Dove per essere almeno schiavo devi avere un’amica da: l’espresso

Dove per essere almeno schiavo devi avere un’amica

Un articolo da pelle d’oca di Fabrizio Gatti:

pomodo schiavi-2Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l’ordine e la sicurezza nei campi. “Senti un po’ cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto”, lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada. Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: “Sei rumeno?”. Un mezzo sorriso lo convince. “Ti posso prendere, ma domani”, promette, “ce l’hai un’amica?”. “Un’amica?”. “Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque”. Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: “Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c’è stata”. “Ma io sono solo”. “Allora niente lavoro”.

Non c’è limite alla vergogna nel triangolo degli schiavi. Il caporale vuole una ragazza da far violentare dal padrone. Questo è il prezzo della manodopera nel cuore della Puglia. Un triangolo senza legge che copre quasi tutta la provincia di Foggia. Da Cerignola a Candela e su, più a Nord, fin oltre San Severo. Nella regione progressista di Nichi Vendola. A mezz’ora dalle spiagge del Gargano. Nella terra di Giuseppe Di Vittorio, eroe delle lotte sindacali e storico segretario della Cgil. Lungo la via che porta i pellegrini al megasantuario di San Giovanni Rotondo. Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da vicino l’orrore che gli immigrati devono sopportare.

Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d’estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell’Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all’uomo raccontata da Alan Parker nel film ’Mississippi burning’. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l’hanno ucciso.

Adesso è la stagione dell’oro rosso: la raccolta dei pomodori. La provincia di Foggia è il serbatoio di quasi tutte le industrie della trasformazione di Salerno, Napoli e Caserta. I perini cresciuti qui diventano pelati in scatola. Diventano passata. E, i meno maturi, pomodori da insalata. Partono dal triangolo degli schiavi e finiscono nei piatti di tutta Italia e di mezza Europa. Poi ci sono i pomodori a grappolo per la pizza. Gli altri ortaggi, come melanzane e peperoni. Tra poco la vendemmia. Gli imprenditori fanno finta di non sapere. E a fine raccolto si mettono in coda per incassare le sovvenzioni da Bruxelles. ’L’espresso’ ha controllato decine di campi. Non ce n’è uno in regola con la manodopera stagionale. Ma questa non è soltanto concorrenza sleale all’Unione europea. Dentro questi orizzonti di ulivi e campagne vengono tollerati i peggiori crimini contro i diritti.

Non ci vuole molto per entrare nel mercato più sporco dell’Europa agricola. Qualche nome inventato da usare di volta in volta. Una fotocopia del decreto di respingimento rilasciato un anno fa a Lampedusa dal centro di detenzione per immigrati. E la bicicletta, per scappare il più lontano possibile in caso di pericolo. Il caporale che pretende una ragazza in sacrificio controlla la raccolta dei perini a Stornara. Uno dei primi campi a sinistra appena fuori paese, lungo il rettilineo di afa che porta a Stornarella. Meglio lasciar perdere. Per arrivare fin qui bisogna pedalare sulla statale 16 e poi infilarsi per dieci chilometri negli uliveti. Il borgo è una piccola isola di case nell’agro. Alla stazione di Foggia, Mahmoud, 35 anni, della Costa d’Avorio, aveva detto che quaggiù la raccolta, forse, è già cominciata. Lui, che dorme in una buca dalle parti di Lucera, è senza lavoro: lì a Nord i pomodori devono ancora maturare. Così Mahmoud campa vendendo informazioni agli ultimi arrivati in treno. In cambio di qualche moneta.

