Lucca antifascista in piazza contro la teppaglia di destra e le coperture politiche che riceve Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Lucca di nuovo al centro delle cronache per le violenze ed intimidazioni fasciste. Nella notte del 15 Luglio la sede di associazioni e collettivi studenteschi e giovanili presso la scuola media di Sant’anna è stata devastata dai soliti noti che hanno lasciato la loro firma:una svastica. Semidistrutti i locali, l’ennesima provocazione da parte di una estrema destra che periodicamente aggredisce e devasta gli spazi di sinistra. Ma ancora una volta la reazione democratica e antifascista non è tardata e oltre 300 manifestanti ieri pomeriggio hanno affollato il centro storico conquistando con una lunga trattativa il passaggio nella centralissima via Fillungo che la questura aveva inizialmente escluso dal passaggio di un corteo composto in prevalenza da giovaniPresenti anche esponenti di Rc, “Cttà in comune” di Pisa, Pcl e dei cobas che hanno denunciato episodi che continuano incontrastati, perchè trovano appoggi e coperture: non è casuale che molti convegni e iniziative dell’estrema destra siano finanziati e patrocinati con soldi pubblici, i quali vengono lesinati o negati ad associazioni che operano sul territorio con progetti sociali e di integrazione tra migranti e popolazione locale.

Ma al di là della specificità del caso lucchese e delle relative coperture e connivenze politiche, in questi giorni da “Fratelli d’Italia” alla “Lega Nord”, da “Forza Nuova” a “Casapound”, a numerosi sindaci di destra, si fa a gara a soffiare sul fuoco della paura del migrante, del profugo, dell’esule da Paesi totalitari.
La paura alimenta falsi scenari, per esempio quello che il territorio italiano sarebbe invaso dai migranti, mentre, statistiche alla mano, da noi essi sono meno numerosi rispetto a gran parte dei Paesi europei.
La mancanza di lavoro, di casa e di reddito (il tutto dovuto a una spietata gestione governativa e padronale della crisi economica) è un elemento sociale devastante e viene cinicamente utilizzato dal razzismo per far credere che la responsabilità di questa situazione è dei migranti, che ci ruberebbero casa e lavoro.
A danno dei redditi bassi, negli anni, la soglia dell’esenzione fiscale è stata alzata proprio da chi oggi si erge a sommo giustiziere delle troppe tasse che riguardano il lavoro dipendente, da chi ha sempre permesso a capitali grandi e piccoli e a speculatori finanziari di ridersela, sempre meno tassati, se non detassati.
C’è poi un business costruito sulla pelle dei migranti, come delle persone con disabilità e dei ceti sociali meno abbienti, con un giro di cosiddette “cooperative sociali”, che retribuiscono con poche centinaia di euro al mese i dipendenti e allo stesso tempo si accaparrano gare di appalto per la gestione dei “centri di accoglienza” per migranti, gare impostate sul massimo ribasso e vinte sempre e comunque dagli stessi appaltatori.
Per non parlare, poi, dell’intreccio criminale tra malavita, esponenti bipartisan della politica locale e gestione delle emergenze, come dimostrato dall’inchiesta romana su “mafia capitale”.
In questo contesto, l’organizzazione della disinformazione al servizio della destra gioca un ruolo di primo piano, per far passare case senz’acqua e senza luce assegnate ai migranti, ai profughi, ai richiedenti asilo, per appartamenti di lusso; campi senza servizi igienici né acqua, con tende e containers esposti a 45 gradi, per residences di lusso.
Un po’ come succede nei luoghi di lavoro, dove vige lo sfruttamento più feroce e chi lotta contro la schiavitù padronale, che sia italiano o migrante, viene presentato come vagabondo, come sfaticato.
Ormai i diritti non esistono più per chi lavora, anche se non è migrante, anche se è “cittadino” italiano. Figuriamoci per chi è “straniero”. I diritti esistono solo per i padroni e per le loro corti di cani da guardia.
Tutto questo, mentre il razzismo distrugge ogni forma di solidarietà tra lavoratori, disoccupati, giovani e migranti, rivelandosi ancora una volta lo strumento più efficace per imporre a tutti la schiavitù, nel lavoro e nella società.

