Da Mafia Capitale a Giarre Succursale? gazzettinoonline.it

Da Mafia Capitale a Giarre Succursale?

Da Mafia Capitale a Giarre Succursale?
settembre 02
09:57 2015

Da Mafia Capitale a Giarre Succursale? Dall’inchiesta giornalistica de “Il Fatto Quotidiano”, emergono inquietanti intrecci sulla gestione del Cara di Mineo. Sullo sfondo quell’appalto milionario da cento milioni di euro all’anno, appalti e fornitori, posti di lavoro e soprattutto voti da gestire.

mineo“In cima – riporta l’articolo del giornale nazionale – c’è la figura del sottosegretario Giuseppe Castiglione, indagato dalla Procura di Catania per turbativa d’asta, luogotenente di Angelino Alfano in Sicilia, genero del potentissimo senatore Pino Firrarello; poi ci sono tutti gli altri: faccendieri, politici e manager spregiudicati. Intorno un’intera provincia che cambia preferenze elettorali: dal centrosinistra al nuovissimo partito di Alfano e Castiglione. Eccolo qui il sistema del Cara di Mineo, il centro richiedenti asilo più grande d’Europa, finito nel ciclone dell’inchiesta su Mafia Capitale. Dalle rivelazioni di Luca Odevaine emerge un quadro inquietante. Egli stesso ammette davanti ai magistrati inquirenti di mafia Capitale di avere intascato 10mila euro al mese anche se – afferma – la richiesta complessiva era di 20 mila euro. Ma non erano solo per me: mi servivano per le cooperative sociali che presiedevo”. “Se ho favorito la vittoria delle gare per la gestione del centro? Sì, l’ho fatto” ammette nei verbali pubblicati dal Messaggero e dal Corriere della Sera.

Il racconto di Odevaine parte dal 2011 – si legge nell’inchiesta del Il Fatto – quando dopo lo scoppio della Primavera araba comincia l’ondata di sbarchi dal nord Africa.

Ed è a quel punto che Odevaine si materializza in Sicilia, dove incontrerà con l’allora presidente della provincia di Catania Castiglione e il giarrese Salvo Calì presidente della cooperativa Sisifo, iscritta a Legacoop, capofila dei gestori di Mineo fin dalla creazione del centro. Sisifo è il Consorzio di cooperative che dal 2011 gestisce il Cara di Mineo dopo aver vinto un appalto del valore di diverse decine di milioni di euro nel 2011 per gestire il servizio di accoglienza degli immigrati.

SALVO CALI'Ma chi è quel Salvo Calì che Odevaine tira in ballo? Fino al febbraio 2013 presidente di Sisifo è stato, per l’appunto, Salvo Calì, dirigente medico dell’Asp di Catania, già direttore sanitario a Giarre e Paternò e segretario del Smi, Sindacato medici italiani; nella metà degli anni ’70 è entrato a far parte nel Pci; è stato consigliere comunale del Pci dal 1980 al ‘90 e dal ’90 al ‘93, consigliere provinciale.

Salvo Calì nel novembre del ‘91 ebbe una grande opportunità: diventare presidente della Provincia di Catania, ma l’occasione sfumò e a conquistare la prestigiosa poltrona di Palazzo Minoriti al tempo fu Carmelo Rapisarda. Sullo sfondo di quella tormentata elezione accordi saltati per equilibri non trovati. In origine, il nome prescelto sarebbe stato quello di Clelia Papale ma nel Pci-Pds non tutti erano d’accordo. Anzi in quella circostanza ci sarebbero stati scontri durissimi e siccome il marito della Papale era quel Giacomo Torrisi, al tempo presidente della Lega cooperative, fu invitata a farsi da parte e in quell’occasione spuntò dal cilindro Salvo Calì. Sembrava fatta, ma anche sul nome del medico giarrese ci furono reazioni inattese di aspro dissenso. Calì non ce la fece. Oggi a distanza di molti anni, il nome di Calì spunta in questa vicenda torbida legata a Mafia Capitale e alla gestione del Cara di Mineo. È il famoso pranzo con sedia vuota.

“Castiglione – racconta Odevaine ai magistrati – non mi disse esplicitamente che Sisifo presieduta da Calì doveva vincere la gara, ma io capii perfettamente anche perché accompagnandomi all’aeroporto mi disse che Sisifo era per lui il gruppo più adatto a gestire Mineo; mi disse che erano cooperative di centrosinistra e quindi lui non aveva un interesse politico, ma li promuoveva perché li considerava capaci. Mi disse anche che vi era una esigenza politica primaria di favorire cooperative operanti sul territorio”.

E’ in questo modo che nasce la prima gara d’appalto milionaria per gestire Mineo, una gara che Odevaine racconta senza mezzi termini di avere praticamente truccato. “Il bando era scritto in modo da rendere certa la vittoria dell’Associazione temporanea d’imprese: la decisione fu presa congiuntamente da Paolo Ragusa, da me, da Castiglione, da Giovanni Ferrera“.  Ragusa, anche lui indagato con Castiglione, è un grande elettore del Nuovo Centrodestra, il partito creato da Alfano che nella zona del Calatino prende percentuali massicce di voti. A sentire Odevaine, non solo aveva ruolo nella gestione del centro, ma “imponeva la scelta dei fornitori dai quali acquistare e gestiva le convenzioni con i privati. privati presso i quali gli ospiti del centro potevano spendere 2,5 euro al giorno con una tessera”.

Ma non è finita qui: perché – secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano – dopo che Castiglione e Odevaine si accordano sul nome di Sisifo per gestire il centro, la rete comincia ad allargarsi. “Quando incontrai di nuovo Castiglione gli dissi che era necessario individuare una struttura in grado di gestire pasti, per cui gli consigliai di rivolgersi alla Cascina. In più di un’occasione Menolascina (dirigente della cooperativa) mi ha detto che La Cascina ha stretto rapporti con Lupi, Alfano e Castiglione e che finanziava la nascita di Ncd”. La cooperativa vicino a Comunione e Liberazione, dunque, secondo Odevaine è tra i main sponsor del nuovo partito di Alfano, diventato nel frattempo il principale partito politico dei comuni del Calatino.