Oggi dev’essere la giornata più torrida dell’estate. Quarantadue gradi, annunciavano i titoli all’edicola della stazione. Sperduta nei campi appare nell’aria bollente una stalla abbandonata. È abitata. Sono africani. Stanno riposando su un vecchio divano sotto un albero. Qualcuno parla tamashek, sono tuareg. Un saluto nella loro lingua aiuta con le presentazioni. La segregazione razziale è rigorosa in provincia di Foggia. I rumeni dormono con i rumeni. I bulgari con i bulgari. Gli africani con gli africani. È così anche nel reclutamento. I caporali non tollerano eccezioni. Un bianco non ha scelta se vuole vedere come sono trattati i neri. Bisogna prendere un nome in prestito. Donald Woods, sudafricano. Come il leggendario giornalista che ha denunciato al mondo gli orrori dell’apartheid. “Se sei sudafricano resta pure”, dice Asserid, 28 anni. È partito da Tahoua in Niger nel settembre 2005. È sbarcato a Lampedusa nel giugno 2006. Racconta che è in Puglia da cinque giorni. Dopo essere stato rinchiuso quaranta giorni nel centro di detenzione di Caltanissetta e alla fine rilasciato con un decreto di respingimento. Asserid ha attraversato il Sahara a piedi e su vecchi fuoristrada. Fino ad Al Zuwara, la città libica dei trafficanti e delle barche che salpano verso l’Italia. “In Libia tutti gli immigrati sanno che gli italiani reclutano stranieri per la raccolta dei pomodori. Ecco perché sono qui. Questa è solo una tappa. Non avevo alternative”, ammette Asserid: “Ma spero di risparmiare presto qualche soldo e di arrivare a Parigi”. Adama, 40 anni, tuareg nigerino di Agadez, ha fatto il percorso inverso. A Parigi è atterrato in aereo, con un visto da turista. Poi gli è andata male. Dalla Francia l’hanno espulso come lavoratore clandestino. Ed è sceso in Puglia, richiamato dalla stagione dell’oro rosso. “Questo è l’accampamento tuareg più a Nord della storia”, ride Adama. Ma c’è poco da ridere. L’acqua che tirano su dal pozzo con taniche riciclate non la possono bere. È inquinata da liquami e diserbanti. Il gabinetto è uno sciame di mosche sopra una buca. Per dormire in due su materassi luridi buttati a terra, devono pagare al caporale cinquanta euro al mese a testa. Ed è già una tariffa scontata. Perché in altri tuguri i caporali trattengono dalla paga fino a cinque euro a notte. Da aggiungere a cinquanta centesimi o un euro per ogni ora lavorata. Più i cinque euro al giorno per il trasporto nei campi. Lo si vede subito quanto è facile il guadagno per il caporale. Alle due e mezzo del pomeriggio arriva con la sua Golf. E la carica all’inverosimile. “Davvero questo è africano?”, chiede agli altri davanti all’unico bianco. Nessuno sa dare risposte sicure. “Io pago tre euro l’ora. Ti vanno bene? Se è così, sali”, offre l’uomo, calzoncini, canottiera e sul bicipite il tatuaggio di una donna in bikini ritratta di schiena.

Si parte. In nove sulla Golf. Tre davanti. Cinque sul sedile dietro. E un ragazzo raggomitolato come un peluche sul pianale posteriore. Solo per questo trasporto di dieci minuti il caporale incasserà quaranta euro. I ragazzi lo chiamano Giovanni. Loro hanno già lavorato dalle 6 alle 12.30. La pausa di due ore non è una cortesia. Oggi faceva troppo caldo anche per i padroni perché rinunciassero a una siesta. Giovanni si presenta subito dopo, guardando attraverso lo specchietto retrovisore: “Io John e tu?”. Poi avverte: “John è bravo se tu bravo. Ma se tu cattivo…”. Non capisce l’inglese né il francese. E questo basta a far cadere il discorso. Ma il pugnale da sub che tiene bene in vista sul cruscotto parla per lui. Amadou, 29 anni, nigerino di Filingue, rivela lo stato d’animo dei ragazzi: “Giovanni, oggi è venerdì e non ci paghi da tre settimane. Ormai stiamo finendo le scorte di pasta. Da quindici giorni mangiamo solo pasta e pomodoro. I ragazzi sono sfiniti. Hanno bisogno di carne per lavorare”. I tre euro l’ora promessi erano solo una bugia. Ma Giovanni promette ancora. Quando risponde dice sempre: “Noi turchi”. Anche se la targa della macchina è bulgara. E per il suo accento potrebbe essere russo oppure ucraino. “Ti giuro su Dio”, continua il caporale, “oggi arrivano i soldi e vi paghiamo. Tu mi devi credere. Io lavoro come te a Stornara. Non prendo in giro i miei colleghi”. Giovanni abita alla periferia. Un villino di mattoni sulla destra, a metà del rettilineo per Stornarella. Quasi di fronte a un’altra stalla pericolante senz’acqua, riempita di materassi e schiavi.