Anche di questo si è parlato al corteo di lucca, una risposta allo squadrismo ma anche un occhio alla realtà di tutti i giorni.
Per questi motivi fascismo, razzismo, xenofobia, squadrismo vanno respinti con forza, non solo sul piano culturale o delle idee, ma nella pratica quotidiana, fuori da ogni retorica

Svezia, l’exploit del partito razzista di Akesson, così simile a Le Pen e Farage | Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Una margherita blu con centro giallo, un innocuo e rassicurante simbolo che evoca natura e pulizia oltre ai colori della bandiera nazionale: cosi’ si è presentato all’elettorato svedese il partito di estrema destra Democratici Svedesi (Sd) sotto la guida del giovane Jimmie Akesson, che è riuscito nell’impresa di raddoppiare il consenso per il suo partito. Il giovane leader, nato a Ivetofta, nella regione meridionale di Soelvesborg, aspetto da “bravo ragazzo” con occhialino rettangolari e capelli pettinati, e’ approdato alla destra estrema dopo aver militato da adolescente nella federazione giovanile del Partito Moderato, partito liberal – conservatore tradizionale. Nel 1995, all’eta’ di 16 anni, come racconta, è stato catturato con le argomentazioni del movimento contro l’immigrazione e contro l’Unione europea. Ai raduni di Sd, comunque, non sono mai mancate le simbologie estremiste e le divise naziste.

Akesson in queste elezioni ha puntato tutto sul volto “gentile” della xonofobia e sulla strategia politica dell'”ago della bilancia”, pronto cioè ad alleanze tattiche con il centrodestra o il centrosinistra. Sia Lovfen che Reinfeld hanno però escluso questa eventualità.

Se fino all’altro giorno la propaganda di Sd era connotata da simboli neonazisti e razzisti Akesson l’ha presentata come forza responsabile, di ispirazione nazionalista, battendo ossessivamente sul concetto che “meno immigrazione” equivale ad un “welfare piu’ sostenibile” per tutti, per gli svedesi come per gli immigrati gia’ integrati. Ha addirittura girato uno spot per scrollarsi di dosso ogni sospetto di razzismo, in cui compare accanto a due immigrati, uno dei quali, una donna, grida allo spettatore “Osate ribellarvi al razzismo!”.

Akesson e’ alla guida dell’Sd dal 2005 come leader unificante di fazioni e anime diverse di un minuscolo movimento il cui slogan era “mantieni la Svezia svedese” e il simbolo un minaccioso guerriero vichingo. Cambiatone il “look” in poco tempo, pur faticando – dicono gli osservatori – a moderare le intemperanze di molti militanti, nel 2010 gli era gia’ riuscito il miracolo di portare 20 deputati nel parlamento di Stoccolma con un 5,7% di voti ottenuto dal nulla. Un’operazione simile a quella compiuta da Marine Le Pen con il Front National francese e da altri partiti xenofobi europei.

La promessa agli elettori e’ di non assumere un atteggiamento barricadero in Parlamento, di non opporsi frontalmente a tutto. “Noi possiamo appoggiare proposte da destra e da sinistra. Dal campo socialdemocratico, per esempio, possiamo contribuire con decisione a rafforzare le indennita’ di disoccupazione”, ha spiegato di recente all’Afp.I Democratici Svedesi affondano le radici nell’estrema destra tanto simile a quella dei ‘confratelli’ di Danimarca, Olanda, Norvegia, Gran Bretagna (con Farage) e Francia (con la Le Pen).

