Diaz: Corte Strasburgo condanna l’Italia per tortura da: antimafia duemila

diaz-scuola-c-ansa7 aprile 2015
La condanna non riguarda solo le violenze, ma anche il fatto di non avere una legislazione sul reato di tortura: “Colpevoli non puniti per mancanza di leggi adeguate”

Strasburgo.
Quanto compiuto dalle forze dell’ ordine italiane nell‘irruzione alla Diaz il 21 luglio 2001 “deve essere qualificato come tortura”. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani che ha condannato l’Italia non solo per quanto fatto ad uno dei manifestanti durante il G8 di Genova, ma anche perché non ha una legislazione adeguata a punire il reato di tortura.

All’origine del procedimento c’è un ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, manifestante veneto che all’epoca aveva 61 anni e che rimase vittima del violento pestaggio da parte della polizia durante l’irruzione nella sede del Genova Social Forum. Nel ricorso l’uomo afferma che quella notte fu brutalmente picchiato dalle forze dell’ordine tanto da dover essere operato e da subire ancora oggi ripercussioni per alcune delle percosse subite. Cestaro sostiene che le persone colpevoli di quanto ha subito sarebbero dovute essere punite adeguatamente ma che questo non è mai accaduto perché le leggi italiane non prevedono il reato di tortura o reati altrettanto gravi.

I giudici hanno deciso all’unanimità che lo stato italiano ha violato l’articolo 3 della convenzione sui diritti dell’uomo, che recita: “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”. La Corte di Strasburgo ha stabilito che il trattamento che gli è stato inflitto deve essere considerato come “tortura”, ma nella sentenza i giudici sono andati oltre, sostenendo che se i responsabili non sono mai stati puniti, è soprattutto a causa dell’inadeguatezza delle leggi italiane, che quindi devono essere cambiate. La mancata identificazione degli autori materiali dei maltrattamenti dipende, secondo la Corte, “in parte dalla difficoltà oggettiva della procura a procedere a identificazioni certe, ma al tempo stesso dalla mancanza di cooperazione da parte della polizia”.Nella sentenza si legge anche che la mancanza di determinati reati non permette allo Stato di prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte delle forze dell’ordine.

VIDEO Ritorno alla Diaz, parlano le vittime del pestaggio

In particolare per quanto riguarda il caso di Cestaro, “aggredito da parte di alcuni agenti a calci e a colpi di manganello”, la Corte sottolinea “l’assenza di ogni nesso di causalità” fra la condotta dell’uomo e l’utilizzo della forza da parte della polizia nel corso dell’irruzione nella scuola. E i maltrattamenti “sono stati inflitti in maniera totalmente gratuita” e sono qualificabili come “tortura”. L’azione avviata da Cestaro assume particolare rilevanza poiché è destinata a fare da precedente per un gruppo di ricorsi pendenti. L’Italia dovrà versare a Cestaro un risarcimento di 45mila euro.

La proposta di legge che introduce nel codice penale il reato di tortura è all’esame del parlamento da quasi due anni: approvata dal senato poco più di un anno fa, il 5 marzo 2014, dopo una discussione durata 8 mesi, ora è in seconda lettura alla camera dove il 23 marzo scorso è approdata in aula per la discussione generale. L’esame dovrebbe riprendere in settimana, dopo l’ok alla riforma del terzo settore, con i tempi contingentati e quindi certi e rapidi. Ma il testo, già modificato dalla Commissione giustizia di Montecitorio, dovrà tornare al Senato.

VIDEO Diaz, cronaca di un massacro quel sangue non ancora lavato

Nero uniforme da: il manifesto

Nero uniforme

Nero uniforme

di Saverio Ferrari

Storie. Dalla «Legione Brenno» ad «Aquila Nera» fino ai contractor di guerra, il fenomeno delle pericolose organizzazioni neofasciste costituite da ex carabinieri ed ex appartenenti alle forze dell’ordine

Sem­bre­reb­bero essersi subito spenti i riflet­tori sull’operazione «Aquila Nera», avviata dalla Pro­cura dell’Aquila che con quat­tor­dici arre­sti, a fine dicem­bre, ha por­tato allo sman­tel­la­mento di una pre­sunta orga­niz­za­zione ter­ro­ri­stica di stampo neo­fa­sci­sta deno­mi­nata «Avan­guar­dia ordi­no­vi­sta». Ciò che al momento appare certo è che alla guida di que­sta for­ma­zione ever­siva figu­rasse tale Ste­fano Manni, per oltre un decen­nio in ser­vi­zio nell’Arma dei Cara­bi­nieri.
Solo qual­che mese fa, a metà set­tem­bre, era stata pro­gram­mata in con­tem­po­ra­nea a Milano e a Roma, in alcune piazze cen­trali, la prima uscita della cosid­detta «Fra­tel­lanza nazio­nale dei lupi neri».

