Attentato contro Di Matteo, il pentito D’Amico: “In carcere i boss ne parlavano” da: antimafia duemila

di-matteo-toga-processo-2L’allerta sale anche per un altro episodio, dei bambini dicono di aver visto uomini con un fucile nei pressi del circolo tennis “Tc2”.
di Aaron Pettinari – 26 febbraio 2015
Non è solo l’ex boss dell’Acquasanta Vito Galatolo a parlare del piano di morte nei confronti del pm Nino Di Matteo. A darne notizia in un verbale è anche il collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico, pentito di mafia di Barcellona Pozzo di Gotto ritenuto abbastanza attendibile per le sue dichiarazioni su mafia e massoneria nel messinese. Ai pm di Messina Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo ha raccontato che nell’aprile dello scorso anno alcuni boss siciliani rinchiusi nel carcere milanese di Opera si aspettavano “da un momento all’altro” la notizia del nuovo attentato.
“Me lo disse il capomafia Nino Rotolo – ha detto ai pm – Era con lui che facevo socialità”. Non solo. D’Amico ha anche aggiunto un altro particolare: “Avevo sentito Rotolo che parlava di qualcosa di grave con Vincenzo Galatolo facevano riferimento a una persona che citavano con un nomignolo. Un giorno gli chiesi di saperne di più. E mi disse che Di Matteo doveva morire a tutti i costi”. Rotolo e Galatolo non sono certo gli ultimi arrivati all’interno dell’organizzazione criminale, ntrambi ai vertici dei mandamenti di Pagliarelli e Resuttana. Il verbale dell’ex boss messinese è stato immediatamente trasmesso alla Procura di Caltanissetta che da tempo indaga sul progetto di attentato. Anche se non è chiaro quando D’Amico abbia reso le dichiarazioni è ovvio che queste siano una conferma su quanto dichiarato da Vito Galatolo, il figlio di Vincenzo, lo scorso novembre. “Quando fui arrestato, nel giugno 2014 l’ordine arrivato due anni fa da Matteo Messina Denaro tramite Girolamo Biondino era del tutto operativo. Nella lettera Messina Denaro disse che bisognava fare un attentato al dottor Di Matteo perché, stava andando oltre e ciò non era possibile anche per rispetto ai vecchi capi che erano detenuti. L’esplosivo lo conservava Vincenzo Graziano”. Galatolo parlò di oltre centocinquanta chili di tritolo fatti arrivare dalla Calabria. Lo aveva persino visto, conservato “dentro un contenitore di metallo”. Tuttavia, nonostante le indicazioni sui possibili luoghi in cui poteva essere nascosto, ad oggi non è stato ancora trovato e le ricerche condotte dai finanzieri del nucleo speciale di polizia valutaria e dagli investigatori del centro operativo Dia di Palermo, proseguono senza sosta.

Ad aumentare il clima di tensione al palazzo di giustizia ci sono però anche altri episodi, a cominciare dall’anonimo arrivato nei giorni scorsi in cui si parla chiaramente di armi conservate nei pressi di alcuni luoghi frequentati dai magistrati. E se in questo caso non si fa menzione specifica al pm Di Matteo resta comunque l’allarme attorno al magistrato per un episodio che lo ha riguardato da vicino. Lo ha riportato oggi La Repubblica. Alcuni bambini che frequentano il “Tc2” hanno raccontato di aver visto due uomini con un fucile appostati di fronte all’ingresso secondario del circolo del tennis di via San Lorenzo. “Erano dentro una villetta in ristrutturazione”, hanno spiegato ai genitori. E’ così che è partito l’allarme anche perché, proprio in quel momento, al circolo c’era Nino Di Matteo. Sembra che qualcuno dei bambini abbia anche segnato il numero di targa di un’auto. Immediatamente sono intervenuti i carabinieri ed è stata aperta un’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Francesco Lo Voi e dal sostituto Enrico Bologna, su cui vige il massimo silenzio. Anche di questo si è parlato al comitato provinciale per l’ordine a la sicurezza pubblica dei giorni scorsi e ieri si è tenuto un vertice fra i magistrati a cui ha partecipato anche Di Matteo. Una serie di fatti che spiega forse anche il motivo per cui il procuratore nazionale Franco Roberti ha inserito nella relazione della Dna un riferimento all’inchiesta sul cosiddetto “Protocollo fantasma”, “Esposto anonimo nel quale oltre a varie vicende, in gran parte di competenza della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, riguardanti processi anche risalenti nel tempo ed appartenenti alla storia del contrasto giudiziario a Cosa Nostra, emergono notizie di reato a carico di ignoti, asseritamente appartenenti alle forze dell’ordine, che avrebbero per conto di una non meglio specificata entità, spiato alcuni magistrati, impegnati in delicate attività di indagine”. Anche in quel caso al centro dell’anonimo c’erano Di Matteo ed i magistrati del pool trattativa.

