“La tortura non è solo quella di Genova 2001. La teoria delle poche mele marce n| Autore: fabio sebastianion passa”. Intervista a Giovanni Russo Sp ena da: controlacrisi.org a

Domani a Roma l’associazione Sgattabuia ha organizzato il convegno “ Lotte Sociali-Legalità-Libertà personale” riflessioni su un precario equilibrio (sala chiesa Valdese dalle ore 16.30). Ai lavori parteciperà Giovanni Russo Spena, che Controlacrisi ha intervistato.

La sentenza della corte di Strasburgo sancisce che quella di Genova fu una vera e propria mattanza. E mette in evidenza non solo come il percorso di giustizia italiano sia stato lungo e tortuoso, ma anche lacunoso.
Questa è una battaglia che facciamo dal 2001 come movimenti, garantisti, partito della rifondazione comunista, e comitati per la verità e la giustizia su Genova. E anche come gruppi parlamentari, che io ho avuto la possibilità e il piacere di dirigere. Certo, finalmente, questa condanna, per un atto commesso nel 2001, è un po’ la metafora della nostra tesi sul rapporto tra potere militare e politica e sul rapporto tra politica e impunità, e di come l’impunità del potere militare si regga sua volta sulla politica. E, infine, di come la politica utilizzi questa impunità per governare i movimenti, soprattutto nelle fasi recessive come l’attuale.

La sentenza dei giudici di Strasburgo è molto chiara. A te ha convinto?
La sentenza è molto chiara e dice una cosa specifica importante anche sul piano giurisdizionale. Come avevano capito anche quei magistrati che avevano individuato l’esistenza di tortura sia alla Diaz che a Bolzaneto, su cui la sentenza di Strasburgo è attesa da qui tre mesi, in assenza dell’introduzione del reato di tortura, e a trent’anni dalla firma da parte dell’Italia della convenzione internazionale sulla tortura, non è permesso di fatto che quelli che si macchiano di tortura possono essere realmente puniti. Ci sono stati giudizi nei confronti di poliziotti ma nessuno ha fatto nemmeno un giorno di carcere, oppure se la sono cavata con una leggerissima sanzione. Molti addirittura sono stati promossi, fino al caso abnorme di De Gennaro di cui si parla finalmente in queste ore.

Entrando specificatamente nell’ambito giuridico, l’assenza del reato di tortura che conseguenze ha?
Senza il reato di tortura la magistratura ha dovuto adottare le cosiddette aggravanti del reato di violenza. E tra l’altro queste aggravanti, senza il reato di tortura, vigente peraltro in moltissimi paesi nel mondo, poi vanno in prescrizione, come è accaduto nei procedimenti su Genova 2001. Ora il presidente del Consiglio dice che il Parlamento risponderà con la legge sulla tortura.

Qual è il tuo giudizio sulla legge che sta per essere approvata?
Beh, innanzitutto noi che siamo stati tra i presentatori di un testo, sentiamo parlare ormai dal 2005 di questo tema.Ci sono dei fatti addirittura grotteschi. Quando abbiamo presentato il testo per la prima volta ci è stato risposto, dall’allora Governo, che la tortura non rientrava nella mentalità e nella cultura delle forze dell’ordine e quindi, nonostante ci fosse la firma dell’Italia in calce alla convenzione internazionale contro la tortura, non andava introdotta nel codice penale, che sarebbe stata un’offesa per la nostra polizia. Così come oggi c’è una resistenza ossessiva contro l’introduzione della targhetta con il nome, e della individuazione numerica, per gli agenti in servizio nelle iniziative di piazza. Questa legge è mediocre. Lo stesso primo firmatario, Luigi Manconi ha detto che una legge è meglio farla, ma è insufficiente. La tortura non è un reato specifico di pubblici funzionari, come abbiamo sempre chiesto e come prevede la convenzione internazionale, ma diventa un’aggravante di un reato comune che ogni cittadino può commettere. Seguendo il filo del ragionamento sull’habeas corpus che ogni pubblico funzionario dovrebbe osservare,come dimostrano i casi Cucchie e Aldrovandi, non c’è più la reponsabilità del pubblico ufficiale, che viene equiparato al normale cittadino che commette tortura. Per lui solo un’aggraveante di tre anni.

