Mafia, Riina intercettato: non trattai con Mancino da: antimafia duemila

mancino-nicolaAggiornam“L’agenda rossa l’hanno presa i servizi”

di Miriam Cuccu – 2 settembre 2014
L’incontro con Andreotti e il “bacio” mai dato, i rapporti con la politica e nello specifico con l’ex premier Berlusconi, di cui confida all’”amico” pugliese Alberto Lorusso ampie considerazioni. Le intercettazioni del “capo dei capi” nel carcere di Opera, dove si confidava con il mafioso della Sacra Corona Unita nell’ora d’aria, raccontano una storia vista da un inedito punto di vista: quello di chi ha preso possesso della Cupola di Cosa nostra plasmandola a sua immagine e somiglianza.

Berlusconi? “Gli davano soldi e quello costruiva”
È il 20 settembre 2013 il giorno in cui viene registrata la voce del boss corleonese, che accenna a Lorusso le ragioni dell’esponenziale crescita finanziaria di Berlusconi: “Quello costruiva, per i fatti suoi” commenta, poiché “forse erano amici, gli davano soldi, gli davano soldi, ci mettevano soldi”. E Riina aggiunge: “Dicono questo, dicono. Lui investiva lì, loro là erano…”. Riina di seguito racconta che Giovanni Brusca, insieme al cognato Leoluca Bagarella cercava un incontro con Mangano, lo stalliere di Arcore verso il quale il capo dei capi nutriva un profondo risentimento. “Se io ero fuori gli avrei detto: – a Brusca e Bagarella, ndr – disonorati che non siete voialtri pure, più disonorati di lui che ci andate a cercare a questo…”. “Giovanni Brusca – continua il boss di Corleone – era… a parlare con questo stalliere se li faceva incontrare con Berlusconi… per cinque minuti… e ha parlato con questo… questo, questo qua, amico di questo Berlusconi…”. Si trattava di Marcello Dell’Utri, oggi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. “Dell’Utri sì… forse Dell’Utri che li faceva incontrare. – conferma Riina –  Quando lui li incontrava, dice che aveva incominciato con Stefano (Bontate, ndr) prima”. Quindi si accanisce su Brusca: “Un pezzo di… non lo so, una persona che non ne capiva di queste cose. Questo Brusca era un bambino, un bambino, suo padre ci teneva, ci teneva, lui era uno spione, uno spione. Uno spione… si è rivolto a questi catanesi questo Brusca, a questi catanesi, a questi di Firenze… Gli ho detto: ma dov’è… ma che ci immischi, che ti immischi? Ha preso un proiettile, un proiettile… ma dove sei andato a trovarlo, dove li andavano a trovare, come facevano questi, questi? Questi proiettili… la Finanza che… Giovanni Brusca con questo catanese facevano, facevano, gli facevano quattro bordelli, perché poi gli facevano bordelli perché io ero carcerato’’.

“Mai trattato con Mancino”
Con Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno imputato per falsa testimonianza al processo sulla trattativa Stato-mafia, Riina rifiuta qualsiasi collegamento: “Ma che vogliono sperimentare che questo Mancino trattò con me? Loro vorrebbero così, ma se questo non è avvenuto mai!”. Riina passa poi a parlare di Massimo Ciancimino, ugualmente imputato ma anche testimone chiave nello stesso processo: “Penso che vuole i soldi” commenta il boss, riferendosi al fatto che Ciancimino parli per interesse. Il figlio di don Vito, ex sindaco mafioso di Palermo, aveva in precedenza spiegato ai magistrati che lui, il padre e il colonnello Mori avevano convinto Provenzano a far arrestare Riina: “Tu, Ciancimino, sei un folle in catene!” sbotta il boss a Lorusso, perché “c’è un pentito (Balduccio Di Maggio, ndr) c’è uno che è andato con gli sbirri là con il furgone”. Eppure definisce l’amico Binnu “il re dei carabinieri”, da lui accusato di aver avuto ripetuti contatti con esponenti delle istituzioni. Riina se la prende anche con Matteo Messina Denaro, ultimo superlatitante di Cosa nostra, per aver intrattenuto rapporti con lo Stato. Il boss di Castelvetrano, a parere del “capo dei capi”, era “l’unico ragazzo che avrebbe potuto fare qualcosa perché era dritto, aveva avuto la scuola che gli avevo fatto io”, ipotizzando inoltre “che se n’è andato all’estero”. Il padrino si spinge fino a parlare dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, mai più ritrovata dopo la strage di via d’Amelio: “L’agenda rossa i servizi segreti gliel’hanno presa… Gliel’hanno presa ed è sparita”. Ma dei servizi segreti, il capo di Cosa nostra sostiene di non sapere niente.