Ambe­due i pre­sidi «nazio­nal­pa­triot­tici» erano stati indetti «pro forze dell’ordine ed eser­cito». A Roma, la mani­fe­sta­zione pro­mossa senza alcuna richie­sta di auto­riz­za­zione era stata sciolta dalla poli­zia dopo l’identificazione dei pre­senti. A Milano, dove si pun­tava a una forte visi­bi­lità, dodici erano stati invece i denun­ciati per apo­lo­gia di fasci­smo dovuta a saluti romani e allo sven­to­la­mento di ban­diere della Repub­blica sociale. La Fra­tel­lanza, sul pro­prio blog, nei giorni pre­ce­denti, aveva pro­pa­gan­dato, tra foto di pistole e mitra d’assalto, l’organizzazione di «campi legio­nari» svol­tisi in diverse loca­lità della Lom­bar­dia. Anche in que­sto caso ai ver­tici com­pa­ri­vano ex cara­bi­nieri, ex poli­ziotti ed ex para­ca­du­ti­sti. Si stanno dun­que mol­ti­pli­cando feno­meni di que­sto tipo, ani­mati da ex ade­renti alle forze armate e ai corpi di poli­zia. Una sto­ria più lunga di quanto si creda.

Destra nazio­nale story

Nel 2005 fu la volta del Dssa (il cosid­detto Dipar­ti­mento Studi Stra­te­gici Anti­ter­ro­ri­smo) venuto alla luce inse­guendo, negli ambienti dei mer­ce­nari e dei body guard, la pista che aveva por­tato Fabri­zio Quat­troc­chi in Iraq, seque­strato e ucciso a Bagh­dad il 14 aprile del 2004.

Nato con «fina­lità di moni­to­rag­gio e con­tra­sto del ter­ro­ri­smo» il Dssa si era rive­lato in realtà una non tra­scu­ra­bile con­grega di neo­fa­sci­sti, poli­ziotti, ed ex pre­sunti appar­te­nenti a Gla­dio, già attivo da qual­che anno anche sotto la deno­mi­na­zione di Destra nazio­nale. L’organizzazione, a sen­tire i pro­mo­tori, venne fon­data al fine di far rivi­vere il Movi­mento Sociale-Destra nazio­nale di Gior­gio Almi­rante, dopo il «tra­di­mento» di Gian­franco Fini. Il sito inter­net fu oggetto di inter­ro­ga­zioni par­la­men­tari già nel 2003 per i suoi espli­citi con­te­nuti raz­zi­sti. L’allarme nac­que in seguito all’annuncio della costi­tu­zione di fan­to­ma­tici «Reparti di Pro­te­zione Nazio­nale», con tanto di divisa (basco, cami­cia e giub­botti grigi, con cin­tu­rone nero), pronti a entrare in azione, in caso di peri­colo, a sup­porto delle forze armate. Inu­tile dire che il peri­colo veniva rav­vi­sato nell’invasione in massa dei «nuovi bar­bari isla­mici». Ciò che però aveva susci­tato mag­gior inquie­tu­dine era che Destra nazio­nale anno­ve­rasse fra i suoi mas­simi diri­genti ex-poliziotti e poli­ziotti in ser­vi­zio presso impor­tanti que­sture, come a Milano, dove lo stesso coor­di­na­tore nazio­nale risul­tava essere un ispet­tore. Al gruppo, non a caso, si affian­cava anche un pic­colo sin­da­cato auto­de­no­mi­na­tosi Unione nazio­nale Forze di Polizia.

