La trattativa Stato-mafia legittima? Caro prof Fiandaca, venga con me… da: lavocedinewyork

La trattativa Stato-mafia legittima? Caro prof Fiandaca, venga con me…

Non si capisce come un insigne giurista, quale è Giovanni Fiandaca, possa sostenere che la trattativa Stato-mafia è stata legittima. La mafia che ho conosciuto io non può esserlo…

Giovanni Fiandaca
Giovanni Fiandaca

Il potere, a dispetto della pensiero andreottiano, logorò la mente di Totò Riina. S’era convinto d’essere un moderno Cesare, con veto di vita e di morte verso tutti. La prosopopea d’essere il padrone assoluto di Palermo e dintorni, fece fallire il suo progetto di divenire il “Re” assoluto della mafia siciliana e non solo.

Non dico una baggianata quando affermo, che la megalomania del Curtu di Corleone (il basso di Corleone) , fu alimentata e foraggiata da personaggi delle Istituzioni con un patto del tipo:” ..viviamo tutti insieme felici e mafiosi””. Del resto basta spulciare le condanne per concorso esterno alla mafia, di Dell’Utri, di Totò -vasa vasa- Cuffaro, di Contrada, e tanti altri condannati in via definitiva per capire quale fu il connubio mafia/politica.

E poi dovremmo anche aggiungere i morti eccellenti, rei di non aver mantenuto i “patti” nell’assicurare l’esito pro mafiosi, del max-processo. L’inizio della fine dell’impero di Riina, iniziò il 23 aprile 1981, quando decise di uccidere, il giorno del suo 42esimo anno di età “U Falco”, ovvero il principe di Villagrazia, Stefano Bontate.

A seguire quello di Totuccio Inzerillo I due omicidi segnarono definitivamente un’insanabile frattura in seno a Cosa nostra e appare ancora oggi riduttivo affermare che all’epoca vi fu una guerra di mafia. Niente affatto, nessuna guerra attraversò le file di Cosa nostra, ma invero, una “mattanza” tipica delle pulizie etniche di memoria balcanica, voluta da Totò Riina per assicurarsi la leadership di Cosa nostra.

In buona sostanza il mancato Re innescò una caccia all’uomo di quanti erano rimasti fedeli a Bontate o comunque non “allineati” alla sua crescente egemonia del territorio. Gli uomini d’onore, decimati e rincorsi in ogni luogo, vennero etichettati con disprezzo “gli scappati”. Nell’arco temporale che va dal 1981 al 1984 nel solo capoluogo siciliano si registrarono migliaia di morti. La cosa davvero triste era che mentre la Carta costituzionale editata nel 48 abrogava la pena di morte, in Sicilia Totò Riina, ordinava omicidi con frequenza e quantità simile da far rabbrividire qualsiasi persona di sano intelletto.

Ricordo, che nel 84 in una stalla di piazza Scaffa a Palermo, vennero trucidati otto  persone. E lo Stato? Lo Stato era lì, presente e assente,a seconda i punti di vista. Presente, quando a mo’ dipupiata, dopo l’omicidio di Dalla Chiesa mandò in Sicilia mille agenti, che noi definimmo il “secondo sbarco dei mille”. Assente, perchè non volle “colpire” con estrema durezza il gotha di Cosa nostra, permettendo la morte violenta di onesti magistrati, poliziotti, carabinieri e politici, lavandosi poi la coscienza con la posa di una corona d’alloro, mentre nel frattempo strizzava l’occhio ai potentati che erano tutta una “cosa” con Cosa nostra.

A me quel che dispiace e lo dico con onestà, è leggere che un insigne ed esimio giurista, come il prof Giovanni Fiandaca (autore, insieme con Giovanni Lupo, di  un libro in cui critica l’impianto del processo sulla trattativa Stato-mafia, La mafia non ha vinto, edito da Laterza), affermi che la trattativa Stato-mafia è da ritenersi “legittima”. Io non so quale mafia abbia conosciuto il prof Fiandaca, di certo dovrebbe essere diversa da quella che conobbi io da bambino/ragazzo prima e da sbirro poi.

