Da Beppe Grillo a Roberto Fiore: mezzo meet up di Vibo Valentia passa a Forza Nuova da: il manifesto

Il sin­daco di Comac­chio, pre­veg­gente, lo aveva detto, una volta messo alla porta del movi­mento diret­ta­mente da Beppe Grillo: «E’ in atto una deriva fasci­sta del 5 stelle. E’ Grillo a dover essere espulso per que­sto». Qual­cuno deve averlo preso alla let­tera. Anzi, più di qual­cuno. Visto che si tratta di mezzo Meet-up, quello di Vibo Valen­tia. A par­tire dal suo fon­da­tore Edoardo Ven­tra. Che diventa, da un giorno all’altro, com­mis­sa­rio pro­vin­ciale di Forza nuova.

E’ la segre­te­ria regio­nale di Fn ad annun­ciare la nascita nella pro­vin­cia vibo­nese di un pro­prio «nucleo mili­tante» in cui viene nomi­nato, diret­ta­mente dai diri­genti nazio­nali, come com­mis­sa­rio poli­tico Ven­tra. A cui «è stato affi­dato il com­pito di orga­niz­zare il par­tito in tutta la pro­vin­cia di Vibo. La carica di com­mis­sa­rio avrà durata di sei mesi al ter­mine del quale si pro­ce­derà con la crea­zione della fede­ra­zione pro­vin­ciale che sul ter­ri­to­rio sarà strut­tu­rata ed orga­niz­zata con cari­che e nomine come pre­vi­sto dal nostro sta­tuto. A lui e a tutti gli ormai ex atti­vi­sti M5S vanno i migliori auguri di buon lavoro. Grande sod­di­sfa­zione viene espressa dal segre­ta­rio nazio­nale Roberto Fiore».

In che cosa con­si­sta il «lavoro» poli­tico di Forza nuova è roba nota. Appena due set­ti­mane fa un cen­ti­naio di mili­tanti sco­raz­za­vano libe­ra­mente per Cro­tone (senza che il sin­daco Pd facesse nulla per impe­dirlo) al grido: «Via i clan­de­stini. L’Italia agli ita­liani» e altre ame­nità del genere. D’altronde che nella pan­cia del 5 stelle alber­ghino rigur­giti xeno­fobi ed idee di destra è altret­tanto noto­rio. Basta farsi un giro in rete e dare uno sguardo ai com­menti sulle spa­rate di Grillo in tema di immi­gra­zione. Il movi­mento è spac­cato in due. Da una parte, quelli più a sini­stra, irri­tati dai toni «modello Farage» del capo.

Ven­tra ha così spie­gato in rete la sua ade­sione a Fn : «Molti poli­tici non hanno nulla di ono­re­vole per­ché non ono­rano con le loro azioni le cari­che pub­bli­che che rico­prono, sono inde­gni degli ita­liani one­sti Per que­sto motivo gli ita­liani one­sti hanno il dovere di orga­niz­zarsi. Ade­rire, ade­rire, ade­rire». Qua­lun­qui­smo abbor­rac­ciato e pil­lole di popu­li­smo di pro­vin­cia. Che fa il paio con il finale della nota con cui Fn comu­nica la fuo­riu­scita dei gril­lini: «La coe­renza con la quale Fn affronta da sem­pre tema­ti­che quali il blocco dell’immigrazione,il ritorno alla piena sovra­nità poli­tica, eco­no­mica e mone­ta­ria e la lotta con­tro i veri spre­chi, a comin­ciare dall’abolizione delle regioni, dà i suoi frutti; molto pre­sto, infatti, daremo noti­zia di altre impor­tanti ade­sioni in varie parti d’Italia.

Chi è dav­vero ani­mato da spi­rito rivo­lu­zio­na­rio sce­glie sem­pre più Fn come unica, radi­cale, valida alter­na­tiva al sistema par­ti­to­cra­tico asser­vito alla grande finanza inter­na­zio­nale». Se cam­bias­simo le sigle e al posto di Forza nuova ci fosse scritto M5S, par­rebbe un comu­ni­cato scritto da Grillo. Invece è ver­gato da Roberto Fiore.

Nasce nel segno dell’estrema destra il gruppo europeo di Grillo e Farage | Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

Si tinge sem­pre più di nero l’alleanza euro­pea del Movi­mento 5 Stelle. Alla vigi­lia di un nuovo incon­tro tra Beppe Grillo e l’euroscettico bri­tan­nico Nigel Farage, che dovrebbe svol­gersi oggi a Bru­xel­les, pro­prio il lea­der dell’Ukip ha annun­ciato ieri di aver rag­giunto i numeri suf­fi­cienti per for­mare un gruppo auto­nomo in seno al par­la­mento europeo.Dopo giorni di intense quanto riser­vate trat­ta­tive, Farage che già pre­sie­deva nella pre­ce­dente legi­sla­tura il mede­simo gruppo — Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, Efd che all’epoca com­pren­deva, tra gli altri, la Lega Nord e i popu­li­sti di estrema destra del Par­tito del popolo danese e dei Veri fin­lan­desi -, ha reso noto l’esito posi­tivo dei col­lo­qui intra­presi con diverse for­ma­zioni e anche con sin­goli eurodeputati.

