Senza parole da:antimafia duemila

csm-effectBocciata dal Csm la domanda di Nino Di Matteo alla Dna
di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo – 3 marzo 2015
Probabilmente abbiamo già scritto tutto. E forse potrebbe sembrare estenuante seguitare a rivolgersi ai “massimi rappresentanti” delle istituzioni per continuare ad appellarsi su questioni ovvie. Ma, si sa, nell’essere umano la rassegnazione rappresenta l’ultima spiaggia. E forse è a questa che non si vuole arrivare. La nuova bocciatura del Csm nei confronti della candidatura del pm Nino Di Matteo alla Direzione Nazionale Antimafia si commenta da sola. Rabbia, amarezza e disillusione sono solo alcuni dei sentimenti che albergano nei cittadini onesti che vedevano nella nomina di Di Matteo una risposta chiara dello Stato nei confronti del magistrato più esposto d’Italia. Più volte abbiamo definito la stragrande maggioranza dei componenti del Csm “sepolcri imbiancati” veicolati da logiche politiche lontane anni luce dai principi di giustizia. Recentemente ci siamo rivolti al neo Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedere di vigilare sull’Organo di autogoverno delle toghe, presieduto da lui stesso, auspicando un segnale di vicinanza verso chi è stato condannato a morte da Cosa Nostra. Che altro dovremmo aggiungere? Che con questa decisione si dimostra plasticamente che lo Stato non vuole essere vicino a Nino Di Matteo? Che in questo modo lo si espone ulteriormente al rischio di un attentato?

“Si muore quando si è lasciati soli”, diceva Giovanni Falcone, e quella solitudine non veniva dalla società civile, ma dalle istituzioni. E tra provvedimenti disciplinari aperti, l’emissione di circolari particolari e mancate nomine in questi anni il Consiglio superiore della magistratura si è dato un gran da fare, così come accadeva ai tempi di Falcone e Borsellino. Poco importa se appena l’anno scorso, in poco più di venti giorni, sono state raccolte oltre 91.000 firme per chiedere al Csm di nominare Procuratore Aggiunto di Palermo lo stesso Di Matteo. Nel frattempo l’allarme attorno al magistrato si è fatto sempre più alto e alla presenza a Palermo di oltre centocinquanta chili di tritolo, così come raccontato dal pentito Vito Galatolo, si aggiunge il rischio di un attentato per mezzo di un fucile di precisione. Un elemento che non può essere affatto trascurato. E se con quella petizione, promossa da Salvatore Borsellino e dalla nostra redazione, si chiedeva di dare un segnale a sostegno delle indagini condotte dal magistrato e dal pool che indaga sulla trattativa Stato-mafia, stavolta il segnale sarebbe stato ancora più forte. Una manifestazione concreta di vicinanza da parte dello Stato nei confronti di chi ha subìto una condanna a morte da Totò Riina e da quei “sistemi criminali” che attendono solo il momento migliore per realizzare quella sentenza. Non smetteremo mai di chiedere l’intervento dei vertici istituzionali per salvare la vita del magistrato. Di fronte al silenzio più assordante che giunge dalle “massime autorità” ognuno di noi ha l’obbligo morale di opporvisi testimoniando lo scempio che sta avvenendo con la complicità di buona parte della “casta” della magistratura, della politica e dell’informazione. A futura memoria.

I beni confiscati che lo Stato-mafia lascia marcire da: antimafia duemila

agenzia-beni-confiscatiTra contanti bloccati ed immobili in disuso una riforma è sempre più urgente.
di Giorgio Bongiovanni – 24 febbraio 2015
Un tesoro da oltre 30 miliardi di euro. E’ questa la stima dei patrimoni sottratti alle mafie tra beni mobili, immobili e aziende. Di questi il 10% (ben tre miliardi), sono in contanti, denaro liquido e titoli. Soldi che restano totalmente inutilizzati con cifre che sono in costante aumento. Inoltre, nella relazione redatta dalla Commissione per l’elaborazione di proposte normative in materia di lotta alla criminalità, di cui il procuratore aggiunto della Procura di Reggio Calabria Nicola Gratteri è presidente viene messo in evidenza come “in Italia sono in attesa di destinazione definitiva beni per un valore pari a 2-3 miliardi di euro”.