Sono almeno cinquemila. Forse settemila. Nessuno ha mai fatto un censimento preciso. Tutti stranieri. Tutti sfruttati in nero. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d’estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle norme. Ma da queste parti se ne infischiano anche della Costituzione: articoli uno, due e tre. E della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Per proteggere i loro affari, agricoltori e proprietari terrieri hanno coltivato una rete di caporali spietati: italiani, arabi, europei dell’Est. Alloggiano i loro braccianti in tuguri pericolanti, dove nemmeno i cani randagi vanno più a dormire. Senza acqua, né luce, né igiene. Li fanno lavorare dalle sei del mattino alle dieci di sera. E li pagano, quando pagano, quindici, venti euro al giorno. Chi protesta viene zittito a colpi di spranga. Qualcuno si è rivolto alla questura di Foggia. E ha scoperto la legge voluta da Umberto Bossi e Gianfranco Fini: è stato arrestato o espulso perché non in regola con i permessi di lavoro. Altri sono scappati. I caporali li hanno cercati tutta notte. Come nella caccia all’uomo raccontata da Alan Parker nel film ’Mississippi burning’. Qualcuno alla fine è stato raggiunto. Qualcun altro l’hanno ucciso.

Padroni senza legge
Dietro il triangolo degli schiavi ci sono gli imprenditori dell’agricoltura foggiana e molte industrie alimentari. Piccole o grandi aziende non fanno differenza. Quando devono assumere personale stagionale per la raccolta nei campi, quasi tutte scelgono la scorciatoia del caporalato. Il compenso per gli stranieri varia da 2,50 a 3 euro l’ora (ai quali però vanno tolti tutti i ’servizi’ per il caporale). Anche per questo gli italiani sono scomparsi da questo tipo di lavoro. Solo una piccola minoranza degli agricoltori interpellati da ’L’espresso’ dice di pagare i braccianti da 4 a 4,50 euro l’ora. Ma sempre in nero e rivolgendosi a caporali. In Veneto e in Friuli un raccoglitore guadagna in media 5,80 euro l’ora più i contributi, se in regola. Oppure da 6,20 a 7 euro l’ora se ingaggiato in nero.

La legge prevede una retribuzione ordinaria di 35 euro al giorno. Per favorire le assunzioni regolari, il governo ha abbassato i contributi che gli imprenditori devono versare di circa il 75 per cento. Mentre il contributo dell’8,54% che il bracciante deve dare all’Inps è rimasto inalterato. I controlli sono inefficaci o inesistenti. Nell’ultimo anno in provincia di Foggia soltanto un imprenditore, a Orta Nova, è stato arrestato per sfruttamento dell’immigrazione clandestina.

I medici accusano: arrivano sani e si ammalano qui
Vivono in condizioni disumane. Proprio in questi giorni decine di abitanti del Ghetto, tra Foggia e Rignano, si sono ammalati di gastroenterite per le pessime condizioni dell’acqua. Ma anche quest’anno, l’Asl Foggia 3 ha rifiutato di mettere a disposizione strutture e ricettari per assistere gli stranieri sfruttati come schiavi nei campi. La denuncia è dell’associazione francese Medici senza frontiere che invece ha ottenuto la collaborazione dell’Asl Foggia 2 per l’assistenza sanitaria e umanitaria nel Sud della provincia. Da tre anni un ambulatorio mobile di Msf visita le campagne tra Cerignola e San Severo. Come se la provincia di Foggia fosse un fronte di guerra. Ci sono un medico, un’assistente sociale e un coordinatore: quest’anno Viviana Prussiani, Carla Manduca e Teo Di Piazza. “Per il terzo anno consecutivo siamo stati costretti a continuare questo progetto”, spiega Andrea Accardi, responsabile delle missioni italiane di Msf: “E ancora una volta nell’estate 2006 ci troviamo di fronte alla stessa situazione: gli stranieri arrivano sani e si ammalano a causa delle indecenti condizioni che trovano nelle campagne. Manca qualsiasi forma di accoglienza. Il sistema economico è totalmente ipocrita e vede la connivenza e il coinvolgimento di tutti gli attori. A partire dal governo e dalle istituzioni locali, ovvero Comuni e prefetture, fino ad arrivare alle Asl, alle organizzazioni di produttori e ai sindacati”.