C’è poi il punto sulla cosiddetta “afflizione psichica”…
Il secondo punto riguarda l’afflizione psichica, appunto. Se si esclude che vi è tortura quando vi è afflizione psichica oltre che fisica, vuol dire che la maggior parte dei casi verrebbero esclusi. Certo, meglio averla questa legge, ma è veramente molto deludente. Del resto, non siamo riusciti a far pssare, anche per i voti del centrosinistra, la commissione per la verità su Genova, e quindi ci ha dovuto pensare la Corte di Strasburgo e l’azione di un nostro compagno che è stato colpito duramente nella notte cilena della Diaz. Questo dice tutto sul profilo di questa maggiornza sul tema. Il rapporto tra potere miltare e potere politico, di cui parleremo domani nel corso di una conferenza, a Roma, sulla repressione, ripeto, viene metaforizzata in questa sentenza di Strasburgo.La figura di De Gennaro, e con lui i governi che l’hanno promosso, esce un po’ malconcia da questa vicenda.
De Gennaro è stato a Genova l’uomo della Nato. E’ staato l’uomo che ha tenuto il rapporto tra il potere militare statunitense e quello italiano. Dopo essere stato dirigente della polizia è passato ai servizi segreti e poi a Finmecanica che, non dimentichiamo, è un’imporante industria pubblica che ha specializzato la propria produzione nel settore delle armi. E’ tutto molto molto grave e non si capisce il silenzio del presidente del Consgilio.

E dire che Renzi aveva detto che apriva gli archivi del nostro periodo “cileno”, quello della strategia della tensione…
Un’operazione puramente di facciata. Anche perché non è uscito nulla di nuovo. Erano atti conosciuti dalla magistratura.

Pochi giorni fa Ilaria Cucchi ha avuto modo di sottolineare che alla ripertura del procedimento che riguarda il fratello ci potrebbero essere importanti novità.
Questo elemento è importantissimo perché riconosce il deficit nella legislazione italiana e il deficit di impunità di carabinieri, polizia e polizia penitenziaria. La tortura non è solamente quella di Genova, della Diaz e di Bolzaneto. Non è un fatto di poche mele marce, come si affannano a dire alcuni dirigenti della destra e del Pd. Non dimentichiamo che abbiamo avuto anche la caserma Ranieri di Napoli un mese prima di Genova. Oppure il caso delle squadrette di picchiatori nelle carceri di Sassari che hanno massacrato i detenuti in trasferimento. E’ un dato strutturale. La tortura e la violenza in carcere e nelle manifestazioni è diventato un dato strutturale nel comportamento di polizia penitenziaria, polizia e carabinieri. Sul caso Cucchi, ucciso nel passaggio tra carabinieri, carcere e polizia, non c’è dubbio che il fatto che sia crollata l’impunità legislativa e giudiziaria che vi è stata finora può far riaprire, se la procura lo farà, e dovrà farlo credo, con attenzione e acume, il caso sulle responsabilità, finora vergognosamente coperte. Non dimentichiamo che si è tentato di scaricare tutto sui medici, che pur probabilmente sono stati conniventi. Io sono stato in quell’ospedale, al Pertini di Roma, poche ore dopo la morte di Stefano. Quello non è un ospedale ma una sezione carceraria ospedaliera quindi vi è la connivenza con la poilzia penitenziaria. Mi assumo la responsabilità di quello che dico, ovviamamente. Comunque non c’è dubbio che non si può tutto addebitare alle mancate cure dei medici. Qui c’è qualcuno che ha ucciso, come nei caso di Cucchi, appunto, e di Aldrovandi e Bianzino. E quindi ci sono delle leggi da cambiare. Non dimentichiamo che ancora il Governo non fa nulla sulla incostituzionalità di parte della Fini Giovanardi e non fa nulla sulla Bossi Fini. Questa legislatura è molto molto deludente, anche sul piano dei diritti che, nonostante lo sbandierato garantismo, vede Governo e Parlamento assolutamente fermi.

Un urlo da Genova: «Basta grandi opere, risanare il territorio» Fonte: Il Manifesto | Autore: Katia Bonchi

Subito dopo l’alluvione hanno creato su face­book il gruppo «La meglio gio­ventù», per coor­di­nare gli stu­denti che si sono ritro­vati per le strade di Genova a spa­lare il fango, ieri sono scesi in piazza per dire basta alle poli­ti­che di quello che defi­ni­scono il «par­tito tra­sver­sale del cemento».

Erano un migliaio a Genova e hanno per­corso le strade della città mag­gior­mente col­pite dall’alluvione della sera del 9 otto­bre. Gio­vani dei cen­tri sociali, stu­denti, No Tav e tanti volon­tari si sono ritro­vati nel pome­rig­gio davanti al cimi­tero di Sta­glieno, uno dei quar­tieri più col­piti dalla furia dell’acqua. «Siamo quelli che si sono stan­cati di spa­lare e vogliono lot­tare» dicono i ragazzi al mega­fono. Sono i gio­vani che non vogliono sen­tirsi chia­mare «angeli per­ché gli angeli non si incaz­zano e noi invece siamo molto arrab­biati». «Come nel 2011 assieme a migliaia di cit­ta­dini abbiamo sop­pe­rito all’incuria delle isti­tu­zioni — spiega Gia­como Zolezzi dell’Unione degli stu­denti — e aiu­tato chi aveva biso­gno, ma la neces­sa­ria soli­da­rietà non ci deve far dimen­ti­care le respon­sa­bi­lità poli­ti­che di una situa­zione intol­le­ra­bile per­ché in que­sti anni non si è pro­ce­duto a met­tere in sicu­rezza il ter­ri­to­rio. E in que­sti giorni, con il decreto Sblocca Ita­lia è arri­vata l’ultima presa in giro, con l’assegnazione di soli 110 milioni per il dis­se­sto idro­geo­lo­gico e 4 miliardi per le grandi opere. E’ inac­cet­ta­bile e chie­diamo che i fondi desti­nati alle grandi opere siano spo­stati per far fronte al dis­se­sto del territorio».