Attentato a Di Matteo: il tritolo non si trova, in Procura una nuova lettera anonima da: antimafia duemila

di-matteo-c-giorgio-barbagallo-ct-2012di AMDuemila – 22 gennaio 2015

Prosegue l’”odissea” della ricerca del tritolo, il carico di esplosivo fatto arrivare da Cosa nostra a Palermo – aveva rivelato il neo pentito Vito Galatolo – per un attentato al pm Nino Di Matteo deciso già a dicembre 2012. Una ricerca che finora non ha dato i suoi frutti e che non ha fatto altro che aumentare lo stato d’allerta al Palazzo di giustizia. Come l’arrivo di una nuova lettera anonima, l’ultima di una serie di missive pervenute nei mesi scorsi, contenente indicazioni e dettagliati riferimenti sui movimenti interni alle famiglie mafiose di Palermo, in particolare del centro, sui quali si sta indagando. Nello specifico, sulla parte relativa alla progettazione dell’attentato contro Di Matteo. I nuovi spunti stanno facendo proseguire le ricerche, dopo le dichiarazioni di Galatolo che nei mesi precedenti hanno fatto scattare l’allarme a Palermo e nei dintorni. L’ex boss della famiglia dell’Acquasanta aveva parlato di “un bidone carico di tritolo”, fornendo anche i luoghi dove potrebbe trovarsi e i nomi dei personaggi coinvolti. E nei giorni successivi le ricerche si erano concentrate prevalentemente nella zona di Monreale oltre che a Tavagnaccio, nell’Udinese, dove ha risieduto in passato un soggetto molto vicino alla famiglia del neopentito. Il boss Vincenzo Graziano, costruttore accusato di essere uno degli organizzatori dell’attentato al pubblico ministero di Palermo, aveva aggiunto: “Dovete cercarlo nei piani alti”, parlando del tritolo finora mai trovato. Parole sibilline poi approfondite, nel corso dell’interrogatorio svolto davanti al gip Luigi Petrucci. “Sono cose da alto livello – aveva aggiunto il boss – stiamo montando una situazione, perché c’è Graziano, ma Graziano è nessuno, nessuno”. Il costruttore è difeso dagli avvocati Nico Riccobene e Salvatore Petronio ed ha finora sempre contestato l’accusa di essere nel gruppo organizzativo da Galatolo (ugualmente con un ruolo di spicco nella pianificazione dell’attentato).

Chi, allora, dagli “alti livelli” ha ordinato la morte del magistrato che, insieme ai colleghi Teresi, Del Bene e Tartaglia si occupa del contestatissimo processo trattativa Stato-mafia? “Gli stessi di Borsellino” aveva anticipato Galatolo, prima ancora che Graziano fosse arrestato, raccontando poi dell’ordine di morte arrivato da Castelvetrano. “Mi hanno detto che (Di Matteo, ndr) si è spinto troppo oltre” aveva scritto il boss latitante Matteo Messina Denaro nella lettera recapitata alle famiglie mafiose di Palermo. Poi i boss, aveva detto ancora il collaboratore, avrebbero fatto arrivare 150 chili di esplosivo dalla Calabria. Ma durante la fase di acquisto – avvenuta nel più completo riserbo – una parte del tritolo calabrese risultava essere danneggiato da infiltrazioni d’acqua. L’esplosivo rovinato venne rispedito indietro, e poco dopo sostituito da un nuovo carico in buono stato senza che fosse sollevato alcun problema.

