Ucciso in Brasile Eusebio, un leader indio che si batteva contro la deforestazione Autore: redazione da: controlacrisi.org

Eusebio, uno dei leader degli indigeni Ka’apor dell’Alto Turiacu, nello stato brasiliano del Maranhao, e’ stato assassinato domenica scorsa. Lo fa sapere Greenpeace in un comunicato stampa. “Non e’ la prima volta – continua l’associazione ambientalista – che i Ka’apor denunciano alle autorita’ di aver ricevuto minacce dalle imprese responsabili della deforestazione”, cacciate dagli stessi indigeni a partire dal 2013.
“I Ka’apor cercano di difendere il loro territorio- denuncia Madalena Borges, del Consiglio missionario indigeno di Maranhao – ma sono soli, senza sostegno da parte del governo, che dovrebbe impegnarsi invece a far rispettare la legge”. È infatti dal 2008 che la comunita’ indigena chiede interventi contro il taglio illegale, ma sono state condotte solo sporadiche operazioni: una volta andati via gli ispettori, l’attivita’ criminale e’ ripresa.
“Quello che incoraggia le imprese a rubare il legname dalle terre indigene- dice Chiara Campione, responsabile campagna Foreste Greenpeace- e’ il fatto che la refurtiva possa facilmente essere spacciata per prodotto legale e venduta, anche sul mercato internazionale, senza problemi. Questo genera conflitti sociali e talvolta persino omicidi”.
Ad oggi l’Alto Turiacu e’ la quinta zona indigena dell’Amazzonia piu’ colpita dalla deforestazione: dal 2012, infatti, segnalano gli ambientalisti, ha perso 44 mila ettari di foreste, pari all’8% dell’area.

Sicilia, la protesta di Greenpeace contro le trivellazioni che rischiano di compromettere l’ecosistema Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Lo scorso 4 giugno c’è stata la firma di un protocollo di intesa tra la Regione Siciliana e Assomineraria, Eni, Edison e Irminio per lo sfruttamento dei giacimenti di gas e petrolio presenti nel Canale di Sicilia. Un’attività che mette in serio pericolo le splendide coste a vocazione turistica dell’isola. Gli attivisti di Greenpeace, ieri e oggi, hanno portato proprio sulla spiaggia di Mondello e nel porto di Palermo la loro protesta estrema, simulando un disastro ecologico ed esponendo uno striscione con il messaggio: “Un mare di bugie – Crocetta regala il nostro mare ai petrolieri”.

“Solo due anni fa, l’allora candidato alla presidenza della Regione – hanno ricordato i militanti di Greenpeace – firmava il nostro appello contro le trivellazioni nel Canale di Sicilia”. Dalla nave Rainbow Warrior, ormeggiata nel porto di Palermo, gli ambientalisti chiedono all’Anci Sicilia di intraprendere una battaglia giudiziaria per fermare il progetto “OffShore Ibleo” al largo della costa tra Gela e Licata. Per Greenpeace lo studio di impatto ambientale di Eni e’ “insufficiente”, mentre definisce il decreto ministeriale “silente” sotto il profilo del rischio geologico ed ambientale e della sicurezza in caso di incidenti, autorizzando, tra l’altro, attivita’ rischiose in un’area tutelate con siti della rete “Natura 2000”.
“Questo decreto e’ scandaloso – ha detto in conferenza stampa il direttore della campagne di Greenpeace Alessandro Gianni’ -. E’ gravissimo che sia stato autorizzata la realizzazione di impianti industriali quando non si conoscono nemmeno gli scenari da valutare”. Dal monitoraggio dell’associazione, sul rischio ambientale da trivelle emerge poi che sarebbero una ventina le concessioni in fase di definizione per progetti di ricerca e coltivazione di compagnie petrolifere nella costa sud della Sicilia, da Marsala a Ragusa. Per fermare “le perforazioni nel mare Nostrum”, per Greenpeace tocca ai sindaci agire per chiedere la revoca delle autorizzazioni.