Non è solo amarezza quella che si prova leggendo il capitolo dedicato alla confisca dei beni, nel piano di riforma presentato dal pm reggino, si prova anche rabbia. Anche se i dati erano noti da tempo si ha infatti la prova definitiva del totale disinteresse, da parte dello Stato italiano, di sconfiggere Cosa nostra e tutte le altre organizzazioni criminali. Eccezion fatta per alcuni politici, alcuni magistrati, alcuni giornalisti, alcune autorità religiose, alcuni membri delle forze dell’ordine, alcuni rappresentanti della società civile e persino bambini, che sono diventati martiri, abbattuti dalla criminalità mafiosa, tutti gli altri hanno deciso di “lavarsi le mani”, o peggio, di scendere a patti. Oggi solo un pugno di magistrati con poche forze dell’ordine e una discreta parte della società civile fa resistenza. Possiamo tranquillamente dire, ed è sufficientemente provato dai dati, dai numeri, dalle statistiche, e dalla visione pragmatica della realtà che lo Stato non vuole annientare la mafia ed anzi si adopera a mantenerla in vita nonostante vi siano i mezzi per distruggerla.
“Occorre spezzare il legame esistente tra il bene posseduto ed i gruppi mafiosi, intaccandone il potere economico e marcando il confine tra l’economia legale e quella illegale”. A dirlo era Pio La Torre, lo stesso che propose la confisca dei beni ai mafiosi insieme al democristiano Virginio Rognoni, che poi diventò legge il 13 settembre del 1982, quattro mesi dopo il suo omicidio. Cosa resta oggi di quelle parole? A cosa servono quei trenta miliardi di euro tra beni mobili, immobili e contanti confiscati (quindi proprietà dello Stato) che restano a marcire, ad ammuffire fino a diventare inservibili? Siamo stufi dei numeri che il ministro dell’Interno Angelino Alfano, lo stesso che ha promesso da oltre un anno il bomb jammer al pm di Palermo Nino Di Matteo senza averlo ancora consegnato, mostra a forma di stella nel petto. Nel report di Ferragosto sulla sicurezza del Paese ricordava che in quattro mesi erano stati sequestrati 2.500 beni e confiscati 414, per un valore complessivo che superava il miliardo. Ma ha taciuto delle difficoltà di un sistema che continuamente si inceppa e che contribuisce non solo ad aumentare la forza delle criminalità organizzate ma anche a rafforzare lo stato di crisi economica in cui verte il nostro Paese. Quante volte l’Agenzia dei beni sequestrati e confiscati si è inceppata nell’ultimo passaggio della riassegnazione? Quante volte gli immobili restano vuoti o ancora occupati dai familiari dei boss in carcere? Quante volte i terreni restano abbandonati mentre potrebbero nascere cooperative di giovani, in aiuto anche alle famiglie più povere diminuendo così anche le percentuali di disoccupazione? Quante volte aziende che con il denaro dei boss erano ricche e floride mentre con la gestione statale, anche a causa della presenza di amministratori giudiziari nella migliore delle ipotesi impreparati, si avviano verso il fallimento? alfano-caricatura
La risposta a tutte queste domande è troppe volte. Per quale motivo? Noi spesso parliamo di Stato-mafia che si trova in lotta contro lo Stato-Stato e quando si assiste a questo immobilismo appare sempre più evidente che è il primo oggi ad occupare i vertici delle nostre “sacre” istituzioni. Vorremmo vedere quegli onesti, nostri rappresentanti in Parlamento, battere i pugni sul tavolo e gridare di fronte a queste “bestemmie” della giustizia. Sarebbe auspicabile che il Presidente del Senato Pietro Grasso dicesse la sua, che ammonisse severamente i funzionari di Stato inetti e mafiosi che non fanno nulla per destinare questi preziosi beni sottratti alla mafia, che si facesse sentire per utilizzare questi beni confiscati. Di quei denari conservati nelle casse dello Stato potrebbero far buon uso le forze dell’ordine che indagano e lavorano tra mille problematiche. Ed anche i familiari delle vittime di mafia, che da anni aspettano contributi da parte dello Stato (Fondo 512 per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso), sono costretti ad assistere a questa “barzelletta”.
Non sappiamo se le competenti proposte di Gratteri, servitore dello Stato-Stato e non dello Stato-mafia, verranno accettate dal nostro Governo. Noi temiamo che il pm reggino non riceverà altro che un sorriso ipocrita, così come spesso è capitato a don Luigi Ciotti che da anni chiede una riforma della normativa sui Beni Confiscati. E’ per questo che il nostro vuole essere un invito a tutti i cittadini di protestare, di far sentire la propria voce con una campagna forte e reale sui beni confiscati. Come spesso ricorda il Presidente di Libera ora servono norme più efficaci e nuovi strumenti. Molti di questi beni confiscati possono tradursi in dignità, libertà e lavoro per tante persone. C’era anche tutto questo in ballo nella trattativa tra Stato e mafia e non possiamo dimenticare che tra i punti del “papello” di Riina vi era la revisione della legge Rognoni-La Torre ed il divieto di applicare misure di prevenzione e sequestri ai familiari dei mafiosi. Così come, nell’elenco di richieste di Cosa nostra, vi era anche la riforma della legge sui pentiti. Un altro punto che, nel corso degli anni, ha avuto il suo riconoscimento grazie alla campagna lenta ed inesorabile contro i collaboratori di giustizia lasciati in una condizione di miseria, abbandonati a loro stessi. Uno stillicidio che ha centrato il suo obiettivo tanto che oggi, salvo qualche rarissima e miracolosa eccezione (vedi Vito Galatolo e pochissimi altri), non si pente più nessuno. Quindi adesso è l’ora della resa dei conti. Di fronte ad un Governo che in forma indegna tratta quotidianamente con la mafia come dimostra quel patto del Nazareno che ha visto il premier Renzi dialogare di riforme per il bene del nostro Paese con Silvio Berlusconi, a capo di un partito che è stato ideato e costruito da Marcello Dell’Utri (condannato definitivamente in Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa) non si può restare inermi. Che si dimetta il premier, che si dimetta la Faccia di bronzo dello pseudo ministro degli Interni, che lasci il proprio incarico il ministro della Giustizia. Che ugualmente agiscano tutti gli altri membri della squadra di Governo. Si dimettano e che si vada a nuove elezioni, sperando che il popolo “pecorone” degli italiani si svegli e reagisca contro i ladri dello Stato-mafia che siedono sugli scranni delle nostre istituzioni.

