Spatuzza: “I boss Graviano venduti da gente di Milano” da. antimafia duemila

graviano filippo giuseppedi Miriam Cuccu – 24 luglio 2014

Sono tre i verbali depositati oggi a Milano nel processo che riguarda Marcello Tutino, imputato per essere stato esecutore materiale della strage di via Palestro il 27 luglio ’93. Nei mesi giugno e luglio del 2009 il procuratore aggiunto Ilda Boccassini interrogava il pentito Gaspare Spatuzza, che si è autoaccusato di aver procurato la 126 imbottita di tritolo per la strage di via D’Amelio. Le sue dichiarazioni avevano impresso una svolta al processo sull’uccisione del giudice Borsellino, che fino a quel momento si era fondato sulla testimonianza di falsi collaboratori di giustizia.

Questa volta, però, il pm Boccassini chiede a Spatuzza dei boss di Brancaccio Giuseppe e Filippo Graviano, fedelissimi di Totò Riina e coinvolti nella strategia stragista dei primissimi anni Novanta. Nello specifico cosa facevano a Milano e da quanto tempo si trovavano nella città in cui vengono poi arrestati il 27 gennaio ’94 in un ristorante. Arresto secondo Spatuzza “anomalissimo”, già da lui definito in questi termini deponendo al processo trattativa Stato-mafia, quando diceva: “C’era il sospetto che i fratelli Graviano fossero stati venduti”.
Parlando dei suoi incontri con Giuseppe Graviano al carcere di Tolmezzo, nell’udinese, il collaboratore ricorda che il boss “mi confida che è stato venduto da qualcuno; da qualcuno di Milano che sapeva della loro permanenza in città, la sua è quasi una certezza”. Graviano, continua Spatuzza nel verbale “sta cercando di capire, quindi sta conducendo un’indagine lui per capire chi è che se l’è venduto”. Anche se Spatuzza sostiene di non saper fare nomi. “Mi hanno detto cosa sapevo in più in merito al suo arresto, gli dissi quello che io sapevo del Cannella che per noi era responsabile e lui mi dice che non c’entra niente il Cannella”. Fifetto Cannella era affiliato alla famiglia mafiosa di Brancaccio e partecipò alla pianificazione della strage di Capaci, oltre ad essere stato condannato per le stragi del Continente. Ma Graviano ribadisce che “Cannella è da scartare”. Sempre nel carcere di Tolmezzo, riferisce Spatuzza alla Boccassini, Filippo Graviano “mi disse che si incontrava con persone su Milano”, e che “Questi incontri avvenivano a Gardaland”. Ma precisa: “Non so se le personalità che incontravano erano gli stessi soggetti che mi aveva menzionato il fratello; questo lo posso supporre io”. Per il resto, Spatuzza non sa dire chi proteggeva la latitanza dei Graviano o con chi questi si incontravano.
Parlando invece del patrimonio dei capimafia: “Per muoversi su Milano in particolare, nulla mi fa escludere che loro abbiano interessi economici” risponde Spatuzza, e alla domanda se i Graviano fossero proprietari di immobili in città: “Se tutto quello che riguarda Cosa nostra è uscito tutto fuori, sul quartiere di Brancaccio, quindi dove li hanno portati questi soldi?”. Il capitale posseduto ancora dai boss di Brancaccio è emerso solo in parte negli ultimi anni, come è il caso della “Benzina dei boss”, indagine che ha svelato il controllo di alcune stazioni di benzina a Palermo grazie alle quali i Graviano – da vent’anni al 41bis – gestivano la contabilità e gli stipendi di famiglia, oltre a fungere da luogo in cui partivano e arrivavano pizzini.
Ma perchè scegliere Milano per “buttarsi latitanti”? “Sicuramente non per la latitanza – replica Spatuzza – la storia ce lo insegna, tutti sotto casa sono stati e quindi per mettersi a rischio a monte c’è qualche cosa che è ancora di molto ma molto più grave”. E ancora: “Se si spingono così tanto a sconfinare, significa che in quel territorio possono godere di qualche protezione”. Protezioni che Spatuzza esclude possano provenire da Cosa nostra, perchè “Cosa nostra non sapeva che i Graviano fossero a Milano”. Qualcuno che, evidentemente, a un certo punto ha lasciato i due boss allo scoperto, arrestati dopo poco più di un mese di permanenza in città.