Nasce nel segno dell’estrema destra il gruppo europeo di Grillo e Farage | Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

Si tinge sem­pre più di nero l’alleanza euro­pea del Movi­mento 5 Stelle. Alla vigi­lia di un nuovo incon­tro tra Beppe Grillo e l’euroscettico bri­tan­nico Nigel Farage, che dovrebbe svol­gersi oggi a Bru­xel­les, pro­prio il lea­der dell’Ukip ha annun­ciato ieri di aver rag­giunto i numeri suf­fi­cienti per for­mare un gruppo auto­nomo in seno al par­la­mento europeo.Dopo giorni di intense quanto riser­vate trat­ta­tive, Farage che già pre­sie­deva nella pre­ce­dente legi­sla­tura il mede­simo gruppo — Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, Efd che all’epoca com­pren­deva, tra gli altri, la Lega Nord e i popu­li­sti di estrema destra del Par­tito del popolo danese e dei Veri fin­lan­desi -, ha reso noto l’esito posi­tivo dei col­lo­qui intra­presi con diverse for­ma­zioni e anche con sin­goli eurodeputati.

Accanto a quelli dell’Ukip e del M5S, con­flui­ranno nel nuovo rag­grup­pa­mento gli eletti dell’Unione dei Verdi e degli Agri­col­tori let­toni, quelli del Par­tito dei liberi cit­ta­dini della Repub­blica Ceca, ma soprat­tutto quelli del movi­mento lituano Ordine e giu­sti­zia, l’estrema destra dei Demo­cra­tici Sve­desi, oltre alla depu­tata fran­cese Joëlle Ber­ge­ron, eletta con il Front Natio­nal di Marine Le Pen. In totale, qua­ran­totto depu­tati che si riu­ni­ranno per la prima volta a Bru­xel­les mar­tedì 24 giugno.

Se Grillo parla, quanto alla for­ma­zione del gruppo, di «una grande vit­to­ria per la demo­cra­zia diretta, i cit­ta­dini hanno scelto i loro por­ta­voce e hanno detto loro dove sedere nel Par­la­mento euro­peo», men­tre Farage si dice «orgo­glioso di avere for­mato que­sto gruppo, mal­grado la forte oppo­si­zione poli­tica che abbiamo incon­trato per farlo», non può sfug­gire come l’asse di que­sta alleanza muova da destra per arri­vare fino alle posi­zioni del radi­ca­li­smo nero. E non è tutto.

Se let­toni e cechi si situano infatti tra l’euroscetticismo e la destra ultra­con­ser­va­trice, già la pat­tu­glia di Ordine e giu­sti­zia, gui­data dall’ex pre­mier ed ex pre­si­dente lituano Rolan­das Pak­sas è schie­rata su posi­zioni più che nazio­na­li­ste. Ma soprat­tutto, Pak­sas è stato desti­tuito nel 2004 dalla sua carica pre­si­den­ziale in seguito ad un pro­nun­cia­mento della Corte costi­tu­zio­nale lituana, e un con­se­guente voto del par­la­mento di Vil­nius, per aver intrat­te­nuto rela­zioni rego­lari con il discusso uomo d’affari russo Yuri Bori­sov, il mag­gior finan­zia­tore della sua cam­pa­gna elet­to­rale, cui ha anche con­cesso, pare in modo arbi­tra­rio, la cit­ta­di­nanza del pic­colo paese bal­tico.
Ma ciò che col­pi­sce di più nel nuovo pro­filo dell’eurogruppo Europa della Libertà e della Demo­cra­zia, è il fatto che sia Farage che Grillo ave­vano più volte rifiu­tato ogni rap­porto con il Front Natio­nal fran­cese, men­tre invece oggi è gra­zie allo scranno occu­pato da Joëlle Ber­ge­ron, 63 anni eletta a Lorient, in Bre­ta­gna, nelle file fron­ti­ste, che la loro alleanza può tra­sfor­marsi in qual­cosa di con­creto. Si è detto che Ber­ge­ron avrebbe rotto con la lea­der­ship del Front per alcune sue dichia­ra­zioni in favore del voto ammi­ni­stra­tivo degli immi­grati, comu­ni­tari. Ma in realtà, come ampia­mente ripor­tato dalla stampa d’oltralpe, il vero casus belli che l’ha oppo­sta a Marine Le Pen è il suo rifiuto di cedere il seg­gio a Gil­les Pen­nelle, capo­fila bre­tone dell’estrema destra, come era stato con­cor­dato prima del voto. La can­di­da­tura di Ber­ge­ron era infatti ser­vita solo ad aggi­rare la rigida norma sulla parità di genere vigente in Francia.