Cara di Mineo, Castiglione nella sua difesa chiama in causa il prefetto Gabrielli: “Diede il nulla osta su Odevaine” da: l’huffungithon post

Pubblicato: 24/06/2015 18:46 CEST Aggiornato: 24/06/2015 20:03 CEST
CASTIGLIONE

La difesa è nella chiamata in correità. Giuseppe Castiglione, accaldato in volto, teso, si mangia quasi le parole. E al quarantesimo minuto, davanti alla Commissione, dice: “Non ho avuto nessun dubbio nel nominare Odevaine al Cara di Mineo come non avevano avuto in passato nessun dubbio Zingaretti, Melandri, Veltroni, a nominarlo come capo della polizia provinciale di Roma, consigliere del ministero della Cultura, e capo gabinetto al Comune di Roma. Per me quella era una garanzia di trasparenza”. Ma c’è un nome che per il sottosegretario indagato per turbativa d’asta sull’appalto del Cara di Mineo è attestato di buona fede, quello di Franco Gabrielli, allora capo della protezione civile e oggi prefetto chiamato a decidere lo scioglimento o meno del comune di Roma per mafia: “La nomina – dice Castiglione – la chiesi al prefetto Gabrielli, con una mia nota. E mi diede il nulla osta”. Dunque Castiglione si appella al più classico del “tutti coinvolti”, per ottenere il più classico dei tutti assolti. Il prefetto Gabrielli, qualche ora più tardi, spiega che, ai tempi (nel 2011) l’assenso alla nomina era “quasi doveroso” e che” risulta evidente come, in quel tempo, non vi fossero elementi per esprimere un parere di segno diverso”.

Palazzo San Macuto, afa infernale. È il luogo in cui la storica commissione Antimafia di Luciano Violante fece tremare i Palazzi negli anni Novanta. La Commissione sui migranti presieduta da Migliore è un tribunale quasi indulgente col braccio destro del ministro dell’Interno Angelino Alfano. La prima domanda vera arriva alle 15,30, dopo un’ora e mezzo dall’inizio, dalla parlamentare dei Cinque Stelle Colonnese: “Odevaine, in una intercettazione dice che è stato a pranzo con lei e con chi avrebbe dovuto vincere l’appalto”. Nella replica il sottosegretario prima evita di rispondere, poi – quando gli viene ricordata la domanda – glissa: “Conoscendo il mio stile l’avrò anche invitato a pranzo… Ma io non ho parlato di gare”. Castiglione, sin dall’inizio, appare teso, gioca in difensiva, si capisce che, pensando al processo, si mantiene entro confini definiti senza mai superarli, sa che la procura può acquisire i verbali della commissione: “È chiaro – dice un commissario – che il suo timore è che gli aumentino il capo d’accusa. E non solo il suo. Dentro Ncd stanno tesissimi”.

Difesa quasi burocratica, quella di Castiglione, nello stile del notabile siciliano che ripete ossessivamente di avere la coscienza a posto (e prova a ostentare serenità): “La mia gestione del Cara di Mineo è stata cristallina, trasparente, con il coinvolgimento pieno di tutte le forze di polizia”. Cita qualche atto, evita di affrontare i nodi politici. Pure l’evidenza. Erasmo Palazzotto, di Sel, rivolge la domanda più semplice, domanda che nasce spontanea a vedere un servizio tv sulle condizioni disumane in cui si trovano i rifugiati: “Vedendo le condizioni di vita del centro, non le è mai venuto un dubbio su come fossero erogati i fondi, se bene o male?”. Fondi che non sono mai mancati visto che nella scorsa legge di stabilità proprio Ncd si impuntò su tre milioni di euro. Castiglione, da buon democristiano, non fa polemiche con i commissari, anzi ringrazia per “l’occasione straordinaria” concessa che “consente di spiegare dopo mesi di ciclone mediatico”. Rivendica anche il lavoro svolto in piena emergenza migranti: “Non mi arrenderò mai alla convinzione che la Sicilia è una terra d’accoglienza, ho creduto a quell’impegno”. A un certo punto va oltre, sostenendo che è stato fatto un gran lavoro per l’integrazione: seminari, corsi linguistici, teatri, che – insomma – il Cara è stato un modello di accoglienza. (Leggi qui l’articolo di Claudia Fusani sull’Huffington Post sui soldi impiegati per le sagre invece che per l’accoglienza).

Quando poi non ricorda, Castiglione, evita di rischiare. Come quando Migliore – e non è un dettaglio – gli chiede se i rifugiati accolti al Cara provenivano tutti dall’Africa o venivano trasferiti da altri centri d’accoglienza. Castiglione, che era il “soggetto attuatore”, dichiara di non ricordare, così, su due piedi. Quello che invece ricorda bene, e su cui batte e ribatte, è quanti gli parlavano bene di Odevaine: “Oggi parliamo di Odevaine sulla base di fatti noti a tutti. Nel luglio del 2011 sfido qualcuno a mettere in discussione la professionalità di Odevaine. Per me era garanzia di sicurezza, pensavamo di aver fatto un ingaggio importantissimo. Lo chiesi a Gabrielli e mi diede il nulla osta”.

È “il sistema” nazionale che Castiglione chiama in causa per giustificare il suo “sistema”. Il sottosegretario cita le ordinanze della protezione civile, rivendica anche, che invece di fare affidamenti diretti, sono state fatte delle gare. Ma le questioni di fondo restano fuori dal dolce processo in commissione. Anzi, dal non processo. E se Odevaine è nominato perché stimato da tutti, il grande Innominato è il presidente dell’Anticorruzione Raffele Cantone, che bollò come irregolare l’appalto del Cara di Mineo, per poi scrivere (senza risposta) al ministero dell’Interno, e per poi spedire i commissari. È lo stesso Cantone attaccato proprio per il giudizio sulla gara, dai Castiglione boys che gestiscono il Consorzio Calatino, esponenti di punta di Ncd, partito di cui Alfano è leader e Castiglione segretario regionale in Sicilia. Né si capisce, dalla relazione in commissione, dove nasce l’unicum del sistema del Cara di Mineo. Un sistema che non ha uguali in Italia. Palazzotto chiede quale sia l’atto formale in cui la Regione Sicilia rinuncia a fare il soggetto attuatore. Castiglione parla di un atto della protezione civile regionale. Ma non si capisce perché mentre in tutti i Cara italiani (Bari, Crotone) il soggetto attuatore è il viceprefetto vicario del capoluogo di Regione – dunque un funzionario del governo – a Mineo viene indicato non il viceprefetto di Palermo ma il presidente della provincia di Catania. E cioè Castiglione, allora anche presidente dell’Upi (unione province italiane) ruolo che gli consente di indicare Odevaine al tavolo del ministero che gestisce i flussi dei profughi.