Spatuzza: «La paura mi impedì di parlare subito di Berlusconi» da: rete 100 passi

La difesa di Dell’Utri: «Le accuse sono tardive». Prossima udienza: il 27 marzo dall’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo

Aula_bunker_RebibbiaSi è svolta questa mattina l’ultima udienza della trasferta romana della Corte d’assise e del pool antimafia di Palermo all’aula bunker di Rebibbia per il processo sulla trattativa Stato-mafia, proseguita con il controesame del super pentito di Cosa nostra Gaspare Spatuzza.

Sollecitato dalle domande degli avvocati della difesa, l’ex killer di Brancaccio chiarisce il perché della sua scelta di iniziare a collaborare con la giustizia soltanto nel marzo 2008, e cioè a distanza di ben undici anni dal suo arresto. «Di fronte a tutte le macerie che mi portavo dietro – ha detto Spatuzza –. È stato un percorso molto sofferto, maturato. Ad un certo punto sono arrivato a un bivio. Dovevo mettere tutto a posto. Non mi bastava più il ravvedimento personale, ma dovevo mettermi la coscienza a posto anche con la legge e quindi ho deciso. E sono fiero di aver maturato undici anni di 41 bis. Nel 2008 ero libero, tranquillo e così, anche se avevo timori più che motivati, iniziai una piena collaborazione con lo Stato».

Timori, specifica il pentito, scaturiti dalla «questione famigliare» e non dalla situazione politica del momento e che continuerà ad avere a collaborazione appena avviata. Prima del 2008, chiarisce, «non mi sentivo tranquillo per collaborare, ho avuto colloqui investigativi: quando mi cercavano io mi presentavo e parlavo, ma la collaborazione non rientrava nelle mie decisioni, anche per questioni legate alla mia famiglia». In apertura d’udienza, Spatuzza spiega le proprie paure citando alla Corte due documenti: uno stralcio del verbale della Commissione centrale dal quale risulta la revoca del programma di protezione e il rigetto della richiesta di accedere al programma definitivo, e il documento del settembre 2011 che ammette il pentito al programma di protezione. «La questione Spatuzza faceva così tanta paura che nello stesso periodo è stata fatta una legge il 13 agosto 2010 che ha introdotto modifiche».

«Se il governo Prodi cadeva prima, non lo facevo – aggiunge Spatuzza rispondendo alle domande dell’avvocato Giuseppe Di Peri –. Quando prima di fare l’interrogatorio congiunto (alla presenza delle tre Procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo, ndr) io mi ritrovo come presidente del Consiglio Berlusconi e come ministro della giustizia Alfano, con tutto il rispetto, non voglio insinuare delle cose che non so, però i miei timori si accentuano ancora di più… io mi dovevo alzare dalla sedia, stringergli la mano e dirgli: “Signori miei, scusatemi se vi ho disturbato”».

È in quel momento che iniziano per Spatuzza le remore relative anche alle figure politiche del periodo e che lo spinsero a non parlare subito di Berlusconi e Dell’Utri, nominati da Giuseppe Graviano durante l’incontro al bar Doney di Roma nel 1994 per la preparazione dell’attentato, poi fallito, allo stadio Olimpico. Spatuzza ne parlerà, infatti, solamente l’anno successivo, il 16 giugno 2009.

Eppure già nel 1997, nel corso di un colloquio investigativo alla presenza dell’allora procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna e Pietro Grasso, qualcosa Spatuzza accennò velatamente in riferimento al Cavaliere e al suo braccio destro nonché cofondatore di Forza Italia. «Gli dissi “Fate attenzione a Milano 2”. Stavamo per salutarci e io mi sentivo di dire qualcosa anche se ancora non ero pentito». L’intenzione era quella di «dare in modo soft, come avevo fatto per il furto della 126 usata per la strage di via D’Amelio, un’indicazione», ha aggiunto. Nel corso del controesame, Spatuzza ricorda infatti di «un colloquio informativo del ’98 o del ’99» in cui «mise in guardia Vigna e Grasso, ma senza andare troppo a fondo, perché ancora non ero un collaboratore, che su via D’Amelio le cose non stavano proprio così come credevano i magistrati». «Dissi che forse quei ragazzi (Scarantino, Candura e Andriotta, ndr) avevano rubato una macchina, ma non era quella utilizzata per la strage. La macchina utilizzata per la strage era stata rubata da altri ragazzi. Non dissi però che ero stato io», afferma il collaboratore autoaccusandosi successivamente del furto della 126 utilizzata come autobomba nell’attentato al giudice Borsellino.