Accanto a quelli dell’Ukip e del M5S, con­flui­ranno nel nuovo rag­grup­pa­mento gli eletti dell’Unione dei Verdi e degli Agri­col­tori let­toni, quelli del Par­tito dei liberi cit­ta­dini della Repub­blica Ceca, ma soprat­tutto quelli del movi­mento lituano Ordine e giu­sti­zia, l’estrema destra dei Demo­cra­tici Sve­desi, oltre alla depu­tata fran­cese Joëlle Ber­ge­ron, eletta con il Front Natio­nal di Marine Le Pen. In totale, qua­ran­totto depu­tati che si riu­ni­ranno per la prima volta a Bru­xel­les mar­tedì 24 giugno.

Se Grillo parla, quanto alla for­ma­zione del gruppo, di «una grande vit­to­ria per la demo­cra­zia diretta, i cit­ta­dini hanno scelto i loro por­ta­voce e hanno detto loro dove sedere nel Par­la­mento euro­peo», men­tre Farage si dice «orgo­glioso di avere for­mato que­sto gruppo, mal­grado la forte oppo­si­zione poli­tica che abbiamo incon­trato per farlo», non può sfug­gire come l’asse di que­sta alleanza muova da destra per arri­vare fino alle posi­zioni del radi­ca­li­smo nero. E non è tutto.

Se let­toni e cechi si situano infatti tra l’euroscetticismo e la destra ultra­con­ser­va­trice, già la pat­tu­glia di Ordine e giu­sti­zia, gui­data dall’ex pre­mier ed ex pre­si­dente lituano Rolan­das Pak­sas è schie­rata su posi­zioni più che nazio­na­li­ste. Ma soprat­tutto, Pak­sas è stato desti­tuito nel 2004 dalla sua carica pre­si­den­ziale in seguito ad un pro­nun­cia­mento della Corte costi­tu­zio­nale lituana, e un con­se­guente voto del par­la­mento di Vil­nius, per aver intrat­te­nuto rela­zioni rego­lari con il discusso uomo d’affari russo Yuri Bori­sov, il mag­gior finan­zia­tore della sua cam­pa­gna elet­to­rale, cui ha anche con­cesso, pare in modo arbi­tra­rio, la cit­ta­di­nanza del pic­colo paese bal­tico.
Ma ciò che col­pi­sce di più nel nuovo pro­filo dell’eurogruppo Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, è il fatto che sia Farage che Grillo ave­vano più volte rifiu­tato ogni rap­porto con il Front Natio­nal fran­cese, men­tre invece oggi è gra­zie allo scranno occu­pato da Joëlle Ber­ge­ron, 63 anni eletta a Lorient, in Bre­ta­gna, nelle file fron­ti­ste, che la loro alleanza può tra­sfor­marsi in qual­cosa di con­creto. Si è detto che Ber­ge­ron avrebbe rotto con la lea­der­ship del Front per alcune sue dichia­ra­zioni in favore del voto ammi­ni­stra­tivo degli immi­grati, comu­ni­tari. Ma in realtà, come ampia­mente ripor­tato dalla stampa d’oltralpe, il vero casus belli che l’ha oppo­sta a Marine Le Pen è il suo rifiuto di cedere il seg­gio a Gil­les Pen­nelle, capo­fila bre­tone dell’estrema destra, come era stato con­cor­dato prima del voto. La can­di­da­tura di Ber­ge­ron era infatti ser­vita solo ad aggi­rare la rigida norma sulla parità di genere vigente in Francia.

Ancora più sor­pren­dente, il fatto che mal­grado Nigel Farage in per­sona avesse smen­tito la cosa solo pochi giorni fa, inter­vi­stato da un quo­ti­diano di Stoc­colma, par­lando di «incom­pa­ti­bi­lità con le loro posi­zioni estre­mi­ste», i 5 Stelle e l’Ukip abbiano finito per allearsi per­fino con gli Sve­ri­ge­de­mo­kra­terna, i Demo­cra­tici sve­desi, sulla cui affi­lia­zione alla destra neo­na­zi­sta aveva scritto ampia­mente all’inizio del decen­nio per­fino il gior­na­li­sta e scrit­tore Stieg Larrson.

Nato da un gruppo deno­mi­nato Bevare Sve­rige Svensk (Man­te­nere la Sve­zia sve­dese), difen­sore delle tesi della supre­ma­zia bianca e ombrello pub­blico delle bande raz­zi­ste, sotto la guida del gio­vane lea­der Jim­mie Akes­son il par­tito si è andato ride­fi­nendo come una for­ma­zione anti-immigrati, rinun­ciando ai suoi aspetti ideo­lo­gici più aggres­sivi, senza per que­sto cam­biare del tutto pelle. Solo nel 2012, ad esem­pio, tre dei suoi depu­tati sono stati pro­ces­sati per aver aggre­dito per strada un popo­lare attore di ori­gine stra­niera molto attivo nella denun­cia del raz­zi­smo in Svezia.