«Abbiamo spa­lato per quat­tro giorni – rac­conta Sara, 20 anni – senza che nem­meno ci venisse por­tata dell’acqua o delle pale. Abbiamo tolto il fango e i detriti a mani nude senza nes­sun soste­gno da parte delle isti­tu­zioni, ma solo con la soli­da­rietà e il sup­porto che ci siamo dati tra noi». Ales­san­dro ha 21 anni, è arri­vato da Torino lunedì mat­tina, ha ancora i vestiti coperti di fango e una pala in mano. «Ancora oggi sono andato a dare una mano nella zona di Sta­glieno – rac­conta – ma poi ho saputo del cor­teo e ho voluto unirmi per­ché non ne posso più di que­sta man­canza di coor­di­na­mento da parte di chi avrebbe que­sto ruolo. Abbiamo dovuto fare tutto da soli e quasi quasi sem­bra­vamo dare fastidio».

Grandi opere, cemen­ti­fi­ca­zione sel­vag­gia, pri­va­tiz­za­zioni, tagli ai ser­vizi. Tanti i temi affron­tati negli inter­venti che si sono sus­se­guiti durante il cor­teo. «Il sin­daco Doria non ha nep­pure pen­sato di for­nire i bus gra­tis ai cit­ta­dini durante il periodo di emer­genza» ha ricor­dato qual­cuno». Quando il cor­teo è arri­vato in via Cane­vari, nel punto dove è stato ritro­vato il corpo di Anto­nio Cam­pa­nella, l’ex infer­miere di 57 anni, unica vit­tima dell’alluvione, si è levato l’urlo «Assas­sini, assas­sini», ma la scelta chiara degli orga­niz­za­tori era ed è stata quella di un cor­teo paci­fico, senza ten­sioni né inci­denti, anche per rispetto a una città ancora pro­fon­da­mente ferita.

In cor­teo anche una dele­ga­zione dell’associazione 29 giu­gno, che riu­ni­sce i fami­liari delle vit­time della strage di Via­reg­gio («Siamo qui per por­tare la nostra soli­da­rietà alla popo­la­zione di Genova – spiega Ric­cardo Anto­nini – e per denun­ciare la gra­vità della situa­zione»), un gruppo di No Tav val­su­sini gui­dati da Nico­letta Dosio e i comi­tati geno­vesi e pie­mon­tesi che si bat­tono con­tro la rea­liz­za­zione del terzo valico. Pro­prio da uno di que­sti can­tieri, in Val­pol­ce­vera, la mat­tina dopo l’alluvione si è stac­cata una frana che ha inve­stito un treno Frec­cia­bianca il cui loco­mo­tore, insieme a due car­rozze, è uscito dai binari rima­nendo for­tu­no­sa­mente in posi­zione ver­ti­cale. Sarà un’inchiesta aperta dalla magi­stra­tura geno­vese a sta­bi­lire le respon­sa­bi­lità penali per un disa­stro fer­ro­via­rio che per for­tuna non è diven­tato una strage, ma i No Tav denun­ciano: «Quell’area, appena disbo­scata, imme­dia­ta­mente sopra la fer­ro­via non era nep­pure dotata di una pro­te­zione da fango e detriti. Le foto par­lano da sole per que­sto ci chie­diamo per­ché quel can­tiere non sia stato ancora messo sotto sequestro».

