La Francia violenta contro i migranti. E chiude le frontiere all’Italia da: l’espresso

Lacrimogeni, botte, agenti in tenuta anti sommossa. Contro profughi e sans-papiers. La Parigi socialista usa la forza. Per lanciare un messaggio. Anche al governo Renzi

di Francesca Sironi

11 giugno 2015

La Francia violenta contro i migranti. E chiude le frontiere all'Italia

«Per individuare i migranti , hanno messo i neri da una parte e i bianchi dall’altra. Abbiamo chiesto a un poliziotto: ma come fate a distinguere gli immigrati dagli altri? Sono di origini africane, ci ha risposto. E i francesi che sono neri? Come fate?». E l’umanità? Dov’è finita?

Parigi, capitale guidata da un sindaco di sinistra, Anne Hidalgo, in un paese dal presidente socialista, François Hollande. La polizia in assetto antisommossa ha sgomberato due giorni fa con la forza 80 uomini e donne accampati fuori da un palazzo civico in un quartiere Nord di Parigi.

Erano eritrei, sudanesi, somali, etiopi, richiedenti asilo e migranti economici, uniti dalla disperazione a dormire su quel marciapiede, un indirizzo passato fra i profughi, che arrivano a decine ogni giorno. Da lì sono stati cacciati tra le urla, i manganelli, i gas lacrimogeni, le botte e gli scudi, mentre un cordone umano di politici locali e attivisti per i diritti umani cercava di impedire l’azione militare.

«Alcuni sono stati feriti, la confusione era totale», ha raccontato un giovane presente. Le foto scattate in quei minuti da Raphael Kraft mostrano tutto: ragazzi costretti di peso a salire su un bus che li avrebbe portati via, una giovane a terra, una folla circondata.

Questa è la Francia della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità al tempo dei plebisciti di Marine Le Pen e dei 103mila profughi sbarcati dall’inizio dell’anno nel Mediterraneo. Per placare il successo della destra anti-immigrati, il premier Manuel Valls ha deciso di alzare gli scudi e partire con gli sgomberi. Questo era il terzo in una sola settimana.

Ora il sindaco Anne Hidalgo promette di trovare un posto per gli asilanti, che dopo lo sgombero si sono accampati in un parco vicino, accolti dagli abitanti, ma il messaggio è chiaro. Il ministro dell’Interno, Bernard Cazeneuve, ha riferito in Parlamento bollando le polemiche sulla violenza come «politiche» e affermando che gli agenti «hanno agito con umanità e responsabilità».

“La responsabilità” nell’uso della forza contro gli accampamenti degli aspiranti profughi, molti dei quali considerati clandestini, è un messaggio rivolto ai migranti. Ma non solo. C’è anche l’Italia fra gli obiettivo dei manganelli alzati contro i sans-papier di Parigi.

Cazeneuve è infatti uno dei più strenui oppositori dellagenda europea sulle quote di rifugiati. Insieme al ministro degli Interni tedesco, ha più volte ribadito che il programma di condivisione si potrebbe accettare solo a condizione di un brusco rafforzamento dei controlli sul territorio italiano, e solo se tutti gli sbarcati (migliaia a settimana) venissero rinchiusi in centri specifici, in Italia, per essere identificati prima di decidere la loro destinazione. Rinchiusi, già, puniti per esser scampati alla guerra e alla morte.

Gli sgomberi alla Halle Pajol sono quindi un’allerta ai richiedenti asilo: “statevene a Roma, a Milano, che è meglio”, sembrano dire. E il dilemma anti-italiano è radicato nel dibattito Oltralpe: Le Monde precisava nell’articolo sugli scontri che molti dei giovani picchiati l’altro giorno si sarebbero aggregati «dopo essere arrivati recentemente in Italia».

Fanno gioco a queste paure le dichiarazioni di Roberto Maroni e Beppe Grillo, che confondendosi forse anche solo semplicemente su ciò che sarebbe meglio per il nostro Paese, per non parlare della questione dei diritti, chiedono di “ sospendere Schenghen ”, quando questo significherebbe che da soli ci dovremmo sobbarcare il peso delle decine di migliaia di disperati che arriveranno nei prossimi mesi con il mare calmo.

La Francia in teoria alleata politica in Europa, per schieramento socialista, dell’Italia di Renzi, sul tema immigrazione il suo segnale lo sta dando. Seguendo le paure accese dalle campagne populiste. A cui non resta così più alcuna opposizione.