Il potere della ‘Ndrangheta da: antimafia duemila

lombardo-giuseppe-c-giorgio-barbagalloContinua la caccia del pm Lombardo ai colletti bianchi della mafia calabrese

di Giorgio Bongiovanni e Aaron Pettinari – 11 ottobre 2014
Latitanza Matacena: tra gli indagati l’ambasciatore italiano negli Emirati Arabi
Mentre a Palermo i pm che indagano sulla trattativa Stato-mafia vengono insultati e abbandonati dalle istituzioni a Reggio Calabria ci sono pm che imperterriti, stanno svolgendo importantissime inchieste non solo sui mafiosi ndranghetisti ma anche su quei colletti bianchi perfettamente inseriti nel contesto del sistema criminale.
Sembra essere ad una svolta l’indagine coordinata dal procuratore Federico Cafiero de Raho e condotta dai pubblici ministeri Giuseppe Lombardo (in foto) e Francesco Curcio, sulla latitanza dell’armatore Amedeo Matacena, ex parlamentare di Forza Italia, condannato in via definitiva dalla Cassazione (deve scontare tre anni di carcere, ndr) per i suoi rapporti con la cosca Rosmini.
 Con l’accusa di favoreggiamento personale aggravato dall’articolo sette (aggravante mafiosa, ndr) è finito al registro degli indagati l’ambasciatore italiano negli Emirati Arabi Uniti, Giorgio Starace.

