La politica nell’era della globalizzazione | Fonte: Sbilanciamoci.info | Autore: Raffaele Marchetti

La crisi ci sta svelando una nuova costellazione politica che può difficilmente essere spiegata con le vecchie categorie della sinistra o della destra

Con la recente crisi finanziaria abbiamo assistito a un’epifania politica. Come conseguenza della crisi economica una serie di sistemi politici nazionali sono cambiati drammaticamente. Il sostegno popolare ai partiti tradizionali, sia di centro-destra sia di centro-sinistra, è diminuito in modo vistoso. Nuovi movimenti populisti sono emersi con prepotenza. Le principali politiche economiche sono state «decise esternamente» con le istituzioni europee e quelle internazionali. Coalizioni di governo transideologiche si sono infine formate, con partiti conservatori e progressisti insieme al governo.
Insieme a pesanti effetti socio-economici, con la crisi si è avuta una profonda trasformazione del panorama politico di molti paesi europei, a cominciare dalla Grecia, l’Italia e, entro determinati limiti, anche la Spagna e il Portogallo. In questi paesi, quei partiti che erano tradizionalmente in competizione si sono ritrovati soci al governo. La divisione di lunga data tra forze conservatrici e progressiste si è sempre più confusa. L’antagonismo tra nemici dichiarati (si pensi al caso italiano degli ultimi due decenni con il cleavage pro o contro Berlusconi che ha dominato il posizionamento degli attori politici) ha ceduto il passo ad alleanze pragmatiche nel nome dell’ortodossia dell’Ue.
Se rimanessimo ancorati al paradigma tradizionale della politica tra destra e sinistra non saremmo in grado di dar conto di questi cambiamenti radicali. Circostanze specifiche, decisioni tattiche contingenti o il sempre presente «non ci sono alternative» non offrono che parziali spiegazioni per questi avvenimenti. Questi cambiamenti potrebbero, a prima vista, sembrare dunque contingenti, frutto dell’emergenza finanziaria, e quindi in ultima analisi quasi insignificanti.
La verità è che nell’epoca della globalizzazione ci ritroviamo di fronte a un fenomeno che facciamo fatica a spiegare nella sua complessità e nei suoi mille rivoli di cambiamento e novità. La crisi ci sta svelando una nuova costellazione politica che può difficilmente essere spiegata con le vecchie categorie della sinistra o della destra. I concetti che ci hanno aiutato a dar senso all’esperienza di gran parte del XX secolo sono ora svuotati della loro forza euristica. Non ci spiegano più in modo esaustivo la realtà di oggi e quindi non ci offrono che una guida molto limitata e approssimativa per navigare le circostanze politiche che stiamo vivendo.
Il libro cercherà invece di argomentare che questi avvenimenti post crisi rivelano in ultima istanza una trasformazione fondamentale della politica nell’età della globalizzazione. Una trasformazione che è tanto radicale quanto destinata a durare nel tempo. A livello governativo questi cambiamenti potranno forse venire meno nel futuro per una serie di ragioni che hanno a che vedere con la tattica elettorale, ma la loro ragion d’essere, le loro profonde radici socio-economiche rimarranno immutate in quanto hanno a che vedere con la trasformazione del principale cleavage politico nell’era della globalizzazione. Se in passato il campo politico si divideva tra destra e sinistra (Bobbio 1999), oggi la divisione fondamentale della politica (il cleavage, appunto) si centra sulla tensione tra integrazione sopranazionale e preservazione nazionale delle dinamiche economiche, sociali e, in ultima analisi, politiche.
L’ipotesi di fondo di questo libro è proprio che un quadro concettuale con migliori chance di interpretare correttamente la costellazione politica attuale sia quello centrato sul fenomeno della globalizzazione. È con riferimento al posizionamento politico rispetto a questioni di policy centrali per la globalizzazione come l’integrazione dei mercati, la delega di sovranità, la partecipazione alle organizzazioni regionali, ma anche l’accettazione delle politiche sovranazionali ortodosse e l’adozione di standard «universali», che noi possiamo meglio capire le divisioni politiche di oggi, il campo sul quale si gioca la partita politica di quest’epoca sia a livello nazionale, sia a livello internazionale (si pensi al dibattito che sta animando la campagna elettorale delle elezioni per il Parlamento europeo del maggio 2014).
Con ciò non si vuole suggerire che i tradizionali principi associati alla comprensione della politica di destra o sinistra siano senza più alcun valore o senza utilità. Normativamente essi svolgono ancora un’importante funzione nella guida della valutazione di molte scelte politiche. Tuttavia, questi punti di riferimento ideologico sono di poco valore pratico quando dobbiamo decifrare le decisioni politiche fondamentali prese da attori nazionali o internazionali. Quello che veramente conta in questi casi è l’attitudine nei confronti della globalizzazione, che non coincide necessariamente con il posizionamento lungo il continuum destra-sinistra tradizionale. Nella politica di oggi, la decisione fondamentale riguarda proprio il posizionamento nei confronti del quadro di riferimento ultimo, ossia la collocazione nei confronti delle sfide della globalizzazione. Solo una volta che questa decisione è stata presa, emergono le questioni che hanno a che fare con le scelte politiche di destra o sinistra. Le dispute normative, di conseguenza, rimangono soltanto secondarie rispetto alla grande questione della globalizzazione.
