La mafia più potente del mondo da: antimafia duemila

matacena-dellutriDroga e miliardi di euro nella terra di nessuno

di Giorgio Bongiovanni – 28 luglio 2014
Nuovo sequestro al porto di Gioia Tauro di 85 kg di cocaina purissima, intercettata dalla Guardia di Finanza di Reggio Calabria, per l’equivalente guadagno di 17 milioni di euro. Dall’inizio dell’anno, in Calabria sono 945 i kg di droga sui quali lo Stato è riuscito a mettere le mani. Ma questi dati rappresentano solo la punta di un iceberg.
Giuseppe Lombardo, pubblico ministero di Reggio Calabria, insieme al procuratore Cafiero de Raho e all’aggiunto Nicola Gratteri ci hanno descritto la devastante potenza della ‘Ndrangheta, che monopolizza il traffico di cocaina. Le famiglie calabresi sono prime in Occidente, e in Oriente seconde solo alla mafia turca, russa, thailandese, alla Yakuza giapponese e alle Triadi cinesi. Dall’Europa fino all’ultimo avamposto in Sud America è la ‘Ndrangheta a dettare legge: fa conto sul sostegno di locali e uomini fidatissimi affiliati all’organizzazione in tutto il mondo, fino all’Australia. Trafficano in droga con colombiani, messicani, equadoregni, boliviani, la loro parola è sinonimo di garanzia.

Un giro d’affari di 100 miliardi di euro l’anno (a fronte dei totali 150 fatturati dalle mafie italiane) con il quale la ‘Ndrangheta si conferma come la prima tra le organizzazioni criminali dello stivale. Definita dal pm Lombardo – intervistato da Antimafia Duemila per il nuovo numero cartaceo – il “fratello timido” di Cosa nostra, notoriamente più spavalda, la ‘Ndrangheta con astuzia è sempre rimasta all’ombra della Cupola siciliana, la quale negli anni ’80 e ’90 poteva contare sulle alleanze giuste e offrire il suo sostegno alle locali calabresi. Oggi però questo rapporto di forza e protezione si è rovesciato. Dopo le stragi del ’92 e ’93 la forza militare di Cosa nostra è stata indebolita dall’attacco frontale dello Stato, nonostante da oltre vent’anni Matteo Messina Denaro trascorra indisturbato la latitanza nella sua Castelvetrano, è un dato di fatto che la mafia siciliana non sia più quella di una volta. Ne ha preso il posto la ‘Ndrangheta, che ha sviluppato una potenza economica tale da raggiungere (e forse superare) quella che contraddistingueva Cosa nostra negli anni ’80 e ’90, quando deteneva il monopolio del traffico dell’eroina e della cocaina e i boss calabresi investivano una minima percentuale di denaro. Vent’anni dopo i ruoli si invertono. E il porto di Gioia Tauro, controllato palmo a palmo dalle famiglie calabresi, ricorda quello di New York negli anni ’30 e ’40, quando Lucky Luciano ne sorvegliava ogni centimetro quadrato e Cosa nostra americana neutralizzò, di concerto con i servizi segreti, i sommergibili tedeschi u-boot.

lombardo-giuseppe-c-federico-bittiOggi sono le famiglie calabresi, oltre a quelle di Cosa nostra, a poter ipoteticamente raccogliere l’appello che Totò Riina ha lanciato dal carcere parlando di organizzare un attentato mortale contro il pm Nino Di Matteo. Perché il processo sulla trattativa Mafia-Stato, di cui Di Matteo è il titolare insieme ai magistrati Tartaglia, Del Bene e Teresi, potrebbe scoperchiare il coinvolgimento di uomini delle istituzioni, nuocendo alle attività che la ‘Ndrangheta sta portando avanti con alleanze vecchie e nuove ereditate dai boss di Cosa nostra.