Gli investigatori sarebbero arrivati a lui seguendo un’ informativa trasmessa alla Dda dal colonnello della guardia di finanza Paolo Costantini, fino al marzo scorso in servizio presso i servizi segreti per conto dei quali ha diretto proprio il centro operativo di Dubai.
Interrogato dai pm il 6 giugno scorso il colonnello Costantini ha accusato Starace di aver fatto pressioni nei confronti delle autorità di Abu Dhabi e, nello stesso tempo, aver aiutato Matacena non comunicando a Roma alcune informazioni utili all’autorità giudiziaria italiana.
L’8 marzo scorso furono arrestati l’ex ministro dell’Interno Claudio Scajola, la moglie di Matacena, Chiara Rizzo, le segretarie degli stessi Matacena e Scajola, i collaboratori dell’imprenditore reggino i quali si sarebbero adoperati nell’organizzare il trasferimento del latitante in un paese più sicuro, il Libano (lo stesso Paese in cui avrebbe voluto trascorrere la propria latitanza l’ex parlamentare di Forza Italia condannato per mafia, Marcello Dell’Utri, ndr).
Il fatto è che l’ambasciata italiana avrebbe omesso di informare i pm calabresi, al momento della trasmissione della rogatoria per ottenere l’estradizione di Matacena, che negli Emirati non sarebbe stata autorizzata l’estradizione per il reato di concorso o di associazione mafiosa ma che invece doveva essere richiesta per l’ipotesi di concorso nel riciclaggio internazionale (era ricercato anche per questo reato, ndr). Una mancata segnalazione che comportò un negativo esame della richiesta di estradizione, con il risultato che Matacena resta libero.
Secondo l’accusa “L’ambasciatore Starace ha esercitato pressioni insistenti per i modi e per i tempi, che servivano a garantire a Matacena le migliori condizioni possibili di permanenza nel Paese”.
Il nome dell’ambasciatore compariva anche in altre inchieste in Liguria sui rapporti della ’Ndrangheta con il sistema bancario ligure. In quelle indagini venivano segnalati i rapporti tra lo stesso Starace ed il faccendiere Andrea Nucera coinvolto nelle inchieste genovesi. Un ristorante che sarebbe base dello stesso Amedeo Matacena.
Proprio sulle difficoltà che hanno impedito l’estradizione di Matacena è stato audito recentemente il sostituto procuratore Lombardo alla commissione parlamentare Antimafia. Quest’ultimo, oltre a riferire a grandi linee l’indagine avrebbe registrato la “sensazione” dell’ufficio di Procura che a complicare i vari passaggi vi siano stati i problemi tra il ministero degli Affari esteri e l’ambasciata a Dubai.
Osservando le inchieste condotte a Reggio Calabria emerge più che mai l’importanza del contrasto che si sta conducendo. Da una parte quello nei confronti della ‘Ndrangheta, la criminalità in questo momento più forte al mondo sul piano economico, totalmente padrona del traffico internazionale di stupefacenti (in grado di foraggiare l’economia mafiosa per oltre cento miliardi di euro all’anno in nero su un totale di duecento miliardi provenienti anche dalle estorsioni e dagli appalti, ndr), e presente in ogni lato del Globo (dall’Italia all’Australia, passando per il Canada, il Sud America, la Russia e più Stati dell’Europa, ndr). Dall’altra le inchieste sui colletti bianchi, come quella sulle coperture per la latitanza di Matacena, che dimostra come questi, da semplici uomini corrotti, si elevino fino a diventare parte di un Sistema Criminale.

Foto © Giorgio Barbagallo

L’ordine di Riina: “Don Ciotti come don Puglisi, ammazziamolo” da: antimafia duemila

ciotti-papa-okdi Giorgio Bongiovanni ed Aaron Pettinari – 31 agosto 2014

“Questo prete è una stampa e una figura che somiglia a padre Puglisi, Ciotti, Ciotti, putissimu pure ammazzarlo. Salvatore Riina, uscendo, è sempre un pericolo per lui… figlio di puttana”. E’ sempre il Capo dei capi Totò Riina, ad emettere la sentenza di morte direttamente dal carcere Opera di Milano in uno dei suoi dialoghi con il boss pugliese Alberto Lorusso.
L’intercettazione è datata 14 settembre 2013, alla vigilia dell’anniversario della morte di don Pino Puglisi. Alla notizia che la chiesa vuole fare Beato il prete che a Brancaccio è sceso in prima linea contro la mafia. “Il quartiere lo voleva comandare iddu – dice Riina di don Puglisi, – Ma tu fatti il parrino, pensa alle messe, lasciali stare… il territorio… il campo… la Chiesa… lo vedete cosa voleva fare? Tutte cose voleva fare iddu nel territorio… tutto voleva fare iddu, cose che non ci credete”.

