Riina, una escort dello Stato-Mafia per tutte le stagioni da: antimafia duemila

riina-lodato-okdi Saverio Lodato – 1° settembre 2014
A noi questo Totò Riina che torna a parlare per gli eterni aggiornamenti delle vicende di Cosa Nostra e dintorni, raccontando che a suo tempo Berlusconi, ogni sei mesi, gli faceva avere duecentocinquanta milioni delle vecchie lire perché negozi Standa e tralicci televisivi potessero vivere serenamente in Sicilia, ricorda tanto da vicino quelle escort che, armate di rossetto, cipria e vistose scollature, sfilavano a frotte negli studi televisivi alla page,  per raccontare le bravate notturne di Silvio, o di “papi”, se si preferisce, alla corte di Palazzo Grazioli. Quella era una fase in cui fra tanti, a sinistra, si era diffusa la folgorante convinzione che ogni puttana in più che finiva in prima serata rappresentava una picconata al robusto e ritorto albero del potere berlusconiano che, dai oggi e dai domani, sarebbe venuto giù per sempre. Sappiamo come andò a finire. L’albero è lì, con qualche ramo ormai seccato, tante foglie ingiallite, ma le radici non sono state particolarmente scalfite. In tanti si esercitano nello sport di chiedersi cosa farebbe o direbbe Giovanni Falcone, se oggi fosse ancora vivo, ogni qual volta la cronaca giudiziaria presenta casi spinosi e tempestosi. E noi, sommessamente, ce lo siamo chiesti a proposito del processo di Milano scaturito dall’ “affaire Ruby-Mubarak”, senza nulla voler togliere al puntiglio del pubblico ministero Boccassini… Ognuno si dia la risposta che vuole.