Tritolo per Di Matteo, boss Graziano: “Cercatelo nei piani alti” da: antimafia duemila

graziano-finanzaPer i pm era tra gli organizzatori dell’attentato

di Miriam Cuccu – 2 gennaio 2015
“Dovete cercarlo nei piani alti”. Il boss Vincenzo Graziano (in foto) parla del tritolo per Di Matteo, che sarebbe arrivato dalla Calabria – secondo il neopentito Vito Galatolo – per l’attentato al magistrato che, insieme ai colleghi Teresi, Del Bene e Tartaglia, si occupa del processo trattativa Stato-mafia. Il costruttore è stato recentemente arrestato con l’accusa di essere uno degli organizzatori del piano di morte a Di Matteo. “L’esplosivo per Di Matteo dovete cercarlo nei piani alti”, parole che ora Graziano nega di aver mai pronunciato, così come di essere l’uomo fotografato dalla Guardia di Finanza insieme a Vito Galatolo, che prima di essere arrestato nell’operazione Apocalisse lo scorso giugno aveva un ruolo di spicco nella preparazione del piano.

La frase pronunciata da Graziano è stata oggetto dell’interrogatorio svolto davanti al gip Petrucci. Tanto più che i duecento chili di tritolo ancora non si trovano, nonostante le perquisizioni nei posti indicati da Galatolo come probabili nascondigli. Ma a cosa allude il boss Graziano quando parla di “piani alti”? Ad una indicazione, ad una battuta ironica? O forse a quegli ambienti di potere “alti”, della mafia o dello Stato, che effettivamente premono per l’uccisione del pm Di Matteo? Galatolo, quando aveva parlato di mandanti per il piano di morte al magistrato di Palermo, aveva detto: “sono gli stessi di Borsellino”. Per non parlare della missiva – proseguiva il racconto del pentito – in cui il boss Matteo Messina Denaro scriveva che bisognava uccidere Di Matteo perché “Mi hanno detto che si è spinto troppo oltre”. Ma chi l’avrebbe detto a Messina Denaro? Intanto il tritolo continua a sfuggire dalle mani degli inquirenti. Secondo Galatolo si troverebbe ancora a Palermo e “rende sempre attuale il rischio di un attentato”. Anche perché l’ordine di morte non è stato mai revocato.

Galatolo riconosce l’ex poliziotto: “È lui ‘Faccia da mostro'” da: antimafia duemila

aiello-giovanni-faccia-da-mostrodi Miriam Cuccu – 16 dicembre 2014

Vito Galatolo continua a collaborare con i magistrati di Palermo e Caltanissetta dopo la rivelazione shock del progetto di morte contro Di Matteo. E dichiara di riconoscere “Faccia da mostro”, il personaggio dal volto deformato che sarebbe coinvolto in molti delitti misteriosi e vicino a Cosa nostra. Anche secondo l’ex boss dell’Acquasanta, che da pochissimo ha fatto il “salto” per diventare collaboratore di giustizia, si tratta di Giovanni Aiello (in foto). L’ex poliziotto indagato per la strage di via d’Amelio, secondo il neopentito, negli anni Novanta avrebbe frequentato vicolo Pipitone, nel quartiere palermitano dell’Acquasanta (regno dei Galatolo) dove Cosa nostra si riuniva ai tempi di Totò Riina. Allora Galatolo non era ancora ventenne, ma sostiene di ricordare bene il volto dell’ex agente accusato di essere vicino ai Servizi segreti deviati, per mesi indagato da quattro procure italiane: Palermo e Caltanissetta per la trattativa, Reggio Calabria e Catania per i suoi presunti contatti con ambienti mafiosi.