Un impegno che dava fastidio in quanto riusciva ad intervenire su tanti bambini che vivevano per strada e che consideravano i mafiosi come idoli e persone rispettabili. Ed oggi la mafia non è cambiata e guarda ancora alla strada per reclutare nuove figure. Ed oggi come in passato ci sono preti in prima linea che sono esempio per tanti ragazzi. E don Luigi Ciotti è sicuramente uno di questi. Un simbolo che prima ha fondato il Gruppo Abele come aiuto ai tossicodipendenti e altre varie dipendenze, poi ha dato vita all’Associazione Libera la cui attività contro i soprusi delle mafie in tutta Italia è di assoluto valore. Le parole del boss corleonese hanno subito messo in allarme gli investigatori della Dia di Palermo tanto che, oltre ad avvertire la procura di Palemro, è stata inviata una nota riservata al Viminale per sollecitare il rafforzamento della scorta attorno a don Luigi. In quei mesi di dialogo con Lorusso, figura ancora da decifrare capace di scrivere messaggi criptati in fenicio, Riina è stato come un “fiume in piena”.
Riina continua parlando del fondatore di Libera: “È malvagio, è cattivo ha fatto strada questo disgraziato”. E poi conclude: “Sono sempre agitato perché con questi sequestri di beni…”. Quei beni della mafia che proprio tante cooperative che aderiscono a Libera gestiscono in tutta Italia.
Quella sui beni confiscati è una battaglia che da sempre contraddistingue l’associazione e che non è certo conclusa.
Di queste minacce don Ciotti non è stato immediatamente informato anche se stretti collaboratori del sacerdote come Gabriella Stramaccioni hanno segnalato “da alcuni mesi” l’arrivo di “segnali inquietanti e in parte indecifrabili proprio a don Luigi e a Libera”. Forse si tratta di episodi riconducibili alle parole espresse dal boss corleonese?

Da parte di Giorgio Bongiovanni, Lorenzo Baldo e tutta la redazione di ANTIMAFIADuemila va tutta la solidarietà e vicinanza a don Luigi Ciotti. La sua battaglia è la nostra battaglia, chiediamo ai soggetti preposti di intervenire per garantire al massimo la sua sicurezza.

I mafiosi vigliacchi sleali e assassini da: antimafia duemila

bagarella-c-letizia-battagliaIl mito della mafia deve cadere

di Giorgio Bongiovanni – 19 agosto 2014
L’episodio accaduto a Canolo (Rc), dove un nostro collega e attivista antindrangheta, Giuseppe Trimarchi, è stato aggredito e intimidito, apparentemente ha un’importanza relativa e potrebbe trattarsi semplicemente di un’azione spavalda di un “malandrino” nei confronti di un giovane durante una festa paesana. In realtà il fatto potrebbe nascondere la classica arroganza e presa di posizione di appartenenti alla criminalità organizzata contro attivisti o giornalisti che vanno contro il loro interesse.
Colgo l’occasione per esprimere una volta per tutte un concetto basato su fatti conosciuti a tutti: la mafia è vigliacca, gli uomini mafiosi sono assassini e codardi, individui che hanno paura.
I mafiosi, com’è noto, hanno una gerarchia militare, per esempio Cosa Nostra si divide in soldati, capidecina, capi famiglia e capi mandamento facenti parte della cosiddetta Cupola, fino ad arrivare a Totò Riina, capo dei capi. Ebbene tutti loro, nessun grado escluso, sono un branco di vigliacchi e codardi. Anche lo stesso Leoluca Bagarella, considerato un mito tra i killer di Cosa Nostra perché autore di centinaia di omicidi, rientra in questa categoria. Quasi mai questi soggetti hanno affrontato le loro vittime ad armi pari dimostrando il coraggio di affrontarle faccia a faccia, come in un vero duello. Basti pensare che per uccidere un solo uomo, solitamente i mafiosi preparano un gruppo di fuoco composto da almeno cinque killer.