L’impressione evidenziata dal procuratore de Raho, ed avallata da diversi indizi probatori, è che le ingenti quantità di droga sequestrate siano solo il contentino che la ‘Ndrangheta regala allo Stato, a fronte delle tonnellate che riesce impunemente ad immettere sul mercato ed a smistare, partendo dal Sud e Centro America, in tutta Europa e negli Stati Uniti. La droga che da Gioia Tauro raggiunge il continente europeo produce centinaia di miliardi di euro, sistematicamente riciclati nei paesi off-shore del mondo e investiti ben più a nord della Calabria, terra bruciata dal sole che resta nell’assoluta povertà e miseria. La ‘Ndrangheta si è fatta banca, ne è convinto il pm Lombardo, ed è parte di un livello di molto superiore a quello rappresentato dalle sole famiglie Tegano, Condello, De Stefano, che a Reggio Calabria fanno il bello e il cattivo tempo, in molti casi anche dal carcere. I contatti di cui possono vantare devono rimanere occulti. Per questo, nel momento in cui la magistratura sembra essere più vicina a smascherarli, nuove minacce colpiscono i giudici che nelle aule giudiziarie combattono in prima linea. Non sono più i mandanti esterni il nemico da combattere – in realtà non ci sono mai stati – ma quel livello superiore interno al sistema criminale nel quale anche la ‘Ndrangheta, insieme a Cosa nostra e alle altre mafie, siede al tavolo.

Foto a destra: il pm Giuseppe Lombardo (© Federico Bitti)

‘Ndrangheta, la Cassazione conferma: “Micciché contattava Dell’Utri per conto dei Piromalli” da: antimafia duemila

dellutri-marcello-web6di AMDuemila – 23 aprile 2014

Aldo Micciché, estradato dal Venezuela in Italia lo scorso settembre, dopo l’arresto nel luglio 2012, ha avuto un “ruolo di contatto tra la ‘ndrina dominante di Gioia Tauro (quella dei Piromalli ndr) e gli ambienti politico istituzionali”. E’ per questo motivo che la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso dello stesso ex esponente della Dc, contro la decisione del tribunale del Riesame di Reggio Calabria che ha confermato lo scorso novembre alcune misure coercitive nei suoi confronti. Nelle motivazioni della sentenza i supremi giudici hanno riconosciuto in toto l’ipotesi fatta dalla Dda di Reggio Calabria. Micciché è accusato di “essersi interessato al fine di alleggerire il 41 bis”, ossia il regime del carcere duro “nei confronti del boss Giuseppe Piromalli di Gioia Tauro”. Anche se da tempo all’estero, secondo i giudici è da considerarsi “a più riprese partecipe a pieno titolo del sodalizio mafioso” e per spiegare ciò viene fatto riferimento a diverse intercettazioni, a partire dal settembre 2007, appartenenti all’inchiesta “Cent’anni di storia”.

“Il tribunale – spiegano i giudici della Cassazione – ha rievocato gli esiti delle intercettazioni telefoniche nonchè il tenore di significativi colloqui intercorsi tra il ricorrente, uomo politico in un non recente passato e successivamente trasferitosi in Venezuela, e Gioacchino Arcidiaco, amico di Antonio Piromalli a sua volta figlio di Giuseppe Piromalli, capo riconosciuto della omonima ‘ndrina di Gioia Tauro”.
Tra le  intercettazioni prese in esame si fa riferimento anche ai contatti tra il “faccendiere” e l’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri (ora detenuto in ospedale a Beirut, ndr). “Micciché – scrivono i giudici – consiglia Arcidiaco di far valere con forza le nostre ragioni, cioè della ‘ndrina, al cospetto di un importante uomo politico, Marcello Dell’Utri. Riferisce direttamente allo stesso Antonio Piromalli dei contatti intrattenuti o previsti con vari uomini politici (on. Mastella, sen. Tassone, sen. Colombo) nonchè di contatti con non meglio indicati ambienti della massoneria”. Secondo i Supremi giudici proprio alla luce delle risultanze investigative, “la valutazione in ordine al ruolo” di Micciché “quale uomo di contatto” tra il clan Piromalli e “ambienti politico-istituzionali” è “conforme alle risultanze investigative“. Ed è per questo motivo che il ricorso dell’ex latitane è stato dichiarato “inammissibile”.