Il ritardo delle accuse di Spatuzza contro Berlusconi e Dell’Utri è stato contestato dai difensori di quest’ultimo, gli avvocati Pietro Federico e Giuseppe Di Peri: «Sono avvenute dopo il periodo dei sei mesi successivi alla decisione di collaborare, i 180 giorni previsti dalla legge», hanno affermato gli avvocati, scatenando un acceso dibattito con i pubblici ministeri Di Matteo e Del Bene circa l’utilizzabilità delle dichiarazioni del pentito in merito al dialogo avuto con Graviano al bar Doney.

Rispondendo alle domande dell’avvocato Basilio Milio (difesore degli ex ufficiali Mori e Subranni), Spatuzza ha chiarito a cosa alludeva Giuseppe Graviano con l’espressione “colpo di grazia”, sempre in riferimento all’attentato allo stadio Olimpico di Roma: «Vuol dire che la cosa è già morta, ma che dovevamo fare qualcosa per assicurarci che fosse definitivo. Significa che avevamo fatto tutto, ma che c’era qualcosa che dovevamo chiudere definitivamente. E per farlo, serviva la bomba all’Olimpico». A chi doveva essere dato questo colpo di grazia? Graviano non lo dice esplicitamente, ma per Spatuzza è ovvio che si tratti dello Stato, di quella classe politica che non aveva mantenuto le promesse fatte a Cosa nostra.

«Dopo il fallito attentato all’Olimpico finirono le stragi perché noi avevamo chiuso tutto». Stando alle parole di Spatuzza e di altri collaboratori di giustizia, infatti, Cosa nostra aveva trovato nuovi referenti politici, che rispondevano ai nomi di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. «Persone serie che avevano portato avanti la cosa, non come quei quattro crasti dei socialisti».

Spatuzza: “Graviano disse che con Berlusconi e Dell’Utri c’avevamo il Paese nelle mani” da: antimafia duemila

aula-bunker-rebibbia-4di Aaron Pettinari, Miriam Cuccu e Francesca Mondin – 13 marzo 2014
Il pentito ascoltato al processo trattativa

Pochi giorni prima del fallito attentato all’Olimpico, strage che avrebbe dovuto aver luogo il 22 gennaio 1994, Gaspare Spatuzza si trovava a Roma per incontrare “Madre natura”, Giuseppe Graviano, e mettere a punto gli ultimi preparativi prima della nuova “strage in continente”. Così come gli era stato anticipato, prima di muoversi c’era da attendere l’ordine del capomafia di Brancaccio. Ed è per questo che l’ex boss si recò, accompagnato da Antonino Scarano, anche lui condannato per le stragi del 1993.

 

“Ci recammo presso il bar Doney, in via Veneto a Roma – racconta Spatuzza ai pm Del Bene e Di Matteo – Già fuori c’era Giuseppe Graviano ad attenderci. Lui era latitante e sebbene sarebbe dovuto salire in macchina mi invita ad entrare al bar per consumare qualcosa. Aveva un’aria gioiosa e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza, in un altro incontro a Campofelice di Roccella”. “Poi – ha spiegato – aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi – ha continuato – mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”. E per Paese, specifica Spatuzza, “intendo l’Italia”.
Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, che grazie alle sue rivelazioni ha rimesso in discussione la verità sulla strage di via d’Amelio, mostrano quella che per l’accusa del processo trattativa Stato-mafia è l’ultima parte di quella trattativa che ha avuto luogo tra il 1992 ed il 1994.
E’ stato poi lo stesso Spatuzza, durante la deposizione, a spiegare come “A giugno del 2009, durante un interrogatorio coi pm di Firenze seppi che le Procure di Palermo e Caltanissetta avevano dato parere favorevole per la concessione del programma provvisorio di protezione e allora capii che dovevo chiarire alcuni omissis come quelli relativi a Berlusconi e Dell’Utri”.
Un ragionamento, quest’ultimo, inserito all’interno di uno sfogo, alludendo alla decisione della commissione di non concedergli il programma di protezione, decisione poi bocciata dal Tar: “Se abbiamo consegnato la verità alla Storia non è certo per la Commissione pentiti presieduta da Mantovano e da chi l’ha istigata”.  L’ex boss di Brancaccio ha anche ripercorso il motivo che lo ha condotto alla collaborazione avviata a marzo del 2008. “Volevo chiudere i conti con un passato che mi stava avvelenando – ha detto – Ma c’era un problema serio con i processi chiusi di via D’Amelio e col versante politico che mi avrebbe potuto creare problemi come poi avvenne. Io ci credo alla giustizia e sono qui per la verità e per chi l’aspetta La mia collaborazione è vera e seria e lo dimostrano le sentenze”.