Nelle urne un voto da ultima spiaggia | Fonte: il manifesto | Autore: Guido Viale

Europee 2014. Il record elettorale del Pd non è una vittoria sul populismo, Renzi non è meno populista di Grillo. E i voti per Syriza sono una spinta per coltivare il nucleo nascente di un’alternativa

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La ridu­zione della com­pe­ti­zione per le ele­zioni euro­pee a un match fron­tale tra due icone vuote di con­te­nuti quanto piene di inva­dente pre­sen­zia­li­smo ha pre­miato Renzi e punito Grillo. Ma a per­dere sono stati gli ita­liani o, meglio, ha perso la demo­cra­zia. Per­ché la riforma elet­to­rale, quella del Senato o l’abolizione delle Pro­vince volute da Renzi non fanno che ridurne pro­gres­si­va­mente il campo di applicazione.

Ha perso il plu­ra­li­smo: ora c’è un uomo solo al comando di un par­tito, del governo, arbi­tro, anche, dei destini dello Stato; e gli altri par­titi, satel­liti o com­pri­mari, sono in via di spa­ri­zione, né hanno molte ragioni per con­ti­nuare ad esi­stere. E ha perso, ren­dendo sem­pre meno sin­da­ca­bili le scelte del “pre­mier”, la pro­spet­tiva di un vero cam­bia­mento: il qua­dro euro­peo in cui il Pd si inse­ri­sce e di cui sarà un garante non con­sente cambi di rotta. E con tutte que­ste cose hanno perso i lavo­ra­tori, i disoc­cu­pati, i gio­vani, i pen­sio­nati; anche, e forse soprat­tutto, quelli che lo hanno votato.

Ma non si tratta, come sosten­gono molti com­men­ta­tori, di una vit­to­ria sul populismo.

Renzi non è meno popu­li­sta di Grillo se per popu­li­smo si intende un richiamo iden­ti­ta­rio (le “riforme”, pre­sen­tate come inter­vento sal­vi­fico, senza spe­ci­fi­carne il con­te­nuto, e la “rot­ta­ma­zione” pre­sen­tata come pro­gramma) che fa aggio sui con­te­nuti spe­ci­fici delle misure pro­po­ste. Il pro­gramma di Grillo, se si eccet­tua la sua ambi­va­lenza di fondo sull’euro, che è ambi­va­lenza sul ruolo che può e deve avere l’Europa nel deter­mi­nare un cam­bio di rotta per tutti, era addi­rit­tura più con­creto di quello con cui Renzi ha affron­tato que­sta sca­denza elet­to­rale. Entrambi comun­que ave­vano gli occhi pun­tati sugli equi­li­bri interni al pol­laio ita­liano; la resa dei conti con le poli­ti­che euro­pee l’avevano riman­data a un inde­ter­mi­nato domani: euro­bond o uscita dall’euro per uno; ridi­scus­sione dei mar­gini del defi­cit per l’altro; nes­suno dei due sem­bra ren­dersi conto che la crisi euro­pea impone una revi­sione radi­cale del qua­dro isti­tu­zio­nale e delle stra­te­gie poli­ti­che, prima ancora che economiche.

Non è stata nem­meno, quindi, una vit­to­ria dell’europeismo con­tro l’antieuropeismo: se per Grillo il pro­blema è ine­si­stente — la sua “indi­pen­denza” da tutto e da tutti gli impe­di­sce di avere alleati e pro­spet­tive che vadano al di là delle Alpi e dei mari di casa, per Renzi è l’assoluta subal­ter­nità al patto tra Schulz e Mer­kel, ormai rati­fi­cato dall’esito elet­to­rale anche in Europa, che gli impe­di­sce di avere, se non a parole — ma di parole la sua poli­tica non manca mai — una visione delle misure, delle stra­te­gie e delle con­se­guenze di una vera rimessa in discus­sione dell’austerità. Quell’austerità che l’Europa la sta disin­te­grando (e i primi a pagarne le con­se­guenze saremo noi).
Meno che mai quella di Renzi è stata una vit­to­ria della spe­ranza con­tro il ran­core. Se nell’ultimo anno il Movi­mento 5S ha dato prova della sua sostan­ziale incon­clu­denza, dovuta al con­trollo fer­reo che i suoi due lea­der pre­ten­dono di eser­ci­tare sui qua­dri e sui par­la­men­tari, la moti­va­zione di fondo del voto a Renzi è stata un clima da “ultima spiag­gia”. Para­digma di que­sto atteg­gia­mento sono gli edi­to­riali su la Repub­bli ca di Euge­nio Scal­fari , che non approva pra­ti­ca­mente alcuna delle misure varate da Renzi e meno che mai i suoi pro­getti, ma che invita a votarlo lo stesso per­ché “non c’è alternativa”.