Ma poiché la “via del buoncostume al socialismo” non l’ha ancora inventata nessuno, l’effetto boomerang è stato che oggi Berlusconi, grazie all’ editto renziano, vidimato dal capo dello Stato, è stato cooptato fra i padri della patria, gli viene riconosciuto un ruolo  di “inter pares”, e, se proprio vogliamo dirla tutta, si è definitivamente consacrato il principio che, ammesso che scopasse, scopava a sua insaputa. Ora il paragone potrà sembrare ardito, ma, a ben vedere, non lo é. Partiamo da lontano.
Da Giulio Andreotti, per esempio. Oggi Riina fa sapere che per incontrarlo in Sicilia lo incontrò, ma “bacio” niente, solo languidi sospiri…  E’ toccato all’attuale procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, tenere il punto in un’intervista al “Corriere della Sera” in cui, chi intervistava, insisteva petulantemente che Andreotti fu “assolto” dalla Cassazione per quelle viscide frequentazioni che riguardavano un sette volte presidente del consiglio. Andreotti infatti, con buona pace di Bruno Vespa e della stragrande maggioranza dei media italiani, fu “prescritto” dalla Cassazione per quegli incontri, ci si perdoni la rozzezza stilistica, e persino “condannato” a pagare le spese processuali. Il grande Ciccio Ingrassia, intervistato nei tempi che furono dal TG1, alla domanda,  che allora teneva banco perché si trattava di buttare in caciara il processo di Palermo, “ma secondo lei, è possibile che Riina e Andreotti si siano baciati?”, diede una risposta di rara finezza: “non lo so se si sono incontrati. Ma stia tranquillo che se si sono incontrati si sono baciati …”. In Italia spesso sono solo i comici e i vignettisti ad avere il dono innato di essere lapalissiani, ma così cogliendo il vero; tutti gli altri attaccano il carro dove vuole il padrone. I politici italiani, con stomaco più capiente dello struzzo, hanno tranquillamente sorvolato su quei decenni di “andreottismo” perché hanno imparato l’arte di edificare “politicamente” sulle macerie evitando l’incombenza di rimuoverle.
Ora occupiamoci di Berlusconi e dei 250 milioni che “u zu Totò” riceveva semestralmente, a suo dire, in quanto rappresentante della ditta Cosa Nostra, da quello che sarebbe diventato il leader di Forza Italia. Per avere una verifica della “notizia” basterebbe bussare a una cella di Rebibbia, chiedere a Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia, vita parallela la sua a quella di Silvio e che avrebbe fatto sbizzarrire la penna di un Vasari. Dell’Utri, purtroppo, come uno stoico, si ispira al motto “acqua in bocca”, ma se decidesse di raccontare perché un assassino patentato come Vittorio Mangano finì alla corte di Arcore, perché ci finì, e qual era il suo effettivo mandato, che tutto era tranne che un “mandato equino”, ne sentiremmo delle belle. Ma è così l’Italia. Ci sono in circolazione, spesso con tutti i timbri della carta bollata, “mezze verità” che devono accontentare tutti. Una verità “sola”, “solare”, “unica”, su nessuna delle miriadi di storie nere, criminali, economiche e politiche, che hanno insanguinato la Repubblica, è lusso che non ci possiamo permettere. Torniamo a Riina.
Giova ricordare che gli “aggiornamenti”, di cui parlavamo all’inizio, risalgono sempre a quel colloquio “live”, grazie alle registrazioni carcerarie, avvenuto nel carcere di Opera a Milano, fra Riina e un ceffo della Sacra Corona Unita che qualcuno pensò bene di affiancargli durante l’ora d’aria. Il “fatto” risale all’agosto dello scorso anno. Ma viene fuori a ondate successive. E questo non è bello. Non è rispettoso nei confronti dell’opinione pubblica. Anche il “format” della telenovela più seguita deve avere una sua fine. Insomma, questa storia del colloquio di Opera, sa di giochino che, tirato troppo alla lunga, rischia di diventare sporco. Cerchiamo di metterci d’accordo. Qual è la posizione di Riina? Fino a prova contraria è un pluriergastolano per delitti e stragi. Non è mai stato, non ha mai voluto esserlo, un “collaboratore di Giustizia”. Allora cos’ è? E’ la gran “voce” che parla dal di dentro dei poteri criminali? Può farlo in assenza di contraddittorio? Senza filtri? Può abbattersi come un meteorite sulla testa di milioni di italiani a reti unificate? Pare proprio di sì.
A questo proposito è davvero curioso che almeno una volta al mese, in Italia, scoppia la polemica perché qualcuno ha parlato da qualche parte, spesso capita nelle facoltà universitarie, senza avere gli adeguati requisiti morali. Oddio ci fosse qualcuno che si levasse indignato al cospetto degli sproloqui del Riina! Tutti in adulazione. In venerazione. Proni alla gran “voce” che parla dal di dentro. Non lo straccio di un editoriale di Eugenio Scalfari o di Giuliano Ferrara. Non il balbettio dell’opinionista, Emanuele Macaluso. Non un monito del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Certo. Riina sta al gabbio. Per fortuna di tutti noi. E non ha grandi possibilità di spostamenti.
Ma se per assurdo qualche conduttore di talk show riuscisse ad accaparrarselo in prima serata, sai che share, sai che ascolti, sai che poltrone girevoli e che fondali, e che luci… Ammetterete che neanche questo è bello. Insomma, è come se qualcuno stesse utilizzando una vecchia escort del calibro di Totò Riina, che indubbiamente di segreti, e non segreti di camera da letto, ne conosce tanti, per un eterno aggiustamento di quelle “mezze” verità, di cui parlavamo prima, che si danno in pasto agli italiani. Perché Riina si presta, modestamente crediamo di averlo capito. Riina ormai lo fa, l’abbiamo scritto cento volte, perché conosce benissimo l’esistenza dello Stato-Mafia e della Mafia-Stato, e sa che la contrapposizione fra Stato e mafia è stata una bella favoletta che per decenni ha tenuto banco. Al punto in cui è, con famiglia ed eredi a cui pensare, e soldi a palate, che forse nessuno gli cerca più, che gli costa fare qualche “favorino” a quello Stato-Mafia con il quale in fondo è sempre andato d’accordo, lui e tutta Cosa Nostra, nei secoli e nei secoli? A tal proposito sarebbe interessante che il sito “Dagospia”, diretto dal collega Roberto D’Agostino, che per definizione si occupa, fra l’altro, di “retroscena”, adoperasse l’arma dell’inchiesta per scoprire come è possibile che a un anno esatto dal colloquio di Opera si continui ancora – giornalisticamente, s’intende – a mungere latte fresco. Ci sovvengono – infatti – le parole tratte da “La Baronessa di Carini” dal compianto Vincenzo Consolo: “O gran manu di Dio, ca tantu pisi, cala, manu di Dio, fatti palisi”.

