Renzi non ha cambiato le politiche europee Fonte: sbilanciamoci | Autore: Agenor

Il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea si chiude lasciando dietro di sé quelle speranze che ad alcuni sembravano un po’ eccessive fin dall’inizio. Sia nella sostanza delle politiche europee, sia nel nuovo assetto istituzionale, il verso non è per niente cambiato. Sono migliorati gli sforzi comunicativi, si parla continuamente di rilanci, di modernizzazione e di rottura col passato, anche se poi la linea è sempre la stessa. Si annunciano rivoluzionari piani di investimento, che a ben vedere poi si scoprono basati sul nulla, ma intanto il messaggio passa. In questo senso il nuovo ciclo europeo ha un’impronta molto “renziana”.

Il tanto annunciato piano di investimenti da 315 miliardi in tre anni, che era valso alla nuova Commissione il voto favorevole dei socialisti europei, si è scoperto essere composto in realtà da 5 miliardi, più 16 come “garanzia”, per lo più prelevati da fondi europei già esistenti: quello per le reti di trasporto trans-europee e i fondi della ricerca inizialmente previsti come borse di studio per ricercatori. Il resto è lasciato alla buona volontà di investitori privati, che eventualmente vogliano contribuire al piano. In tempi in cui il settore privato è impegnato a rientrare dai debiti e non riesce ad investire neanche per le proprie attività, bisogna essere davvero ottimisti per sperare di arrivare ai 315 miliardi previsti.

Nell’ambito della nuova “razionalizzazione” delle leggi comunitarie si è poi giustamente deciso di abolire tutta una serie di leggi, per snellire la politica europea. Il cittadino penserà che finalmente Bruxelles la smetterà di stabilire i centimetri di curvatura delle zucchine o il diametro dei cetrioli. Perfetto. Purtroppo, invece, una delle prime vittime di questa “razionalizzazione” sarà la pur timida regolamentazione che suggeriva di separare le banche d’investimento dagli istituti di credito. Un’altra vittima saranno le normative ambientali a tutela della salute dei cittadini, con buona pace di chi per anni ha cercato di sensibilizzare i legislatori nazionali ed europei.

Come illustra efficacemente Comito nel suo articolo, le questioni economiche fondamentali, su cui i più ottimisti potevano sperare di vedere un cambiamento significativo, sono rimaste disattese. Date le condizioni attuali, la conseguenza non è una semplice delusione politica, ma la sempre più probabile implosione dell’unione monetaria per come l’abbiamo conosciuta finora.

L’ideologia dominante che ha guidato la politica europea di questi sette anni di “risposta alla crisi” non è stata accantonata. La differenza col passato, come abbiamo illustrato qualche tempo fa è che protagonisti di maggior rilievo politico sono saliti alla ribalta per prendere le redini della situazione. Nella nuova Commissione, Juncker, Katainen, e Dombrowskis, hanno un profilo molto più politico ed una competenza in materia più approfondita dei predecessori. Il nuovo presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha avuto un ruolo molto importante negli equilibri europei e internazionali, già da premier della Polonia.

La linea nella sostanza non è cambiata, si è solo rafforzata. Tanto che oggi, alla vigilia di elezioni politiche in Grecia, questi leader possono esplicitamente “suggerire” al popolo greco chi votare e chi no. Possono anche richiedere, con maggior peso politico, quali riforme attuare e con quale ordine di priorità. Il senso di una Commissione “più politica” è tutto qui.

Il semestre italiano era poi anche il momento in cui il nuovo apparato burocratico doveva essere ricostituito. Il risultato per l’Italia è ben più magro di quanto ci si potesse aspettare. Come già ricordato, l’Italia ha ottenuto il posto di alto rappresentante per una politica estera comune, che di fatto non esiste. Le competenze strategicamente rilevanti erano altre, ma il nostro governo non è sembrato accorgersene. La battaglia per ottenere i posti chiave di capi di gabinetto dei 28 commissari, è finita malamente, con solo uno italiano. A livello di direttori generali, poi, l’Italia non è mai stata così sotto rappresentata, neanche negli anni bui del berlusconismo. Renzi aveva detto che non avrebbe fatto la battaglia sulle nomine, e bisogna riconoscergli che è stato di parola.