Gioia Tauro, il dossier degli scienziati greci: «Distruzione letale per l’ecosistema» Fonte: Il Manifesto | Autore: Silvio Messinetti

Una rela­zione shock, che sbu­giarda i nostri gover­nanti. Un’informativa che getta un’ombra ancor più fosca sull’arsenale siriano che farà rotta verso il porto di Gioia Tauro tra qual­che giorno. È Pino Romeo, urba­ni­sta, coor­di­na­tore del tavolo tec­nico di tutela ambien­tale della Piana, tra i fon­da­tori del comi­tato con­tro il rigas­si­fi­ca­tore di San Fer­di­nando, a con­se­gnarla al mani­fe­sto dopo averla espo­sta suc­cin­ta­mente nell’infuocata assem­blea di lunedì sera, alla pre­senza dei sin­daci in par­tenza per Roma. Dove ieri “l’operazione Gioia Tauro” ha avuto il via libera del governo. Un atto d’imperio, un sopruso. Con­tro la popo­la­zione. In spre­gio alla legge ita­liana e alla Con­ven­zione di Aarhus, rati­fi­cata dall’Italia con la legge 108 del 2001, che mette al cen­tro di ogni pro­cesso deci­sio­nale la par­te­ci­pa­zione. E lo sce­na­rio è alquanto tetro, secondo quanto emerge dalle carte in nostro pos­sesso. «Siamo entrati in con­tatto con gli alti espo­nenti della comu­nità scien­ti­fica di Demo­cri­tos (gli omo­lo­ghi del Cnr, ndr) di Atene e del Poli­tec­nico di Creta, che par­lano di com­pleta distru­zione dell’ecosistema che gra­vita intorno al Medi­ter­ra­neo cau­sato dalla distru­zione delle ogive» spiega Romeo. La neu­tra­liz­za­zione delle armi siriane, insomma, avrà effetti letali, a due passi da noi. Per­chè, una volta scelto Gioia Tauro, come porto su cui effet­tuare il tra­sbordo, la que­stione ancora irri­solta, su cui Bonino, Lupi, Mauro, Orlando e Letta prima o poi dovranno dar conto, riguarda il luogo dove verrà distrutto l’arsenale mediante idro­lisi. E gli studi degli scien­ziati greci ras­si­cu­rano ben poco. «L’armamento sarà distrutto nella zona di mare ad ovest di Creta, con la con­ni­venza delle auto­rità gre­che, ita­liane e mal­tesi» ha detto a chiare let­tere il col­la­bo­ra­tore scien­ti­fico di Demo­cri­tos, ed ex pre­si­dente dell’Unione dei chi­mici greci, Nikos Katsa­ros. «Se tale neu­tra­liz­za­zione sarà effet­tuata tra­mite il pro­cesso di idro­lisi, non c’è da stare tran­quilli. Si tratta di un metodo estre­ma­mente peri­co­loso, con con­se­guenze impre­ve­di­bili per l’ambiente medi­ter­ra­neo e i popoli vicini». Gli effetti saranno la necrosi com­pleta dell’ambiente inte­res­sato e l’inquinamento marino tra il mar Libico ed il mar di Creta. Il pesce sarà avve­le­nato dalla con­ta­mi­na­zione, al pari della popo­la­zione che lo con­su­merà. Di seri rischi parla il pro­fes­sor Evan­ge­los Gida­ra­kos, del Poli­tec­nico di Creta, che ha lan­ciato l’allarme alle auto­rità gre­che, che per ora pre­fe­ri­scono tacere. «Que­ste sostanze chi­mi­che sono miscele di agenti peri­co­losi e tos­sici» sot­to­li­nea.