“O grande mano di Dio, che tanto pesi, cala, mano di Dio, fatti palese”.

Ma Riina non è Dio. E’, scusate la volgarità, un semplice pezzo di m…

saverio.lodato@virgilio.it

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Art. 18, grazie all’assist di Alfano e Sacconi Renzi va a punto: “Cambiare lo Statuto dei lavoratori”Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

L’articolo 18 e’ un “totem ideologico”, un “simbolo”, di cui e’ “inutile discutere adesso”. Molto meglio “riscrivere lo Statuto dei lavoratori”. Ha tutta l’aria di essere un gioco di squadra quello tra il premier Renzi da una parte e Alfano e Sacconi dall’altra. Qualche giorno di polemiche, e via: la “deregulation” dei diritti va avanti. E ora sul Jobs act, e su Sblocca Italia. si gioca tutta la partita. La tensione estiva nell’esecutivo riavvicina Forza Italia, almeno su questo tema, ai vecchi compagni di viaggio: per Renato Brunetta il terreno dell’art.18 e’ un modo per tentare l’asse con Ncd; la proposta di Sacconi piace (“noi ci stiamo”) e sui “contenuti siamo d’accordo con Alfano”, mettendo in campo anche la sua idea di una “moratoria di tre anni”. La palla, poi Brunetta, la passa al Pd. Da un lato la titolare della Pa, Marianna Madia, dice di smetterla con la “retorica” e chiede di non sganciare il concetto dalla “sviluppo”, dall’altro il responsabile economia del Pd, Filippo Taddei, fa presente che l’abolizione dell’art.18 “non e’ in cantiere” ma che semmai “si parla di tutele crescenti”, che è un altro modo di dire la stessa cosa seguendo lo schema del professor Ichino. I sindacati sembrano aver sentito il campanello e scendono in campo con la leader della Cgil Susanna Camusso, che conia l’hashtag ‘#Si’art18’ (“bisogna creare lavoro non discriminazione”), e di nuovo con Maurizio Landini, segretario della Fiom, il quale spera che Renzi non ascolti Alfano. Infine i dati della Cgia mostrano che le aziende interessate dall’art.18 sono soltanto il 2,4% del totale, e riguarda il 57,6% dei lavoratori dipendenti nel settore privato dell’industria e dei servizi.

Ruby, cambiare la legge con il Pd e farsi assolvere. Il delitto perfetto di Berlusconi da: blog il fattoquotidiano

L’avevano votata per questo e alla fine per questo è servita. Silvio Berlusconi strappa un’assoluzione in secondo grado per il caso Ruby grazie alla legge Severino: il sedicente articolato anti-corruzione approvato nel 2012 da Pd e Pdl che, dopo aver permesso alle Coop di uscire prescrizione dall’inchiesta sulla sulla Tangentopoli di Sesto San Giovanni e a Filippo Penati di veder eliminate parte delle sue accuse, svolge ora egregiamente la sua funzione anche nei confronti dell’ex Cavaliere e neo Padre della Patria.