A onor del vero, nello stesso arci­pe­lago neo­fa­sci­sta, pur ricco di par­ti­co­la­rità, eccessi e stram­be­rie, Destra nazio­nale non aveva mai goduto di molto cre­dito. Il fatto stesso di assu­mere come sim­bolo lo stemma della Cia leg­ger­mente modi­fi­cato, di qua­li­fi­care i pro­pri ade­renti come ex agenti segreti, con un pas­sato da «gla­dia­tori», in rap­porti di col­la­bo­ra­zione con la Nato e il Mos­sad israe­liano, ave­vano fatto nascere più di un sospetto. Il van­tare anche da parte del pre­si­dente di Dn, Gae­tano Saya, l’appartenenza alla mas­so­ne­ria con l’altisonante titolo di «Mae­stro vene­ra­bile della Log­gia Divul­ga­zione 1», non aveva cer­ta­mente con­tri­buito a dis­si­pare i dubbi.

Mito­mani deli­ranti? Forse. Eppure risul­ta­rono veri­tieri l’accesso alla banca dati del Vimi­nale, non­ché alcuni rap­porti con gli appa­rati di sicu­rezza, il Sismi in primo luogo, emersi nell’inchiesta giu­di­zia­ria. Qual­cosa di più di un’innocua «banda di patac­cari» come li definì l’allora mini­stro degli Interni Giu­seppe Pisanu, quasi a ridi­men­sio­nare l’intera fac­cenda. Solo qual­che anno dopo, nel giu­gno del 2009, tor­na­rono alla ribalta a Milano con la cosid­detta Guar­dia nazio­nale ita­liana, per «pat­tu­gliare il ter­ri­to­rio» con tanto di divisa d’ordinanza: cami­cia gri­gia con cin­tu­rone e spal­lac­cio neri, cra­vatta nera, pan­ta­loni grigi con banda late­rale nera, basco gri­gio con il sim­bolo dell’aquila impe­riale romana. Al brac­cio una fascia nera con la «ruota solare» di ispi­ra­zione nazi­sta. Tra loro il colon­nello dei cara­bi­nieri in con­gedo Augu­sto Cal­zetta di Massa Car­rara. Furono imme­dia­ta­mente messi in con­di­zione di non agire su ordine della Pro­cura della Repubblica.

Gli ante­si­gnani

Tor­nando a ritroso nel tempo altre vicende simili ave­vano ancor prima avuto l’onore della cro­naca, dal Pro­getto Arianna, nel 2000, un’organizzazione anti­droga clan­de­stina costi­tuita a Latina da appar­te­nenti alle forze dell’ordine, per finire agli Elmetti bian­chi, una fon­da­zione a carat­tere inter­na­zio­nale ali­men­tata soprat­tutto da ex poli­ziotti, spun­tata a lato del caso Telekom-Serbia, ani­mata in Ita­lia da un neo­fa­sci­sta assai cono­sciuto per i suoi tra­scorsi in orga­niz­za­zioni ever­sive e nella massoneria.

Molti si saranno cer­ta­mente anche dimen­ti­cati della cosid­detta Legione Brenno, nata in coin­ci­denza con lo scop­pio della guerra serbo-croata per difen­dere la «nuova fron­tiera dell’occidente minac­ciata», venuta alla luce solo nel 1998, seguendo le orme di un san­gui­noso con­flitto a fuoco con agenti di poli­zia tre anni prima a Mar­ghera. La Legione Brenno, ispi­rata ai cava­lieri di anti­chi ordini religioso-militari come i Tem­plari, si sco­prì pre­sto essere stata fon­data da alcuni ex cara­bi­nieri inte­res­sati al busi­ness della sicu­rezza e dell’assoldamento di mili­zie pri­vate nelle guerre in corso.

In tutti que­sti casi la costante risulta la mede­sima. A costi­tuire que­ste orga­niz­za­zioni sono fasci­sti ed ex appar­te­nenti alle forze dell’ordine. Un dato sui cui riflettere.

fonte: il manifesto

Nero uniforme da: il manifesto

Nero uniforme

di Saverio Ferrari

Storie. Dalla «Legione Brenno» ad «Aquila Nera» fino ai contractor di guerra, il fenomeno delle pericolose organizzazioni neofasciste costituite da ex carabinieri ed ex appartenenti alle forze dell’ordine

Sem­bre­reb­bero essersi subito spenti i riflet­tori sull’operazione «Aquila Nera», avviata dalla Pro­cura dell’Aquila che con quat­tor­dici arre­sti, a fine dicem­bre, ha por­tato allo sman­tel­la­mento di una pre­sunta orga­niz­za­zione ter­ro­ri­stica di stampo neo­fa­sci­sta deno­mi­nata «Avan­guar­dia ordi­no­vi­sta». Ciò che al momento appare certo è che alla guida di que­sta for­ma­zione ever­siva figu­rasse tale Ste­fano Manni, per oltre un decen­nio in ser­vi­zio nell’Arma dei Cara­bi­nieri.
Solo qual­che mese fa, a metà set­tem­bre, era stata pro­gram­mata in con­tem­po­ra­nea a Milano e a Roma, in alcune piazze cen­trali, la prima uscita della cosid­detta «Fra­tel­lanza nazio­nale dei lupi neri».