Tutto questo potrebbe segnalare una crescente ostilità da parte del governo italiano nei confronti di Bruxelles. Purtroppo, anche se questa fosse la ragione di fondo, la strategia è completamente fallimentare. Il paese tradizionalmente più euroscettico, la Gran Bretagna, è anche uno di quelli che meglio sa mantenere presenze rilevanti nelle posizioni strategiche per i propri interessi nazionali, all’interno delle istituzioni europee. In Italia forse si sottovaluta la capillarità, il livello di organizzazione e la capacità di lobbying istituzionale, che tutti i governi britannici hanno sempre saputo adoperare a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’euroscetticismo richiede presenza nei posti chiave, professionalità e competenza dei rappresentanti, e visione di lungo periodo. Tutte qualità incredibilmente assenti durante questo semestre.

I labili confini tra partiti di Governo: D’Alì (Ncd) torna a Forza Italia, Renzi risorsa per il centrodestra.| Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

La manovra sale a 30 miliardi e «18 non è l’articolo dello Statuto dei lavoratori ma i miliardi che serviranno per ridurre le tasse».
Questa la strategia renziana riassumibile, anche, con altre parole del Presidente del Consiglio dei Ministri/Segretario Pd: «Una manovra di ampio respiro se l’avesse fatta qualcun altro la Cgil avrebbe applaudito».
Sono lontani, dunque, i tempi del governo Letta in cui si affermava tranquillamente che “non ci devono essere altre manovre finanziarie”. Saccomanni, primo fautore del ‘non più manovre’ diventava l’attore di numerosi talk show di prima serata in cui la tematica ricorrente era ‘certo, ma è sicuro che non si possa o non si debba fare una manovra?’, come se fosse la panacea di tutti i mali dell’economia e del Governo italiano.
Così come sono lontani i tempi in cui il quadro politico della maggioranza e del Governo erano definibili. Non tanto chiari ma almeno ‘autoconfinanti’ tra formazioni politiche tra loro avverse: la strategia renziana della ‘maggioranza sulle cose-da-fare’ si palesa ogni giorno di più, tolta da ogni colore politico. ‘Chi c’è, c’è’. Il confine è ormai superato da tempo e Ferrara, dalle colonne del ‘Foglio’ di oggi si augura che la ‘riforma’ completa del Pd vada in porto: «la riforma del partito, in attesa della realizzazione piena di tutte le altre, e virtualmente già cosa fatta: c’è da sperare che sia formalizzata presto e bene».
Così come lo stesso Direttore scrive che: «quando le correnti lo insignirono (Veltroni) primo segretario del Partito Democratico, per trovare uno sbocco alla crisi del governo Prodi, 2008, a noi berlusconiani interessati a una sinistra riformista e al superamento del prodismo ulivista, sembrò una bella cosa».
Per mesi, poi, si è discusso dello strappo tra il Nuovo Centrodestra alfaniano e la rediviva Forza Italia che già – però – deve essere totalmente ripensata, a detta di Berlusconi; per mesi, dunque, l’opposizione è stata posta sotto l’egida forzista, oltre che sotto quella Movmento 5 Stelle e di Sinistra ecologia libertà, prima della scissione di Migliore e Fava ‘a basso consumo energetico’ (LeD – Libertà e diritti – Socialisti Europei).
L’opposizione dunque “non può essere fatta da due centrodestra, di centrodestra ce n’è uno solo”, si affermava dalle fila di Forza Italia mentre dal canto alfaniano si rispondeva a tono dicendo che una forza politica deve poter essere responsabile. Requisito sempre più abusato fin da Scilipoti quando fondò il Movimento di Responsabilità Nazionale, tempi che ormai sembrano lontani anni luce. A lungo, dunque, s’è discusso tra due posizioni che si volevano far apparire opposte pur avendo, nei fatti, un’unica matrice.
E’ in questo clima, dunque, che il senatore Antonio D’Alì approda nuovamente al porto di Forza Italia.
La dichiarazione di D’Alì fa il giro del web e in una manciata di ore si susseguono reazioni e commenti: nella giornata di ieri, su ‘L’Occidentale’ quotidiano on line del partito di Angelino Alfano, il coordinatore del Ncd Quagliariello affermava: «non giudico la decisione di Antonio D’Alì perché le scelte altrui si rispettano, soprattutto quando si tratta di un amico. Sul piano politico, tuttavia, non posso non notare che la sua analisi lascia sconcertati».
Sul piano politico quel che dava pensiero al senatore D’Alì erano le tanto declamate riforme Costituzionali, o almeno questo è quanto è stato dichiarato. Ma se sull’organo di partito alfaniano la giornata di ieri ospitava il commento del coordinatore, nella home page di oggi campeggia un post di poche righe ma significativo: «Pur avendo abbracciato il laicismo più sfrenato in tema di famiglia e unioni gay, Forza Italia evidentemente ha a cuore il precetto evangelico del perdono: a giudicare dai commenti sulle agenzie di stampa, il vitello ucciso per il ‘traditor prodigo’ è ancor più grasso di quello servito a cena per il ritorno di Noemi Letizia. Sono soddisfazioni!» con tanto di hashtag #sonosoddisfazioni.
Si temono, però, altre dipartite in casa dell’Ncd che, forse, torneranno anch’esse alla magione forzista così come D’Alì.
Nel mentre, il segreto patto del Nazzareno scricchiola un poco e Berlusconi pensa a riordinare Forza Italia, dopo essersi lasciato alle spalle le macerie del Popolo della libertà, in Forza Silvio.
L’idea, del ‘Forza Sivlio’, persegue l’ex Cavaliere del lavoro da molto tempo e i Clubs, forse, sono solo un palliativo, ma forse il momento è maturo.
@parlodasolo