 

Il “colpo di grazia”
Nel corso dell’udienza che si è tenuta presso l’aula bunker di Rebibbia sono stati numerosi gli argomenti trattati a cominciare proprio dal “colpetto” da dare, nonostante l’obiettivo raggiunto. “Sentendo le parole di Graviano al bar Doney io ho provato a dire se non fosse il caso di occuparci di Totuccio Contorno, (pentito sospettato di essere il responsabile dell’omicidio di Michele Graviano, padre di Giuseppe, nonché responsabile della scomparsa di Salvatore Spatuzza, fratello di Gaspare ndr). Lo avevamo rintracciato a Roma ma Graviano disse ‘lascia stare Contorno perché l’attentato ai carabinieri si deve fare lo stesso sia perché gli dobbiamo dare il colpo di grazia sia perché per Contorno dobbiamo trovare un tipo di esplosivo diverso” da quello fino a quel momento usato per evitare che le forze dell’ordine possano mettere in collegamento quell’attentato mafioso a quegli attentati del 1993.

 

Le stragi e “le morti che non ci appartengono”
Una strategia stragista messa in atto dai capi della Cupola per indurre lo Stato a più miti consigli, ed ottenere così benefici e privilegi da loro richiesti (primo fra tutti la revoca o l’ammorbidimento del carcere duro) che ha compreso non solo omicidi eclatanti di chi stava mettendo i bastoni tra le ruote a Cosa nostra e agli apparati a lei contigui (vedi Falcone e Borsellino) ma anche il sacrificio di semplici cittadini e, in particolare, di carabinieri. “Ci siamo portati dietro morti che non ci appartengono” disse Spatuzza a Giuseppe Graviano ad un appuntamento a Campofelice di Roccella, in un periodo compreso tra la fine del ’93 e gli inizi del ’94. Quel giorno il boss di Brancaccio, alla presenza dell’ex killer (successivamente reggente del mandamento) e di Cosimo Lo Nigro, genero del boss Francesco Tagliavia, condannato all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, “ci comunica che siamo lì per pianificare un attentato contro un bel po’ di carabinieri”. Un bersaglio che era già finito in precedenza nel mirino di Cosa nostra, quando si iniziò a parlare dell’attentato alle due torri di viale del Fante a Palermo, sede della Dia, “dopo l’attentato di Firenze e prima di quelli a Roma e Milano” all’interno delle quali per “conoscenze personali” si sapeva che lì “alloggiassero collaboratori di giustizia” oltre ad essere presenti esponenti della Dia e il “capitano dei Carabinieri Miranda”. “L’obiettivo indicato era quello delle torri e dei carabinieri, che poi la vicenda dell’Olimpico (il progetto dell’attentato allo Stadio Olimpico a Roma poi fallito, ndr) è un prosieguo della strategia contro i carabinieri in generale e l’occasione della presenza del capitano era un’eventualità in più da valutare, ma non era l’obiettivo” precisa Spatuzza. Quel progetto stragista a Palermo rimane ad ogni modo “allo stadio embrionale” per poi sfumare in un nulla di fatto.
A Campofelice, invece, si gettano le basi per la mancata strage allo Stadio Olimpico che il 31 ottobre 1993 fallì per il malfunzionamento dell’attivazione dell’ordigno a distanza. Ma inizialmente Spatuzza avanza qualche perplessità al boss Graviano, con il quale coltiva un’amicizia di lunga data: “Per Capaci e via D’Amelio – spiega il pentito alla Corte – per quello che mi riguarda erano nemici anche miei, anche se non li ho mai conosciuti, e in quell’ottica per me andava bene anche usare modalità terroristiche…  ma quando andiamo a mettere cento e passa chili di esplosivo in una strada abitata non è più qualcosa… stiamo andando verso qualcosa che non ci appartiene più”. Per tutta risposta Graviano, dopo aver domandato se “ci intendevamo di politica” – ed aver ricevuto una risposta negativa –  replica che “chi si deve muovere si dà una smossa” e che “c’è una situazione che se va a buon fine avremo tutti benefici, a partire dai carcerati”. Qualcosa di grosso, intuisce Spatuzza, era effettivamente in corso. Se infatti “Graviano dice ‘c’è una cosa in piedi’ – precisa – per me è una trattativa se la trattiamo in quel filo logico di quello che si è discusso in quella riunione. Se non è trattativa questa che cos’è?”.
Successivamente, dunque, dopo che Giuseppe Graviano “ci dà l’incarico con l’autorizzazione per la fase esecutiva”, “io, Giacalone, Grigoli, Giuliano e Lo Nigro buttiamo una bozza su come pianificare l’attentato. Si decidono a Palermo le modalità, l’esplosivo…”. Spatuzza parla di alcune anomalie che contraddistinguono il fallito attentato: il fatto che “Giuseppe Graviano non ha mai presenziato agli attentati a Firenze, Roma e Milano” mentre in questo caso “ha deciso di presenziare nella fase quasi esecutiva” e “di salire su a Roma”, e la presenza di “tutto il gruppo di fuoco”, sei o sette persone che dovevano muoversi tutte insieme, quando “in tre eravamo più che sufficienti”.