Né si capisce perché Castiglione resta “soggetto attuatore” anche quando non ricopre più la carica di presidente della Provincia, in una fase di transizione. Né si capisce l’altro sistema creato per la Gara d’Appalto di 100 milioni: mentre in tutti i Cara d’Italia le gare d’Appalto le indice la prefettura, a Mineo viene inventato un nuovo soggetto istituzionale, il Consorzio Calatino Terre di Accoglienza, un consorzio dei comuni della zona. E viene stabilito un regime di “convenzione” della prefettura col Consorzio per la gara d’appalto. Consulente del Consorzio è proprio Odevaine, che poi viene assunto per volere il direttore generale del Consorzio Calatino, Giovanni Ferrera (già dirigente della Provincia di Catania ai tempi di Castiglione e suo uomo di fiducia). Si capisce solo, parlando a microfoni spenti con quelli del Pd, che il sottosegretario non si può toccare perché altrimenti salta Ncd. E si capisce che, ancora una volta, la politica arriva dopo la magistratura. Perché in Parlamento Castiglione è stato assolto dal Pd. Ma l’inchiesta va avanti.

Ncd, Pd e FI bocciano mozioni di sfiducia a Castiglione da: ilsetteemezzo

Giuseppe-Castiglione

Le ordinanze sul sistema Mafia Capitale e il sistema specifico creato ad arte dal factotum istituzionale Luca Odevaine che si avvantaggiava dell’emergenza immigrazione per facili guadagni hanno coinvolto già dalle sue prime battute nel dicembre dello scorso anno sino a riconfermarne l’implicazione, una cerchia di soggetti che negli anni dal 2011 ad oggi ha gestito e amministrato il Cara di Mineo, il centro richiedenti asilo più grande d’Europa. Tra questi il sottosegretario Giuseppe Castiglione nei confronti del quale dal versante parlamentare sono state prima esposte nella giornata di lunedì tre diverse mozioni in riferimento alla sua permanenza in carica nel Governo e poi esaminate oggi. E mentre dalle opposizioni critiche impietose, corredate da stralci che raccontano la vita del Cara di Mineo e del ruolo di Castiglione, si sono levate parole di accusa di responsabilità anche nei confronti del Ministro Alfano, il Partito democratico per salvare la tenuta del Governo si rimette nelle mani dei processi che saranno loro a stabilire la verità. E così il contenuto dell’intervento di ieri del deputato Pd Miccoli diventa l’alibi al voto contrario sulle mozioni, “il nostro compito sarà di correggere quelle storture che hanno permesso tutto questo. È un sistema inaugurato, lo voglio ancora una volta ribadire, nel 2011 – non c’era il Governo Renzi – e per questo noi non vogliamo anticipare, al momento, il giudizio della magistratura.” La politica può e dovrebbe dare risposte indipendentemente dalla magistratura per il ruolo che le compete è invece quello che viene ribadito dai banchi della Camera prima del voto, dai sostenitori delle mozioni e sulla necessità che questa si interroghi su fatti come quelli di mafia capitale in cui la politica emerge protagonista del sistema corruttivo del nostro Paese.

Una volta espresso il Governo il voto contrario, sono stati annunciati il voto favorevole del gruppo misto-Alternativa libera e della Lega Nord, Sel attraverso il deputato siciliano Erasmo Palazzotto ha spiegato l’ulteriore significato della propria mozione e della questione morale su cui andare ad accendere i riflettori chiedendo anche al ministro Alfano di assumersi la responsabilità su questa vicenda perché o ha fatto finta di non sapere o sapeva e non è voluto intervenire, considerando sia il titolare del Viminale ed il capo del partito i cui rappresentanti sono i principali esponenti di tutto il sistema Mineo. Si sono espressi in seguito contrari alle mozioni di ritiro delle deleghe a Giuseppe Castiglione Scelta Civica e  Paolo Tancredi per Ncd- Udc il quale ha parlato di intercettazioni blande, che non rilevano ruoli centrali del sottosegretario, eppure è chiaro i vari omissis nei documenti consultabili sono stati posti dalla magistratura per continuare a condurre le indagini con riserbo. Anche contrario il voto di Forza Italia che ha fatto leva, attraverso l’intervento di Rocco Palese sul proprio storico principio di garantismo pur chiedendo per i medesimi fatti lo scioglimento del Comune di Roma, un atteggiamento contraddittorio probabilmente legato alla conduzione politica del comune capitolino, accusando il Pd di non avere più titoli di moralità per esprimersi. Vega Colonnese per il M5S ribadendo l’attività di denuncia operata sul Cara di Mineo ha chiesto al Governo il ritiro delle deleghe a Giuseppe Castiglione colpevole come la sua parte politica, secondo il M5S, di quanto avvenuto e di quanto avviene in maniera opaca nel centro richiedenti asilo. Ad Andrea Romano è toccato per il Pd invece esprimere il voto contrario del gruppo perché non vi è intenzione, da parte dell’alleato di governo, di limitare l’efficacia dell’attività di Castiglione, nel suo ruolo sottosegretario all’agricoltura, che non possono essere influenzati e giudicati da ciò che sta avvenendo in sede giudiziaria. Le votazioni si sono concluse con una prevedibile bocciatura delle mozioni. Domani Giuseppe Castiglione sarà audito dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sui Cara e sui Cie la quale circa un mese fa in visita in missione in Sicilia aveva parlato della necessità di approfondite indagini, di storture e di un sospettoso “monopolio” nella attribuzione degli appalti.

Mozione Lorefice favorevoli 108 contrari 304

Mozione Scotto favorevoli  92  contrari 303

Mozione Attaguile favorevoli 86  contrari 306

Mafia Capitale, la “bomba” Castiglione pronta ad esplodere nel governo. I dossier di Migliore, le 8 domande ad Alfano da: haffngthonpost

È stato quando nel corso dei lavori della commissione d’inchiesta sul sistema d’accoglienza è stato pronunciato il nome di Giuseppe Castiglione che è sceso il gelo. E il Pd ha preso tempo. Alla richiesta del parlamentare di Sel Erasmo Palazzotto di una immediata audizione del sottosegretario indagato per turbativa d’asta su Cara di Mineo, il presidente Migliore ha risposto stabilendo un iter più lungo. Prima Pignatone, poi il sottosegretario. Tempo, perché attorno allo scandalo di Cara Mineo aleggia un fantasma che fa davvero paura. Quello della crisi di governo. In molti, nelle stanze che contano del Pd, hanno vissuto come profetiche le parole, minacciose, che Buzzi ha consegnato ai pm: “Mi ci dovete far pensare un attimo… perché su Mineo casca il governo”. E ancor più minacciose sono le notizie che arrivano da altri interrogatori. Perché non ha iniziato a parlare uno qualunque, ma quello che dalle carte emerge come il “genio criminale” di Mafia Capitale, Luca Odevaine. Su Roma, ma anche sulla vicenda del Cara.