Spacchettare, mentre il processo Ruby era già in corso, il reato di concussione in due, stabilendo pene e fattispecie diverse per la concussione per costrizione e quella per induzione, ha significato spalancare la strada che ha portato il leader di Forza Italia al verdetto di secondo grado.

Niente di sorprendente, a dire il vero. Nel 2012, durante la discussione della legge, votata in nome delle larghe intese, più osservatori, compreso chi scrive, avevano fatto notare gli effetti deleteri delle nuove norme. E l’anno successivo, dopo aver visto finire nel caos decine di processi, anche l’ex procuratore antimafia e attuale presidente del Senato, Piero Grasso, aveva lanciato l’allarme. La nuova legge, secondo lui, andava subito modificata.

Stavano saltando dibattimenti su dibattimenti e, per Grasso, anche il processo Ruby sarebbe finito in niente. “Mi pare”, aveva detto Grasso, “ che con questo nuovo reato non sia più punibile l’induzione in errore o per frode (la telefonata in questura in cui Berlusconi sosteneva che Ruby fosse la nipote di Mubarak ndr). Il comportamento prevaricatore potrebbe essere punito come truffa, ma nel caso di Berlusconi non c’è nessun aspetto patrimoniale”.

Traduzione: con la vecchia norma l’ex Cavaliere sarebbe stato condannato di sicuro. Con la nuova no. Anche perché, come non ha mancato di far notare l’abile difensore di Berlusconi, l’avvocato Franco Coppi, le sezioni unite della Cassazione hanno alla fine stabilito che la nuova concussione per costrizione scatta quando non si può resistere in alcun modo alle pressioni. E che quella per induzione può invece essere punita solo quando chi riceve “pressioni non irresistibili” (in questo caso il funzionario della questura, Pietro Ostuni) gode anche di “un indebito vantaggio”.

Tutto insomma si tiene. Bisogna prendere atto che secondo la corte di appello non è possibile dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che Berlusconi conoscesse la minore età di Ruby (andare a prostitute maggiorenni non è reato). E che secondo la nuova legge fare pressioni in questura senza far balenare nulla in cambio lo è ancor meno.

Il sistema regge, si evolve e vince. Di nuovo Berlusconi la fa franca perché le regole del gioco sono mutate durante partita. Era accaduto nel 2001 quando grazie l’abolizione, di fatto, del falso in bilancio era finito in niente il processo All Iberian sui fondi neri della Fininvest. Era successo di nuovo con il caso della corruzione dell’avvocato David Mills, quando tutto si era prescritto a causa dell’approvazione della legge ex Cirielli che aveva dimezzato i termini oltre i quali i reati vengono eliminati dal colpo di spugna del tempo.

E avviene adesso, grazie a una norma su misura che, a differenza del passato più recente, è stata approvata pure con i voti del centro-sinistra. Segno che l’interesse non era ad personam, ma un po’ più generale. Quasi ad Castam così come era accaduto nel 1997 quando la riforma dell’abuso di ufficio, votata dal Polo e dall’Ulivo, aveva provocato assoluzioni a raffica tra politici di tutti gli schieramenti.

Così in questo clima che sa di antico si aspetta solo la chiusura stagione delle controriforme istituzionali: più firme per i referendum, più firme per le leggi di iniziativa popolare, parlamentari sempre nominati e consiglieri regionali e sindaci coperti da immunità solo perché scelti per sedere al Senato. Poi il presidente di turno, questo o il prossimo, concederà al leader di Forza Italia la grazia. Come negare un atto di clemenza a un Padre della Patria? In quel momento, e solo in quel momento, il delitto sarà davvero perfetto.