Così, se con que­ste ele­zioni la para­bola del M5S ha imboc­cato irre­vo­ca­bil­mente una curva discen­dente, men­tre Renzi sem­bra invece sulla cre­sta dell’onda — forse rag­giunta troppo in fretta per poter con­so­li­dare una posi­zione del genere — è il vuoto di pro­spet­tive e la man­canza di una pro­po­sta di respiro stra­te­gico per rifor­mare l’Europa a con­dan­narlo a sgon­fiarsi altret­tanto rapi­da­mente. Il che suc­ce­derà ine­vi­ta­bil­mente — pen­sate alla para­bola di Monti! — non appena Renzi dovrà fare i conti con quella gover­nance che forse imma­gina di riu­scire a con­qui­stare con la stessa faci­lità, super­fi­cia­lità e disin­vol­tura con cui si è impa­dro­nito, gli uni dopo le altre, di pri­ma­rie, par­tito, governo ed elet­to­rato. Ma là, invece, c’è la “scorza dura” dell’alta finanza che Renzi non si è mai nem­meno sognato di voler intac­care, ma che non è certo dispo­sta a con­ce­der­gli qual­cosa che vada al di là di un soste­gno for­male e sim­bo­lico (un po’ di spread in meno, forse; e solo per un po’).

Ma come Grillo sta lasciando die­tro di sé, in modo forse irre­ver­si­bile, per­ché non facile da pro­sciu­gare, un mare di mace­rie (la poli­tica tra­sfor­mata in per­nac­chia, come Ber­lu­sconi l’aveva, prima di lui, e apren­do­gli la strada, tra­sfor­mata in bar­zel­letta e licenza), così anche Renzi lascerà die­tro la sua pros­sima quanto ine­vi­ta­bile para­bola, altri danni irre­ver­si­bili. Danni alla demo­cra­zia e alla costi­tu­zione; al diritto del lavoro e alle con­di­zioni dei lavo­ra­tori, pre­cari e non (se ancora ce ne sono); alla scuola, alla sanità, al wel­fare, alle auto­no­mie locali (che da sin­daco non ha mai difeso dal patto di sta­bi­lità); a quel che resta della mac­china dello Stato, sman­tel­lan­done i capi­saldi in nome del rispar­mio e dell’efficienza; al sistema delle imprese e dei ser­vizi pub­blici, messi in sven­dita per fare cassa; e, soprat­tutto, danni alla tenuta morale della cit­ta­di­nanza, messa per la terza o la quarta volta alla prova di una poli­tica fon­data sulle apparenze.

“L’altra Europa con Tsipras” rappresenta un piccolo ma importante episodio di resistenza

Di fronte a que­sto pano­rama, di cui l’elettorato non potrà evi­tare di pren­dere atto in tempi stretti, i risul­tati della lista “L’altra Europa con Tsi­pras” rap­pre­sen­tano un pic­colo ma impor­tante epi­so­dio di resi­stenza; per­ché in quella lista, e in nessun’altra pro­po­sta di livello nazio­nale ed euro­peo, è con­te­nuto il nucleo di un’alternativa pos­si­bile e pra­ti­ca­bile alla per­pe­tra­zione di poli­ti­che desti­nate a por­tare allo sfa­scio l’intero con­ti­nente, Ger­ma­nia com­presa.
Cer­ta­mente i nostri numeri non sono esal­tanti, anche se lo sono quelli di alcuni dei nostri part­ner euro­pei. Però sono il frutto di un lavoro di con­qui­sta, voto per voto, con­senso per con­senso, impe­gno per impe­gno, che ha coin­volto migliaia di com­pa­gni e di soste­ni­tori delle più diverse pro­ve­nienze, che non ave­vano certo come obiet­tivo finale o esclu­sivo il risul­tato elet­to­rale. Ma che pro­prio spe­ri­men­tando, almeno in parte, e non senza molte con­trad­di­zioni, forme nuove, o pro­fon­da­mente rin­no­vate, di con­di­vi­sione e di coe­sione, fon­date su nuove pra­ti­che, sono ben deter­mi­nati ad andare avanti lungo la strada appena intra­presa. E non cia­scuno per conto suo, o facendo ricorso alle pro­prie appar­te­nenze, ma tutti insieme, apren­dosi a quel mondo di delusi, di arrab­biati, di abban­do­nati, di incerti che la crisi del M5S e il muta­mento antro­po­lo­gico del Par­tito Demo­cra­tico si stanno lasciando, e con­ti­nue­ranno a lasciarsi, die­tro le spalle.

In que­sta pic­cola affer­ma­zione i voti di pre­fe­renza rac­colti da due capo­li­sta come Bar­bara Spi­nelli e Moni Ova­dia, che hanno messo il loro nome, la loro fac­cia e un mare di fatica a dispo­si­zione del pro­getto per rap­pre­sen­tarne il carat­tere uni­ta­rio, sono una impor­tante dimo­stra­zione di quella spinta a un radi­cale rin­no­va­mento delle pro­prie iden­tità che fin dall’inizio è stata la cifra della nostra intrapresa.