Per questo attorno agli sviluppi dell’inchiesta aleggia un alone di panico. E di insofferenza. Nel quartier generale renziano il nervosismo è palpabile. Perché il primo a sapere che la posizione del sottosegretario è imbarazzante è Renzi. È stato proprio Migliore un paio di settimane fa, dopo che era andato in Sicilia con la sua commissione per una verifica diretta, a consegnare al premier un giudizio assai preoccupante: “Castiglione – questo il senso del ragionamento – ci sta dentro fino al collo”. Pochi giorni dopo è arrivata la seconda puntata di Mafia Capitale. Il problema però è che, in questa storia, le responsabilità di Castiglione portano alla “copertura politica” della casella più delicata del governo, quella di Angelino Alfano: “Castiglione – ripetono i renziani – è Alfano. E se salta a quel punto salta Ncd, nel senso che si sfaldano i gruppi e il governo non ha più certezza dei numeri”.

E allora, per capire l’entità della bomba pronta ad esplodere, bisogna mettere in fila gli elementi che emergono, oltre che dalle carte dell’inchiesta, dai “dossier” politici consegnati a Migliore da parecchi che sono stati auditi dalla Commissione nel corso della sua visita siciliana. Che dal Cara di Mineo portano direttamente al titolare del Viminale.

Il sistema Castiglione
Si parte dal “sistema Castiglione”. Un sistema che nasce nel 2011, quando al governo c’era ancora Berlusconi, e ministri erano Maroni all’Interno e Alfano alla Giustizia. Nell’ambito della gestione dei profughi a Mineo viene stabilito un modello “unico” rispetto al resto d’Italia. Mentre infatti in tutti i Cara italiani (Bari, Crotone) il soggetto attuatore è il viceprefetto vicario del capoluogo di Regione – dunque un funzionario del governo – a Mineo viene indicato non il viceprefetto di Palermo ma il presidente della provincia di Catania. E cioè Castiglione, braccio destro (e sinistro) di Alfano in Sicilia e presidente dell’Upi (unione province italiane) ruolo che gli consente di indicare Odevaine al tavolo del ministero che gestisce i flussi dei profughi. L’unicum prosegue anche successivamente. Perché Castiglione resta “soggetto attuatore” anche quando non ricopre più la carica di presidente della Provincia, in una fase di transizione. Fase in cui si procede per affidamenti diretti a quelle imprese, come “La Cascina global service”, che poi si ritrovano nell’inchiesta di Mafia Capitale e i cui manager sono finiti in carcere.

La terza tappa del “sistema” Castiglione, esempio di come a Mineo le regole si piegano al potere, è quando si arriva alla Gara d’Appalto di 100 milioni. Anche in questo caso un unicum, rispetto al resto d’Italia. Nel feudo siciliano del partito del ministro dell’Interno, dove raggiunge percentuali del 40 per cento un partito che su scala nazionale prende il tre per cento, accade questo: mentre in tutti i Cara d’Italia le gare d’Appalto le indice la prefettura, a Mineo viene inventato un nuovo soggetto istituzionale, il Consorzio Calatino Terre di Accoglienza, un consorzio dei comuni della zona. E viene stabilito un regime di “convenzione” della prefettura col Consorzio per la gara d’appalto. E questo è uno snodo cruciale nel business. Perché la convenzione, ad esempio, prevede un costo per lo Stato. Nella convenzione è previsto che il Consorzio riceva 40 centesimi al giorno ad immigrato (dallo Stato, ovviamente senza gara) il che in tre anni corrisponde a una cifra attorno al milione e mezzo di euro, su cui la Corte dei Conti ha sollevato più di un interrogativo. Perché è chiaro che il sistema della “convenzione” determina un incremento dei costi per la pubblica amministrazione.

Prima ancora che penale è tutta politica la responsabilità di Castiglione che a fronte di un fiume di denaro che arriva sul Cara di Mineo non ha mai risposto sul fatto che numerose inchieste giornalistiche (e non solo) hanno documentato che gli immigrati, di fatto, si trovano in una fogna. E Castiglione del Consorzio è stato presidente, nella fase transitoria, per poi passare la mano ad Anna Aloisi, sindaco Ncd di Mineo, feudo di Ncd. La prefettura, che dipende dal Viminale, ha giustificato la “convenzione” dicendo che – essendo il centro di Mineo molto grande – si rende necessario chiedere il Coinvolgimento dei comuni perché hanno il personale necessario (geometra, ingegnere, giardiniere…). Nella pratica, però, come in parecchi hanno raccontato a Migliore, non è mai stato utilizzato il personale dei comuni consorziati.

Castiglione e Odevaine
E non solo il personale dei Comuni non viene utilizzato, ma sulla madre di tutte le gare, quella dei cento milioni di euro, arrivano i rinforzi. E viene assunto proprio Luca Odevaine. Un’operazione, anche questa, condotta dagli uomini di Castiglione. Ecco cosa succede: prima della gara il direttore generale del Consorzio Calatino, Giovanni Ferrera (già dirigente della Provincia di Catania ai tempi di Castiglione e suo uomo di fiducia) determina una modifica della dotazione organizzativa del Consorzio introducendo una nuova figura: “l’esperto di finanziamenti europei”. Incarico affidato a Luca Odevaine, prima come consulente esterno poi assunto dal consorzio. È una casella fortemente voluta dall’uomo di fiducia di Castiglione. Che fa di tutto per far assumere Odevaine. In un dossier consegnato a Migliore nel corso delle audizioni in Sicilia è scritto: “Prima dell’assunzione, il consiglio di amministrazione del Consorzio chiese, in una delibera, che il direttore generale verificasse se vi fossero figure professionali idonee allo scopo tra i funzionari dei comuni consorziati per poi riferire al medesimo cda che in ultima istanza si era riservato la facoltà di esprimere l’assenso sull’assunzione. L’assunzione in questione, invece, venne disposta senza un nuovo passaggio nel cda e tale modo di procedere risulta del tutto inspiegabile. Ciò vieppiù ove si consideri che tale forzatura è stata perpetrata pochi giorni prima della nomina della commissione della gara d’appalto necessaria all’individuazione del soggetto gestore del centro e subito dopo la sua assunzione, Odevaine è stato nominato membro di tale commissione”.
Dunque Odevaine, su volere dei colonnelli di Castiglione, viene assunto non perché esperto di fondi europei, ma perché esperto di immigrazione. Da assunto e da componente del tavolo tecnico presso il ministero degli Interni che gestiva i flussi dei migranti è inserito nella commissione di gara che avrebbe dovuto aggiudicare un servizio di circa 100 milioni di euro.