Ancora più sor­pren­dente, il fatto che mal­grado Nigel Farage in per­sona avesse smen­tito la cosa solo pochi giorni fa, inter­vi­stato da un quo­ti­diano di Stoc­colma, par­lando di «incom­pa­ti­bi­lità con le loro posi­zioni estre­mi­ste», i 5 Stelle e l’Ukip abbiano finito per allearsi per­fino con gli Sve­ri­ge­de­mo­kra­terna, i Demo­cra­tici sve­desi, sulla cui affi­lia­zione alla destra neo­na­zi­sta aveva scritto ampia­mente all’inizio del decen­nio per­fino il gior­na­li­sta e scrit­tore Stieg Larrson.

Nato da un gruppo deno­mi­nato Bevare Sve­rige Svensk (Man­te­nere la Sve­zia sve­dese), difen­sore delle tesi della supre­ma­zia bianca e ombrello pub­blico delle bande raz­zi­ste, sotto la guida del gio­vane lea­der Jim­mie Akes­son il par­tito si è andato ride­fi­nendo come una for­ma­zione anti-immigrati, rinun­ciando ai suoi aspetti ideo­lo­gici più aggres­sivi, senza per que­sto cam­biare del tutto pelle. Solo nel 2012, ad esem­pio, tre dei suoi depu­tati sono stati pro­ces­sati per aver aggre­dito per strada un popo­lare attore di ori­gine stra­niera molto attivo nella denun­cia del raz­zi­smo in Svezia.

La destra che occupa lo spazio pubblico Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

Dall’affaire Dreyfuss al Front National. «Les Droites et la rue» di Danielle Tartakowsky. Una importante analisi storica sull’uso della piazza da parte di estrema destra e maggioranza silenziosa

Prima la Manif pour tous che ha mobi­li­tato per mesi milioni di per­sone in tutto il paese con­tro la legge in favore dei «matri­moni gay», quindi la rivolta fiscale dei Bon­nets Rou­ges che ha riem­pito le piazze della Bre­ta­gna, poi la Mar­cia per la vita all’inizio dell’anno che ha messo insieme in nome della lotta all’aborto la destra reli­giosa e quella poli­tica di Ump e Front Natio­nal, infine, alla fine di gen­naio, il cosid­detto «Giorno della col­lera» che ha riu­nito nella capi­tale gli oppo­si­tori più radi­cali al governo, gli estre­mi­sti neo­fa­sci­sti e i seguaci di Dieu­donné, gli inte­gra­li­sti cat­to­lici lefeb­vriani e gli iden­ti­tari che chie­dono senza mezzi ter­mini le dimis­sioni di Hollande.

Mai, nella sto­ria più recente della Fran­cia, la piazza era stata così for­te­mente ege­mo­niz­zata dalla destra. Mai dei movi­menti e delle mobi­li­ta­zioni nati per motivi spe­ci­fici, e tra loro molto diversi, ave­vano finito per con­ver­gere in una sorta di pro­gramma comune, quello della cac­ciata della gau­che dal potere, quasi si pen­sasse che pro­prio da quelle piazze potesse arri­vare la spal­lata deci­siva alle isti­tu­zioni repub­bli­cane oggi occu­pate da una sini­stra con­si­de­rata come «abu­siva» per­ché mino­ranza nel paese. Tutto ciò, ben prima che dalle urne delle recenti ele­zioni ammi­ni­stra­tive, uscisse pla­sti­ca­mente rap­pre­sen­tata que­sta situa­zione con la vit­to­ria di Marine Le Pen e del par­tito degli eredi di Sarkozy.