Il ragionamento del prof Fiandaca mi riporta agli anni della giovinezza, quando il solo veder passeggiare sottobraccio uomini d’onore e politici, sintetizzava a furor di popolo un palese e tacito accordo tra loro. E mi spiace che lo stesso prof non sia stato eletto al Parlamento europeo: l’intera Europa di sicuro si sarebbe giovata dalla lungimiranza di un così esimio giurista e conoscitore di cose di mafia.

Non capisco questo accanimento verso la Procura di Palermo, prima verso Caselli e ora verso Nino Di Matteo: addirittura per certi versi anche in contrasto col magistrato Giovanni Falcone, sul concorso esterno all’associazione mafiosa. Non gli piace che la magistratura si occupi della trattativa Stato mafia? Vogliamo ritornare indietro prof Fiandaca quando a Palermo vivevano “ncutti (vicino) mafiosi e politici?

E no, prof Fiandaca, venga con me, le faccio visitare le vie e le piazze dove i miei occhi videro i corpi maciullati di Pio La Torre, Dalla Chiesa, dei miei colleghi e carabinieri ammazzati: venga con me e le faccio vedere dove negli anni 70/80 alcuni onorevoli nazionali e siciliani si riunivano per incontrare il gotha di Cosa nostra.

E lei mette in discussione la fattispecie di reato voluto da Falcone? Ma per favore! E’ facile parlare quando nel corpo non si portano ferite difficilmente sanabili: è facile stare seduto su una cattedra universitaria e disquisire sul comportamento della Procura di Palermo, che peraltro ha pagato un durissimo prezzo.

E allora esimio prof vada a dire ai familiari vittime della violenza mafiosa che il concorso esterno è un obbrobrio, vada a dire che la trattativa Stato mafia è legittima.

Ritornando a Totò Riina, egli ha voluto strafare, forse inebriato dal potere: un potere di vita o di morte. E, proprio l’arroganza d’essere il “centro” del mondo, che innescò il suo declino. Era convinto d’essere divenuto l’unica suprema autorità, e lo dimostrò con le stragi del 92/93. E come dargli torto se uno Stato imbelle gli permise anni e anni di latitanza, sino a ricevere un suo “papello”?

Il declino dei “corleonesi” è sotto gli occhi di tutti, ma sopravvivono “menti raffinatissime” che di certo non hanno i “peri incritati”: menti, dedite da anni e anni a trattare, ad essere il collante degli indicibili accordi tra Stato e mafia. Lo Stato non può e non deve abdicare al primo reuccio che si presenta in scena.

Lo Stato non può e non deve trattare coi delinquenti e con gli assassini, altrimenti, egregio prof Fiandaca, calpesteremo la memoria di chi ha pagato con la vita la fedeltà allo Stato. Noi siamo l’Italia e non un Paese sudamericano. Se dipendesse da me punirei senza se e senza ma, anche la semplice stretta di mano tra un mafioso e un politico. Altro che concorso esterno.

E quindi ben vengano uomini come il magistrato Nino Di Matteo, che rappresentano un ostacolo alla continuazione di un “sistema” collaudato da tempo, ovvero il “vizio” di trattare coi mafiosi. Infine, lo stesso magistrato Paolo Borsellino, si mise di traverso e morì per la cocciutaggine di non accettare “ il puzzo del compromesso” e di rompere la discontinuità degli “accordi”. La sua Agenda Rossa, che rappresentava il bancomat della verità, fu vigliaccamente rubata. Il declino dei “corleonesi” è avvenuto, vorrei vedere altri declini, se non altro per rispetto ai nostri martiri della violenza mafiosa.