La gara d’appalto “illegittima”, lo scontro con Cantone e il silenzio di Alfano
È chiaro che su questi presupposti la gara è vinta, come è scritto nell’ordinanza, dalle società che la dovevano vincere. Fondamentale pare essere stato il contatto tra Odevaine e Castiglione. Nella carte si legge un episodio illuminante. Parlando con Stefano Bravo, il suo commercialista, Odevaine racconta: “Giuseppe Castiglione… quando io ero andato giù… mi è venuto a prendere lui all’aeroporto, mi ha portato a pranzo… arriviamo al tavolo… c’era un’altra sedia vuota… dico eh chi?… e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara”. È quando dopo la gara entra in campo Cantone che si manifesta in tutta la sua solidità il legame strettissimo tra Castiglione e il ministro dell’Interno. Il 25 febbraio 2015 Cantone firma un parere sulla gara vinta dal Consorzio comprendente la Cascina: “illegittima” perché “in contrasto con i principi di concorrenza, proporzionalità, trasparenza, imparzialità e economicità”. Parole che lasciano indifferenti la Aloisi, presidente del Consorzio, il direttore generale Ferrera, ovvero i Castiglione boys, e lasciano indifferenti anche Castiglione e il ministro dell’Interno Alfano. Anzi, accade che il prefetto Mario Morcone, che ha un rapporto stretto col ministro dell’Interno, dice davanti ai parlamentari del comitato Schengen: “Ho qualche dubbio sulla decisione del presidente Cantone”. A quel punto i Castiglione boys, il 13 aprile, chiedono a Cantone il riesame del parere. Cantone il 6 maggio risponde che la gara è illegittima, ma nonostante questo Ferrera firma e pubblica la determina perché l’Anticorruzione ha solo parere consultivo. Ecco che il 27 maggio Cantone scrive ad Alfano una lettera, come documentato dal Fatto che l’ha pubblicata.

Le domande ad Alfano che fanno tremare il governo
Ed è a questo punto, dopo la seconda retata di inizio giugno che il caso diventa una bomba per il governo. Perché, è la tesi di Migliore, “Castiglione c’è dentro fino al collo”, ma pure Alfano non può dirsi estraneo alla gestione politica della vicenda. Perché il ministro dell’Interno non può non rispondere a poche, semplici, domande. 1) Perché tra gli arresti di Mafia Capitale 1 e Mafia Capitale 2, non spiega che a Cara di Mineo è stato creato un sistema unico, sin dall’inizio, teso a garantire un sistema di potere? 2) Perché Alfano non spiega il perché il Viminale fa, per tramite della prefettura, una convenzione che porta ad aumentare le spese? 3) E perché Alfano non spiega come mai, dopo Mafia Capitale 1, e preso atto che Odevaine (arrestato) era componente della Commissione che ha aggiudicato la gara, non ha fatto alcun atto a Cara di Mineo, tipo ispezioni e controlli? 4) E perché il ministro dell’Interno resta silente dopo che Cantone dice che la gara è illegittima? 5) E perché non risponde alla lettera del 27 maggio di Cantone, che in sostanza chiede: che cosa ne pensa il ministro dell’Interno dell’appalto di Mineo per il quale Odevaine pretendeva mazzette di 10-20mila euro mensili, dai manager della Cascina grazie a una gara “illegittima”? 6) È possibile che al Viminale nessun funzionario lo avesse informato del ruolo di Odevaine? 7) Si sente di escludere quello che Odevaine dice nelle intercettazioni e cioè che il “sistema Castiglione” al Cara di Mineo serviva a finanziare il suo partito? 8) E sarebbe pronto a dire che, se fosse arrivato un solo euro direttamente o indirettamente al suo partito da “La Cascina” sarebbe pronto a dimettersi? È in queste domande, oltre che nella posizione processuale di Castiglione, la bomba sotto il governo: “Se salta Castiglione – ripetono i bel informati – salta Ncd e al Senato si balla. E soprattutto la valanga stavolta rischia di travolgere Alfano”.

Mafia Capitale secondo capitolo “blindata” e “finta” la gara del CARA di Mineo da: ilsetteemezzo

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Mafia Capitale secondo capitolo. “Blindata” e “finta” la gara del CARA di Mineo

Non sono indagati ma chi ha avuto o ha che fare strettamente col CARA di Mineo c’è dentro sino al collo. La Procura di Catania di concerto con quella di Roma ha dispostomolteplici perquisizioni presso le sedi degli uffici interessati, tra cui quelle del Consorzio Sol Calatino – Società Cooperativa Sociale, inserito nell’A.T.I. che si occupa delle gestione dei servizi all’interno del C.A.R.A. di Mineo nonché presso i locali della Provincia Regionale di Catania; l’ex presidente della provincia catanese, Giuseppe Castiglione, oggi sottosegretario del Governo e il direttore Giovanni Ferrera del Consorzio Calatino Terra d’Accoglienza sono più volte citati nella nuova documentazione di Mafia Capitale 2 che riprende quello che fu chiamato nel finire dello scorso anno il Sistema Odevaine.

Sette mesi dalla prima ordinanza, dopo la conferma della Cassazione delle misure cautelari derivanti  dell’impianto accusatorio dell’inchiesta Mafia Capitale nei confronti dei principali artefici di numerosi reati quali associazione a delinquere di stampo mafioso,la nuova ordinanza del secondo capitolo di Mafia Capitale, emessa dal Gip del Tribunale di Roma Flavia Costantini, approfondisce e svela in altre sue sfaccettature la rete che delinqueva approfittando dell’emergenza oramai strutturata dell’immigrazione e che ha coinvolto sin dall’inizio il centro richiedenti asilo più grande d’Europa, non solo per le dimensioni, soprattutto per il flusso di migliaia di donne e uomini e la presenza costante all’interno di circa 4mila persone di oltre 40 etnie, il CARA di Mineo, su cui sono stati puntati i fari anche dall’Autorità Anticorruzione  che ha definito illegittimo l’ultimo bando di gara per l’assegnazione dei servizi interni, che quelli della Commissione parlamentare d’Inchiesta sui Cara e i Cie che ha compiuto la propria missione  la scorsa settimana.