Di “Faccia da mostro”, prima di Galatolo, sono molti ad averne parlato: il primo è stato, nel 1995, il confidente Luigi Ilardo (poi ucciso l’anno dopo in circostanze misteriose) che raccontò di un uomo dello Stato, con il viso orribilmente devastato, che sarebbe stato presente in alcuni episodi come il fallito attentato all’Addaura contro il giudice Falcone e l’omicidio di Nino Agostino (poliziotto palermitano ucciso insieme alla moglie nell’agosto 1989). Anche il padre dell’agente, Vincenzo Agostino, guardando una foto di Aiello ha sostenuto di riconoscere in lui “Faccia da mostro”. Colui che, una settimana prima dell’uccisione di Nino, aveva bussato a casa per chiedere del figlio.
Il collaboratore di giustizia Vito Lo Forte ha identificato Aiello come l’uomo con cui spesso si accompagnava, assieme ad un altro uomo di Stato, nel corso di una ricognizione fotografica avvenuta nell’agosto 2009: “Li chiamavamo il bruciato e lo zoppo. Uno aveva il viso deturpato, l’altro camminava con un bastone”. I due sarebbero stati visti da Lo Forte “incontrarsi due o tre volte con Gaetano Scotto, il mio capo famiglia”.
Galatolo aveva già nominato “Faccia da mostro” parlando di ciò che gli avrebbe detto il padre Enzo (anche lui al 41bis) che ne avrebbe parlato sempre in riferimento al fallito attentato all’Addaura e all’omicidio Agostino. Lo scorso giugno la sorella di Vito, Giovanna Galatolo (già collaboratrice, ndr), aveva riconosciuto l’ex poliziotto in un confronto all’americana: “È lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino”. Naturalmente, Aiello ha allontanato da sé qualsiasi accusa. Eppure sono molti i misteri rimasti insoluti che lo riguardano.
Ieri del “caso Galatolo” se ne è discusso nel corso di una riunione alla Direzione distrettuale antimafia alla quale ha preso parte anche Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia. In questi giorni il neocollaboratore è stato interrogato anche dal procuratore Vittorio Teresi, membro del pool del processo trattativa Stato-mafia di cui fa parte anche il pm Di Matteo. Su Di Matteo pende una condanna a morte che, almeno fino allo scorso giugno, ha raccontato Galatolo, era in piena fase operativa. Delle indagini sul progetto del’attentato se ne stanno occupando i magistrati della Procura di Caltanissetta. L’ex boss ha descritto molte delle fasi preparative: dalle riunioni, al carico di esplosivo (una parte inutilizzabile per infiltrazioni d’acqua) all’ordine che sarebbe arrivato da Matteo Messina Denaro, ultimo superlatitante di Cosa nostra. E dei mandanti occulti che, aveva precisato Galatolo, “sono gli stessi di Borsellino”.

Chi è Vito Galatolo, il pentito che fa tremare Cosa nostra da: lettera 35

Riempie pagine di verbali, ma soprattutto riaccende i riflettori sul pm di punta del processo sulla trattativa Stato-mafia

Vito Galatolo è un fiume in piena e non smette di stupire. Dall’Acquasanta, passando per la terra ferma veneziana e approdando a un programma di protezione, l’ex padrino di una delle famiglie più blasonate dello scacchiere mafioso palermitano, sta parlando con i magistrati. Un’anomalia per una famiglia che si è macchiata dei più importanti fatti di sangue avvenuti negli anni ’80. Il padre, Vincenzo, sta scontando una condanna all’ergastolo per il coinvolgimento nella strage di Via Pipitone Federico e gli assassinii Dalla Chiesa, La Torre e Cassarà. Ed è sempre la famiglia Galatolo ad avere un ruolo di primo piano nel “mistero” del fallito attentato all’Addaura.

La sorella, Giovanna, ha deciso di cambiare vita prima del fratello, collaborando attivamente con i magistrati dall’anno scorso e riuscendo a far condannare il cugino, Angelo, e l’ex onorevole Franco Mineo per intestazione fittizia e aggravata di beni. Ma non solo, qualche mese fa i magistrati, con il metodo all’americana, l’hanno portata a riconoscere, un ex poliziotto della Mobile diretta da Bruno Contrada negli anni ’70, Giovanni Aiello: «E’ lui faccia da mostro (il presunto killer di Stato che avrebbe avuto un ruolo operativo nelle stragi e negli omicidi Cassarà e D’Agostino ndr)?» e la Galatolo non sembra aver avuto esitazioni: «E’ lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino». Certo “ le sue dichiarazioni” – scrivono i giudici della corte d’Assise di Palermo che ha condannato il cugino Angelo e l’ex onorevole Mineo, soprattutto quando riguardano fatti o vicende che non l’hanno vista direttamente partecipe ma che sono stati appresi “per sentito dire” in ambito familiare “si rivelano generiche, frammentarie, a tratti persino fuorvianti e distoniche”.