Secondo gli annunci uffi­ciali, le armi chi­mi­che, dopo essere tra­spor­tate dalla Siria, saranno cari­cate nel porto di Gioia nel reci­piente di tita­nio della nave ame­ri­cana Cape Ray. «E poi saranno distrutte col pro­cesso di idro­lisi in acque inter­na­zio­nali tra l’Italia e la Gre­cia, nel tratto di mare tra Malta, Libia e Creta». Sulla con­si­stenza dell’arsenale, i greci danno poi ben altri numeri rispetto a quelli for­niti da Lupi. Gida­ra­kos ha rife­rito che, da fonti atten­di­bili, esi­ste­reb­bero 1.250 ton­nel­late di arma­menti prin­ci­pali ad effetto mor­tale, come i gas sarin e i gas mostarda, ed altre 1.230 ton­nel­late di sostanze pre­cur­sori, uti­liz­zate per la fab­bri­ca­zione delle armi vere e pro­prie, prin­ci­pal­mente com­po­sti chi­mici di cloro e fluoro, di per sé alta­mente tos­si­che. E poi esi­ste una gamma di altre sostanze acqui­state da Dama­sco dopo l’embargo, di pro­ve­nienza e natura ignota. A met­tere inquie­tu­dine è, non­di­meno, l’ultimo punto dello stu­dio del Poli­tec­nico cre­tese. Sostiene Gida­ra­kos che l’idrolisi pro­durrà una terza com­po­nente tos­sica che sarà for­mata diret­ta­mente nelle acque marine. Per­ché l’idrolisi non è più un pro­cesso rela­ti­va­mente sicuro (durante la distru­zione delle armi chi­mi­che al largo del Giap­pone nel secondo dopo­guerra, ad esem­pio) in quanto oggi pro­duce anche scarti in forma liquida, cosa che non suc­ce­deva in pas­sato. Gli atti­vi­sti della Piana, peral­tro, scon­fes­sano Lupi anche in merito al tran­shi­p­ment delle armi nel porto di Gioia. «A Roma si vuol annac­quare il vino con l’acqua usando tec­ni­ci­smi per creare volu­ta­mente con­fu­sione. I por­tuali del Sul, al pari di altri lavo­ra­tori, ci hanno con­fer­mato che è vero che mate­riale tos­sico di que­sta cate­go­ria ne è pas­sato negli anni lungo le ban­chine gio­iesi, ma sostanze letali mai. Sarebbe la prima volta» con­clude Romeo. Il porto cala­brese si tro­ve­rebbe, dun­que, in una situa­zione di ecce­zio­nale e pro­lun­gata peri­co­lo­sità visto che l’imminente carico di gas siriani equi­vale all’intero movi­mento di un anno. In una zona, che secondo la Pro­te­zione civile, è «in piena allerta sismica». Nei due giorni fati­dici Gioia dovrà così smal­tire un carico di sostanze peri­co­lose che di solito assorbe (da nave a nave) in un anno intero. Pos­si­bile? Man­te­nendo suf­fi­cienti e «ordi­nari» stan­dard di sicu­rezza? Agli atti­vi­sti e ai por­tuali il dub­bio rimane