«Collusioni preventive, consistenti in accordi finalizzati alla predeterminazione dei soggetti economici che si sarebbero aggiudicati le gare» e «condotte fraudolente, consistenti nel concordare i contenuti dei bandi di gara in modo da favorire il raggruppamento di imprese al quale partecipavano imprese del gruppo LA CASCINA» ed infatti l’ultimo bando di cui dava mandato il 7 aprile 2014 il consiglio del Consorzio e indetto poi dal direttore Ferrera il 24 aprile,  di cui parla Odevaine intercettato dialogando con il commercialista Stefano Bravo,  viene definito «blindato», a vincerlo sarà l’ATI Casa della Solidarietà, nome dietro cui stanno le coop. che hanno gestito il Cara senza soluzione di continuità cambiando rispetto ai bandi precedenti solo il nome rappresentante, sono Sisifo, Sol.Calatino, Senis Hospes, Cascina Global Service, Pizzarotti e c. s.p.a, comitato provinciale della Croce Rossa Italiana.

INTERCETTAZIONE TRA LUCA ODEVAINE E STEFANO BRAVO

omissis…

SB:    «ma t’hanno nominato, poi giù, Direttore del… là del centro nuovo? …inc…»

LO:   «sì, beh dobbiamo fare la gara adesso, facciamo… questa settimana chiudiamo il bando …inc…, beh … pubblichiamo il bando poi tornerò per la Commissione per aggiudicarla però diciamo che è abbastanza blindato insomma, non…sarà difficile che se lo possa aggiudicare qualcun altro (I due ridono), vabbè, no vabbé dai è quasi impossibile nel senso che alla fine …inc… per cui continueranno a… a gestirlo quelli che lo gestiscono adesso, mi pare più corretto»

SB:    «ma tu parli …inc…»

LO:   «di Mineo»

SB:    «sì, perché è lì che rinnovano ma quello nuovo?»

LO:   «quello nuovo, l’altro ieri ho chiuso col Ministero e non firmano la convenzione, anche lì …inc… più o meno contemporanei, diciamo visto che pubblicheranno i due bandi quasi contemporaneamente, che è un pò un problema perché sò due gare grosse e il fatto che le vinca lo stesso…»

SB:    «ma proprio lo stesso, eh! …inc…»

LO:   «dai c’hanno… c’ha nomi diversi am, diciamo, quelli del mestiere lo sanno benissimo chi sono poi… chi ci sta dietro»

SB:    «ah e quindi?»

LO:   «eh! e quindi… che te devo dì, faranno ricorso e… che cazzo te devo dì, d’altronde… no bisogna vedè pure se sono in grado, beh anche perché poi un… il principale, diciamo, concorrente, il principale competitor comunque è in vaglio di amministrazione controllata adesso, si trova in concordato preventivo.»

Nelle ore successive al caos mediatico scatenatosi dopo la pubblicazione e divulgazione dell’ordinanza dello scorso 28 novembre i soggetti che operano o avevano avuto ruoli di primo piano in amministrazione o gestione del CARA di Mineo avevano preso le distanze, smarcandosi da Luca Odevaine. Giuseppe Castiglione aveva presto affermato di non avere «nulla a che fare con la vicenda di “Mafia capitale” e mi fa rabbia esserne coinvolto sui giornali», il suo nome però, salta nuovamente fuori da altre intercettazioni. Odevaine racconta a Stefano Bravo agli inizi di marzo 2014 l’aneddoto del suo ingresso come rappresentante al tavolo tecnico per la gestione dell’emergenza immigrazione per conto dell’Upi, l’Unione delle province e di quando sceso in Sicilia, per vagliare ciò che stava accadendo in quello che ancora non era il CARA di Mineo, lo andò a prendere Giuseppe Castiglione:

 INTERCETTAZIONE TRA LUCA ODEVAINE E STEFANO BRAVO

LO:  «il Presidente della Provincia di Catania … che era anche Presidente dell’UPI … Giuseppe Castiglione … il quale … quando io ero andato giù … mi è venuto a prendere lui all’aeroporto … mi ha portato a pranzo … arriviamo al tavolo … c’era pure un’altra sedia vuota … dico eh “chi?” … e praticamente arrivai a capì che quello che veniva a pranzo con noi era quello che avrebbe dovuto vincere la gara (ride)…»

«al che gli ho detto “guarda …inc… a queste condizioni” …inc… però … alla fine diciamo c’è voluto un pò di tempo … però abbiamo concordato un percorso … »

«… per cui alla fine lui capisce … gli dico … noi dobbiamo creare un gruppopoi facciamo la garaperò certo favoriamo le condizioni per cui ci sia un gruppo forte che sta roba qua …inc… vince …»

 … per cui gli presento … già ne parlo con questi dell’Arciconfraternita a Roma … con cui ho sempre lavorato qui al di Comune di Roma … e loro nel frattempo si erano appunto … fusi con la Cascina … per cui ho conosciuto loro gliel’ho presentati a Castiglione … e poi è nato questo … peraltro è nato e si è sviluppato poi per altri aspetti … perché loro adesso … Castiglione si è avvicinato molto a Comunione e Liberazione, insieme ad Alfano e adesso loro … Comunione e Liberazione di fatto sostiene strutturalmente tutta questa roba di Alfano e del Centro Destra …inc… Castiglione …»

 SB:       «Comunione e Liberazione appoggia Alfano?»