Ambe­due i pre­sidi «nazio­nal­pa­triot­tici» erano stati indetti «pro forze dell’ordine ed eser­cito». A Roma, la mani­fe­sta­zione pro­mossa senza alcuna richie­sta di auto­riz­za­zione era stata sciolta dalla poli­zia dopo l’identificazione dei pre­senti. A Milano, dove si pun­tava a una forte visi­bi­lità, dodici erano stati invece i denun­ciati per apo­lo­gia di fasci­smo dovuta a saluti romani e allo sven­to­la­mento di ban­diere della Repub­blica sociale. La Fra­tel­lanza, sul pro­prio blog, nei giorni pre­ce­denti, aveva pro­pa­gan­dato, tra foto di pistole e mitra d’assalto, l’organizzazione di «campi legio­nari» svol­tisi in diverse loca­lità della Lom­bar­dia. Anche in que­sto caso ai ver­tici com­pa­ri­vano ex cara­bi­nieri, ex poli­ziotti ed ex para­ca­du­ti­sti. Si stanno dun­que mol­ti­pli­cando feno­meni di que­sto tipo, ani­mati da ex ade­renti alle forze armate e ai corpi di poli­zia. Una sto­ria più lunga di quanto si creda.

Destra nazio­nale story

Nel 2005 fu la volta del Dssa (il cosid­detto Dipar­ti­mento Studi Stra­te­gici Anti­ter­ro­ri­smo) venuto alla luce inse­guendo, negli ambienti dei mer­ce­nari e dei body guard, la pista che aveva por­tato Fabri­zio Quat­troc­chi in Iraq, seque­strato e ucciso a Bagh­dad il 14 aprile del 2004.

Nato con «fina­lità di moni­to­rag­gio e con­tra­sto del ter­ro­ri­smo» il Dssa si era rive­lato in realtà una non tra­scu­ra­bile con­grega di neo­fa­sci­sti, poli­ziotti, ed ex pre­sunti appar­te­nenti a Gla­dio, già attivo da qual­che anno anche sotto la deno­mi­na­zione di Destra nazio­nale. L’organizzazione, a sen­tire i pro­mo­tori, venne fon­data al fine di far rivi­vere il Movi­mento Sociale-Destra nazio­nale di Gior­gio Almi­rante, dopo il «tra­di­mento» di Gian­franco Fini. Il sito inter­net fu oggetto di inter­ro­ga­zioni par­la­men­tari già nel 2003 per i suoi espli­citi con­te­nuti raz­zi­sti. L’allarme nac­que in seguito all’annuncio della costi­tu­zione di fan­to­ma­tici «Reparti di Pro­te­zione Nazio­nale», con tanto di divisa (basco, cami­cia e giub­botti grigi, con cin­tu­rone nero), pronti a entrare in azione, in caso di peri­colo, a sup­porto delle forze armate. Inu­tile dire che il peri­colo veniva rav­vi­sato nell’invasione in massa dei «nuovi bar­bari isla­mici». Ciò che però aveva susci­tato mag­gior inquie­tu­dine era che Destra nazio­nale anno­ve­rasse fra i suoi mas­simi diri­genti ex-poliziotti e poli­ziotti in ser­vi­zio presso impor­tanti que­sture, come a Milano, dove lo stesso coor­di­na­tore nazio­nale risul­tava essere un ispet­tore. Al gruppo, non a caso, si affian­cava anche un pic­colo sin­da­cato auto­de­no­mi­na­tosi Unione nazio­nale Forze di Polizia.

A onor del vero, nello stesso arci­pe­lago neo­fa­sci­sta, pur ricco di par­ti­co­la­rità, eccessi e stram­be­rie, Destra nazio­nale non aveva mai goduto di molto cre­dito. Il fatto stesso di assu­mere come sim­bolo lo stemma della Cia leg­ger­mente modi­fi­cato, di qua­li­fi­care i pro­pri ade­renti come ex agenti segreti, con un pas­sato da «gla­dia­tori», in rap­porti di col­la­bo­ra­zione con la Nato e il Mos­sad israe­liano, ave­vano fatto nascere più di un sospetto. Il van­tare anche da parte del pre­si­dente di Dn, Gae­tano Saya, l’appartenenza alla mas­so­ne­ria con l’altisonante titolo di «Mae­stro vene­ra­bile della Log­gia Divul­ga­zione 1», non aveva cer­ta­mente con­tri­buito a dis­si­pare i dubbi.