Nella storia che vi raccontiamo in diverse parti, un filo unico che ne sottolinea la sua importanza. Il fallito attentato all’Addaura. Vito Galatolo sa molto più della sorella e soprattutto ha conoscenze dirette dei fatti. In riferimento al fallito attentato all’Addaura, il pentito Vito Lo Forte, uomo della famiglia mafiosa dei Galatolo e ritenuto spesso inattendibile, soprattutto per il fatto di aver commesso un omicidio durante il periodo di collaborazione. Nel caso specifico “a giudizio di questa Corte (corte d’assise di Caltanissetta processo di primo grado per il fallito attentato dell’Addaura, pg.195 ndr) si tratta di un episodio che non vale ad inficiare la attendibilità del collaboratore” si tratta in sostanza di un episodio del tutto a sé stante rispetto ai fatti riferiti e attinente alla sfera privata del soggetto la quale “non ha mai determinato alcuna interruzione nella collaborazione con la giustizia”. Galatolo ha infatti riferito in dibattimento, escusso dal pm Tescaroli, di un incontro avvenuto quando si trovava agli arresti domiciliari con Vito e Angelo Galatolo:

Lo Forte: – … quando nel dicembre sono sta… quando nel dicembre del 1989 sono uscito dal carcere e mi trovavo agli arresti domiciliari da mia sorella, è venuto a trovarmi Angelo Galatolo assieme al suo cugino, Vito, figlio di Vincenzo Galatolo. E parlando del più e del meno mi disse che la bomba all’Addaura era stato… diciamo che erano stati loro a metterla, è stato lui ed altri. Ma in quella occasione mi disse che gliel’hanno messa per non… però con lo scopo che non doveva esplodere.

Nel susseguirsi dell’interrogatorio, Lo Forte, sotto invito del pm, è più specifico:

Tescaroli: – … all’organizzazione criminale [sovrapposizione di voci] e sulla base di rapporti che lei ha avuto con appartenenti all’organizzazione.

Lo Forte: – Sì. Diciamo che io conosco bene Angelo Galatolo e nulla esclude che possibilmente, visto che la bomba non è esplosa in quanto è stata vista prima, possibilmente Angelo Galatolo si è voluto fare grande dicendo: “Adesso – dici – non l’abbiamo potuta fare esplodere”, ma… ma non è così. Possibilmente la bomba doveva esplodere e invece…

Nelle dichiarazioni di Lo Forte, Vito Galatolo rientra in un successivo interrogatorio. Il pentito afferma che “parlando con Vito Galatolo, figlio di Vincenzo, con Giuseppe Fidanzati e con Gaetano Scotto aveva appreso che l’attentato era stato organizzato per colpire i magistrati svizzeri che erano venuti in Sicilia per indagare sul riciclaggio” (pag. 236 della sentenza di primo grado). Sebbene l’attendibilità in todo del collaboratore rimanga immutata, su questo specifico fatto i giudici precisano: “con riferimento a quest’ultima affermazione va, tuttavia, osservato che il Lo Forte è il solo collaboratore di giustizia che ha indicato i magistrati elvetici come obiettivi diretti ed immediati dell’attentato, ma (…) non può escludersi che il Lo Forte abbia raccolto semplici “vanterie”, se non addirittura voci sparse ad arte per depistare”.

U picciriddo, dunque, potrebbe chiarire molti aspetti su una storia ancora in gran parte oscura. Soprattutto sull’interessamento, o non, di entità esterne a Cosa nostra nella preparazione dell’attentato. Faccia da mostro e i Galatolo A tal proposito non sarà sfuggita una domanda su “faccia da mostro”, il presunto killer di Stato riconosciuto dalla sorella Giovanna nell’ex poliziotto Giovanni Aiello, intravisto sul luogo del fallito attentato da alcuni passanti, accusato da pentiti di ‘Ndragheta e Cosa nostra di essere la “mano esterna” delle stragi e omicidi eccellenti, di far parte del gruppo di fuoco del mandamento di Resuttana e indicato dal padre dell’agente Nino Agostino come l’esecutore dell’omicidio del figlio. Aiello è, infatti, un personaggio emblematico.

I giornalisti di Repubblica Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo l’hanno scovato a Montauro, paese della costa jonica, intervistandolo. Aiello ha, ovviamente, negato tutto inserendo nella conversazione quel tocco noir che profuma di bufala: “molto tempo dopo ( l’arruolamento in polizia nel 1963 ndr) ho saputo che tutti noi, 320 giovanissimi poliziotti ben piantati eravamo selezionati come forza di supporto per il golpe del generale di Lorenzo”. Il riferimento è al Piano Solo, il presunto colpo di Stato che sarebbe dovuto essere attuato, tramite l’avallo del Presidente Segni, nell’estate del 1964. Ma c’è un particolare che smentisce il racconto di Aiello: la polizia in quel piano non c’entrava nulla. Anzi, si sarebbe appunto chiamato “Solo” per il fatto che solo i carabinieri avrebbero potuto attuarlo. Bufale a parte, le cose per Aiello si stando complicando da quando ha subito una perquisizione, nella quale gli sono stati trovati biglietti di recenti viaggi in Sicilia (aveva negato di aver messo piede in Sicilia in tempi recenti) e titoli di Stato riferibili ai primi anni ’90.