LO:      «si … stanno proprio finanziando … sono tra i principali finanziatori di tutta questa

SB:       «apposta regge …»

LO:      «questa roba si … e Lupi è … (si accavallano le voci) … e si sta dentro … Lupi … (si accavallano le voci) … e infatti è il Ministro del … .del coso … delle Opere Pubbliche …»

SB:       «e si Infrastrutture …»

LO:      «Infrastrutture eh … e Castiglione fa il sottosegretario … all’Agricoltura … però … ed è il loro principale referente in Sicilia … cioè quello che poi gli porta i voti … perchè poi i voti loro …inc… ce li hanno tutti in Sicilia … per cui diciamo … io li  ho messi insieme … e si è strutturata questa roba … e dopo di che abbiamo fatto questa cosa di Mineo … e la prima garaio ho fatto il Presidente della Commissione … e … poi c’è stata una seconda gara … e poi adesso questa è la terza praticamente … gara che si fa … e in tutte e tre io ci so stato in Commissione … non mi ricordo se tutto ‘sto … ‘sto ragionamento per arrivare? …»

 

Propedeutici alla gara si erano svolti degli incontri tra Luca Odevaine e rappresentanti de LA CASCINAdi cui la polizia giudiziaria ha ricostruito ogni passaggio. Una nota particolare assume una intercettazione ambientale negli uffici della FONDAZIONE INTEGRA.AZIONE che racconta di un incontro tra questi soggetti e di una telefonata con il direttore del Consorzio Calatino Terra d’Accoglienza Giovanni Ferrera. La conversazione sul contenuto del bando avviene in viva voce tra i due senza che sia svelata la presenza degli amministratori del gruppo LA CASCINA. Il direttore e il factotum in immigrazione prospettano l’ipotesi un punteggio particolare da riservare a chi abbia il requisito del centro cottura entro il raggio di 30 km. Punteggio decisivo per l’attribuzione poi della gara a LA CASCINA e company. Nel 2012 la C.O.T. Società Cooperativa aveva chiesto sul primo bando un parere in merito alla legittimità della lex specialis predisposta dal Soggetto Attuatore per la Gestione del C.A.R.A. e cioè la Provincia di Catania nel nome di Castiglione di Mineo per l’affidamento dei servizi in oggetto, proprio sulla medesima questione dei 30 km, secondo la società di ristorazione palermitana era una nota che incideva particolarmente sulla par condicio. L’Anticorruzione di allora rigettò questa richiesta. Il Gip scrive come nella conversazione con Ferrera e la presenza degli uomini de LA CASCINA emerga la gravità indiziaria della natura illecita del rapporto e l’asservimento agli interessi privati di uno dei partecipanti alla gara del pubblico ufficiale componente della commissione aggiudicatrice. Tutto ciò è evidente anche in una registrazione del 27.01.2014 tra Luca ODEVAINE, Salvatore MENOLASCINA e Carmelo PARABITA, i rappresentanti amministrativi de LA CASCINA, ciò che preoccupa il pluri esperto in business sociale d’immigrazione è non la gara di Mineo che «si fa’ come si è fatto l’altra volta… quindi..» l’unica cosa che lo preoccupa è la composizione della commissione giudicatrice «… perché se facciamo lo stesso filml’importante che ci stiamo io e Giovanni», parlando con Buzzi in un’altra occasione addirittura definisce la gara da 97 milioni di euro per tre anni di gestione «una finta gara».

Luca Odevaine, che tra le altre cose si evince nell’ordinanza sul Cara menenino pretendeva uno “stipendio” da 10 mila euro poi passati a 20 mila dato che i migranti, ormai 4 mila, erano raddoppiati, avrebbe avuto il potere di guidare in alcune particolari scelte Giovanni Ferrera come nel caso in cui “ricattò” gli interlocutori de LA CASCINA del blocco dei pagamenti arretrati, 40 milioni circa, dopo una “sgradevole conversazione” avuta con questi.

Il 10 marzo 2014 avviene una comunicazione con Cammisa amministratore delegato LA «[…] sulla commissione mi pare che… finora… sia parlando con Paolo e parlando con… con Giovanni… […] al momento… l’accordo è… che siamo Giovanni io e… un terzo che non può essere dipendente di… dei… dei Comuni… deve essere un esterno… un tecnico esterno», riferiva Odevaine, due settimane dava loro la sicurezza della sua nomina al gruppo complice della turbativa,per essere nominato bisognava divenisse dipendente del Consorzio dei Comuni e difatti 20 giugno 2014,  l’esito di una articolata procedura pubblica, permetteva di assumere Luca Odevaine in qualità di collaboratore a tempo determinato part-time dell’ufficio Progettazione Gestione e Rendicontazione Fondi Europei, appena un mese prima, il 14 maggio il Consorzio di Amministrazione del Consorzio aveva con una delibera modificato l’organigramma della struttura organizzativa. Il termine perentorio era il 23 maggio, 9 giorni dopo, la firma in calce di Giovanni Ferrera. A questa selezione si presentavano tre candidati, tutti e tre esclusi perché non in possesso della totalità dei requisiti e non essendo stato possibile reperire la figura nei comuni consorziati e procedendo ad allargare la platea su successive sei  candidature l’unica a risultare confacente per gli eccellenti requisiti specifici era quella dell’uomo per tutte le stagioni del CARA, Luca Odevaine. E mentre durante una conferenza stampa convocata alla vigilia di Natale per sottolineare la propria estraneità ai fatti di Mafia Capitale, assieme ai Sindaci Anna Aloisi, Giovanni Verga e Aurelio Sinatra che si agitava particolarmente ad alcune nostre domande, c’era anche Giovanni Ferrera che dichiarava ai nostri microfoni «Siamo rimasti scioccati sia a livello personale che  di amministrazione del Consorzio, perché non pensavamo che una persona che è riconosciuta a livello nazionale cominciando dai prefetti locali… che fosse oggetto dei reati che gli sono stati contestati, questo ci ha preso alla sprovvista» oggi la sua posizione si fa particolarmente complicata.

Che gli immigrati rendessero più della droga era l’assunto centrale del sistema di cui Luca Odevaine era macchinatore e che aveva attratto per la facilità di guadagno attraverso espedienti ben architettati operatori del sociale che sono stati protagonisti e tutt’ora sino ad un eventuale e forse necessario commissariamento gestiscono i servizi del centro richiedenti asilo più grande d’Europa, decantato come modello di integrazione e accoglienza ma che non ha incantato le diverse istituzioni che hanno approfondito fatti e circostanze.