 

Quegli interessi di tutte le mafie
Secondo Spatuzza c’erano anche i calabresi a spingere per una trattativa Stato-mafia ma in seguito, nel primo periodo della sua detenzione, il pentito riportò a Giuseppe Graviano (anch’egli detenuto) di alcune “lamentele che giravano in carcere” per opera “soprattutto di napoletani e di qualche calabrese” che “attribuivano a noi siciliani la responsabilità del 41bis… all’ala stragista”. Graviano replicò: “E’ bene che parlassero con i loro padri che gli sanno dare tutte le indicazioni dovute”. Per ‘padri’ il capomafia intendeva “i responsabili, i capifamiglia” che sia in Calabria che in Campania sarebbero stati parte attiva, “tutti partecipi a questo colpo di Stato”. Altrimenti, aggiunge Spatuzza, “non avrebbe senso per Giuseppe dirmi che ‘i calabresi si sono mossi’…”.

 

L’omicidio di Padre Puglisi
Spatuzza, in precedenza, aveva parlato dell’omicidio di padre Pino Puglisi. “Purtroppo, e mi dispiace tantissimo, ho commesso una quarantina di omicidi assumendo vari ruoli. Tra questi vi è quello di Padre Puglisi. Lui voleva impossessarsi del nostro territorio. Prima lo controllammo, poi si decise di ucciderlo. Volevamo simulare un incidente perché sapevamo che un omicidio di un prete avrebbe avuto conseguenze, poi però optammo per un tentativo di rapina”. “Era un sacerdote che andava per conto suo – ha raccontato -. E dava fastidio. Quella della sua eliminazione era una pratica aperta da almeno due anni. In piena campagna stragista nonostante avessimo sospeso le attività ordinarie, dovemmo occuparci di don Puglisi: questo per fare capire quanto dava fastidio”.