Lettera aperta: la solidarietà “all’amico degli amici” da: antimafia duemila

dellutri-pag-pub-corrieredi Giorgio Bongiovanni – 26 giugno 2014

Oggi sulle colonne del Corriere della Sera è stata pubblicata un’intera pagina dedicata all’ex senatore Marcello Dell’Utri (costata oltre 50mila euro) voluta dalla moglie Miranda Ratti nel quale amici, colleghi, politici e familiari esprimono la propria solidarietà. Tra i firmatari chi con il fondatore di Forza Italia ha lavorato a Publitalia (Niccolò Querci, consigliere Mediaset e vicepresidente di Publitalia ‘80) alla Fondazione biblioteca o al settimanale Il Domenicale (l’ex direttore Angelo Crespi), il cugino Massimo Dell’Utri, attuale professore dell’Università di Sassari, il deputato Massimo Palmizio, l’intellettuale Camillo Langone, Candia Camaggi (ex responsabile Fininvest Lugano), Alessandro Salem, dg dei contenuti Mediaset, la squadra dilettantistica Bacigalupo di Palermo (fondata nel 1957). A coloro che hanno preso parte all’iniziativa, e alle loro famiglie, vorrei ricordare che lo scorso maggio la Cassazione ha confermato definitivamente la condanna a sette anni di reclusione per Marcello Dell’Utri, ex braccio destro di Silvio Berlusconi, per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, in quanto per decenni si configurò come quel sicuro anello di congiunzione che garantiva proficui contatti tra Cosa nostra e ambienti politici. L’amico a cui date solidarietà ha infatti favorito soggetti criminali, assassini, narcotrafficanti, torturatori, infanticidi, stragisti, terroristi.

Con la vostra solidarietà non avete commesso un reato punibile dalla giustizia umana, ma uno che va molto al di là di questo. Della qualità delle amicizie di Marcello Dell’Utri, le cui azioni possono essere considerate quantomeno antietiche e certamente criminali, cosa pensano i firmatari che oggi lo sostengono? E soprattutto, cosa può pensare l’opinione pubblica e i cittadini tutti che leggono decine e decine di nomi attorno alla scritta “Al tuo fianco, Marcello” dedicata a un detenuto che per anni ha frequentato i boss di Cosa nostra?

I patti clandestini del governo Renzi | Fonte: sbilanciamoci | Autore: Rossana Rossanda

A quale maggioranza risponde l’attuale governo? Formalmente, il PD ha i non molti voti della sua tornata elettorale più infelice; ma Renzi ha l’abitudine di consultare Forza Italia e la Lega prima ancora di riferire a via del Nazareno e al Parlamento. Sono veri e propri patti, anche se non formalizzati, perché non è formalizzato in nome di quale potere o funzione Silvio Berlusconi deve dire la sua sulle riforme istituzionali e la Lega ha incaricato niente meno che Calderoli, l’autore del Porcellum, a scrivere con Anna Finocchiaro le formule dell’abolizione e ricostituzione del Senato.

La senatrice Finocchiaro si duole altamente che il governo l’abbia abbandonata sul tema dell’immunità che sarebbe ancora concessa al nuovo Senato, cioè a quegli eletti che sarebbero nominati per esercitare il proprio incarico. “Che cosa vogliono da me?” si lamenta ripetutamente alludendo al Presidente del Consiglio e alle chiomate creature che costituiscono il governo. Ma non è difficile capire che vorrebbero da lei il rispetto per delle regole fissate in altra sede, appunto con Forza Italia e Lega, senza che il governo ne risponda letteralmente. Anzi, Renzi le ha fatto sapere con qualche ruvidezza che considera il problema dell’immunità parlamentare per i senatori del tutto secondario. E questa dichiarazione, mentre da tutte le parti gli abbienti incaricati di questo o quel lavoro pubblico stanno dando l’assalto alla diligenza che hanno più vicino, non è la meno sorprendente.