Trattativa Stato-mafia: le congetture di Fiandaca e i fatti di Travaglio da: micromega

Trattativa Stato-mafia: le congetture di Fiandaca e i fatti di Travaglio


di Angelo Cannatà

Ho sul tavolo due libri: La mafia non ha vinto, di Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo edito da Laterza; E’ Stato la mafia, di Marco Travaglio, Chiarelettere. Ho finito di leggerli da qualche giorno. Li riprendo in mano per evidenziare come la realtà possa essere manipolata nonostante le annunciate/ostentate/cattedratiche dichiarazioni di scientificità. Il tema è la trattativa Stato-mafia. Le conclusioni, opposte. Fiandaca-Lupo: Cosa nostra non è stata salvata. Travaglio: c’è stata una resa ai boss delle stragi. Dove sta la verità?

Il contributo dello storico – scrive Lupo – non può ridursi alla constatazione che la trattativa Stato-mafia c’è sempre stata. “La storiografia deve spiegare come le cose sono cambiate, indicare le linee di continuità ovvero discontinuità” (pp. 16-17). Lo storico mette le mani avanti, pone questioni metodologiche e si apre alla letteratura: Leonardo Sciascia, Filologia (pp. 12-14). Poi arriva al dunque: nel processo della cosiddetta trattativa mancano le prove. La reazione stragista? “E’ possibile che la leadership mafiosa sia stata incapace di calcolare gli effetti di questa iniziativa perché in preda a una sorta di coazione a ripetere che prevedeva un’unica tattica: colpire e poi colpire ancora. Così d’altronde aveva conquistato il potere” (p. 22). Come dire: Lupo accusa i magistrati di partire da ipotesi precostituite, ma usa – di fatto – tesi (“E’ possibile che…”) aprioristiche… precostituite. Quando si dice la scientificità! Di più. Lupo “sa” che una parte d’Italia “ha bisogno di convincersi che nel passaggio cruciale del 1992-‘93 ci siano state non solo trattative tra apparati di sicurezza, gruppi politici, esponenti mafiosi, ma ci sia stata la Trattativa tra Stato e mafia” (p. 66). Siamo alla psicologia: al racconto dei bisogni (segreti) degli italiani. Il sospetto che vogliano semplicemente conoscere la verità sulle stragi non lo sfiora nemmeno.

Dal saggio di Fiandaca mi attendevo – lo confesso – maggiore scientificità. I presupposti c’erano tutti. Studi. Cattedra. Pubblicazioni. Prestigio accademico. Ma i conti non tornano. Troppa dottrina. Pochi fatti. L’avvio è (ancora) metodologico: “Il giudice e lo storico – scrive – anche quando indagano sulle medesime materie sono portati a impiegare – a causa della diversità del mestiere – criteri di giudizio in parte comuni, in parte divergenti” (p. 69). Dopo questo dato essenziale – si fa per dire – Fiandaca arriva alla sostanza: la tesi dell’inaccettabilità etico-politica di una trattativa Stato-mafia è smentita dalla storia. Trattare con la mafia non è reato (come se l’accusa – detto per inciso – trovasse qui il suo fondamento). Poi ragiona su “l’interazione tra condanna morale e paradigma vittimario”. Rimane aperta la domanda – osserva – “se e fino a che punto sia compatibile con i principi di un moderno Stato di diritto che la giustizia penale si atteggi in qualche misura a ‘giustizia di emozioni’ sotto la prevalente angolazione della opinione pubblica e/o delle vittime dirette” (p. 72). L’attacco è alle associazioni antimafia “Agende Rosse” che acriticamente, “fideisticamente” (è la tesi di Fiandaca) sostengono i magistrati dell’accusa. Domanda: sarà per giudizi come questo che i siciliani per bene – quelli che per davvero odiano la mafia – non l’hanno votato alle elezioni europee? Ancora: quanto suonano strane (rivelatrici?), dopo la candidatura nelle liste del Pd, le sue frasi sulla trattativa “utilizzata come un’occasione di grande notorietà spendibile in arene diverse da quella giudiziaria” (p. 127).