Adesso il neo collaboratore potrebbe aiutare a far luce anche su questa inquietante vicenda. L’attentato a Nino Di Matteo. Vito Galatolo avrebbe parlato per “togliersi un peso dalla coscienza”. Prima di ogni altra cosa, prima di compiere il salto vero e proprio, avrebbe deciso di confessare al magistrato che Cosa nostra lo vorrebbe morto. Nino Di Matteo si sarebbe spinto troppo oltre. E’ questa la vaga motivazione addotta da Galatolo per giustificare l’attentato. Ma non la sua. Quella di Matteo Messina Denaro in persona che, attraverso una lettera a Girolamo Biondino, fratello di Salvatore, l’autista arrestato insieme a Riina il 15 gennaio del ’93, avrebbe dato l’ordine di morte. Ma l’ex boss si spinge oltre e ipotizza che quella missiva non fosse altro che una messa in scena di Biondino per imporre una strage che solo Riina ed “entità esterne” vogliono.

Interrogato dal procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari, competente territorialmente per l’inchiesta, Galatolo avrebbe ricostruito persino il percorso dell’esplosivo: dalla Calabria sarebbe arrivato in Sicilia, a Palermo, e da lì sarebbe stato nascosto in fusti sparpagliati per la città. Un fusto sarebbe stato nascosto nei pressi della villetta, a Monreale, di Vincenzo Graziano, finito in carcere con Galatolo nella maxi operazione “Apocalisse” ma poi scarcerato dal riesame. Allora gli uomini della DIA, armati di ruspe e sensori, hanno ispezionato l’intera zona non trovando nulla. Le indagini potrebbero essere state rallentate, ammesso che l’esplosivo esista realmente, dalla fuga di notizie che ha rivelato l’identità e parte delle dichiarazioni di Galatolo. Una fuga che gli stessi inquirenti definiscono “inquietante” e che ha costretto le forze di polizia a mettere al sicuro la famiglia del dichiarante. Date le rivelazioni, praticamente in diretta, i picciotti potrebbero aver preso l’esplosivo per portarlo in luoghi sconosciuti al neo collaboratore.

Secondo Galatolo, però, la bomba non sarebbe stata la prima scelta. Prendendo il copione Falcone e riapplicandolo, si sarebbe pensato a un agguato a Roma, con dei Kalashnikov. Strategia molto rischiosa per il presunto commando che vi avrebbe rinunciato a seguito delle rivelazioni dell’ennesimo anonimo e il rafforzamento della scorta. Volevano attirarlo nella capitale con una trappola: un falso pentito, Salvatore Cucuzza (deceduto questa estate), che avrebbe promesso rivelazioni importanti sulla trattativa. Le prime falle e i primi dubbi sulle parole del pentito. Tra i fatti messi a verbale, ancora tutti da verificare, ce ne sono alcuni che possono essere valutati sulla base della documentazione esistente e altri, invece, che dovrebbero far sorgere qualche perplessità.

L’ex boss ha parlato, ad esempio, di ingerenze del super latitante Matteo Messina Denaro nelle questioni dei mandamenti palermitani. In particolar modo, Galatolo ha riferito di essere stato posto al vertice del mandamento tramite sua indicazione. Ciò, però, non trova riscontro nelle carte dell’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip nell’ambito dell’operazione “Apocalisse”. La voluminosa ordinanza – composta da circa quattromila pagine – che ha portato a novantacinque fermi e sgominato due mandamenti, delinea tutt’altro quadro e in nessun modo si vedono ingerenze da parte del boss di Castelvetrano nelle questioni palermitane. Nell’inchiesta c’è, infatti, un particolare che oggi potrebbe tornare utile.