Via il segreto di Stato, è la wikileaks italiana da: il manifesto.it

Italia. Il premier Renzi desecreta tutti gli atti che riguardano la stagione delle stragi, come chiedevano Greenpeace e Articolo 21. Potrebbero emergere molte verità

È la fine del ven­ten­nio, que­sto 22 aprile 2014. Ed è la fine di quella parte della sto­ria repub­bli­cana che abbiamo visto nascon­dersi die­tro le stragi, gli omi­cidi poli­tici, i depi­staggi, i dos­sier ai veleni. Anzi, a voler guar­dar bene, è forse la fine ormai defi­ni­tiva della guerra fredda, di quella par­ti­co­lare regola che voleva l’Italia cro­ce­via dei com­plotti, dei segreti incon­fes­sa­bili, delle orga­niz­za­zioni paral­lele, come Gla­dio o i Nuclei di difesa dello Stato. Que­sto è quello che potrebbe rap­pre­sen­tare l’annuncio del governo Renzi sulla pub­bli­ca­zione degli atti riser­vati e segreti «di tutte le ammi­ni­stra­zioni dello stato» sulle stragi com­piute dal 1969 al 2000. Una svolta che — se sarà man­te­nuta — non potrà che essere epo­cale: i docu­menti clas­si­fi­cati con i tre livelli di segre­tezza — riser­vato, riser­va­tis­simo, segreto e segre­tis­simo — rela­tivi ai nodi mai sciolti della sto­ria repub­bli­cana (dalle bombe di Milano e Bre­scia, fino all’omicidio Alpi-Hrovatin, pas­sando per le bombe del 1992 e 1993, con in mezzo il rapi­mento e omi­ci­dio di Aldo Moro), pro­dotti dalla pub­blica ammi­ni­stra­zione saranno resi pub­blici e river­sati nell’archivio di Stato. Que­sto è — nella sua essen­zia­lità quasi buro­cra­tica — l’annuncio che il sot­to­se­gre­ta­rio Marco Min­niti, che ha con­fer­mato ieri pome­rig­gio la firma da parte del pre­si­dente del con­si­glio Mat­teo Renzi della diret­tiva sulla dese­cre­ta­zione. Non solo, dun­que, le navi dei veleni e l’agguato con­tro Ila­ria Alpi e Miran Hro­va­tin, come chie­sto da Green­peace — con l’appoggio del mani­fe­sto — e da Arti­colo 21 al pre­si­dente della Camera Laura Bol­drini.
È fuori da ogni dub­bio che l’evento rap­pre­senta la più grande ope­ra­zione di disco­very dal dopo guerra e pro­ba­bil­mente la prima di que­sto genere in Europa. Nean­che dopo l’annuncio dell’esistenza dell’organizzazione Gla­dio da parte di Giu­lio Andreotti — era il 1990 — vi fu la pub­bli­ca­zione degli atti dell’organizzazione, salvo l’elenco — molto pro­ba­bil­mente par­ziale — dei sei­cento civili arruo­lati. Quelle carte — ad esem­pio — con­ti­nuano a rima­nere in gran parte coperte dal segreto, chiuse negli archivi di Forte Bra­schi, tute­late dalle boc­che cucite dei mili­tari che con­dus­sero l’operazione stay-behind per alcuni decenni, tenendo all’oscuro lo stesso Par­la­mento. La dese­cre­ta­zione — secondo quanto annun­ciato da Renzi e Min­niti — potrebbe rac­con­tare per la prima volta le coper­ture isti­tu­zio­nali, le regole d’ingaggio mai rive­late della nostra intel­li­gence. L’apertura degli archivi e dei tanti “armadi della ver­go­gna” riguar­derà le stragi degli anni ’70 (Piazza Fon­tana, Gioia Tauro, Peteano, Que­stura di Milano, Bre­scia, Ita­li­cus), degli anni ’80 (Ustica, sta­zione di Bolo­gna e Rapido 904) e il duplice omi­ci­dio Alpi-Hrovatin. Ma nella diret­tiva fir­mata dal pre­si­dente del con­si­glio si fa rife­ri­mento alle «gra­vis­sime vicende avve­nute da un tren­ten­nio». Dun­que, par­tendo da piazza Fon­tana — avve­nuta nel 1969 — si arriva al 1999, inclu­dendo anche le stragi di Capaci, via D’Amelio, Roma, Milano e Firenze, in quella sta­gione colom­biana di Cosa nostra che vide molto pro­ba­bil­mente il comune inte­resse di apparti dello stato. Occor­rerà, in ogni caso, atten­dere la pub­bli­ca­zione sulla Gaz­zetta uffi­ciale della diret­tiva e l’avvio della appo­sita com­mis­sione che dovrà essere isti­tuita per gestire l’operazione di disco­very.
L’esistenza di una mole — defi­nita «signi­fi­ca­tiva» — di docu­menti sulle stragi e sugli omi­cidi eccel­lenti è già di per se una noti­zia e c’è da aspet­tarsi già nei pros­simi giorni l’uscita di qual­che docu­mento par­ti­co­lar­mente rile­vante. In fondo que­sta mossa di Renzi poten­zial­mente può essere più dirom­pente rispetto al decreto degli 80 euro, soprat­tutto in vista delle ele­zioni euro­pee.
Il ner­vo­si­smo di chi ha sem­pre soste­nuto l’assenza di coper­ture da parte degli appa­rati dello stato è il sin­tomo della rile­vanza dei docu­menti che potreb­bero essere pub­bli­cati. Il sena­tore Ncd Carlo Gio­va­nardi — che in que­sti anni si è bat­tuto senza tre­gua con­tro i «com­plot­ti­sti» — ha messo le mani avanti dopo l’annuncio del governo: «Come ben sanno tutte le per­sone in buona fede, in Ita­lia e all’Estero, l’esplosione del DC9 dell’Itavia ad Ustica — ha com­men­tato — venne pro­vo­cato da una bomba col­lo­cata nella toi­lette di bordo, così come cer­ti­fi­cato da tutta la let­te­ra­tura scien­ti­fica esi­stente». Mau­ri­zio Cic­chitto ha invece cer­cato di por­tare l’acqua dalla parte del cen­tro­de­stra, ricor­dando i lavori della com­mis­sione Mitro­khin: «Se que­sta ope­ra­zione va fatta, essa deve essere fatta in modo com­pleto e allora non si capi­sce per­ché per­manga il segreto messo fon­da­men­tal­mente dal Senato sui lavori della com­mis­sione Mitro­khin e sui mate­riali da essa rac­colti». Quello che è certi è che da oggi si apre uffi­cial­mente la cac­cia ai segreti della Repub­blica, senza esclu­sione di colpi. La wiki­leaks all’italiana è in fondo solo all’inizio.