Mito­mani deli­ranti? Forse. Eppure risul­ta­rono veri­tieri l’accesso alla banca dati del Vimi­nale, non­ché alcuni rap­porti con gli appa­rati di sicu­rezza, il Sismi in primo luogo, emersi nell’inchiesta giu­di­zia­ria. Qual­cosa di più di un’innocua «banda di patac­cari» come li definì l’allora mini­stro degli Interni Giu­seppe Pisanu, quasi a ridi­men­sio­nare l’intera fac­cenda. Solo qual­che anno dopo, nel giu­gno del 2009, tor­na­rono alla ribalta a Milano con la cosid­detta Guar­dia nazio­nale ita­liana, per «pat­tu­gliare il ter­ri­to­rio» con tanto di divisa d’ordinanza: cami­cia gri­gia con cin­tu­rone e spal­lac­cio neri, cra­vatta nera, pan­ta­loni grigi con banda late­rale nera, basco gri­gio con il sim­bolo dell’aquila impe­riale romana. Al brac­cio una fascia nera con la «ruota solare» di ispi­ra­zione nazi­sta. Tra loro il colon­nello dei cara­bi­nieri in con­gedo Augu­sto Cal­zetta di Massa Car­rara. Furono imme­dia­ta­mente messi in con­di­zione di non agire su ordine della Pro­cura della Repubblica.

Gli ante­si­gnani

Tor­nando a ritroso nel tempo altre vicende simili ave­vano ancor prima avuto l’onore della cro­naca, dal Pro­getto Arianna, nel 2000, un’organizzazione anti­droga clan­de­stina costi­tuita a Latina da appar­te­nenti alle forze dell’ordine, per finire agli Elmetti bian­chi, una fon­da­zione a carat­tere inter­na­zio­nale ali­men­tata soprat­tutto da ex poli­ziotti, spun­tata a lato del caso Telekom-Serbia, ani­mata in Ita­lia da un neo­fa­sci­sta assai cono­sciuto per i suoi tra­scorsi in orga­niz­za­zioni ever­sive e nella massoneria.

Molti si saranno cer­ta­mente anche dimen­ti­cati della cosid­detta Legione Brenno, nata in coin­ci­denza con lo scop­pio della guerra serbo-croata per difen­dere la «nuova fron­tiera dell’occidente minac­ciata», venuta alla luce solo nel 1998, seguendo le orme di un san­gui­noso con­flitto a fuoco con agenti di poli­zia tre anni prima a Mar­ghera. La Legione Brenno, ispi­rata ai cava­lieri di anti­chi ordini religioso-militari come i Tem­plari, si sco­prì pre­sto essere stata fon­data da alcuni ex cara­bi­nieri inte­res­sati al busi­ness della sicu­rezza e dell’assoldamento di mili­zie pri­vate nelle guerre in corso.

In tutti que­sti casi la costante risulta la mede­sima. A costi­tuire que­ste orga­niz­za­zioni sono fasci­sti ed ex appar­te­nenti alle forze dell’ordine. Un dato sui cui riflettere.

fonte: il manifesto

“Basta Renzi, le forze dell’ordine scioperano”Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

«Noi non siamo incaz­zati con il governo Renzi: siamo stra-incazzati». Se parli con i poli­ziotti rie­sci a capire come in poche ore, nel pome­rig­gio di ieri, sia mon­tata la rab­bia di tutto il com­parto forze dell’ordine, fino a minac­ciare – per la prima volta nella sto­ria ita­liana – uno «scio­pero gene­rale» di poli­zia, cara­bi­nieri, vigili del fuoco, eser­cito, marina, aero­nau­tica e guar­dia di finanza. Annun­ciato dai sin­da­cati e dal Cocer interforze.

In serata il pre­mier Renzi ha rispo­sto: «Rice­verò gli agenti di poli­zia, ma non accet­terò ricatti», ha detto. È ingiu­sto, ha aggiunto, scio­pe­rare per un aumento di sti­pen­dio quando ci sono milioni di disoccupati.