Giuliana Buzzone

Piange Berlinguer! da: antimafia duemila

berlinguer-enrico-bnIl PD? Un dito nell’occhio di chi ci ha creduto.
di Saverio Lodato – 1° aprile 2015
Cominciamo dalla fine, affermando che questo PD, per ciò che è diventato, per quanto è dilaniato al suo interno, per quanto è visibilmente sordo alle istanze del Paese, per quanto è invischiato in vicende giudiziarie, fondate o meno fondate che siano, non serve più a niente e a nessuno. Di più: è un oltraggio permanente a tutti quanti hanno creduto, in passato, che questo partito potesse cambiare l’Italia, cambiandone la concezione della politica. Il Pd oggi è un dito nell’occhio per quelli che speravano di costruire qualcosa di nuovo rispetto al ventennio berlusconiano. Di più: è il principale responsabile di una melassa gelatinosa in cui è impossibile distinguere fra destra e sinistra, fra valori di cambiamento e valori di conservazione, fra gallerie di volti che ormai si assomigliano tutti al punto da essere sovrapponibili fra loro. E’ diventato un caravanserraglio di inquisiti, voltagabbana, vecchie glorie trinariciute e peones di nuovissimo conio, giocolieri da talk show, elegantissime prime donne sbucate da non si sa dove, piccoli nuovi tribuni che fanno il verso ai politici del passato, persone, magari per bene, terrorizzate da una eventuale mancata ricandidatura; cantori, tutti insieme, dell’ovvio e delle banalità. Esagerato?
Vediamo. E’ innegabile che la “diversità” rivendicata da Enrico Berlinguer più di trent’anni fa, appartiene ormai ai vecchi film Luce e ai giovani italiani di oggi non dice assolutamente nulla.
Walter Veltroni ha fatto un film su Berlinguer, ma forse dovrebbe ricavarne un Secondo Atto per spiegarci come sia andato tutto a ramengo. E, magari, approfittarne per regalare generosamente una citazione ad Achille Occhetto (che, forse, se la merita). Pier Luigi Bersani difende cocciutamente la “ditta”, ma forse dovrebbe spiegarci a cosa serva ormai una “ditta” in cui gli azionisti son diventati come i capponi di Renzo. E – soprattutto – ciò che “produce” questa “ditta”. Roberto Speranza, proprio l’altra sera, ci ha spiegato che la magistratura fa bene a “indagare a 360 gradi” e che se emergono responsabilità di dirigenti del PD anche loro “devono pagare”. Davvero?

Massimo D’Alema si dice “offeso e indignato” da intercettazioni che lo riguardano ma che non lo incriminano, adoperando gli argomenti difensivi adoperati, pari pari, da Maurizio Lupi. Poi c’è “Roma capitale della mafia”, con mondi di sopra, di sotto e di mezzo. Poi c’è il Mose. Poi c’è Giusi Ferrandino, il sindaco di Ischia e la “gloriosa” cooperativa modenese, la CPL Concordia. Poi c’è il presidente del Pd siciliano, Marco Zambuto costretto a dimettersi per aver incontrato Berlusconi nel tentativo di convincerlo che un suo carissimo amico è “ingiustamente” accusato di un omicidio. Poi c’era il segretario del PD siciliano, quel Francantonio Genovese, finito in manette per le truffe colossali dei fondi regionali destinati alla formazione. Poi ci sono le inchieste che hanno investito a tappeto la giunta regionale dell’Emilia Romagna. Poi ci sono quattro – dicasi quattro – sottosegretari dell’attuale governo, tutti PD, Francesca Barracciu, Umberto Del Basso de Caro, Vito De Filippo, Giuseppe Castiglione, a non voler menzionare deputati e senatori, i quali conservano poltrona e alamari in barba agli editti roboanti di Speranza. Poi ci stanno i “ministri”, i Giuliano Poletti, i Graziano Delrio, le Maria Elena Boschi, e il presidente del PD, Matteo Orfini, e i vice segretari PD, Lorenzo Guerini e Debora Serracchiani, che ripetono – con aria un po’ scocciata –  il mantra che l’Italia sta cambiando, è cambiata e cambierà. Infine, ci stanno le “minoranze interne”, gli Stefano Fassina, i Pippo Civati, i Gianni Cuperlo, gli Alfredo D’Attorre, le Rosi Bindi, insieme al sempiterno Nichi Vendola, a spiegarci che, “prima o poi”, fusse che fusse la vorta bbona, come diceva il grande Nino Manfredi, il governo cadrà …
Non è colpa nostra se il “catalogo” è questo. E nessuno si indigna? Nessuno.
Qualche giorno fa, Raffaele Cantone, responsabile dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, si è chiesto retoricamente perché le 80 – scusate se sono poche! – “fondazioni” politiche, che negli ultimi anni sono proliferate come funghi, devono sfuggire per principio a qualsiasi obbligo di un bilancio trasparente? E – ci permettiamo di aggiungere – a qualsiasi forma di tassazione che in Italia non si nega a nessuno (di quelli che lavorano, s’intende). Ma andiamo alla radice: a che servono le 80 fondazioni, visto lo schifo cui si è ridotta la politica? Sono scuole che forgiano gli Statisti del futuro? Ma a chi la raccontano? Andassero a quel paese, per dirla con Alberto Sordi!
Ed è possibile, o proibito per legge, dare un’occhiata anche a quei “centri studi” e a quelle “associazioni”, profumatamente finanziate, che si sono intestate la titolarità dell’iniziativa “antimafia”? Cosa nasconde il caso di Antonello Montante, il paladino “antimafia” finito sotto i fari di due procure, e responsabile dell’agenzia per i beni sequestrati alla mafia su tutto il territorio nazionale, nonché delegato della Confindustria per “la legalità” e presidente degli industriali siciliani? Si moltiplicano le inchieste giornalistiche, spesso coraggiose (di una è autore Giuseppe Pipitone, del “Fatto quotidiano”), che spiegano, dati alla mano, come il “tesorone” – non il “tesoretto” -, delle ricchezze confiscate dallo Stato, marcisca o ritorni in mano, sotto mentite spoglie, agli stessi diretti “confiscati”. Qualcuno che si indigna? Nessuno. Acqua in bocca. O, bene che vada, materia di veleni e ricatti incrociati.
Cosa nasconde il caso di Roberto Helg, l’imprenditore fallito messo alla guida della Camera di Commercio di Palermo, cavaliere del lavoro, l’uomo simbolo dell’antipizzo arrestato con le mani nel sacco mentre prendeva il pizzo? Siamo sicuri che dietro la buona fede dei ragazzi che ci credono non ci siano tanti altri imprenditori e commercianti che sull’argomento ci hanno marciato o ci stanno marciando?
L’Italia sembra che digerisca tutto. La tecnica propagandistica, adoperata dagli opinion leader di questo governo, è quella di minimizzare uno scenario spaventoso a sommatoria di “casi isolati”, chirurgicamente risolvibili a suon di declamatorie, rigidissime o morbidissime a seconda che sia trave nell’occhio proprio o pagliuzza in quello altrui.
Matteo Renzi? Di quest’Italia, è il “fine dicitore”. O – se si preferisce – l’imbellettatore. E, come lo spassoso “Gastone”, ideato da Ettore Petrolini, ha tutta la prosopopea tipica di chi ha inventato “la macchinetta per tagliare il burro”.

saverio.lodato@virgilio.it