C’è da chiedersi che idea ha l’Italia, stampa compresa, della democrazia rappresentativa. Se ne può pensare anche molto male, ma è innegabile che essa ha un sistema di regole che in questo momento appare quanto mai irriso e confuso. C’è un livello politico di accordi fuori sistema che tuttavia valgono più degli accordi formali: nessuno si sogna più di ricondurre il PD nel Parlamento italiano al semplice posto che gli avevano assegnato le ultime legislative, tutti aspettano di sapere, sia pure in forma ellittica, che cosa Forza Italia, mai ridotta a così modeste proporzioni, e idem la Lega, decidono nel merito della ristrutturazione della democrazia italiana. Però non si può dire in chiare lettere, insieme rivalutando Berlusconi e negandogli il ruolo che gli viene dato. In questi giorni, il Movimento 5 Stelle e Renzi “se parlen” insomma qualcosa di meno che essere già fidanzati, ambedue i soggetti fanno sapere che sperano ciascuno di approfittare dell’altro, fino a calcolare al millimetro quali saranno i rispettivi ambasciatori all’incontro che avverrà nei prossimi giorni. Certo nessun atto della Camera lo registrerà, ma sarà quello che conta. Sta di fatto che l’Italia ha bisogno di riforme istituzionali urgenti, almeno così si dice, ma esse si stanno facendo nel modo più strano e opaco, come se si volesse battezzare un bambino portandolo in chiesa nottetempo.

Tutto questo sembra una prova di particolare efficienza e rapidità del nostro Primo Ministro; e per primi i giuristi che finora stavano alla custodia della correttezza dei nostri istituti, da qualche settimana evitano di prendere posizione. E così la stampa: apparentemente, tutti – partiti e media – sembrano convinti che il Senato vada abolito, nessuno ha ricordato le ragioni per cui la Costituente del 1948 lo ha voluto proprio come Camera di seconda lettura, non per gusto di ripetere, ma rafforzarne le scelte. Non è che gli Italiani siano stati messi davanti allo stesso scenario per decidere se fosse ancora giustificato oppure no; la democrazia riammodernata appare elastica, a volte rigidissima, a volte facile da eludere, ma con questo sistema non si sa più né che cosa è legale nella sostanza e nella forma, né che cosa non lo è. Riformare questo o quel pezzo della Costituzione è diventato più semplice che far votare una legge.

È nel pieno di questo baillame che l’Italia si vanta di piegare le rigidità dei bilanci europei stabilite dai trattati. Ieri veniva elogiata la flessibilità di Angela Merkel, convinta perfino ad accettare come ministro degli esteri d’Europa la signora Mogherini di cui non abbiamo modo di conoscere l’esperienza né le gesta: manifestamente, si spartiscono i posti in Europa in un mercato nel quale ognuno porta i suoi e non ci sono criteri di visibilità o di giudizio accessibili a tutti. La distanza fra gli incarichi dell’Unione e la gente che dovrebbe votarla non può che allargarsi offrendo spazio ai populismi che sembrano spaventare tutte le forze politiche, salvo le multicolori facce dell’estrema destra. La preoccupazione dei primi giorni è durata non più di una settimana.

La crisi di FI, Bonaiuti orbita con Ncd ma intanto si preparano altre defezioni Autore: marco piccinelli da: controlacrisi.org

E così anche Paolo Bonaiuti lascia il partito dell’ex cavaliere del lavoro Silvio Berlusconi approdando al Nuovo Centrodestra. O meglio, si sta avvicinando al Ncd. Nella giornata di oggi l’ex portavoce berlusconiano ha ricevuto un merito da Fabrizio Cicchito, una lama affilata da Giovanni Toti ed ha incontrato Angelino Alfano al Viminale.
La notizia, ormai, sembra essere data per certa e il sodalizio Bonaiuti/Ncd èsolo una questione di ore, forse di formalità, ma comunque è quasi fatta.
Le amarezze in casa forzista si fanno sentire e il consigliere politico di Forza Italia Giovanni Toti, in una nota, ha dichiarato: «Mi dispiace, Paolo è sempre stato un amico. Da giornalista ci ho lavorato per anni. Non capisco ancora la sua decisione. Andrà con Alfano. Quello che mi stupisce della politica in generale è che quando a qualcuno non va più bene, nonostante trent’anni di carriera, non dice: ‘signori non sono più d’accordo con il mio partito me ne vado a casa, vado in pensione…’. No. Cambia partito per star lì altri dieci anni. Questa è la cosa insopportabile».