Greenpeace, attivisti trasferiti a San Pietroburgo da: controlacrisi.org

 

L’equipaggio di Greenpeace è stato “trasferito in treno questa mattina” dal carcere di Murmansk, luogo in cui gli attivisti sono stati trattenuti per custodia cautelare, a San Pietroburgo.

Il trasferimento poi è stato annunciato con una nota dal servizio stampa dell’amministrazione carceraria regionale e anche da fonti del comitato investigativo: “Tenuto conto del fatto che i presunti atti non appartengono alla giurisdizione dei tribunali della regione di Murmansk, e nel relativo caso penale, le indagini fanno base a San Pietroburgo”.

Tra i membri dell’Ong c’è anche l’italiano Cristian D’Alessandro.

Secondo la nazione “le azioni degli attivisti di Greenpeace sulla piattaforma Prirazlomnaja del 18 settembre hanno violato la legge russa sulla zona economica esclusiva e la piattaforma continentale”.

L’Olanda ha invece presentato al Tribunale internazionale per i diritti del mare un ricorso, perché il rompighiaccio di Greenpeace che è stato sequestrato dalle autorità della Russia batte bandiera olandese e nel quale è stato chiesto proprio che gli attivisti vengano giudicati dal tribunale dell’Aia.

Numerose le azioni attraverso le quali è stato chiesto di nuovo il rilascio degli attivisti, ma anche gli appelli dei governi singoli alla Russia.

Greenpeace ha portato avanti una campagna internazionale perché vuole e chiede il rilascio degli attivisti.
Il presidente Vladimir Putin, che invece ha criticato la protesta, ha dichiarato “che le azioni degli attivisti non erano chiaramente pirateria”.

Blitz di Greenpeace sulla Torre Eiffel: “Liberare attivisti in Russia”

 

Attivisti di Greenpeace hanno scalato la Torre Eiffel a Parigi chiedendo la liberazione dei loro 30 compagni detenuti in Russia dal mese scorso dopo la protesta pacifica contro le trivellazioni nell’Artico. Uno dei militanti è rimasto sospeso tra il primo e il secondo piano della Torre. Sul proprio account Twitter, la sezione francese dell’organizzazione ecologista chiede “una risposta” del governo francese riguardo alla vicenda degli attivisti detenuti in Russia.