In pochi anni, sotto la guida di Ale­xis Tsi­pras, Syriza, da pic­cola aggre­ga­zione di iden­tità dif­fe­renti si è fatta par­tito di governo. Dun­que, si può fare. Se abbiamo messo quel nome nel sim­bolo della nostra lista non è per caso.

Una sfida per tutti da: il manifesto

I poveri son­dag­gi­sti anche que­sta volta ave­vano imma­gi­nato un altro mondo (l’astensione a valanga, il testa a testa tra Renzi e Grillo…), ma a par­ziale discolpa della loro inaf­fi­da­bi­lità biso­gna dire che sono stati som­mersi, più che dal ridi­colo, da una vera e pro­pria onda ano­mala, apparsa a una certa ora della notte accanto alla casella del Pd: 40,8%. Quando un par­tito in un anno quasi rad­dop­pia c’è molto da capire ma una cosa è chiara: siamo di fronte a un risul­tato elet­to­rale che cam­bia i con­no­tati a tutto il sistema politico.

Il primo e unico rife­ri­mento sto­rico del nuovo par­tito piglia­tutto è la balena bianca demo­cri­stiana, capace di salire così in alto da con­te­nere tutto l’arco costi­tu­zio­nale, dalle sini­stre dei Bodrato e dei Gra­nelli alle destre dei For­lani e degli Andreotti. Que­sto Pd ha ingo­iato in un solo boc­cone il 10% dei mon­tiani con annessi cespu­gli (da Casini in giù) insieme a bran­delli ber­lu­sco­niani, por­tan­doli nella stessa casa dei Fas­sina e dei Civati. Poi, come nella più col­lau­data tra­di­zione demo­cri­stiana, ha messo nelle tasche di dieci milioni di ita­liani 80 euro, biglietto da visita reca­pi­tato il venerdì per la messa elet­to­rale della domenica.

In realtà que­sta feb­bre a 40 rea­lizza la famosa voca­zione mag­gio­ri­ta­ria di Vel­troni, con ex dc e ex pci nucleo cen­trale di un tra­sver­sa­li­smo desti­nato a pro­durre una muta­zione gene­tica. Ha la feb­bre alta il paese che, dopo Ber­lu­sconi, dopo Grillo con­ferma l’anomalia ita­liana affi­dan­dosi al lea­der vin­cente, alla sta­bi­lità di governo.

Da oggi abbiamo davanti una sfida per tutti. A comin­ciare dall’uomo solo al comando che deve gover­nare tenen­dosi in equi­li­brio sull’imponente onda ano­mala che egli stesso ha sol­le­vato, dimo­strando di saper gestire un sostan­ziale mono­co­lore: la cura pre­vede le riforme costi­tu­zio­nali di stampo pre­si­den­zia­li­sta, i sin­da­cati al tap­peto con l’imposizione del lavoro pre­ca­rio per tutti. Da domani Renzi non potrà più tirarsi fuori dai disa­stri del paese adde­bi­tan­doli ai suoi rot­ta­mati pre­de­ces­sori.
Il popu­li­smo di governo ha pagato più del popu­li­smo di oppo­si­zione, e dun­que è una sfida anche per Grillo. L’ex comico ha lavo­rato per il nemico pro­vo­cando la rea­zione del “voto utile” con­tro le urla e gli insulti. Molti, a sini­stra, pre­oc­cu­pati di disper­dere il voto, si sono turati il naso e hanno votato Pd per scam­pare un peri­colo mag­giore. Grillo deve sce­gliere se con­ti­nuare a invo­care impro­ba­bili caro­selli intorno al Qui­ri­nale, se insi­stere con la poli­tica del “vaffa” o tra­ghet­tare i sei milioni di voti (un poten­ziale gran­dis­simo) in una stra­te­gia par­la­men­tare capace di tra­sfor­mare la forza elet­to­rale in alleanze, bat­ta­glie e obiet­tivi con­creti. In Ita­lia come in Europa.

Il trionfo ren­ziano è, infine, una sfida per la sini­stra di Tsi­pras. Dopo aver vinto la scom­messa euro­pea con i tre par­la­men­tari ita­liani eletti a Stra­sburgo, ora le donne e gli uomini che in pochi mesi hanno creato que­sta espe­rienza poli­tica dovranno capire come col­lo­carsi nell’inedito sce­na­rio ita­liano.
L’analisi del voto rileva un poten­ziale molto al di là della sof­ferta soglia del 4% (il 5 a Palermo, l’8 a Bolo­gna, il 6 a Roma il 9 a Firenze), testi­mo­niato anche dal con­senso ai can­di­dati (molti i gio­vani) e ai capi­li­sta. Senza mara­tone tele­vi­sive, forti del pre­sti­gio per­so­nale e delle lotte sul ter­ri­to­rio hanno oltre­pas­sato le 30 mila pre­fe­renze. Vin­cere con­tro­cor­rente è un buon segno.