Ora, negli ultimi trent’anni siamo vissuti, in occidente prima e poi via via nel resto del mondo, in sistemi nei quali le decisioni fondamentali a favore della globalizzazione sono state prese a priori, date quasi per scontate. Esse non sono state veramente discusse nei parlamenti nazionali o regionali, e nemmeno nei dibattiti pubblici. Sono state semplicemente assunte. Il consenso nell’establishment politico tradizionale è stato così diffuso per quasi un trentennio che il vecchio detto thatcheriano del TINA (There Is No Alternative) sembrava quasi completamente avveratosi. Una volta assicurate le decisioni fondamentali, allora le dispute politiche che noi conosciamo potevano prendere piede. I partiti di destra o di sinistra a quel punto si trovavano nella condizione di competere in modo anche ruvido per vincere i cuori e le menti dell’elettorato, posto però che la posizione ultima proglobalizzazione fosse messa da parte fuori dall’agone politico e considerata terreno comune e insindacabile. In questo senso, la politica degli ultimi decenni è stata caratterizzata da una competizione che non riguardava i fini ultimi, in quanto poggiava su una piattaforma implicita comune.
Tuttavia è proprio in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo, con l’emergere di nuovi partiti e movimenti anti-establishment, che il dibattito sulla questione ultima della globalizzazione si è riaperto. Ed è in questo momento che ci è più facile vedere la fondamentale dicotomia che caratterizza il nostro sistema politico. Durante l’attuale crisi finanziaria, il dibattito politico si è infatti spostato da questioni secondarie a questioni macroeconomiche e politiche chiavi che hanno a che fare con il posizionamento del paese vis-à-vis l’integrazione globale e regionale. In questo modo, il quadro politico-ideologico è cambiato drammaticamente. Il caso italiano è particolarmente illuminante in questo senso.
Nell’estate del 2011, il governo Berlusconi fu forzato alle dimissioni da una montante pressione politica nazionale e internazionale. In quel periodo, la crisi finanziaria colpì il sistema politico italiano e lo cominciò a trasformare. Un nuovo governo fu allora formato senza elezioni, il governo Monti. Questo era nominalmente un governo tecnico, con un mandato per salvare l’Italia dalla bancarotta. La caratteristica più straordinaria del governo Monti fu il sostegno che ricevette sia dal partito di centro-destra di Berlusconi (pdl), sia da quello di centro-sinistra di Bersani (pd). Questa fu per davvero una significativa eccezione nella storia politica italiana (l’unica altra coalizione di governo transideologica si ebbe negli anni Settanta come risposta alla minaccia del terrorismo). All’opposizione andarono tutti quei partiti contrari alle politiche economiche «integrative», ossia politiche intese ad aumentare l’integrazione italiana nel sistema economico regionale e globale. Contro il governo Monti si schierarono partiti localisti della destra populista (Lega), della sinistra (sel) e l’appena emerso partito populista creato da Grillo (m5s). Il governo Monti procedette a varare una serie di riforme strutturali così come richieste dalla triade Banca centrale europea (bce), Commissione europea (ce) e Fondo monetario internazionale (fmi): il sistema pensionistico e quello del mercato del lavoro furono ristrutturati, il bilancio statale gestito con rigore finanziario, e alcune liberalizzazioni furono tentate, invero senza grande successo.
All’inizio del 2013 nuove elezioni sono state indette in Italia. I risultati sono stati particolarmente ostili alla creazione di un governo chiaramente schierato. Così è stato formato un nuovo governo transideologico (governo Letta), di nuovo con il sostegno del pdl, pd e del nuovo partito di Monti (Scelta Civica). Malgrado le alleanze elettorali tra pdl e Lega e tra pd e sel, all’opposizione troviamo lo stesso gruppo eterogeneo che era contro il precedente governo Monti: partiti localisti della destra (Lega), della sinistra (sel) e il partito m5s di Grillo. Il nuovo governo Letta ha fondamentalmente seguito le orme del precedente governo Monti, eccetto per una maggiore sensibilità verso la crescita economica. Decisioni chiave nella direzione di allineare l’Italia sempre di più con l’Europa e con gli standard internazionali dell’ortodossia economica sono state date per scontate, in piena continuità con il precedente governo Monti. Nel febbraio del 2014 si è poi insediato il governo Renzi che poggia anch’esso su una maggioranza transideologica, sebbene più ridotta a motivo del passaggio all’opposizione (per motivi tattico-elettorali più che per motivi di orientamento verso la globalizzazione) del partito guidato da Berlusconi, ora (ri)divenuto Forza Italia.