NEO­FA­SCI­STI E NAZIONALISTI

Con il clima che si respira oggi a Parigi, non potrebbe giun­gere più tem­pe­stiva la pub­bli­ca­zione dell’ultimo lavoro di Danielle Tar­ta­ko­w­sky, Les Droi­tes et la rue (La Décou­verte, pp. 208, euro 18), la più ampia e arti­co­lata ana­lisi del rap­porto che le destre hanno cono­sciuto lungo l’intero arco della vicenda sto­rica tran­sal­pina con «la piazza» e le mobi­li­ta­zioni pub­bli­che. Stu­diosa dei movi­menti sociali e spe­cia­li­sta delle mani­fe­sta­zioni di piazza, si deve a lei un’importante ricerca sul valore delle cele­bra­zioni del Primo mag­gio nello svi­luppo della sini­stra fran­cese (La Parte du reve, 2005) e la con­di­re­zione dell’ampia Histoire des mou­ve­ments sociaux en France (2012), Danielle Tar­ta­ko­w­sky prende in esame una arco tem­po­rale che va dalla Terza repub­blica ai giorni nostri, par­tendo dalle mani­fe­sta­zioni nazio­na­li­ste e anti­se­mite che scan­di­rono le tappe dell’affaire Drey­fuss alla fine dell’Ottocento per giun­gere fino alle odierne mobi­li­ta­zioni di segno omo­fobo in difesa della «fami­glia tradizionale».

A dispetto di ciò che si sarebbe por­tati a cre­dere, la sto­ria delle destre è in Fran­cia anche e soprat­tutto una sto­ria di occu­pa­zione e presa dello spa­zio pub­blico, quando non di ten­ta­tivi di uti­liz­zare le pro­te­ste popo­lari per modi­fi­care lo sta­tus quo del sistema poli­tico. Il cata­logo offerto da Tar­ta­ko­w­sky non potrebbe essere più espli­cito da que­sto punto di vista: si tratti delle «manifestations-insurrections» dei seguaci del gene­rale Bou­lan­ger prima, o di quelli dell’Action fra­nçaise di Mau­rice Bar­res poi, dei «ras­sem­ble­ments catho­li­que» che si oppo­ne­vano alle sini­stre negli anni Venti o alle marce delle leghe patriot­ti­che, para­fa­sci­ste e vio­lente, con­tro il governo del Front popu­laire negli anni Trenta, del cor­teo che attra­versò Algeri nel mag­gio del 1958, segnando l’inizio della rivolta dei pieds-noirs con­tro l’indipendenza del paese nor­da­fri­cano dalla Fran­cia, o di quello che il 30 mag­gio del 1968 rispose alle pro­te­ste stu­den­te­sche riaf­fer­mando per le vie di Parigi il soste­gno di una parte del paese al gene­rale De Gaulle.

Per molti versi, il punto di svolta deci­sivo è pro­prio rap­pre­sen­tato dal Ses­san­totto e dalla suc­ces­siva fine del gaul­li­smo. Negli anni suc­ces­sivi emer­ge­ranno infatti, da un lato la defi­ni­tiva con­sa­cra­zione della piazza come luogo di espres­sione delle sini­stre poli­ti­che e sociali. dall’altro lato, la crisi irre­ver­si­bile di quella cul­tura nazional-patriottica che aveva tal­volta tenuto insieme con­ser­va­tori ed estre­mi­sti, la «mag­gio­ranza silen­ziosa» e i nostal­gici di Pétain, spesso all’ombra di un desi­de­rio di rivin­cita sulla repub­blica nata dalla Rivo­lu­zione che ema­nava da taluni set­tori della Chiesa cat­to­lica. Que­sto, per­lo­meno fino ad anni recenti.

Annun­ciate spo­ra­di­ca­mente dalle pro­te­ste del ceto medio e delle pro­fes­sioni libe­rali con­tro la pre­si­denza Mit­te­rand, e poi repli­cate nelle mobi­li­ta­zioni in difesa della «scuola libera» a metà degli anni Novanta, le piazze di destra sono infatti tor­nate pre­po­ten­te­mente pro­ta­go­ni­ste nell’ultima sta­gione della poli­tica fran­cese. Quella che, non a caso, all’ombra della figura di Nico­las Sar­kozy ha pro­dotto su molti punti un avvi­ci­na­mento, quando non una con­ver­genza, tra la destra repub­bli­cana e quella estrema.