Una scazzottata plateale, per strada, tra due presunti mafiosi del mandamento di Resuttana. Sono Giuseppe Fricano e Gioacchino Intravaia, a filmarli sono gli uomini del comando provinciale dei carabinieri. Si scoprirà solo dopo che il “litigio” era dovuto a un delicato equilibrio di potere all’interno del mandamento: in un summit a casa dell’ormai noto Sergio Flamia, Giuseppe Fricano si sarebbe presentato come capo del mandamento di Resuttana e l’avrebbe fatto senza esserne stato formalmente eletto. Un’uscita infelice, quella al summit, che gli valse il rimprovero di un altro boss al quale Fricano sembrava molto legato: Alessandro D’Ambrogio, influente boss a capo del mandamento di Porta Nuova. E sarebbe stata proprio l’influenza di quest’ultimo – e l’affermata parentela del Fricano con Pippo Calò – a inserirlo a capo di quel mandamento. Così Intravaia, che rimproverava a Fricano di aver affidato il mandamento a “quattro drogati” e ambiva a prendere le redini del mandamento, in un querelle stradale, arrivò a sferrare un destro a Fricano. Ma l’influenza del padrino di Porta Nuova, ancora una volta, avrebbe avuto la meglio nel dirimere la questione e a farla spuntare a Fricano. La figura di Alessandro D’Ambrogio è influente in cosa nostra.

Il boss di Porta Nuova, finito in carcere nel luglio 2013 (operazione Alexander), compare in ogni indagine di mafia come personalità di primissimo piano. Rispettata non solo a Palermo, ma anche fuori dalla provincia. Il secondo tentativo di ricostituzione della cupola provinciale dopo quello del 2008, vede, ad esempio, D’Ambrogio come principale candidato alla guida. E’ D’Ambrogio che piazza uomini nei mandamenti. Ed è sempre lui che tenta di ricostituire un traffico di droga che passi solo dalla Sicilia. Alla luce di ciò appare poco credibile, se non falsa, la dichiarazione del Galatolo in riferimento a una presunta ingerenza del boss di Castelvetrano in mandamenti che nemmeno gli riguardano.

Altro dubbio permane per quanto riguarda le dichiarazioni di Galatolo riguardo Arnaldo La Barbera, capo della Squadra Mobile palermitana, informatore del Sisde, implicato nel pentimento del falso pentito Scarantino e, secondo Galatolo, a libro paga della famiglia dell’Acquasanta. Niente di nuovo, una cosa analoga venne detta da Onorato nel corso dell’udienza del 16 ottobre 2014 del Borsellino Quater. Secondo la ricostruzione del pentito, La Barbera doveva essere ammazzato perché “aveva voltato le spalle a cosa nostra” poiché “ci fu un periodo che fu in mano ai Madonia” precisando che ci fu un periodo “che mi sembrava A ME che si dovesse ammazzare perché in Cosa nostra non esiste…a Palermo… che un poliziotto uccideva un rapinatore… perché poi se il rapinatore veniva ammazzato, poi si doveva ammazzare il poliziotto perché solo cosa nostra poteva uccidere, era proprio un codice di cosa nostra” ma ciò non poté avvenire poiché “Salvatore Biondino mi disse che Salvatore Madonia non voleva che venisse toccato (La Barbera ndr)”.

L’appartenenza di La Barbera ai Madonia gli fu riferita da “Salvatore Biondino” e “Galatolo Giuseppe” quest’ultimo gli avrebbe detto, in carcere, che “La Barbera c’ha i corna dure e che… riesce a portare in un’altra strada sta indagine (su Via D’Amelio ndr) tramite stu Scarantino”. In risposta a ciò, Salvatore Madonia, intervenendo nella stessa udienza, ha richiesto alla corte accertamenti – tramite documentazione – su un omicidio (tale Matteo Zanca) che Onorato attribuisce a se stesso e al Madonia, poiché sostiene che mai gli è stato un imputato l’omicidio e – in relazione ai rapporti coi Servizi (lui parla di Servizi, ma si riferisce a La Barbera. Strana analogia) – di controllare da chi è stato catturato (fu un indagine del ’91 diretta dalla Criminalpol e la Squadra Mobile guidata proprio da La Barbera).