Mentre Angelino Alfano afferma che, qualora Bonaiuti dovesse approdare al Ncd quella dell’ex portavoce berlusconiano sarebbe una «grande scelta di coraggio», Cicchitto non le manda a dire a Toti asserendo che le sue sono braccia rubate all’agricoltura.
In un botta e risposta di un paio di giorni, che ha visto il suo culmine nella giornata di oggi, Fabrizio Cicchitto si conferma strenuo difensore della linea che ha portato gli ‘alfaniani’alla scissione con l’ala, cosiddetta, dei falchi di Forza Italia.
Ma la pulizia in casa forzista è lampante, così come Alberto d’Argento su ‘La Repubblica’di oggi scrive: «Eppure i forzisti ora tremano, si teme che con il portavoce siano pronti a fare il salto del fosso altri 5 o 6 senatori. E dopo le europee c’è il rischio di smottamenti di massa».
Il dato da rilevare, nella faccenda interna al centrodestra italiano, è una: la ricostruzione ex-novo di un progetto politico riproposto dopo anni di distanza, non serve a nulla, se non suffragato da una imponente forza di volontàdel gruppo dirigente e militante.
Ammesso che quest’ultimo esista ancora e che i dirigenti siano tali.
Il partito di Alfano, dunque, si conferma sempre di piùcome bacino elettorale, ed elemento di unione, per gli esponenti forzisti che non sanno a che santo votarsi: crollato Berlusconi, crolla tutto e non si sa piùche fare.
Un po’come l’Alberto Sordi che interpretava il graduato italiano in ‘Tutti a Casa’di Comencini: i tedeschi sparavano addosso agli italiani che, a loro volta, non avevano ricevuto un ordine preciso mentre gli Stati Maggiori tentennavano, usando un eufemismo.
Lo Stato Maggiore, in realtà, in Fi c’è, ma èlatente. Il sogno Berlusconiano si va infrangendo giorno dopo giorno e i fedelissimi non sanno che pesci pigliare, stretti a metàtra la morsa della fedeltàal leader e le elezioni europee: Forza Italia è, comunque, in calo nei sondaggi.

Quegli stessi sondaggi che Berlusconi, per la verità, nei giorni in cui era Primo Ministro brandiva come un’arma contro ‘la stampa di sinistra’, mentre ora i deputati e senatori forzisti «cercano una saldatura con i malpancisti Pd per mettere in difficoltàRenzi», come riporta oggi D’Argenio.
Il partito-persona è il lascito dell’impropriamente detta Seconda Repubblica, è il comitato elettorale permanente, ormai, a farla da padrone nella geografia politica italiana tutta: il candidato traina il partito e non l’organizzazione stessa ad essere portatore di idee e persone.
Quella del partito di Berlusconi è la storia di un partito che va percorrendo il Viale del Tramonto mentre, a quanto pare, quello dell’ex delfino Angelino Alfano prende il largo, spicca il volo.

Ma, nonostante tutto, l’impronta del ventennio personalista si fa sentire anche in casa alfaniana con il nome del leader ben visibile in calce al simbolo.

I sondaggi premiano la lista Tsipras: “5 eurodeputati” Fonte: Il Fatto Quotidiano | Autore: Alessio Pisanò

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Gli ultimi sondaggi internazionali sull’esito delle elezioni europee di maggio premiano in Italia la lista new entry ‘L’altra Europa con Tsipras’: PollWatch2014, il sito internet lanciato dall’associazione indipendente Vote Watch, prevede addirittura cinque deputati per la lista civica di Barbara Spinelli, Marco Revelli e altri intellettuali italiani che appoggia alla presidenza della Commissione europea il greco 39enne Aléxis Tsípras. Salgono ancora, rispetto a due settimane fa, le quotazioni del Partito democratico (da 22 a 25 deputati) e del M5S (dal 18 a 19). Si registra anche l’impennata di Forza Italia (da 15 a 19) e la scomparsa definitiva di e Ncd. La Lega nord resta sull’orlo del baratro con quattro deputati (il minimo in caso di superamento della soglia nazionale del 4 per cento). Non pervenuti Fratelli d’Italia, Lista civica e Udc ben al di sotto di tale soglia.