Da via d’Amelio alle stragi del 1993
Spatuzza ha parlato anche dei preparativi per la strage di via D’Amelio in particolare sul giorno antecedente la strage in cui la Fiat 126 che lui stesso aveva rubato è stata condotta in uno scantinato alla presenza di uomini di mafia ed un personaggio misterioso: “Quando consegnai la macchina vi erano Fifetto Cannella, Antonino Mangano e Renzino Tinnirello più un’altra persona che non avevo mai visto prima. L’ho sempre descritto come un negativo sfocato di una fotografia, non era ragazzo, forse sulla cinquantina ma posso dire al cento per cento che non era persona di mia conoscenza e appartenente a Cosa Nostra. Che fosse al corrente di quel che si stava facendo ne sono sicuro perché quando, uscito dalla macchina, parlai con Fifetto Cannella non venni stoppato”. Spatuzza sostiene di non averlo più rivisto in nessun’altra occasione. “Se quella persona era estranea Tinnirello mi bloccava subito sul nascere” suppone l’ex killer, che dichiara di non essersi posto alcuna domanda in merito alla presenza del soggetto sconosciuto perchè “per me la garanzia era Giuseppe Graviano”. Filippo e Giuseppe Graviano vengono successivamente arrestati nel gennaio ’94, un arresto che a detta di Spatuzza veniva considerato “un’anomalia”. “C’era il sospetto che i fratelli Graviano fossero stati venduti”.
Rispondendo alle domande del pm Nino di Matteo il collaboratore di giustizia ha poi raccontato della riunione in un villino a Santa Flavia, dove venne progettato l’attentato di Firenze. La riunione si tenne alcune settimane prima della strage di via dei Georgofili del 27 maggio 1993: “I ciceroni erano Matteo Messina Denaro e Giusepppe Graviano.. per quello che ho capito già erano a conoscenza dei posti, la riunione era per far capire a noi… loro già erano stati in questi posti… Noi partimmo da Palermo con l’obiettivo già fissato, avevamo la foto e l’indirizzo del monumento da colpire”. La decisione sul momento preciso nel quale effettuare l’attentato invece venne lasciata al gruppo di fuoco:”Avevamo facoltà nostra perchè era complicato”. “Io ho solo imbottito l’auto, i ragazzi sono andati a posizionare il fiorino” ma “quando rientrano Lo Nigro mi dice che non avevano centrato l’obiettivo …il fiorino… era stato posteggiato alcuni metri prima”. Per quanto riguarda le stragi di Milano e Roma Spatuzza risponde che  a Roma, differentemente da Firenze, viene lasciata a discrezione  propria e di Lo Nigro la scelta dell’obiettivo da colpire ma viene data precisa indicazione sul quando colpire. “Già era stato consolidato anche il giorno in cui doveva avvenire il triplice attentato…era stata stabilito anche il giorno, l’ora attorno alle 23 o 24… tutto preordinato…” mentre per quanto riguarda la scelta del sito da colpire dichiara:”Quando siamo arrivati la mattina, abbiamo fatto un vasto giro… Non so se gli era stata data indicazione ma posso dire che gli obiettivi li abbiamo scelti noi..io non conoscevo Roma, lui (Lo Nigro, ndr) mi guidava.” Dietro questa guida se ci fossero ulteriori guide o indicazioni Spatuzza non sa dirlo ma dichiara che “lui andava a sensazione e dava l’idea di essere più coscente”.  Entra poi nel merito degli esplosivi utilizzati per armare le autobombe e specifica che era composta da due tipi di esplosivo, quello che procuravano loro, uomini di Brancaccio dai fondali marini, e uno di consistenza gelatinosa a lui sconosciuta sia la provenienza che i soggetti che la procuravano:”Dall’esplosivo che avevamo già preparato si teneva di conto delll’altro esplosivo che doveva arrivare da fuori, non ricordo se di Messina o Catania, esplosivo che poi ho avuto modo di utilizzare per strage di Firenze” io per la prima vota l’ho visto quando sono stati  fatti i colli che è stata preparata la spedizione a Palermo …quest’operazione è stata fatta in un magazzino in affitto di Lo Nigro Cosimo, non so chi gliel’ha dato ”.
Spatuzza racconta inoltre che per finanziare queste trasferte erano stati presi in seria considerazione i sequestri di persona, progetto successivamente accantonato: “le vittime erano un bambino parente di un imprenditore che aveva una fabbrica di argenteria a Brancaccio, un certo D’Agostino, e uno del giornale di Sicilia…il progetto – continua il teste – era in fase avanzata perché erano già stati valutati i luoghi dove nasconderli”. Il processo è stato rinviato a domani quando si terrà il controesame.