Con il termine duello intendo, come raccontano la cultura e la storia, un modo di confrontarsi di due nemici che alla fine non potendo più tollerarsi vicendevolmente arrivano alla sfida diretta. Un metodo violento di confronto, che porta alla morte dell’avversario, ma senza dubbio più nobile e corretto dei metodi usati dalla mafia per eliminare i propri nemici. Vince il più forte sia esso più rapido con la pistola o con la spada. Diversamente, invece, negli omicidi di mafia i killer uccidono a tradimento, alle spalle, senza nemmeno dare la possibilità alla vittima di difendersi. Come è successo ad esempio, nelle stragi del ’92 o nell’assassinio del Generale dalla Chiesa entrambe esecuzioni a tradimento. Fu necessario, al boss Nino Madonia, un agguato per uccidere a colpi di kalashnikov il Generale e sua moglie Emanuela Setti Carraro, morta con lui, mentre percorrevano via Isidoro Carini, seguiti dall’agente di scorta Domenico Russo. Colpire alle spalle con questa azione vigliacca era l’unico modo, perché non avrebbe mai avuto il coraggio di affrontare il Generale faccia a faccia. Così come Aldo Ercolano che colpì alla nuca, da dietro, con cinque colpi di pistola il giornalista Pippo Fava mentre stava andando a prendere sua nipote a teatro e poi fuggì, senza che Fava avesse il tempo di capire chi gli aveva sparato.
Tutte le mafie, da Cosa Nostra, all’Ndrangheta, dalla Camorra alla Sacra Corona Unita, fino alle più grandi organizzazioni criminali internazionali del Latino America, come Los Zetas (narcos messicani, ndr) hanno come denominatore comune ammazzare a tradimento, con vigliaccheria.
Quindi mi rivolgo ai giovani di tutta Italia e del mondo: State sempre lontani da questa gente. Non solo perché sono mafiosi e criminali ma anche perché sono gente senza onore, senza anima e soprattutto non è vero che sono coraggiosi. Hanno dalla loro parte l’alto senso della criminalità, questo è vero, il fatto che sono sanguinari, ma non sono leali, né sinceri, non sono altro che codardi e vigliacchi e per usare una frase storica di Leonardo Sciascia Sono nient’altro che dei quaquaraquà.

In foto: l’arresto di Leoluca Bagarella © Letizia Battaglia

Ipocrisia istituzionale da: antimafia duemila

esposito-ciani-processo-trattativaComportamenti nefasti dei giudici “parrucconi” di fronte alla Corte d’Assise di Palermo

di Giorgio Bongiovanni – 18 luglio 2014
Ieri di fronte alla Corte d’Assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto abbiamo assistito con sconcerto al comportamento ipocrita, deleterio e antipopolare di alcuni rappresentanti dei più elevati gradi istituzionali della magistratura italiana e della gerarchia del Quirinale. Abbiamo dovuto assistere alla testimonianza di giudici “parrucconi” che non ricordano, negano e poi ammettono, dicono di non essere a conoscenza di vicende cui viene chiesto conto, per poi fornire alla Corte lettere in cui è palesemente provato il contrario. In sostanza, atteggiamenti farisaici, di chi cioè “presenta caratteristiche di ipocrisia attribuite originariamente ai farisei”, di chi è “doppio, falso, ipocrita” nel tentativo di giustificare le loro azioni.
Abbiamo poi assistito all’interrogatorio dei pubblici ministeri capitanati dal procuratore capo Francesco Messineo, alle domande incalzanti del sostituto Nino Di Matteo e dell’aggiunto Vittorio Teresi, i quali chiedevano conto a codeste autorità dei comportamenti da loro assunti in favore dell’ex ministro Nicola Mancino, imputato al processo trattativa Stato-mafia. Comportamenti penalmente non rilevanti ma certamente errati di fronte all’etica e alla responsabilità per aver cercato di assecondare le sue insistenti richieste presso la Presidenza della Repubblica, il Procuratore generale della Cassazione e il Procuratore nazionale antimafia.