La novità più di rilievo sempre essere proprio la lista degli intellettuali italiani che il 5 marzo a Roma ha presentato nome, simbolo e candidati. Tra loro i nomi di Barbara Spinelli, Curzio Maltese, Giuliana Sgrena, Moni Ovadia e Adriano Prosperi, anche se, come detto dalla stessa Spinelli, in alcuni casi si tratta di candidature simboliche. È scomparso in extremis il nome di Andrea Camilleri, uno dei primi a sottoscrivere l’appello della lista. All’ultimo congresso il partito di Nichi Vendola, Sinistra ecologia e libertà, ha deciso di appoggiare la lista Tsipras. Tre le priorità politiche: porre fine all’austerity e alla crisi, avviare la trasformazione ecologica della produzione e riformare le politiche europee sull’immigrazione.

Guida della lista degli intellettuali è il 39enne greco Aléxis Tsípras, leader del partito della sinistra greca Syriza e candidato simbolicamente dal partito europeo della Sinistra unita alla presidenza della Commissione europea. Una candidatura che fa del concetto “no austerity” e “no Troika” le proprie parole d’ordine. Ma se la possibilità che Tsípras vada alla guida dell’esecutivo comunitario è praticamente impossibile, è molto probabile la sua elezione a premier in Grecia alle prossime elezioni visto che Syriza è abbondantemente sopra il 20 per cento a fronte di un tracollo dei socialisti del Pasok.

A questo punto rimane da chiedersi dove andranno a sedersi nel Parlamento europeo i deputati italiani eletti nelle file della lista Tsipras. Secondo fonti del gruppo politico della Sinistra unita all’Europarlamento (Gue), il leader greco avrebbe chiesto alle liste non greche che appoggiano la sua candidatura di confluire, non obbligatoriamente però, nella Gue stessa. Tant’è che agli ipotetici cinque deputati eletti secondo PollWatch potrebbe essere lasciata carta bianca.

In ogni caso lo schieramento della Gue al Parlamento europeo è dato in aumento: ben 67 deputati rispetto agli attuali 35, quasi il doppio. Questo spingerebbe notevolmente a sinistra gli equilibri di un Parlamento oggi a maggioranza di centrodestra, se non fosse per l’aumento della componente euroscettica composta da formazioni politiche di estrema destra. Resta forte, infatti, la quotazione del futuro gruppo euroscettico guidato da Marine Le Pen (francese) e Geert Wilders (olandese) che contrariamente all’estrema sinistra, si pone come obiettivo quello di eliminare l’Unione europea e la sua moneta unica.

E proprio sulla visione dell’Euro si gioca il futuro della seconda formazione politica italiana data in aumento (19 deputati): il Movimento 5 Stelle. Il referendum sulla moneta unica, chiesto a gran voce da Beppe Grillo e da parte della base del M5S, guiderà come un filo conduttore le alleanze in Europa, sulle quali oggi vige il più totale mistero. Non sapendo dove andare a parare, PollWatch attribuisce i 19 pentastellati al gruppo dei Non iscritti, un’accozzaglia di estremisti di destra, espulsi e fuoriusciti vari che passerebbe da 32 rappresentanti a 92 al lordo dei 20 deputati francesi del Front National, dei 5 dell’olandese Partij voor de Vrijheid e degli altri che formeranno il gruppone euroscettico uscendo così dal limbo dei non iscritti.