Ilva di Genova, Fiom: “Il sito è una bomba ad orologeria. Il Governo intervenga” | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

La situazione dello stabilimento Ilva di Genova Cornigliano e’ “una bomba a orologeria che puo’ esplodere in ogni momento e sicuramente dopo il primo settembre, alla scadenza dei contratti di solidarieta’.
L’azienda ha confermato le difficolta’ a garantire l’occupazione per tutti i dipendenti, ma si sono persi due mesi di tempo e il Governo, firmatario dell’accordo di programma e garante della sua applicazione, e’ latitante. Dopo il 1 settembre se non dovessero rientrare in fabbrica tutti i lavoratori Genova vivra’ giorni di grande tensione”. Cosi’ Bruno Manganaro, segretario generale della Fiom – Cgil di Genova, che l’altro giorno ha partecipato alla riunione in Prefettura del collegio di vigilanza dell’Ilva con istituzioni, azienda e sindacati sul futuro dello stabilimento. L’incontro e’ stato sollecitato da Fim, Fiom e Uilm a seguito di quanto dichiarato nelle scorse settimane dall’azienda circa l’impossibilita’ di mantenere gli attuali livelli occupazionali. “L’azienda – ha aggiunto Manganaro – ci ha detto che il Governo e’ al corrente del problema. Ma fino ad ora non ha fatto nulla. Noi rivendichiamo l’accordo di programma siglato nel 2005 (poi confermato dalle parti in Prefettura il 19 settembre 2013, ndr) che garantiva continuita’ occupazionale e di reddito. Se quell’accordo e quelle condizioni non dovessero essere confermate, sara’ battaglia”. Antonio Apa, segretario della Uilm Genova, e Stefano Milone, della Fim-Cisl, hanno sottolineato che “il problema riguarda la linea produttiva della banda stagnata che non sarebbe sufficiente ad assorbire i 1450 lavoratori interessati oggi dai contratti di solidarieta’. Per questo chiediamo che venga convocato con urgenza un incontro al ministero dello Sviluppo Economico sul caso Genova”. Ilva Genova occupa ad oggi 1740 dipendenti, di cui 1450 sono in contratto di solidarieta’, in scadenza a settembre e giunto al suo quarto e ultimo anno.

Genova, gli autisti dissidenti: “Vogliamo un referendum regolare” Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

 

“La miccia è accesa. E ora sta a loro gestire l’accordo farsa”. Tra gli autisti ribelli di Genova c’è molta amarezza. E la partita dell’accordo Amt non la considerano per niente chiusa. “Andremo avanti con le contestazioni. Vogliamo un referendum regolare”.Cha alla sala chiamate dei camalli ieri ci sia stato un vero e proprio blitz delle organizzazioni sindacali non ci sono dubbi. Basta confrontare le immagini dei video che girano in rete con le testimonianze dirette per rendersene conto. La procedura del tutto sommaria, la pressione dell’urgenza, la stanchezza dopo quattro ore di assemblea: tutti elementi tipici che i vecchi “professionisti” del sindacato hanno gestito con freddezza e dterminazione fino all’esito voluto. “Questo voto non può essere valido, è una presa in giro. In sala c’erano estranei mentre alcuni lavoratori Amt erano fuori”, ha urlato un giovane autista. Poi, in lacrime, ha aggiunto: “Dopo cinque giorni di sofferenza e lotta assieme, ci siamo divisi e abbiamo perso di credibilità davanti a tutti”.
Il primo conto che non torna è proprio quello sulla procedura utilizzata per far esprimere i lavoratori. A maggio, all’epoca dell’accordo stracciato poi dal Comune di Genova, ci fu il referendum. Stavolta invece, nemmeno l’ombra. La cosiddetta “consultazione” è avvenuta facendo dividere in sala chi era d’accordo e chi contro senza capire prima chi effettivamente fosse presente in sala. Possible tutta questa sommarietà e leggerezza in un momento così delicato?

Controlacrisi.org ha raggiunto al telefono Luca, tra quelli che ad un certo punto hanno deciso di autorganizzarsi perché la situazione si era fatta davvero insostenibile e costretto il sindacato a scioperare.

“L’accordo è tutto basato su ricapitalizzazione e no alla privatizzazione, ma a veder bene – sottolinea Luca – non ci sono formule chiare in proposito nel testo. E noi, lo voglio ricordare, siamo stati ben scottati dall’accordo precedente proprio su questi punti”. A non quadrare sono anche altri passaggi, come quello sulla cosiddetta riorganizzazione, che dovrebbe far risparmiare all’azienda 4 milioni. “Non ci è stata spiegata – dice Luca – così come si capisce poco dell’agenzia regionale.Mentre invece è chiara la vicenda della manutenzione esterna, che fa sbucare fuori alcuni capitoli della privatizzazione”. “Nel 2015 – conclude Luca – quando si andrà a gara non ce la caveremo se l’Agenzia regionale non funzionerà come si deve”.

Gli autisti di Genova si preparano a dare battaglia. Una delegazione di loro andrà a Roma all’assemblea degli austiti autorganizzati dell’Atac, e tra loro ci sono alcuni iscritti al Pd. La categoria è agitata. Il 6 dicembre l’Usb ha indetto uno sciopero nazionale. L’ondata delle privatizzazioni interessa ovviamente anche altre città. E non è detto che il testimone di un tavolo nazionale non venga preso in mano da altre città.