Abbiamo ascoltato il procuratore generale Ciani che ha definito la lettera di aiuto di Mancino “irricevibile ed irrituale”, il quale alla domanda del pubblico ministero sulle ragioni per cui non aveva riferito la vicenda in questi termini alla Presidenza della Repubblica sbotta: “Ci sono anche dei motivi di cortesia istituzionali da rispettare. Se avessimo fatto ciò, seppur riferendoci alla lettera di Mancino ma comunque da noi ricevuta attraverso il Quirinale, avrei commesso uno sgarbo istituzionale. Sarebbe stata una critica all’operato della Presidenza della Repubblica”. Risposte da regime dittatoriale.
Abbiamo infine toccato con mano l’atteggiamento di questi giudici “parrucconi” quando hanno di fronte altri magistrati che cercano insistentemente la verità, che nel farlo si avvicinano agli indicibili accordi stretti tra mafia, istituzioni ed alti vertici di potere e svelano immancabilmente scelte e comportamenti che molti interessi vorrebbero invece occultare. Loro, i “parrucconi”, di fronte a questi magistrati mai si sono serviti del loro potere per sostenerli, al contrario li ostacolano, dimenticano, sono nella migliore delle ipotesi indifferenti mentre si muovono nel segreto per andare incontro a richieste di aiuto “irricevibili ed irrituali”. Non c’è trasparenza di fronte ai cittadini che ieri assistevano al loro interrogatorio. Non sono questi i giudici che la società civile può riconoscere come veri rappresentanti dei principi della Costituzione. Lo saranno solo nel momento in cui vorranno dire tutta la verità.

Lettera aperta: la solidarietà “all’amico degli amici” da: antimafia duemila

dellutri-pag-pub-corrieredi Giorgio Bongiovanni – 26 giugno 2014

Oggi sulle colonne del Corriere della Sera è stata pubblicata un’intera pagina dedicata all’ex senatore Marcello Dell’Utri (costata oltre 50mila euro) voluta dalla moglie Miranda Ratti nel quale amici, colleghi, politici e familiari esprimono la propria solidarietà. Tra i firmatari chi con il fondatore di Forza Italia ha lavorato a Publitalia (Niccolò Querci, consigliere Mediaset e vicepresidente di Publitalia ‘80) alla Fondazione biblioteca o al settimanale Il Domenicale (l’ex direttore Angelo Crespi), il cugino Massimo Dell’Utri, attuale professore dell’Università di Sassari, il deputato Massimo Palmizio, l’intellettuale Camillo Langone, Candia Camaggi (ex responsabile Fininvest Lugano), Alessandro Salem, dg dei contenuti Mediaset, la squadra dilettantistica Bacigalupo di Palermo (fondata nel 1957). A coloro che hanno preso parte all’iniziativa, e alle loro famiglie, vorrei ricordare che lo scorso maggio la Cassazione ha confermato definitivamente la condanna a sette anni di reclusione per Marcello Dell’Utri, ex braccio destro di Silvio Berlusconi, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, in quanto per decenni si configurò come quel sicuro anello di congiunzione che garantiva proficui contatti tra Cosa nostra e ambienti politici. L’amico a cui date solidarietà ha infatti favorito soggetti criminali, assassini, narcotrafficanti, torturatori, infanticidi, stragisti, terroristi.

Con la vostra solidarietà non avete commesso un reato punibile dalla giustizia umana, ma uno che va molto al di là di questo. Della qualità delle amicizie di Marcello Dell’Utri, le cui azioni possono essere considerate quantomeno antietiche e certamente criminali, cosa pensano i firmatari che oggi lo sostengono? E soprattutto, cosa può pensare l’opinione pubblica e i cittadini tutti che leggono decine e decine di nomi attorno alla scritta “Al tuo fianco, Marcello” dedicata a un detenuto che per anni ha frequentato i boss di Cosa nostra?