Ciò detto, la valutazione spetterà alla corte presieduta da Balsamo. La logica suggerisce che una personalità in combutta con un mafioso non lo faccia arrestare, ma si deve notare che sono già due collaboratori che lo sostengono. Un altro elemento che dovrà essere preso in considerazione, sarà la tardività delle dichiarazioni di Onorato su La Barbera. Il pentito – reo confesso strangolatore dell’agente del Sisde Emanuele Piazza – ne parlò per la prima volta, dopo anni di collaborazione, al processo trattativa, soltanto un anno fa. Lo stesso fece il pentito Francesco Di Carlo. Troppo facile parlare quando gli uomini muoiono.
(ha collaborato Simona Zecchi)

“Era sicario di Cosa nostra”, la figlia del boss riconosce “faccia da mostro” da: antimafia duemila

faccia-di-mostro-visoLe nuove dichiarazioni di Giovanna Galatolo

di AMDuemila – 9 giugno 2014
Di lui aveva parlato per la prima volta Luigi Ilardo, mafioso infiltrato dai Carabinieri al seguito di Bernardo Provenzano, ucciso appena prima di fare il salto e diventare collaboratore di giustizia. Giovanni Aiello, alias “faccia da mostro” per una cicatrice che gli ha deturpato il volto (una fucilata) secondo Ilardo sarebbe stato presente in molti delitti misteriosi come il fallito attentato all’Addaura dell’estate dell’89, organizzato ai danni del giudice Giovanni Falcone, o l’omicidio del poliziotto palermitano Nino Agostino (ucciso insieme alla moglie nello stesso anno). Per questo eccidio il padre Vincenzo ha sempre ricordato l’uomo con il volto butterato come “quello che è venuto una settimana prima a chiedere di Nino, una faccia così non si può dimenticare”.

Anche un altro collaboratore di giustizia, Vito Lo Forte, aveva parlato di “faccia da mostro” come di un uomo che ha avuto ripetuti contatti con Cosa nostra, ma questa volta è la figlia del boss Vincenzo Galatolo (coinvolto nella vicenda dell’Addaura e nell’omicidio del generale Dalla Chiesa, per il quale è stato condannato all’ergastolo) a puntare il dito contro Giovanni Aiello, come riportano le colonne di Repubblica. Giovanna Galatolo dopo aver rinnegato la famiglia mafiosa ha iniziato a collaborare rivelando molti segreti e affari familiari. Pochi giorni fa, durante un confronto all’americana la donna è stata chiamata a riconoscere l’uomo col volto deturpato, disposto al fianco di alcuni attori camuffati. E non ha avuto dubbi: “È lui l’uomo che veniva utilizzato come sicario per affari che dovevano restare molto riservati, me lo hanno detto i miei zii Raffaele e Pino”. Giovanni Aiello è un ex poliziotto della sezione antirapine della Squadra Mobile di Palermo (quando era diretta da Bruno Contrada, successivamente numero 3 del Sisde e condannato per mafia) che sostiene di non avere alcuna responsabilità nei fatti in cui risulta indagato, se non altro per il fatto di non aver più messo piede in Sicilia dal 1976. In realtà, però, l’uomo è indagato da quattro procure, sospettato di aver intrattenuto rapporti con i boss (dalle procure di Catania e Reggio Calabria) e di aver preso parte alle stragi siciliane del ’92 fino ad arrivare alla trattativa (da Palermo e Caltanissetta). Qualche mese fa gli inquirenti perquisendo l’abitazione dell’ex poliziotto a Catanzaro hanno trovato dei biglietti recenti del traghetto per Messina. Subito dopo gli è stato notificato un avviso di comparizione per il confronto con la figlia di don Enzo, che già precedentemente aveva mostrato di riconoscere l’uomo in una fotografia.
La Galatolo ha riferito ai pubblici ministeri Di Matteo, Del Bene e Tartaglia, che si occupano delle indagini sulla trattativa bis, che Aiello “si incontrava sempre con mio padre, con mio cugino Angelo e con Francesco e Nino Madonia”. All’inizio della sua collaborazione la donna aveva dichiarato di non voler “più stare nella mafia, perché ci dovrei stare? Solo perché mio padre è mafioso? No, non ci sto. Non voglio stare nell’ambito criminale. Né voglio trattare con persone indegne” ma solo “dedicarmi a mia figlia”. E poi aveva iniziato a parlare. Di soldi, investimenti e rapporti con la politica, del suo ruolo all’interno della famiglia, educata a sapere tutto e a non dire niente: “Non facevo parte dell’associazione, ma spesso ho ripulito delle abitazioni che avevano ospitato latitanti e lavato vestiti imbrattati di sangue come quelli di Francesco Madonia e Francesco Di Trapani” ha poi dichiarato agli inquirenti. Ora le nuove dichiarazioni della figlia del boss potrebbero dare una scossa alle indagini sulla trattativa Stato-mafia, sulle stragi di Capaci e via D’Amelio e su molti dei misteriosi omicidi di Cosa nostra degli anni ’80.