Ciò che colpisce dei governi Monti e Letta (ma anche, in modo diverso, del governo Renzi) è, da una parte, che partiti di centro-destra e centro- sinistra li abbiano sostenuti insieme e, dall’altra, che l’opposizione fosse composta da partiti di destra e di sinistra che però erano alleati elettorali con i partiti al governo. Da una prospettiva tradizionalista basata sulla distinzione destra-sinistra, questi governi non risultano facilmente spiegabili.
Un modo alternativo, e a mio parere più convincente, di guardare a queste esperienze governative consiste, come anticipato, nell’adottare la prospettiva del dibattito sulla globalizzazione che questo libro analizza. Da questa prospettiva, ciò che era poco chiaro diventa cristallino. I partiti che hanno sostenuto questi governi, a prescindere dalla loro affiliazione ideologica, sono partiti che condividono un’attitudine proglobalizzazione di massima. Con differenze secondarie e malgrado qualche boutade puramente retorica, essi sono d’accordo nel sostenere l’imperativo del rispetto degli standard europei e internazionali della good governance, anche nel caso in cui questo significhi rinunciare a parte della sovranità nazionale e pagare alti costi sociali. Certamente è ipotizzabile influire sulle decisioni prese a livello europeo, o anche internazionale, in modo tale da modificare (parzialmente) le principali linee di policy, ma ciò non mette in discussione l’assunto centrale: l’integrazione politica ed economica sovranazionale è considerata la posizione di default che promette benefici diffusi nel medio-lungo termine.
Al contrario, i partiti all’opposizione di questi governi sono tutti «localisti». Malgrado le grandi differenze di orientamento ideologico, essi condividono il principio secondo il quale il contesto locale/regionale deve avere priorità. Condividono il sospetto e l’ostilità nei confronti di qualsiasi processo che, nel nome del sopranazionalismo, smantelli tale contesto radicato di partecipazione. L’integrazione politica ed economica è qui vista come un progetto guidato dalle élite che in ultima analisi beneficia i centri di potere transnazionali indebolendo e impoverendo i contesti locali. Particolarmente preoccupante, da questo punto di vista, è la progressiva deprivazione delle risorse politiche associata al processo di integrazione sopranazionale. Da questa prospettiva, quanto più deleghi il potere in alto e lontano, tanto meno sarai in grado di controllarlo democraticamente.
Se accettiamo queste considerazioni, alla tradizionale distinzione tra destra e sinistra dobbiamo oggi sovrapporre il nuovo cleavage pro- o antiglobalizzazione (e, per quanto ci riguarda più direttamente, il suo correlato regionalista in termini di posizionamento europeista o antieuropeista). E dobbiamo di conseguenza distinguere tra una destra globalista e una destra localista, così come dobbiamo differenziare tra una sinistra globalista e una sinistra localista: tale doppia distinzione ci aiuta a capire il perché dei governi centristi e della grandi coalizioni globaliste, e delle opposizioni localiste. In parallelo, lo stesso ragionamento va esteso agli schieramenti a livello di Parlamento europeo. Anche qui dovremmo parlare di un centro-destra europeista e di una destra nazionalista, e di un centro-sinistra europeista e di una sinistra tendenzialmente localista, in Italia così come in molti altri paesi membri dell’UE.
Il fatto poi che oggi spopolino i governi centristi globalisti ci dice anche dell’egemonia politica del globalismo sul localismo. Tale distribuzione di forze non è però qualcosa che dobbiamo assumere in modo statico. Questa situazione può facilmente mutare. Si pensi per esempio al ruolo e al peso ben diverso che il localismo e il nazionalismo ebbero in Germania e Italia negli anni Trenta del secolo scorso.
Le trasformazioni in corso in Italia stanno avvenendo anche in altri paesi europei. La politica sta svelando la natura più profonda della divisione politica che sottende molti sistemi politici. In tempi normali, non di crisi, tale contrapposizione fondamentale è forse più difficile da notare perché è dato per scontato e quindi non discusso: la politica in genere si dimena su un piano da gioco più superficiale. Tuttavia, è nei momenti di crisi che questo cleavage fondamentale emerge. In questi momenti possiamo meglio capire i contorni del quadro politico di molti sistemi politici e afferrare di cosa veramente la politica tratti in tempi di globalizzazione. Questo libro intende appunto offrire il quadro concettuale per capire questi e altri cambiamenti che stanno influenzando profondamente la nostra vita.Il testo pubblicato costituisce un estratto del prologo del libro di Raffaele Marchetti, La politica della globalizzazione, Milano: Mondadori Università (€ 16,00 pp. XII + 212, ISBN 9788861842564)