Grillo trasforma la Shoah in uno spot elettorale Fonte: Il Manifesto | Autore: Carlo Lania

Ha tra­sfor­mato la Shoah in uno spot elet­to­rale. L’ultima pro­vo­ca­zione di Beppe Grillo è anche la più forte. Una foto ritoc­cata della scritta in ferro bat­tuto che cam­peg­giava all’ingresso del campo di Ausch­witz è apparsa ieri sul sito del comico sotto il titolo «Se que­sto è un Paese». Nell’immagine il motto nazi­sta «Arbeit Macht Frei» si è tra­sfor­mato in «P2 Macht Frei», la P2 rende liberi. Non con­tento, Grillo ha poi modi­fi­cato anche le parole della poe­sia che apre «Se que­sto è un uomo» di Primo Levi, usan­dola per tor­nare ad attac­care il pre­si­dente Gior­gio Napo­li­tano il pre­mier Mat­teo Renzi, la sini­stra e il patto Renzi-Berlusconi sulle riforme. Qual­cosa di più e di peg­gio delle solite bat­tute intrise di vol­ga­rità e che evi­den­te­mente il comico geno­vese ritiene diver­tenti per il suoi elet­tori. Al punto da pro­vo­care la rea­zione furiosa della comu­nità ebraica che non esita a defi­nire quella del lea­der del M5S «un’infame pro­vo­ca­zione», «un’oscenità sulla quale non si può tacere» visto che tocca «il valore della memo­ria e del ricordo di milioni di vit­time inno­centi».
Grillo si appro­pria dei versi di Primo Levi per la sua cam­pa­gna elet­to­rale. «Con­si­de­rate se que­sto è un paese che vive nel fango — scrive sul blog — che non cono­sce pace ma mafia, in cui c’è chi lotta per mezzo pane e chi può eva­dere cen­ti­naia di milioni, da gente che muore per un taglio ai suoi diritti civili, alla sanità, al lavoro, alla casa nell’indifferenza dell’informazione». E ancora: «Con­si­de­rate se que­sto è un Paese nato sulle morti di Fal­cone e Bor­sel­lino, dalla trat­ta­tiva Stato-mafia, schiavo della P2, coman­dato da un vec­chio impau­rito dalle sue stesse azioni che ignora la Costi­tu­zione». E poi gli attac­chi alla sini­stra e a Renzi, quando descrive l’Italia come «un paese con­se­gnato da vent’anni a Dell’Utri e a Ber­lu­sconi e ai loro luridi alleati della sini­stra. Un paese che ha eletto come spe­ranza un vol­gare men­ti­tore assurto a lea­der da povero buf­fone di pro­vin­cia».
Quello del fon­da­tore del M5S — che ieri sera a Roma ha chiuso il suo tour — è un salto di qua­lità per certi versi ina­spet­tato. Da tempo Grillo ha infatti alzato il tono dei suoi inter­venti con­tro quelli che con­si­dera suoi avver­sari. Sabato ha para­go­nato Mat­teo Renzi a Mar­cello Dell’Utri, l’ex sena­tore del Pdl fug­gito in Libano, ma ha anche usato una can­zone di Guc­cini per sca­ri­care velo­ce­mente il sin­daco di Parma Fede­rico Piz­za­rotti e soli­da­riz­zato con i seces­sio­ni­sti veneti. Senza con­tare gli insulti ai dis­si­denti, poi cac­ciati dal Movi­mento, o quelli alla pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini. Iper­boli ogni volta più accese, dalle quali si intui­sce la scelta di radi­ca­liz­zare sem­pre più il Movi­mento 5 stelle, spe­cial­mente ora che si è libe­rato di buona parte di coloro che pre­fe­ri­scono ragio­nare con la pro­pria testa anzi­ché ade­guarsi ai dik­tat suoi e di Gian­ro­berto Casa­leg­gio. Un M5S con par­la­men­tari ed elet­tori sem­pre più fedeli, ma anche sem­pre più estre­mi­sti nelle loro posi­zioni, pronti a con­di­vi­dere e giu­sti­fi­care tutte le intem­pe­ranze del capo. Tanto più quando, a poco più di un mese dalle ele­zioni euro­pee, i son­daggi sem­brano pre­miare que­sta scelta.
Nono­stante que­sto l’uscita di ieri, con l’oltraggio alla Shoah, è qual­cosa che va oltre le solite intem­pe­ranze ver­bali. E che non poteva non susci­tare rea­zioni indi­gnate. Tra i primi a inter­ve­nire c’è il pre­si­dente dell’Unione comu­nità ebrai­che ita­liane (Ucei) Renzo Gat­te­gna che defi­ni­sce quella di Grillo una «pro­vo­ca­zione» utile a «sol­le­ci­tare i più bassi sen­ti­menti anti­se­miti e caval­care il mal­con­tento popo­lare che si addensa in que­sti tempi di crisi». In serata, per il governo, inter­viene il sot­to­se­gre­ta­rio Gra­ziano Del­rio: «Non c’è nes­suna P2 che abita a Palazzo Chigi — è la replica a Grillo -. La P2 è stata una disgra­zia per que­sto Paese».
Ma cri­ti­che arri­vano anche dai par­titi, dal Pd a Forza Ita­lia. «Il post di Grillo può essere defi­nito sol­tanto in un modo: fasci­smo di stampo nazi­sta», com­menta il pre­si­dente dei sena­tori pd Luigi Zanda, men­tre per la sua col­lega Anna Finoc­chiaro parla di «ner­vo­si­smo cre­scente» del lea­der M5S «di fronte alla sfida elet­to­rale». Parole di con­danna anche da Forza Ita­lia e Scelta civica, ma anche dall’interno del M5S. Il depu­tato Tom­maso Currò, una delle voci cri­ti­che del movi­mento, attacca infatti la scelta del lea­der di usare la Shoah: «E’ una para­frasi che non sta in cielo né in terra — com­menta Currò — , è offen­siva e peral­tro tocca un tema rispetto al quale c’è una sen­si­bi­lità pro­fon­da­mente diffusa».

