l’inserimento dei biglietti usati nelle liste dei seriali da bloccare in realtà non sarebbe avvenuto.
Non finisce qui. I falsi non sarebbero stati smerciati attraverso circuiti illegali, ma distribuiti insieme a quelli originali. Nelle tabaccherie, nelle macchinette automatiche, nei punti vendita. Insomma, una sorta di falso d’autore, un imbroglio che qualcuno ha autorizzato, chiudendo gli occhi per più di un decennio. Per la Guardia di finanza – che ha lavorato a lungo sul caso dei biglietti falsi – la truffa non sarebbe altro se non «un sistema oliatissmo capace di creare una contabilità parallela». Con cifre che pesano come macigni sui numeri ufficiali dell’azienda. I ricavi in chiaro della vendita sono pari 249 milioni di euro, il 20% del valore totale della produzione dell’azienda. Poco, pochissimo, di fronte alla voragine dei conti dell’amministrazione comunale. Una constatazione che ha fatto esplodere la rabbia di Ignazio Marino, arrivato da sei mesi al Campidiglio: «Lo dico con molta chiarezza: se le parole pubblicate oggi sul quotidiano ‘La Repubblica’ sono vere spero che se ci sono colpevoli, di qualsiasi partito e forza politica, vengano arrestati e buttata la chiave», ha dichiarato. La fonte che ha raccontato ai giornalisti la storia spiega con disarmante chiarezza il nocciolo della vicenda: «Atac è come la Banca d’Italia: ha la carta moneta, ci scrive sopra che cifra è, vende e rendiconta. Il tutto senza segregazione di responsabilità, cioè senza alcun controllo esterno».
Il sistema Atac andava avanti da 13 anni: «Tutto nasce intorno al 2000 con la gara vinta dalla società australiana Erg – ha raccontato il testimone a Repubblica – per la fornitura della tecnologia informatica per la bigliettazione». Poco dopo la delicata funzione viene internalizzata, ma utilizzando lo stesso personale della Erg. Solo nell’agosto del 2012 l’azienda prepara – attraverso alcuni ispettori – una «Relazione tecnico investigativa sui titoli di viaggio dell’Atac spa», poi consegnata alla procura di Roma: «Il settore dei titoli di viaggio Atac è vasto e complesso – si legge sul documento – (..)il sistema di bigliettazione elettronica dell’azienda è completamente indifeso». Un quadro per ora ha portato a tre avvisi di garanzia. Ma c’è chi dice che la bufera deve ancora arrivare.