La verità è che Fiandaca ha una tesi da sostenere alla quale piega i fatti: è “verosimile – scrive – che l’inclinazione giudiziaria a rileggere gli anni ‘92-‘94 alla luce dell’influenza esercitata dai poteri criminali rifletta una tendenza semplificatrice, dovuta all’ottica professionale, in qualche misura deformante, della magistratura impegnata nel contrasto alla criminalità mafiosa” (p. 88). E’ un’accusa pesante, esposta con cattedratica sapienza, ma priva di una prova che la giustifichi. E’ questa la sensazione che emerge dalla lettura di Fiandaca. C’è, nel libro, come un desiderio di occultare i fatti, coprendoli con la dottrina (leggiamo: Ingroia si è laureato con un docente di diritto penale, “il Fiandaca che del presente volume è co-autore”, p. 23). Siamo al principio d’autorità. L’auctoritas di Aristotele contro gli ottusi galileiani che si ostinano a guardare la realtà e indicare i fatti.

I fatti però ci sono. Ostinati. Basta aprire il libro di Travaglio, E’ Stato la mafia, per ritrovarli tutti elencati in rigoroso ordine cronologico. La prima trattativa. L’incipit è il 1991 (dicembre): “Cosa nostra attende la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso, quello istruito dal pool di Falcone e Borsellino, il primo che ha condannato i boss della Cupola dopo decenni di impunità” (p. 17). Le condanne bruciano: “Dobbiamo fare la guerra per fare la pace”, dice Riina ai suoi. “Lo sventurato, cioè lo Stato, rispose” (p. 20). C’è stile nelle parole di Travaglio. Ma è ciò che conta meno. La narrazione si basa su fatti e documenti: una nota riservata del capo della polizia Vincenzo Parisi (p. 22); l’incontro del capitano dei Ros Giuseppe De Donno sull’aereo Roma-Palermo con Massimo Ciancimino (“lo prega di perorare la causa presso il padre per un incontro. Comincia di fatto la trattativa Stato-mafia” p. 28); eccetera. Il libro procede con rigore, citando fatti, circostanze, date: “21 giugno 1992: Riina, felicissimo per i primi contatti con il Ros, confida a Brusca: ‘Si sono fatti sotto’. E inizia a preparare il ‘papello’ con le richieste della mafia allo Stato” (p. 33). Non ci sono preamboli metodologico-scientifici nel libro di Travaglio. Si raccontano fatti. Quelli che mancano o sono oscurati/manipolati/distorti nel libro di Fiandaca. “15 gennaio 1993. Sorpresa: proprio nel giorno dell’insediamento ufficiale di Gian Carlo Caselli come nuovo capo della Procura di Palermo, viene arrestato Totò Riina. Da chi? Altra sorpresa: dagli uomini del Ros, gli stessi che fino a qualche mese prima trattavano con lui tramite Vito Ciancimino. Questi però si dimenticano di perquisire il suo covo. Guarda tu, alle volte, le combinazioni” (p. 54). E poi ancora le pagine sulla seconda trattativa, e il “Romanzo Quirinale” con le note telefonate di Mancino a D’Ambrosio e Napolitano, le intercettazioni, la guerra del Presidente della Repubblica contro la Procura di Palermo… (pp. 98-153). Si evidenzia, tra l’altro, che la trattativa ha salvato la vita di qualche politico ma ne ha sacrificate molte altre, come quella di Borsellino considerato un ostacolo, e delle vittime delle stragi del ‘93. E’ un libro che parla, con ragionevolezza, a chi voglia intendere la realtà senza pregiudizi.

Ma è proprio questo il punto. L’impressione – molto forte – è che Travaglio racconti fatti; Fiandaca interpreti e faccia filosofia del diritto, alla luce di una tesi giustificazionista che, proprio perché procede “ignorando” scientificamente i dati reali, si scontra con la loro oggettività. L’esimio penalista cita un testo di Ferraioli, Nuove massime di deontologia giudiziaria. In verità, un libro molto utile – contro gli eccessi del giustificazionismo – è I limiti dell’interpretazione di Umberto Eco. Scrive: “Le congetture andranno provate sulla coerenza del testo e la coerenza testuale non potrà non disapprovare certe congetture avventate.” Si parla di ermeneutica dei testi, certo, ma il discorso vale anche in ambito giudiziario. Le interpretazioni non possono prescindere dai fatti. Lo consiglio per l’estate al professor Fiandaca.