«I gas lacrimogeni feriscono la concezione che abbiamo del nostro paese», ha scritto in una coraggiosa lettera al quotidiano Le Monde l’ex ministro per la Casa Cécile Duflot: «È venuto il tempo di resistere al vento maligno della xenofobia che soffia su tutto il continente europeo e ispira più che sbagliate soluzioni ai governi. Signor Presidente della Repubblica, faccio dunque appello a voi, alla vostra autorità, alla vostra umanità. Voi avete, nell’immediato, il potere di sistemare la situazione dei migranti del Pajol. Agite con razionalità, velocità, saggezza e determinazione. Al di là della questione del diritto d’asilo, in verità, è il tema dell’accoglienza dello straniero che si pone. Il momento del coraggio è arrivato. Gli umanisti devono alzare la testa, affinché la follia di politiche migratorie indecenti e mortiferi sia fermata».

Il Tav si farà. Parola di Letta e Hollande Fonte: il manifesto | Autore: Ro. Ci.

Parigi, Letta incontra Hollande

Non solo la Tav si farà, ma Enrico Letta e François Hollande pensano di allungarne il percorso da Torino a Cuneo, e poi Ventimiglia fino ad arrivare a Nizza. Un progetto, hanno detto ieri i due capi di governo riuniti nel summit bilaterale Italia-Francia a Villa Madama a Roma, «teso a rendere ancora più osmotici i nostri due paesi». Il governo socialista francese e quello italiano delle larghe intese considerano, inoltre, «la nuova linea Lione-Torino un cantiere aperto» di cui sottolineano «il carattere prioritario della realizzazione». Per Hollande l’inizio dei lavori sulla Torino-Lione avverrà a fine 2014. «Non siamo alla fine del tunnel – ha detto – siamo all’inizio del tunnel. Nel 2014 la gara d’appalto sarà sottoscritta e i lavori potranno iniziare entro fine 2014, o all’inizio del 2015». Il presidente francese si è inoltre soffermato sull’importante della ratifica del trattato Italo-francese del 2012 da parte del Senato e della Camera del suo paese.
In Italia, il trattato è stato ratificato dalla sola Camera, tra le proteste del Movimento 5 Stelle e di Sel, e attende di passare il voto del Senato. Il parlamento europeo ha confermato lo stanziamento dei fondi dell’opera il 17 ottobre scorso. Si tratta di cofinanziamenti fino ad una percentuale del 50% degli studi, delle indagini geognostiche e dei lavori preparatori e fino al 40% per i lavori definitivi. Per questo il governo italiano e quello francese stanno stringendo i tempi per le ratifiche parlamentari.
L’Ue attende l’ufficialità del loro impegno finanziario a livello nazionale. Il bilaterale italo-francese si è soffermato anche sul destino dell’Alitalia. Hollande non ha chiuso del tutto l’ipotesi della partecipazione di Air France, ma ha subito puntualizzato: «Non sono il presidente di Air France e non tocca a me parlarne. Le discussioni devono proseguire per arrivare alla migliore soluzione possibile per le due aziende». Una prospettiva in questo senso è stata confermata da Massimo Sarmi, ad di Poste, coinvolte dal governo italiano nel salvataggio della compagnia di bandiera. De Juniac, presidente di Air France, «ci ha confermato che il gruppo era azionista interessato alla collaborazione commerciale e che in una fase successiva tornerà a valutare» l’Alitalia. Nel frattempo l’ingresso di Poste in Alitalia si avvicina. Ieri l’assemblea dei soci, alla quale partecipa in forze il ministero dell’Economia, ha deliberato la modifica dello statuto, includendo tra gli obiettivi delle Poste anche quello del trasporto aereo.
Altro punto del vertice è stata la collaborazione tra la Cassa Depositi e prestiti e l’analoga francese «Caisse des depots et consignation» e Bpifrance. Si è parlato di una loro partnership nello sviluppo delle piccole e medie imoprese. L’agenda comune dovrebbe essere formalizzata nel primo semestre 2014 attraverso la realizzazione di strumenti e progetti per rafforzare la capacità di crescita e investimento da parte di queste aziende. Quella di Villa madama è stata inoltre l’occasione per discutere di unione banciaria europea e di rilancio delle politiche di «crescita» nell’Ue. «è assolutamente necessario che il Consiglio europeo di dicembre – ha detto Letta – permetta la partenza di questa azione. Letta ha anche sottolineato su questa decisione «esiste un eccesso di timidezza in Europa».
Confermato infine l’impegno per una «lotta contro la disoccupazione, soprattutto quella giovanile che è al centro delle nostre preoccupazione – si legge nella dichiarazione finale congiunta – e delle nostre azioni».