Gioia Tauro, si parla di militarizzazione ed evacuazioni di massa. La Calabria in rivolta: no al transito delle armi chimiche da: linksicilia

Gioia Tauro, si parla di militarizzazione ed evacuazioni di massa. La Calabria in rivolta: no al transito delle armi chimiche

 

 20 gen 2014   Scritto da Gabriele Bonafede

 

 

di Gabriele Bonafede

Si invierebbero circa 600 soldati e l’area del porto di Gioia Tauro sarebbe delimitata con una zona off-limits per un raggio di un km. È quanto emerge,  non ancora confermato da fonti competenti, dalla riunione dei Sindaci calabresi a San Ferdinando per discutere dell’emergenza-armi chimiche siriane.Area Gioia Tauro

Ciò comporterebbe, se vero, che l’intero centro di San Ferdinando (4.000 abitanti) sia evacuato e ciò senza alcuna informazione preventiva alla popolazione finora. Si profilerebbe anche, vista la cartina geografica, un’evacuazione di gran parte di Gioia Tauro (20.000 abitanti) e forse anche di una parte di Rosarno, così come di altri Comuni e frazioni entro un raggio di un chilometro dall’area portuale che è particolarmente grande e molto vicina alle aree abitate.

Un nuovo elemento, dunque, che fuga ogni dubbio a chi ne avesse sulla straordinarietà dell’operazione. Si tratta di una vera e propria imposizione, secondo cittadini e amministratori calabresi, da parte del governo: indicare Gioia Tauro, senza consultazione, quale porto per il trasferimento dei materiali tossici da una nave all’altra è di per se inammissibile in democrazia e anche nel campo del buon senso. L’assemblea ha riunito, oltre ai Sindaci della Piana di Gioia Tauro, rappresentanti di Provincia, associazioni, cittadini comuni, Confindustria, e qualche parlamentare calabrese.  Ed ha mostrato quella compattezza, relativa calma e lucida determinazione degne dei momenti gravi.

Porto Gioia Tauro con San Ferdinando sul fondo, vicino alle banchine.

Porto Gioia Tauro con San Ferdinando sul fondo, vicino alle banchine.

In particolare, anche la Confindustria calabrese si schiera con il no secco, spiegando ciò che è ovvio: un’operazione del genere, aldilà della sicurezza tutta da dimostrare e per la quale esiste il problema dell’errore umano comunque, nuoce all’ambiente imprenditoriale segnalando problemi ambientali gravi ai turisti che pensano di venire nell’area.

Il Dott. Romeo, coordinatore del tavolo tecnico di tutela ambientale, ribadisce che, aldilà della violazione delle convenzioni internazionali che stabiliscono l’intransitabilità di armi chimiche in qualsiasi territorio, esiste un problema nel metodo dello smaltimento delle armi chimiche: l’elettrolisi anche in mare porterebbe a disastri ambientali di grandi proporzioni, soprattutto nel Mediterraneo.

Dalla riunione emerge, secondo alcuni intervenuti, che l’operazione armi chimiche in Calabria è una vera e propria violazione delle più elementari regole di rispetto della democrazia e di informazione sui pericoli che si possono correre. Una gaffe del governo nazionale che esplode in Calabria, in un territorio completamente dimenticato dallo Stato e ricordato solo per il dumping, violando anche regole internazionali.

La Calabria fa, almeno a parole, fronte compatto: è una vera e propria rivolta istituzionale e di popolo.Cape Ray

Altri nuovi elementi emergono dalla riunione di oggi.

Il primo è che la stragrande maggioranza degli intervenuti dichiara di essere contro il transito delle armi chimiche a Gioia Tauro a prescindere da qualsiasi considerazione d’ordine economico, politico o tecnico.

Il secondo è che il fronte del no alle armi chimiche è più compatto e trans-partitico di quanto si pensasse alla viglia: include tutti i colori politici e anche la Confindustria regionale.

Il terzo è che la spinta al no da parte di comuni cittadini e associazioni  è più sostanziosa di quanto si pensasse e sostenuta da Comuni e realtà che vanno ben oltre la piana di Gioia Tauro, e che includono i Comuni dello stretto di Messina, la Locride, la Provincia di Reggio e altre zone della Calabria.

Il documento dell’assemblea conclude con un mandato ai Sindaci che parteciperanno alla riunione di Roma domani, così come al presidente della Regione Calabria, a dire un fermo no al passaggio delle armi chimiche nell’area, anche se con solo trasbordo in mare.

Per il video integrale della riunione:  http://new.livestream.com/francocufari/sanferdinando. L’accenno alla linea rossa entro un raggio di un chilometro e l’uso dei militari è a partire dal minuto 01.37.00 del video.

 

This article in English language:

Destruction of Syrian chemical weapons might displace thousands in Italy for security reasons. Panic and local revolt loom