Nel mirino della pro­te­sta, il blocco dei con­tratti del pub­blico impiego annun­ciato dalla mini­stra Marianna Madia due giorni fa. In realtà, que­ste forze non hanno il diritto di scio­pe­rare, ma assi­cu­rano che tro­ve­ranno delle for­mule per arri­vare al mas­simo impatto pos­si­bile. Per­ché si parli di loro e delle loro con­di­zioni di lavoro, ormai al limite: la stessa parola «scio­pero gene­rale» è stata usata appo­sta, per­ché “bucasse” l’informazione.

La pro­te­sta ieri è mon­tata improv­vi­sa­mente, men­tre paral­le­la­mente si face­vano sen­tire anche gli altri set­tori del pub­blico impiego, che pure annun­ciano ini­zia­tive. Ma forse per­ché più “com­presse” in strette maglie di disci­plina, le forze dell’ordine sono esplose: prima hanno annun­ciato il blocco degli straor­di­nari i poli­ziotti di Bolo­gna, poi è arri­vata la nota nazio­nale, con l’annuncio di uno
«scio­pero gene­rale entro fine settembre».

Lo si farà pro­ba­bil­mente nella forma di una grande mani­fe­sta­zione nazio­nale, o con l’indizione con­tem­po­ra­nea e in tutte le città di assem­blee sin­da­cali (ma se la poli­zia ha diritto a farle, i cara­bi­nieri ad esem­pio non pos­sono usu­fruire di que­sta pos­si­bi­lità). «Siamo anche dispo­sti a man­dare avanti qual­cuno e a farci denun­ciare», dicono i poli­ziotti in piena arrabbiatura.

«Per la prima volta nella sto­ria della nostra Repub­blica – spie­gano nella nota sin­da­cati e Cocer – siamo costretti a dichia­rare lo scio­pero gene­rale» del com­parto sicu­rezza, difesa e soc­corso pub­blico, «veri­fi­cata la totale chiu­sura del governo ad ascol­tare le esi­genze delle donne e degli uomini in uniforme».

«Quando abbiamo scelto di ser­vire il Paese, per garan­tire Difesa, Sicu­rezza e Soc­corso pub­blico – pro­se­gue la nota – era­vamo con­sci di aver intra­preso una mis­sione votata alla totale dedi­zione alla Patria e ai suoi cit­ta­dini con con­di­zioni dif­fi­cili per man­canza di mezzi e di risorse. Quello che non cre­de­vamo è che chi è stato ono­rato dal popolo ita­liano a rap­pre­sen­tare le Isti­tu­zioni demo­cra­ti­che ai mas­simi livelli, non avesse nem­meno la rico­no­scenza per coloro che, per poco più di 1300 euro al mese, sono pronti a sacri­fi­care la pro­pria vita per il Paese».

Daniele Tis­sone, segre­ta­rio del Silp Cgil, spiega che la sop­por­ta­zione della cate­go­ria è arri­vata al limite, non solo per la man­canza di mezzi e per­so­nale, che rende sem­pre più arduo e rischioso il lavoro, ma per il fatto che gli sti­pendi sono bloc­cati da ben cin­que anni. E ora si pre­para addi­rit­tura il sesto.

«Nel 2009 abbiamo avuto l’ultimo aumento con­trat­tuale – afferma Tis­sone – pari a 130–140 euro lordi in tre anni. Ma a parte il con­tratto, ci sono stati bloc­cati, a par­tire dal 2011, anche gli scatti di anzia­nità, le pro­mo­zioni, gli asse­gni di fun­zione. In pra­tica, se sei pro­mosso, assumi ruoli e respon­sa­bi­lità del grado supe­riore, ma la paga resta ferma». Insomma, negli ultimi quat­tro anni, per que­sti ulte­riori bloc­chi, alcuni poli­ziotti sono arri­vati a per­dere anche 300 euro netti al mese. Mica bruscolini.

Dalle forze dell’ordine la pro­te­sta potrebbe allar­garsi all’intero pub­blico impiego: ieri la segre­ta­ria della Cgil Susanna Camusso ha par­lato di «blocco incom­pren­si­bile dei con­tratti», e Raf­faele Bonanni (Cisl) ha annun­ciato «mobi­li­ta­zioni». L’Usb attuerà invece «una guer­ri­glia, con azioni non convenzionali».