UN AMARO BILANCIO

Per la sto­rica fran­cese, il bilan­cio da trarre al ter­mine della sua lunga immer­sione in vicende spesso poco note, non solo fuori della Fran­cia, non potrebbe essere per­ciò più inquie­tante. «Si tende a dimen­ti­carlo — spiega Tar­ta­ko­w­sky -, ma le mani­fe­sta­zioni di piazza fanno parte della cul­tura di alcune com­po­nenti della destra fran­cese, soprat­tutto le più radi­cali, ma non solo, visto che nel pas­sato è stato que­sto il ter­reno su cui si è misu­rata l’estrema destra delle leghe patriot­ti­che o dei monar­chici di Bar­res, ma anche i movi­menti socio­pro­fes­sio­nali del ceto medio e dei padron­cini. Da que­sto punto di vista, sia la Manif pour tous che il debutto dei Bonnets Rou­ges, s’iscrivono per­fet­ta­mente in que­sto pro­cesso di lungo corso carat­te­riz­zato dalle mobi­li­ta­zioni con­tro la sini­stra che hanno spesso avuto pro­por­zioni molto vaste e sono riu­scite a pesare anche in modo deter­mi­nante sul scelte del potere. In ogni caso, lungo l’intera sto­ria repub­bli­cana, ogni volta che la destra ha scelto la via della piazza, ha finito per pro­durre una sorta di rea­zione a catena dalle forti con­se­guenze sia in ambito sociale che politico».

La destra che occupa lo spazio pubblico — Guido Caldiron, da: il manifesto.it

Saggi. Dall’affaire Dreyfuss al Front National. «Les Droites et la rue» di Danielle Tartakowsky. Una importante analisi storica sull’uso della piazza da parte di estrema destra e maggioranza silenziosa

Prima la Manif pour tous che ha mobi­li­tato per mesi milioni di per­sone in tutto il paese con­tro la legge in favore dei «matri­moni gay», quindi la rivolta fiscale dei Bon­nets Rou­ges che ha riem­pito le piazze della Bre­ta­gna, poi la Mar­cia per la vita all’inizio dell’anno che ha messo insieme in nome della lotta all’aborto la destra reli­giosa e quella poli­tica di Ump e Front Natio­nal, infine, alla fine di gen­naio, il cosid­detto «Giorno della col­lera» che ha riu­nito nella capi­tale gli oppo­si­tori più radi­cali al governo, gli estre­mi­sti neo­fa­sci­sti e i seguaci di Dieu­donné, gli inte­gra­li­sti cat­to­lici lefeb­vriani e gli iden­ti­tari che chie­dono senza mezzi ter­mini le dimis­sioni di Hollande.

Mai, nella sto­ria più recente della Fran­cia, la piazza era stata così for­te­mente ege­mo­niz­zata dalla destra. Mai dei movi­menti e delle mobi­li­ta­zioni nati per motivi spe­ci­fici, e tra loro molto diversi, ave­vano finito per con­ver­gere in una sorta di pro­gramma comune, quello della cac­ciata della gau­che dal potere, quasi si pen­sasse che pro­prio da quelle piazze potesse arri­vare la spal­lata deci­siva alle isti­tu­zioni repub­bli­cane oggi occu­pate da una sini­stra con­si­de­rata come «abu­siva» per­ché mino­ranza nel paese. Tutto ciò, ben prima che dalle urne delle recenti ele­zioni ammi­ni­stra­tive, uscisse pla­sti­ca­mente rap­pre­sen­tata que­sta situa­zione con la vit­to­ria di Marine Le Pen e del par­tito degli eredi di Sarkozy.