Un referendum d’imperio Fonte: il manifesto | Autore: Alessandro Dal Lago

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Con il “refe­ren­dum” sul reato di immi­gra­zione clan­de­stina, Beppe Grillo ha chia­rito a tutti, anche ai seguaci più fedeli, la sua idea di demo­cra­zia. Che su 24.000 votanti, con­vo­cati all’ultimo momento, quasi 16 mila abbiano votato per l’abrogazione e 9.000 con­tro farà tirare un respiro di sol­lievo, ma non deve far gioire nes­suno. Que­sta non è demo­cra­zia diretta, è impo­si­zione demagogica.

Come si fa a «votare» su un tema simile, senza alcuna pre­pa­ra­zione, dalle «10 alle 17» del 13 gennaio?

E poi, con che diritto ven­ti­quat­tro­mila elet­tori hanno dato un parere «vin­co­lante» (per for­tuna con­tra­rio al reato) al gruppo par­la­men­tare del Senato, come si legge sul blog? Forse, Grillo e Casa­leg­gio non lo sanno, ma l’articolo 67 della Costi­tu­zione vieta espres­sa­mente il man­dato impe­ra­tivo. E quindi sarebbe ora che il M5S, che tiene tanto alla lega­lità, al punto di essere con­tra­rio a svuo­tare le car­ceri, la smet­tesse con la bar­zel­letta del man­dato vincolante.

La que­stione di que­sta biz­zarra con­sul­ta­zione online ha due impor­tanti aspetti, uno di metodo e uno di merito. Per comin­ciare, la deci­sione auto­cra­tica di far votare gli iscritti in poche ore e senza pre­av­viso dimo­stra come, al di là delle chiac­chiere sulla demo­cra­zia diretta, il duo Grillo-Casaleggio con­si­deri il Movi­mento 5 Stelle come cosa pro­pria. Que­sto, d’altra parte, è il metodo seguito sin qui: le «par­la­men­ta­rie» con poche decine di migliaia di votanti, gli addetti alla comu­ni­ca­zione impo­sti agli eletti, il divieto di andare ai talk show e così di seguito. Detto in poche parole, i par­la­men­tari sono liberi di pen­sare quello che vogliono, pur­ché seguano le indi­ca­zioni dei lea­der e fac­ciano quello che ordina la mag­gio­ranza degli iscritti con­vo­cati all’ultimo momento. Rispetto ai refe­ren­dum di Grillo, le pri­ma­rie del Pd sono state un capo­la­voro di demo­cra­zia diretta…

E se l’esito del “refe­ren­dum” fosse stato oppo­sto? Nel video Gaia , pro­dotto da Casa­leg­gio e Asso­ciati qual­che anno fa, si pre­vede, tra il serio e il faceto, che tra una tren­tina d’anni saranno indetti refe­ren­dum su scala glo­bale su temi come la pena di morte. Ven­gono i bri­vidi a pen­sare come potrebbe andare. Soprat­tutto per­ché, nella visione di Casa­leg­gio e Grillo, i refe­ren­dum non hanno biso­gno di quo­rum. Insomma, chi par­te­cipa ha il diritto di deci­dere per tutti. È lo stesso spi­rito del refe­ren­dum di ieri. Que­sta sarebbe la demo­cra­zia che ci aspetta? Che suc­ce­derà quando Grillo chia­merà a votare poche migliaia di iscritti su un tema sen­si­bile come l’amnistia?