Libri & Conflitti. L’intervista a Dario Leone di Le gabbie sociali della globalizzazione | Autore: carmine tomeo da: controlacrisi.org

Libri & Conflitti E’ uscita l’opera sociologica di Dario Leone “Le gabbie sociali della Globalizzazione” nella collana Multitudo per Susil edizioni.
Il testo analizza la completa scomparsa della dimensione collettiva, il distacco del potere dalla politica ed il trionfo del libero mercato che sono solo alcune delle caratteristiche del nuovo e trionfante Capitalismo globalizzato.

l’estratto QUI

Il tuo libro affronta un tema complesso, come quello della cosiddetta globalizzazione e delle sue implicazioni sulla sfera sociale. Una tematica già affrontata da diversi studiosi, non ultimo Bauman da cui hai tratto molto per questo tuo lavoro. Da cosa è nata l’esigenza di scrivere questo libro?

Dopo la scomparsa della sinistra dal parlamento italiano e la sua evidente crisi sul piano dell’elaborazione politica e sociale sono stato spinto alla ricerca di una forma di militanza differente da quella classica fino a quel momento intrapresa. Penso che questa crisi sia innanzitutto dovuta alla tendenza ad utilizzare strumenti di analisi tardo ottocenteschi che vanno aggiornati perché siamo in una società che ha superato le dicotomie classiste, ha “nebulizzato” il potere reale staccandolo dalla politica, rendendo il sistema impermeabile al mutamento dal basso (o da sinistra). Se il capitalismo, vestendo i panni della globalizzazione, ha normalizzato la contraddizione capitale/lavoro vestendola di libertà, vuol dire che gli strumenti del cambiamento finora inseguiti devono rimodularsi. In altre parole a questo capitalismo postmoderno va contrapposto un marxismo postmoderno che non può continuare ad essere quello elaborato ai tempi della rivoluzione industriale. Questo libro è il primo di una lunga serie di contributi che vanno in questa direzione e che penso occuperanno gran parte della mia esistenza con la consapevolezza che questa fase storica (leninisticamente intesa), non produrrà significativi cambiamenti sociali (a meno che non siano fisiologici e quindi endogeni), ma potrà produrre pensatori, teorie e progetti che possono costituire i semi sui quali le prossime generazioni potranno fare il raccolto.

La tesi centrale del tuo lavoro è che in quest’epoca in cui il “capitalismo globalizzato” è “trionfante” è venuta meno la dimensione collettiva. Secondo la tua analisi, quali ambiti di comunità sono stati intaccati dalla globalizzazione?

Direi tutti. La comunità oggi si regge su un localismo sterile e vuoto rispetto ad un potere reale e concreto che è globale. E gli aspetti psico-sociali terribili che questa condizione produce sull’individuo sono i veri protagonisti di questo mio lavoro.

Affermi che “il risultato è che il dissenso non si canalizza verso una piattaforma d’azione collettiva per un cambiamento, ma diventa un semplice e passeggero sfogo collettivo.” Quali sono secondo te le conseguenze di questo risultato?