Movimento lgbt il 7 dicembre in piazza: “Governo sordo ai nostri diritti” | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

 

Numerose associazioni del movimento lgbt (Arcigay, Arcilesbica, Agedo, Famiglie Arcobaleno, M.i.t., Associazione radicale ‘Certi diritti’, Equality Italia) hanno indetto per sabato 7 dicembre 2013 a partire dalle 15 una manifestazione nazionale a Roma, in piazza dei Santi Apostoli, dal titolo “Love is right”.

“È inaccettabile il totale disinteresse che il Governo italiano mette in campo in tema di diritti delle persone lgbt, e piu’ in generale dei diritti umani- si legge nella nota congiunta- Col silenzio il Governo ha risposto ai nostri appelli in concomitanza del vertice a Trieste tra Italia e Russia al quale ha preso parte il presidente Vladimir Putin, promotore di norme persecutorie nei confronti delle presone gay, lesbiche e trans”.

Nessuna reazione neanche quando la Russia, nei giorni scorsi, “ha investito l’Italia del primato di interlocutore esclusivo in tema di adozioni internazionali di bambini russi, un’alleanza stretta proprio in virtu’ del mancato riconoscimento in Italia delle famiglie omogenitoriali. E ancora: nemmeno un fiato dal Governo italiano, e poche le voci isolate dal Parlamento, sul referendum tenutosi domenica scorsa in Croazia e che ha visto esprimersi una maggioranza (molto relativa, visto che solo il 36% degli aventi diritto ha votato) a favore di un emendamento della carta costituzionale che escluda il matrimonio tra persone dello stesso sesso”. Un fatto “estremamente allarmante che rappresenta il concretizzarsi della dittatura delle maggioranze teorizzata da Tocqueville. Puo’ il diritto di una minoranza essere sottoposto al voto di una maggioranza? Qual e’ il limite di questa deriva pilatesca dei sistemi democratici europei che riducono la politica a uno strumentale sondaggio, in contesti di profonda ignoranza opportunisticamente alimentata, delegittimando di conseguenza organi e istituzioni che sono in realta’ la spina dorsale della democrazia? Puo’, uno strumento democratico come il referendum, essere utilizzato per imporre il volere di una maggioranza sulle condizioni di vita di una minoranza?”.