(10 giugno 2014)

La trattativa non si può negare da: antimafia duemila

stretta-di-manodi Nicola Tranfaglia – 12 giugno 2014

Ci sono due autori e colleghi universitari con i quali ho da tempo un rapporto di stima e di conoscenza personale, Salvatore Fiandaca e Salvatore Lupo, entrambi dell’Università di Palermo. Il primo è un noto docente di Diritto Penale e curatore di libri di ottimo livello sul fenomeno mafioso, il secondo è autore di una storia complessiva della mafia siciliana che nessuno può ignorare.
Ma, nel febbraio di quest’anno, hanno pubblicato per un notissimo editore di saggistica storica un libretto intitolato “La mafia non ha vinto” che sostiene alcune cose essenziali: la prima è che lo Stato italiano non ha salvato Cosa Nostra e che al processo in corso ancora a Palermo (di cui è protagonista, anche secondo le cronache giornalistiche, il sostituto procuratore Nino Di Matteo, dopo che Ingroia ha lasciato la magistratura), si sostiene, invece, che la trattativa non si può negare.

Quanto alla reazione stragista dopo la sentenza della Suprema Corte di Cassazione che aveva confermato le condanne contro l’associazione siciliana, Fiandaca e Lupo affermano, nel loro libro, che “la leadership mafiosa è stata probabilmente incapace di calcolare gli effetti delle stragi in preda a una coazione a ripetere che prevedeva un’unica tattica: colpire e poi colpire ancora.”
La verità è, come sempre succede, che i due studiosi hanno elaborato una tesi a cui sembrano voler piegare gli avvenimenti. Nel loro libro, arrivano a sostenere che “l’inclinazione giudiziaria a rileggere gli anni tra il 1992 e il 1994 alla luce dell’influenza esercitata dai poteri criminali rifletta una tendenza semplificatrice, dovuta all’ottica professionale, in qualche misura deformante, della magistratura impegnata nel contrasto alla criminalità mafiosa.” E’ un’accusa molto pesante, esposta dall’alto della cattedra ma è priva della prova che la giustifichi. E’ questa la sensazione che si ricava dalla lettura del libretto di Fiandaca e Lupo.
Ma le cose cambiano e molto nel saggio, uscito nel maggio 2014, di cui è autore il giornalista de Il Fatto quotidiano Marco Travaglio. A pagina 17, l’autore scrive:” Cosa Nostra attende la sentenza della Corte di Cassazione sul maxi processo, quello istruito dal pool  di Falcone e Borsellino, il primo che ha condannato i capi della Commissione dopo molti decenni di impunità.” Riina dice ai suoi affiliati:” Dobbiamo fare la guerra per fare la pace.” E, per continuare nel riferimento ai Promessi Sposi: “Lo sventurato, cioè lo Stato rispose.”
La verità è che il racconto si basa su fatti e documenti, a differenza di quello di Fiandaca e di Lupo. Si riporta una nota riservata del capo della polizia Parisi (a p.22); l’incontro del capitano dei ROS Giuseppe  De Donno sull’aereo Roma-Palermo con Massimo Ciancimino “lo prega di perorare la causa presso il padre. Comincia di fatto la trattativa tra lo Stato e la mafia”(p.28).
E ancora si citano nelle pagine successive fatti, circostanze, dati: “21 giugno 1992: Riina è felice per i primi contatti con i ROS e inizia a preparare il papello con le richieste della mafia allo Stato. Nel libro di Travaglio alle pagine 98-153 si ricorda che la trattativa ha salvato la vita di qualche politico ma ne ha sacrificato molte altre, come quella di Borsellino considerato un ostacolo e quella di tutte le vittime delle stragi del 1993.
Ai colleghi Fiandaca e Lupo ricorderei una vecchia massima che è sempre valida, oggi come ieri: “Le interpretazioni sono necessarie ma non possono prescindere dai fatti”. O sono io a sbagliare ancora una volta?