Quanto al merito, l’imporre di punto in bianco una con­sul­ta­zione di que­sto tipo rivela quanto sia con­ser­va­tore, al limite della xeno­fo­bia, l’atteggiamento del duo Grillo-Casaleggio in mate­ria d’immigrazione (d’altra parte, per capirlo, bastava dare un’occhiata al loro libro Il grillo canta al tra­monto ). Per Grillo, i “sacri con­fini della patria” non devono essere vio­lati, i “veri immi­grati siamo noi” e così via. Un cam­pio­na­rio di luo­ghi comuni rea­zio­nari, del tutto simile agli slo­gan della Lega e del resto della destra. Ora, Grillo ha capito bene che la mag­gio­ranza dei suoi par­la­men­tari e degli atti­vi­sti era favo­re­vole ad abro­gare il reato. E quindi, con 24.000 voti su 100.000 iscritti (teo­rici), potrà lavarsi le mani dell’intera fac­cenda, per­ché il “popolo” ha deciso. Come ha detto Ber­lu­sconi, un movi­mento in mag­gio­ranza di sini­stra è gover­nato da un lea­der di destra…

L’aspetto vera­mente tra­gico di que­sta vicenda è che il reato di clan­de­sti­nità, insieme a tutta la Bossi-Fini (e non dimen­ti­chiamo la Turco-Napolitano) non è solo una norma mal­va­gia, per­ché impe­di­sce ai pesche­recci di soc­cor­rere i bar­coni (altri­menti rischiano di essere incri­mi­nati per favo­reg­gia­mento), ma è anche stu­pida: il risul­tato è l’ingorgo delle pro­cure con migliaia di pro­ce­di­menti che por­tano a una multa che nes­sun migrante è in grado di pagare.

Era neces­sa­rio un refe­ren­dum per­ché i gruppi par­la­men­tari del M5S votas­sero con­tro una legge simile?

Grillo, i “forconi” e la lotta di classe che non c’è Fonte: liberazione.it | Autore: Dino Greco

E’ la rivolta, o forse l’insurrezione, quella che evoca il guru del M5S, quando si rivolge, con una lettera aperta pubblicata sul suo blog, a Leonardo Gallitelli, comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, ad Alessandro Pansa, capo della Polizia di Stato e a Claudio Graziano, Capo di stato maggiore dell’Esercito italiano. Lui, Grillo, vorrebbe che dalla Polizia fino all’Esercito, passando per i Carabinieri, tutte le Armi del paese si unissero alla singolare rivolta accesa dai “forconi”, che a Torino per ore hanno fatto quello che volevano in una città dove lo Stato, inteso come “forze dell’ordine”, si era semplicemente ritirato, mentre la grandissima parte dei negozi aveva abbassato le serrande. Una solidarietà che Grillo, tuttavia, si era ben guardato da invocare quando mille volte, in questi anni segnati dalla crisi e dalle politiche di austerity, lavoratori, operai, precari, studenti hanno attraversato con i loro cortei le strade e le piazze del paese, in ogni dove, incontrando anch’essi le forze dell’ordine, solerti, in questi casi, nel somministrare ai manifestanti massicce dosi di manganellate. Non una volta che i poliziotti, men che meno gli uomini della “Benemerita”, si siano tolti il casco di fronte agli operai che si battono contro i licenziamenti, che presidiano aziende di padroni in fuga, o che abbiano una sola volta tentennato quando si è trattato di cacciare i nomadi dalle loro povere catapecchie, o che un fremito della coscienza abbia loro impedito di dare esecuzione ad uno sfratto nei confronti di famiglie in condizioni disperate da case delle quali sia stato ordinato lo sgombero. Il generoso cuore di Grillo non ha mai palpitato di fronte a quelle repressioni violente compiute in difesa della borghesia proprietaria. Non fa niente se imbelle e fraudolenta. Ora che nella protesta si mischia di tutto, ora che le pulsioni più diverse dominano un moto che assume i tratti della jacquerie, ecco che l’egoarca prova a mettercisi a capo. Per suonare una volta ancora la grancassa e mietere qualche facile consenso. Come sempre, nella debordante oratoria demagogica di tutti i populisti, le ragioni profonde di un’acuta sofferenza sociale si mischiano all’invettiva rivolta verso un’indifferenziata casta, verso la politica incapace di tutto. “I disordini – scrive Grillo – sono dovuti a gente esasperata per le sue condizioni di vita e per l’arroganza, sordità, menefreghismo di una classe politica che non rinuncia ai privilegi”. Ma quella classe politica è espressione di classi sociali dominanti a cui Grillo evita di imputare alcunché. Per rivolgersi, con parole inquietanti, alle gerarchie militari del Paese, come se le loro inclinazioni fossero, in Italia, quelle della “rivoluzione dei garofani” dei militari portoghesi che nell’aprile del 1974 portò alla caduta dele regime fascista di Salazar. Come se la democrazia ingessata e corrotta della Seconda repubblica potesse vivere un bagno rigeneratore grazie all’entrata in campo delle forze armate italiane. Roba che mette i brividi solo a pensarci. Ma anche quest’ultima sparata di Grillo ripropone il vero tema di questa terribile stagione politica: l’assenza di una guida sociale delle lotte (il sindacato) e la latitanza di un soggetto politico (il partito) che sappia assumerne la rappresentanza politica, scansando il rischio di una torsione reazionaria e di una rottura democratica dagli esiti devastanti. E’ l’assenza della lotta di classe che fa di sommosse come quelle che sempre più spesso scuotono il paese il ricettacolo, il brodo di coltura di spinte qualunquistiche su cui la destra estrema può costruire le proprie fortune e, persino, alimentare le proprie mai sopite tentazioni golpiste