L’Italia e’ tra i protagonisti di quell’ondata che “lambisce l’Europa- continua la nota- l’arretratezza del nostro paese in tema di diritti delle persone LGBT non preoccupa minimamente il Governo, sordo ai ripetuti appelli della comunita’ lgbt”. Sul versante parlamentare si e’ aperta in Commissione Giustizia del Senato la discussione sul testo di legge Scalfarotto-Verini-Gitti contro l’omotransfobia, provvedimento anacronistico ed inadeguato, che malgrado le buone intenzioni di alcuni, sembra lontano dalla possibilita’ di un miglioramento. Pochi e assolutamente insufficienti, poi, i progressi dei progetti di legge per il riconoscimento delle coppie lgbt, prodotti in gran numero all’indomani del verdetto delle urne, sull’onda dell’ormai consueta e sempre sterile propaganda elettorale fatta sulla pelle delle persone lgbt, ma da allora rimasti intrappolati nelle sabbie mobili della politica italiana. Nessun dibattito e’ stato poi aperto sulle persone transessuali, vero e proprio bersaglio in quest’Italia imbarbarita, ne’ sul superamento della legge 40 sulla procreazione assistita, l’ostacolo evidente che la lobby clericale in questo Paese ha posto alla realizzazione del desiderio di genitorialita’ per tutte e tutti. Il Governo Letta, insomma, “si mostra totalmente inadeguato a confrontarsi con temi di questa portata e nel contempo questo Parlamento ha perso qualsiasi ambizione a rappresentare le persone lgbt e dar voce alle loro istanze”.
Per le persone lesbiche, gay e transessuali, e per coloro che vogliono uscire dal medioevo culturale di questo Paese, l’unica strada e’ portare avanti con coerenza e dignita’ un progetto che chiede uguaglianza di diritti, riconoscimento giuridico e sociale delle relazioni, la salvaguardia dell’integrita’ individuale, di coppia e collettiva. Il tempo dei diritti e’ questo e nessun compromesso e dilazione sono accettabili.

Le associazioni che compongono il movimento lgbt hanno scelto di scendere in piazza per rivendicare un sistema di leggi che garantisca le liberta’, l’autodeterminazione, i diritti civili:
– Vogliamo una reale estensione della legge Mancino che contrasti la discriminazione omofobica SENZA SCONTI PER NESSUNO! – Il matrimonio egualitario per le persone omosessuali – Altri istituti che tutelino le coppie di fatto lesbiche, gay ed etero – Riconoscimento e tutela della genitorialita’ omosessuale – Il cambio dei dati anagrafici senza l’obbligo di interventi di riattribuzione dei genitali per le persone transessuali – La riscrittura della legge 40

La manifestazione verra’ condotta sul palco da Vladimir Luxuria e vedra’ alternarsi gli interventi dei rappresentanti delle associazioni, di volti noti del mondo dello spettacolo e di storie di vita e di diritti negati dalle voci di cittadini e cittadine gay, lesbiche e trans.
Hanno gia’ aderito, tra gli altri, le attrici Maria Grazia Cucinotta, Ottavia Piccolo e Claudia Gerini, la conduttrice radiofonica La Pina. Sono stati organizzati vari pullman dal Veneto, dall’Emilia Romagna, dalla Puglia, dalla Campania, dalla Toscana, da Torino, da Genova, da Milano, da Trento: per informazioni consultare il sito Loveisright.it.