Ikea di Piacenza, la polizia carica il picchetto dei facchini contro i licenziamenti. Solidarietà Prc Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Scontri tra forze dell’ordine e manifestanti si sono verificati questa mattina davanti ai cancelli dell’Ikea di Piacenza, dove il sindacato Si Cobas e alcuni giovani dei centri sociali hanno organizzato una iniziativa a sostegno della vertenza dei facchini contro l’allontanamento di 33 dipendenti della cooperativa San Martino che ha in appalto il servizio di facchinaggio all’interno del colosso multinazionale svedese.
Le forze dell’ordine sono intervenute con azioni di contenimento e hanno sollevato da terra i manifestanti che praticavano resistanza passiva. Tre di loro sono rimasti feriti, seppur in modo non grave, e sono stati medicati al pronto soccorso, dove sono giunti con l’ambulanza del 118. Ci sono dei contusi anche tra gli agenti. “Ci colpiscono perche’ siamo dei Si Cobas, non per ragioni reali”: lo sostengono gli operai sospesi dalla Coop San Martino con l’accusa di aver bloccato il lavoro all’interno del deposito Ikea di Le Mose e che hanno presidiato i cancelli della struttura alla periferia di Piacenza.
I “licenziati temporaneamente” sono 33 (sei italiani e il resto provenienti da Albania, Marocco, Algeria, Macedonia, Tunisia, Romania, Filippine, Brasile, Senegal e Nigeria), ma la protesta coinvolge oltre un centinaio di persone tra cui – per solidarieta’ – operai della Granarolo di Bologna e giovani dei centro sociali bolognesi Crash e Hobo.
Sulla vicenda c’è una nota di Paolo Ferrero, segretario del Prc. “Questa mattina le forze dell’ordine sono intervenute a suon di manganellate e lacrimogeni per interrompere il blocco – a cui ha aderito la maggioranza dei lavoratori – dei cancelli dello stabilimento dell’Ikea di Piacenza. Ancora una volta la risposta per chi lotta è il manganello. I blocchi dei cancelli sono partiti ieri dopo la sospensione di 33 lavoratori dipendenti della Cooperativa San Martino, che ha in appalto gran parte del personale operante all’interno dell’Ikea. Chiediamo il reintegro dei lavoratori sospesi e l’avvio immediato di un confronto tra le parti al fine di migliorare le condizioni di lavoro interne ad Ikea, così come richiesto dai lavoratori in lotta”.

#12A. Forze dell’ordine a militante: “Se non vuoi prendere le botte non devi venire a queste manifestazioni” | Autore: isabella borghese da: controlacrisi.org

15.000 i manifestanti al corteo che si è tenuto oggi per il diritto alla casa e contro l’austerity. La prima manifestazione nazionale, va detto, dall’elezione di Matteo Renzi, il cui sito, proprio oggi è stato poi buttato giù da Anonymus.
E’ è intorno alle cinque che sono avvenute le cariche della polizia in via Veneto, tra il ministero dello sviluppo economico e quello del welfare.
Ed è all’imbocco tra piazza Barberini e via del Tritone, dove sono avvenuti gli scontri tra le forze dell’ordine e manifestanti, che abbiamo incontrato un militante di Sinistra Anticapitalista, G. R., in terra, circondato dalla polizia.
Lungo il corteo, dopo il passaggio nel traforo, lo abbiamo cercato e siamo riusciti ad avere la sua testimonianza diretta.


Ho seguito le cariche da via Veneto fino a incontrarti in terra, all’inizio di via del Tritone. Come sei finito sull’asfalto?
Ero nello spezzone di Sinistra Anticapitalista. A un certo punto dopo l’esplosione di alcune bombe carta una parte del corteo ha iniziato a correre verso via del Tritone.

Tu non sei scappato?
No, per non essere travolto dai manifestanti sono rimasto lì dov’ero, in piedi e all’improvviso tra via del Tritone e piazza Barberini mi sono trovato i cellerini che mi hanno preso a manganellate e mi hanno fatto cadere a terra prendendomi poi a calci e manganellate. Mi sono riparato la testa. Quando ho potuto ho cercato di rialzarmi.

Ci sei riuscito subito?
No.

E cosa è accaduto?
I cellerini mi hanno ributtato per terra schacciandomi con un manganello. A quel punto poco dopo mi hanno tirato su loro tirandomi per la giacca.

Ho sentito un poliziotto dirti qualcosa…
Sì. Io ho detto che mi avevano manganellato senza che avessi fatto nulla.