Il nemico non è più il classico padrone o il caporale. E’ l’agenzia interinale (percepita come una benedizione), sono gli azionisti, i mercati finanziari. Manca un nemico in carne ed ossa, con un nome; un nemico riconoscibile come il male comune contro il quale combattere. La rabbia dunque, viene espressa contro l’assassino, il pedofilo, il ladro, il rom… Insomma viene espressa attraverso nemici in carne ed ossa, gli unici che in modo riconoscibile possono supplire all’assenza apparente del nemico autentico. Dunque, essendo questi nemici protagonisti di eventi passeggeri, lo scagliarsi contro uno di loro è niente più che uno sfogo passeggero ed è collettivo solo per il fatto che temporaneamente viene condiviso. Le grandi questioni come il cambiamento politico e sociale non producono più piattaforme di azione collettiva durature e granitiche come un tempo a causa dell’assenza della dimensione collettiva che porta l’attore sociale ad avere ritmi così pressanti a causa della ridefinizione del mercato del lavoro che lo investe e che lo porta a pensare che qualsiasi battaglia comune autentica e politica sia solo una mera perdita di tempo. Tempo che preferisce riservare alla coltivazione del suo orticello. Orticello che non produce nulla se non ansia, negazione del presente e assenza di futuro che sono le patologie sociali che avrebbero come unica cura la rinascita della dimensione collettiva alla cui costruzione l’individuo si sottrae.

La tua analisi ti porta a considerare l’individuo come un soggetto che finisce per ‘tornare a capo e ricominciare’ e che questa condizione è causa del rigetto di qualsiasi impegno costante, di qualsiasi coinvolgimento. La crisi dei soggetti collettivi (partiti, sindacati, ecc.) è da considerare, secondo te, come conseguenze di questa condizione?

L’uomo postmoderno non è “l’uomo senza qualità” di Musil, ma un uomo con troppe qualità. Ne ha così tante che si annullano a vicenda. Parlo nel libro del concetto dell’uomo modulare che adatta i suoi moduli identitari a seconda del momento. Questo porta l’individuo in una condizione di continua costruzione della propria identità. Un processo che non ha fine. Pertanto la sua adesione a partiti e sindacati è fragile e momentanea. I partiti sono diventati dei taxi. Quando uno di questi rimane senza benzina se ne prende un altro. Basti osservare come ad esempio l’Italia dei valori abbia svolto il ruolo del taxi nei confronti di tanti nostri ex compagni. Le conseguenze sulla credibilità dei soggetti politici è sotto gli occhi di tutti. Ma aggiungo anche che i partiti delegando il proprio ruolo decisionale al libero mercato non sono oggi più nelle condizioni di offrire risposte autenticamente risolutive. Sono semplicemente esecutori materiali di ordini indirettamente imposti da questo nuovo e inedito capitalismo. La loro crisi ha come causa la perdita della loro funzione più che il loro malcostume.

Tu vieni da una formazione marxista. Eppure noto che nel tuo libro le classi sociali rimangono sullo sfondo e la tua analisi si concentra sull’individuo osservato da un punto di vista sociologico. Da cosa deriva questa impostazione analitica?

Nel libro ho dimostrato durkhenianamente la presenza di una forza extrasociale più che extraindividuale (e cioè la globalizzazione e chi la determina) attraverso l’individualismo metodologico popperiano. Questo perché penso che alla base di tutto vi sia la percezione individuale degli eventi. Il superamento delle classi in questo contesto storico ha prodotto una babele di miserie inedite e di oppressi così differenti e numerosi che definire una classe oppressa è difficile così come definire una classe di oppressori che si perdono nella nube del libero mercato. Venendo meno la dimensione collettiva che è la classe, l’unico modo per partire nell’analisi è l’individuo. Cerco di capire quali sono gli ostacoli che gli impediscono di comprendere il suo essere sociale e quindi la sua coscienza. Pertanto lo sforzo è proprio quello di ricercare (o ritrovare) una dicotomia di classe sulla quale poter lavorare politicamente (nel mio caso teoricamente). L’idea di una nuova dicotomia postmoderna che ho ricavato è nell’ultimo capitolo del libro intitolato “risoluzioni o sogni”.

Le gabbie sociali della globalizzazione
di Dario Leone
Susil
ISBN 8897880177
Pagine 176
Euro 13,00