Nel 2005 Msf ha pubblicato il rapporto “I frutti dell’ipocrisia” sulle drammatiche condizioni degli immigrati sfruttati come schiavi non solo in Puglia. Perché, secondo il tipo di raccolto, situazioni simili si ripetono in Calabria, Campania, Basilicata e Sicilia. Le malattie più gravi sono state diagnosticate negli stranieri che vivono in Italia da più tempo, tra 18 e 24 mesi. Il 40 per cento dei lavoratori nell’agricoltura vive in edifici abbandonati. Oltre il 50 non dispone di acqua corrente. Il 30 non ha elettricità. Il 43,2 per cento non ha servizi igienici. Il 30 ha subito qualche forma di abuso, violenza o maltrattamento

(fonte: L’ESPRESSO)

29 Comments

  1. Proporrei per la prossima raccolta, i nostri parlamentari (finalmente lavorerebbero un po’), buona parte dei consiglieri regionali soprattutto della Lombardia!.. e tanti,tanti altri in modo particolare tutti coloro i quali vivono di politica e null’altro. Parassiti vergognatevi.

“Giornata dell’orgoglio terrone” per dire no a Matteo Salvini da: l’ora quotidiano

I suoi promotori hanno realizzato una pagina Facebook per contestare l’arrivo a Palermo del leader leghista, che domenica terrà una manifestazione politica nel capoluogo siciliano

di Redazione

5 febbraio 2015

L’hanno chiamata “Giornata dell’orgoglio terrone” e con questo nome chiamano a raccolta tutti quanti non vogliano che il progetto leghista sbarchi in Sicilia.

E così, hanno dato vita a una pagina su facebook per invitare quante più persone a una contestazione contro il leader della Lega Matteo Salvini, che domenica sarà a Palermo per presentare il proprio progetto politico, del nuovo movimento “Noi con Salvini”. 

Un movimento che, da Nord a Sud, sta riscuotendo un consenso ampio. Con il giovane leader leghista, infatti, non ci sono soltanto i lumbard della prima ora, ma anche tantissimi meridionali, siciliani compresi, che si dicono stanchi della vecchia politica e pronti a salire sul Carroccio.

Ma la presenza di Salvini proprio non va giù ai promotori di questa pagina che preannunciano una manifestazione di protesta contro la Lega e contro il neomovimento “Noi con Salvini”, che in Sicilia e nel Sud è guidato dal deputato Angelo Attaguile, salviniano di ferro ma con un passato nella Dc e nel Mpa di Raffaele Lombardo.

Nella pagina Facebook fa bella mostra una foto di Salvini, accompagnata dalla scritta: “tu scuiddasti quando ricevi ca a valigia di cartone fa rima con terrone?” Un proclama, a cui hanno aderito già quasi mille utenti del social network.

Il figlio autistico non può entrare in cabina: la mamma rinuncia a votare Fonte: redattoresociale.it

Rinuncia al voto, perché suo figlio autistico non può entrare in cabina : la storia arriva da Traversetolo, in provincia di Parma. A raccontarla al gruppo Facebook “ Io ho una persona con autismo in famiglia ”, è Valeria Delnevo, mamma di Alex: “Anche noi siamo andati a votare – riferisce – ma è successo un parapiglia perché Alex è voluto entrare con me in cabina”. Di fronte all’ostinazione del ragazzo e della mamma, i responsabili del seggio “hanno detto che sarebbero stati costretti a chiamare i carabinieri!” Incredula, la mamma ha replicato: ”Ok non voto, metta a verbale che non posso votare”. E si è vista rispondere: “Non potete fare come vi pare. Ma la cosa che più mi ha dato fastidio – conclude Valeria – è stata la cattiveria con la quale la tipa ha tolto di mano la scheda ad Alex! ”.

Il gruppo Facebook ha preso in carico il caso e ha scritto al sindaco e al dirigente dell’ufficio elettorale di riferimento: “Nel Seggio n. 3 del suo comune oggi è successo un fatto alquanto increscioso, che nel suo evolversi ha impedito a una mamma iscritta al nostro gruppo di poter esercitare il proprio diritto al voto. Una mamma che per poter esercitare il suo diritto deve potersi portare in cabina suo figlio autistico, perché il ragazzo non può comprendere un comportamento così strano e poco ripetitivo come una sessione elettorale . Non solo alla signora è stato impedito di accedere con il proprio figlio alla cabina elettorale, quindi di fatto gli è stato impedito di votare, ma è stata minacciata che sarebbero stati chiamati i carabinieri se lo avesse fatto. Noi vogliamo impedire che queste cose succedano ancora e che l’informazione su cosa è l’autismo e come rapportarsi a una persona con autismo e alla sua famiglia sia una conoscenza diffusa a gran parte della popolazione. E’ per questo che le chiediamo in maniera decisa che tutte le persone che hanno avuto un ruolo in questa tornata elettorale nel suo comune frequentino un corso di formazione tenuto dai nostri genitori . Restiamo in attesa di una sua risposta – conclude la lettera – che non potrà pervenirci oltre il giorno di mercoledì 28 maggio. Certi che non perderà questa occasione di far crescere la cultura dell’accoglienza consapevole di persone con autismo e delle loro famiglie nel suo comune, la saluto caldamente”.