Trattativa, Spatuzza: “Don Puglisi ucciso perché voleva il nostro territorio”da: il fatto quotidiano

Il collaboratore di giustizia durante l’udienza a Roma per il processo sulla trattativa Stato-mafia racconta al pm Di Matteo il movente dell’omicidio del prete antimafia ucciso nel 93 nel quartiere palermitano di Brancaccio. Poi torna sulla figura misteriosa che partecipò alla preparazione dell’attentato di via D’Amelio: “Negli anni ho provato a identificarlo, ma non ci sono riuscito”

Aula Bunker

Don Pino Puglisi con il suo impegno e la sua lotta “voleva impossessarsi del territorio di Cosa nostra”. Per questo – racconta il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza – venne ucciso il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno. Fu proprio Spatuzza, all’epoca killer dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, a sparare al parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, feudo di una delle famiglie più fedeli a Totò Riina. Ma il pentito, nella sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, si sofferma su altri tasselli della strategia mafiosa contro lo Stato, che secondo i magistrati di Palermo servirono a comporre il puzzle della trattativa. Rispondendo alle domande del pm palermitano Nino Di Matteo, l’ex soldato torna a parlare di quell’uomo misterioso, “esterno all’organizzazione”, che seguì la preparazione dell’attentato contro Paolo Borsellino; e torna a parlare degli attentati compiuti dalla piovra nel 1993 fuori dalla Sicilia.

“Don Puglisi minaccia per Cosa nostra”
Il prete, con le use iniziative che puntavano a sottrarre i ragazzi del quartiere dalle mire di Cosa nostra, rappresentava una minaccia troppo pericolosa per i boss. E per questo – ammette il pentito – “abbiamo deciso di ucciderlo”. Uno dei testimoni chiave del dibattimento torna a descrivere i retroscena di quel delitto e racconta di aver prima “pensato di simulare un incidente” e poi di aver deciso “di ucciderlo in quel modo” (padre Puglisi venne assassinato in piazza, ndr). L’ex soldato dei Graviano sviscera davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo i dettagli per pianificare l’agguato. “Abbiamo iniziato delle osservazioni – prosegue Spatuzza – poi abbiamo infiltrato nell’associazione di don Puglisi una persona, io certo non potevo farlo perché in Chiesa non ci andavo e la mia presenza poteva dare sospetti”.

Lo sconosciuto che partecipò alla preparazione di via D’Amelio
Spatuzza, detto u tignusu a causa della calvizia, ripercorre la sua storia criminale fino ad addentrarsi nei giorni oscuri che precedettero l’attentato di via Mariano D’Amelio, del 19 luglio 1992. Il filo nero dei ricordi viene riavvolto fino al giorno prima del “botto” in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. E arriva fino a quella figura misteriosa presente nel garage dove la Fiat 126 venne imbottita di esplosivo. “Non era un ragazzo, né un vecchio. Doveva avere 50 anni. Non l’avevo mai visto prima, né lo vidi dopo quella volta. Di certo non era di Cosa nostra”.

Una figura sparita nel nulla. Un fantasma. Di cui Spatuzza non riesce a ricordare altri particolari. “In questi anni – aggiunge – mi sono sforzato di dare indicazioni su di lui, ma lo ricordo come un negativo sfocato di una foto”. “Non mi allarmò la presenza di quell’uomo – aggiunge – perché se era lì era perché Giuseppe Graviano lo voleva”. Negli anni gli inquirenti hanno sospettato che il personaggio descritto dal pentito appartenesse ai Servi segreti o fosse l’esperto usato dalla mafia per gli aspetti tecnici dell’attentato. Spatuzza descrive poi il suo ruolo nel furto della 126 e delle targhe da sostituire e nel trasferimento della macchina da Brancaccio al garage nella zona della Fiera di Palermo, a poca distanza da via D’Amelio.

“A Firenze abbiamo sbagliato obiettivo”
Il racconto del pentito fa poi un balzo in avanti, fino a scivolare negli episodi di sangue che scandirono la stagione stragista che nel 93 portò la guerra di Cosa nostra in Continente: a Firenze, Roma e Milano. Spatuzza si sofferma sull’attentato che sventrò il capoluogo toscano e precisa che il commando mafioso sbagliò obiettivo. Incalzato dalle domande del pm Di Matteo ricostruisce l’organizzazione della strage di via dei Georgofili dove persero la vita sei persone.“Siamo partiti da Palermo con la foto del monumento da colpire a Firenze ma non lo abbiamo centrato. Non so se 100 o 200 metri da dove avvenne l’esplosione ma il fiorino si fermò prima, non so se per colpa di un vigile”.