Nuovi strali contro il fronte dell’antimafia
Riina non risparmia nemmeno il fronte dell’antimafia: della “signora di Firenze” Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione familiari vittime della strage dei Georgofili, parte civile nel processo trattativa, dice che “è accanita contro di me”. Ma gli ultimi inquietanti strali sono giunti, da parte del boss di Corleone, a don Luigi Ciotti, presidente di Libera: “Putissimu pure ammazzarlo” dice Riina a Lorusso in una delle conversazioni intercettate. Immediata la risposta del presidente Napolitano che ha inviato un messaggio di solidarietà. Non è la prima volta che ordini di morte da parte del capomafia fuoriescono dalle sbarre del carcere di Opera: in passato il pm Nino Di Matteo, che da pubblico ministero segue il processo trattativa a Palermo, è stato oggetto delle considerazioni di Riina su un attentato che si sarebbe dovuto pianificare per fargli fare “la fine del tonno”. Nei suoi confronti, però, nessuna parola di sostegno era giunta dal Presidente della Repubblica. Alessandro di Battista, esponente del M5s, scrive su Facebook a seguito delle minacce arrivate a Don Ciotti: “Perbacco, Presidente! In un colpo solo, oltre ad aver fatto il suo dovere, ci ha comunicato che ritiene plausibili le minacce di Riina. Insomma occorre prendere sul serio le parole dell’ex capo dei capi. Se sono plausibili le minacce a Don Ciotti sono plausibili le ammissioni sulla vicinanza di B. a Cosa Nostra – che Riina definisce “un vigliaccone” – e anche le minacce che sempre Riina ha rivolto più volte al giudice Di Matteo. Un capo dello Stato serio a questo punto – commenta Di Battista su Facebook – farebbe altre due telefonate: la prima al pm Di Matteo per esprimergli la stessa solidarietà espressa a Don Ciotti, la seconda al premier Renzi (e magari anche un sms alla Serracchiani), chiedendogli, gentilmente, se non sia il caso di interrompere la profonda e amorevole collaborazione con Berlusconi, un uomo che, pagando miliardi su miliardi alla mafia, ha contribuito alla sua crescita economica, strategica e organizzativa”.

Mafia: condanna a dieci anni per Mercadante DA: ANTIMAFIA DUEMILA

 

mercadante-giovanniL’ex esponente di Forza Italia era ‘Cosa’ di Bernardo Provenzano
di AMDuemila – 21 marzo 2014
Dieci anni e otto mesi. Pesantissima condanna per Giovanni Mercadante, ex deputato regionale di Forza Italia e primario della radiologia del Maurizio Ascoli di Palermo, accusato dalla Procura di essere “uno di quei soggetti che, fungendo da elemento di cerniera tra società civile e l’organizzazione mafiosa, hanno consentito a Cosa Nostra di sopravvivere per decenni all’azione di contrasto svolta dagli organi dello Stato”. La sentenza conferma di fatto quella in primo grado del 2009.
La seconda sezione della Cassazione aveva precedentemente annullato con rinvio la sentenza che aveva invece assolto Mercadante “perché il fatto non sussiste”.

Definito dal gip che lo mandò in carcere (l’ex primario ha trascorso 12 mesi in detenzione e 43 ai domiciliari) parlando degli stretti rapporti con il boss Bernardo Provenzano, “una Cosa sua”, il radiologo era accusato di essere medico di fiducia nonchè punto di riferimento per le famiglie mafiose, e in particolare per il padrino corleonese. L’inchiesta ebbe un svolta solo nel 2006, dopo l’arresto di Provenzano, mentre in passato il suo nome, finito nelle indagini, era stato archiviato due volte.
Il pentito Giovanni Brusca aveva parlato della sua vicinanza al boss Tommaso Cannella, cugino di Mercadante, mentre il collaboratore Antonino Giuffrè raccontò di essersi rivolto al medico, su indicazione dello stesso Provenzano, per fare eseguire alcuni esami clinici al latitante agrigentino Ignazio Ribisi.
L’accusa ha sostenuto che Mercadante è stato votato alle Regionali del 2001 grazie al benestare di Cosa nostra, “lei non ha idea di come lo stiamo portando”, diceva Salvatore Alfano, appartenente al mandamento della Noce e in seguito arrestato. “… Tutta Via Noce, guardi … non c’è nessuno che alzi un dito contro Giovanni Mercadante…”. In cambio, ovviamente, di una serie di favori.
Durante il processo erano stati inoltre esaminati i contatti fra il primario della radiologia e il prof. Leoluca Di Miceli, uno dei cassieri di Riina e Provenzano arrestato per associazione mafiosa, al fine di fissare alcuni incontri fra il medico e la famiglia del latitante Provenzano al Maurizio Ascoli.