Ti hanno risposto?
Sì. Uno di loro mi ha detto: “Chiaramente non hai fatto niente perché hai il volto scoperto il che significa, visto che non hai fatto niente, che se non vuoi prendere le botte non devi venire a queste manifestazioni”.

«Grillo non strumentalizzi il malessere dei poliziotti» Fonte: Il Manifesto

 

Intervista a Daniele Tissone, segretario Silp-Cgil: «Grillo farebbe bene a non stru­men­ta­liz­zare il lavoro delle forze dell’ordine, le sue sono affer­ma­zioni irresponsabili».

Daniele Tis­sone lei è segre­ta­rio gene­rale del Silp-Cgil, uno dei mag­giori sin­da­cati di poli­zia. Cosa le fanno pen­sare le parole del lea­der del M5S?
Fac­ciano chia­rezza: le forze dell’ordine sono in piazza per per­met­tere a tutti i cit­ta­dini di mani­fe­stare libe­ra­mente. Libe­ra­mente e paci­fi­ca­mente. Garan­ti­scono l’agibilità demo­cra­tica. Noi non siamo una parte, né ci schie­riamo. E lunedì pur­troppo gli agenti sono stati aggre­diti dal alcuni vio­lenti faci­no­rosi. L’episodio a cui si rife­ri­sce Grillo, quando gli agenti si tol­gono il casco, mi pare che si sia veri­fi­cato in un momento in cui non c’era con­trap­po­si­zione. In que­sti casi un gesto come quello può essere utile per abbas­sare al ten­sione. Ogni stru­men­ta­liz­za­zione che fa schie­rare il poli­ziotto da una parte o dall’altra non solo è poco respon­sa­bile, ma è anche pericolosa.

Però ammet­terà che il males­sere tra gli agenti è reale.
Chi fa parte delle forze dell’ordine è un lavo­ra­tore come tutti gli altri, e quindi ha cer­ta­mente un suo males­sere. Come Silp Cgil abbiamo fatto tre pre­sidi, ad ago­sto, otto­bre e novem­bre, ci siano recati anche noi davanti ai palazzi per denun­ciare le dif­fi­coltà che vivono le donne e gli uomini in divisa a causa di un con­tratto che non si rin­nova da cin­que anni, per il blocco degli auto­ma­ti­smi sala­riali e per una carenza di risorse strut­tu­rali che ci impe­di­sce di fare al meglio il nostro lavoro.

Qual­che suo col­lega però dice che la scelta di togliersi il casco dimo­stre­rebbe come la misura sia colma anche per i poliziotti.

Biso­gna scin­dere tra il poli­ziotto lavo­ra­tore, che mani­fe­sta quando deve farlo, e il poli­ziotto che inter­viene come ordine pubblico.

C’è il rischio di tro­varsi di fronte a qual­che gesto di disob­be­dienza civile da parte degli agenti, come quelli di cui parla Grillo?
No. Credo che ci sia suf­fi­ciente matu­rità all’interno delle forze dell’ordine per capire che non si pos­sono mischiare l’attività di ser­vi­zio con altre situa­zioni, per le quali abbiamo gli stru­menti per poter intervenire.

Prato, Ferrero: «Mandino lì le forze dell’ordine invece che a militarizzare la Val Susa!» da: rifondazione comunista

Prato, Ferrero: «Mandino lì le forze dell’ordine invece che a militarizzare la Val Susa!»

Prato, Ferrero: «Mandino lì le forze dell’ordine invece che a militarizzare la Val Susa!»

«Perché invece di occupare militarmente la Val di Susa con migliaia di poliziotti, il governo non li manda invece a Prato, ad impedire che la gente lavori e muoia in condizioni disumane?» Così Paolo Ferrero, segretario nazionale PRC, ha commentato la tragedia di Prato, l’incendio nel capannone-dormitorio nel quale sono morti 7 lavoratori. «La situazione dei lavoratori nel distretto di Prato è nota a tutti: servirebbero controlli e prevenzione, un efficace e vero contrasto del lavoro nero, al fine di garantire il rispetto dei diritti umani e dei diritti dei lavoratori, indipendentemente dalla loro nazionalità! Tutto il nostro cordoglio per le vittime dell’incendio di Prato e per le loro famiglie: purtroppo questa tragedia è frutto della logica del profitto a tutti i costi, che calpesta i diritti umani»