“Dovevamo sequestrare editore Ardizzone”
Ma il piano dei corleonesi per mettere in ginocchio lo Stato non si sarebbe dovuto fermare ai morti di Firenze, Roma e Milano. “Progettammo dei sequestri di persona per finanziare la nostra attività – continua u tignusu – avevamo già scelto gli obiettivi e i nascondigli. Dovevamo rapire il nipote di un imprenditore che aveva una fabbrica di argenteria a Brancaccio e il proprietario del Giornale di Sicilia Ardizzone“. “Il piano, che poi fu accantonato, era in fase avanzata – ricorda -. E Graviano con una battuta mi disse: ‘affidiamo i sequestrati ai latitanti, gli diamo un po’ di lavoro’”.

“Dobbiamo portarci dietro altri morti”
 Spatuzza giunge a un altro capitolo, mai del tutto chiarito, nella storia nera delle stragi: il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma a gennaio del 94. ”Graviano mi disse ci dobbiamo portare dietro un po’ di morti – ricorda – così chi si deve muovere si dà una smossa. C’è una situazione che se va a buon fine ne avremo tutti dei benefici, anche i carcerati”. “Nel progetto che mi venne affidato – aggiunge – c’erano già le modalità esecutive. Dovevo andare a Roma e uccidere un bel po’ di carabinieri”. ”Perché – disse Graviano – ‘gli dobbiamo dare il colpo di grazia’”.

“Graviano alluse a Trattativa”
La deposizione arriva all’epilogo. Spatuzza ricorda: 
“Graviano non usò mai con me l’espressione trattativa. Disse che c’era una cosa in piedi. Allora io, inserendo quella frase nel contesto in cui venne pronunciata, capii però che alludeva a un accordo, a una trattativa”. Il pm Di Matteo gli ha contesta che in altre occasioni aveva espressamente parlato di trattativa e il pentito risponde: “Graviano non lo disse, ma se non era trattativa quella cosa lo è?”.

Interrogato dal pm Francesco Del Bene, Spatuzza racconta un episodio che sarebbe accaduto a gennaio del 1994 quando un nutrito numero di killer di Cosa nostra erano a Roma per organizzare un attentato ai carabinieri allo stadio Olimpico. “Con un’aria gioiosa mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza”. “Poi – spiega – aggiunse che quelle persone non erano come quei 4 crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi – continua il pentito – mi fece il nome di Berlusconi e aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”.

 

Difesa di Dell’Utri: “Inattendibile”
La deposizione di Spatuzza è stata preceduta da una schermaglia processuale tra la difesa dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, tra gli imputati, e i pm. Il difensore di Dell’Utri, l’avvocato Giuseppe Di Peri, ha chiesto che venga depositato agli atti del processo il verbale illustrativo della collaborazione di Gaspare Spatuzza, una mossa finalizzata a dimostrare l’inattendibilità del pentito che non ha parlato, nella dichiarazione di intenti imposta dalla legge ai collaboratori di giustizia, delle notizie apprese dal boss Giuseppe Graviano su Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Per il legale, Spatuzza ha parlato delle circostanze riferite da Graviano dopo i 180 giorni che la legge indica come termine massimo entro il quale i pentiti devono dire all’autorità giudiziaria quanto a loro conoscenza. Le dichiarazioni tardive vennero bollate dalla corte d’appello di Palermo che condannò Dell’Utri nel 2010 per concorso in associazione mafiosa e che stigmatizzò il comportamento di Spatuzza dichiarandolo inattendibile.

 

La Procura ha depositato un verbale illustrativo aderendo all’istanza del legale. Ma il difensore ha sostenuto che quello prodotto dai pm non è il verbale da lui richiesto, esistendone uno precedente. La Procura ha replicato che quello a cui il legale ha alluso è solo il primo verbale di interrogatorio reso dal collaboratore, non il verbale di intenti