La storia è stata ripresa e commentata anche da Gianluca Nicoletti su Insettopia ”: dal punto vista formale, il comportamento del presidente del seggio è “di fatto corretto – riconosce Nicoletti – Probabilmente non ha voluto fare strappi al regolamento, non ha voluto avere noie e non è possibile per questo censurarlo. Qualcuno potrebbe anche obbiettare che la madre forse poteva prevedere questo divieto, organizzarsi per i trenta secondi dell’entrata in cabina con qualcuno che si occupasse del figlio (anche se la domenica, a meno che ci siano familiari disponibili, è molto difficile trovare educatori )”. D’altra parte, però, il caso è emblematico e segnala ancora una volta quella mancanza di cultura dell’autismo che spesso le famiglie sperimentano sulla propria pelle. “Ci si trova davanti a un autistico trattato come un illustre sconosciuto – osserva Nicoletti – Immagino quell’esasperazione tipica dei genitori di autistici, che li fa scattare come molle ogni volta che vedono la loro, già difficile esistenza, in qualsiasi maniera, ulteriormente limitata da chi non si accorge quale sia il loro problema. In questo caso il problema è sin troppo evidente: un autistico, a volte e soprattutto se non correttamente e precocemente abilitato all’autonomia, è per il suo genitore un gemello siamese da cui non può staccarsi, nemmeno per adempiere a un diritto basilare come votare . Quanti genitori di autistici nelle stesse condizioni saranno restati a casa? Quanti avranno rinunciato in partenza ad andare al seggio?”. Probabilmente tanti: tanti quanti sono i genitori che provano ogni giorno la fatica e il disagio di un figlio in dissolutamente legato a loro, ogni momento della giornata e in ogni circostanza. E che avrebbero quindi bisogno di operatori e strutture capaci di occuparsi adeguatamente di questi ragazzi: se serve, anche di domenica. (cl)

Turchia, Erdogan oscura Twitter ma non ci riesce. Adesso proverà con Yt e Fb Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

La Turchia ha bloccato l’accesso a Twitter. Ed ora potrebbe toccare anche a Facebook e Youtube. Ieri dopo la minaccia espressa dal premier turco Recep Tayyip Erdogan di voler vietare l’uso del social network nel paese, a seguito della pubblicazione proprio sulla rete delle registrazioni di alcune intercettazioni telefoniche che lo chiamano in causa direttamente in uno scandalo per corruzione, le autorità hanno “tecnicamente bloccato l’accesso a Twitter” perchè
il social media non ha rispettato diversi ordini arrivati dalle autorità giudiziarie di rimuovere link ritenuti illegali. Twitter ha già fatto sapere che i turchi possono aggirare il blocco twittando attraverso il servizio di testo dei telefoni cellulari.Da parte sua il commissario europeo per le nuove tecnologie, Neelie Kroes, ha scritto sul proprio account che il blocco deciso in Turchia “è senza fondamento, inutile e vigliacco”. Erdogan sostiene che l’inchiesta in materia di corruzione che a dicembre ha quasi travolto il suo governo sia stata orchestrata dall’estero tramite i social network, ai quali ha quindi dichiarato guerra. Ironia della sorte, la sua frase su Twitter e’ stata rilanciata dall’agenzia ufficiale Anadolu proprio tramite il suo account sul sito di micro-blogging. Il 7 marzo scorso Erdogan se l’era presa con altri siti.

La minaccia di censurare anche Youtube e Facebook dopo il 30 marzo e’ arrivata dopo che il parlamento ha approvato a fine febbraio una legge di proposta governativa che rafforza il controllo pubblico sul Web, dando all’autority sulle telecomunicazioni i poteri di raccogliere dati sugli utenti e di bloccare siti Web.