Neo­fa­sci­sti e nazionalisti

Con il clima che si respira oggi a Parigi, non potrebbe giun­gere più tem­pe­stiva la pub­bli­ca­zione dell’ultimo lavoro di Danielle Tar­ta­ko­w­sky, Les Droi­tes et la rue (La Décou­verte, pp. 208, euro 18), la più ampia e arti­co­lata ana­lisi del rap­porto che le destre hanno cono­sciuto lungo l’intero arco della vicenda sto­rica tran­sal­pina con «la piazza» e le mobi­li­ta­zioni pub­bli­che. Stu­diosa dei movi­menti sociali e spe­cia­li­sta delle mani­fe­sta­zioni di piazza, si deve a lei un’importante ricerca sul valore delle cele­bra­zioni del Primo mag­gio nello svi­luppo della sini­stra fran­cese (La Parte du reve, 2005) e la con­di­re­zione dell’ampia Histoire des mou­ve­ments sociaux en France (2012), Danielle Tar­ta­ko­w­sky prende in esame una arco tem­po­rale che va dalla Terza repub­blica ai giorni nostri, par­tendo dalle mani­fe­sta­zioni nazio­na­li­ste e anti­se­mite che scan­di­rono le tappe dell’affaire Drey­fuss alla fine dell’Ottocento per giun­gere fino alle odierne mobi­li­ta­zioni di segno omo­fobo in difesa della «fami­glia tradizionale».

A dispetto di ciò che si sarebbe por­tati a cre­dere, la sto­ria delle destre è in Fran­cia anche e soprat­tutto una sto­ria di occu­pa­zione e presa dello spa­zio pub­blico, quando non di ten­ta­tivi di uti­liz­zare le pro­te­ste popo­lari per modi­fi­care lo sta­tus quo del sistema poli­tico. Il cata­logo offerto da Tar­ta­ko­w­sky non potrebbe essere più espli­cito da que­sto punto di vista: si tratti delle «manifestations-insurrections» dei seguaci del gene­rale Bou­lan­ger prima, o di quelli dell’Action fra­nçaise di Mau­rice Bar­res poi, dei «ras­sem­ble­ments catho­li­que» che si oppo­ne­vano alle sini­stre negli anni Venti o alle marce delle leghe patriot­ti­che, para­fa­sci­ste e vio­lente, con­tro il governo del Front popu­laire negli anni Trenta, del cor­teo che attra­versò Algeri nel mag­gio del 1958, segnando l’inizio della rivolta dei pieds-noirs con­tro l’indipendenza del paese nor­da­fri­cano dalla Fran­cia, o di quello che il 30 mag­gio del 1968 rispose alle pro­te­ste stu­den­te­sche riaf­fer­mando per le vie di Parigi il soste­gno di una parte del paese al gene­rale De Gaulle.

Per molti versi, il punto di svolta deci­sivo è pro­prio rap­pre­sen­tato dal Ses­san­totto e dalla suc­ces­siva fine del gaul­li­smo. Negli anni suc­ces­sivi emer­ge­ranno infatti, da un lato la defi­ni­tiva con­sa­cra­zione della piazza come luogo di espres­sione delle sini­stre poli­ti­che e sociali. dall’altro lato, la crisi irre­ver­si­bile di quella cul­tura nazional-patriottica che aveva tal­volta tenuto insieme con­ser­va­tori ed estre­mi­sti, la «mag­gio­ranza silen­ziosa» e i nostal­gici di Pétain, spesso all’ombra di un desi­de­rio di rivin­cita sulla repub­blica nata dalla Rivo­lu­zione che ema­nava da taluni set­tori della Chiesa cat­to­lica. Que­sto, per­lo­meno fino ad anni recenti.

Annun­ciate spo­ra­di­ca­mente dalle pro­te­ste del ceto medio e delle pro­fes­sioni libe­rali con­tro la pre­si­denza Mit­te­rand, e poi repli­cate nelle mobi­li­ta­zioni in difesa della «scuola libera» a metà degli anni Novanta, le piazze di destra sono infatti tor­nate pre­po­ten­te­mente pro­ta­go­ni­ste nell’ultima sta­gione della poli­tica fran­cese. Quella che, non a caso, all’ombra della figura di Nico­las Sar­kozy ha pro­dotto su molti punti un avvi­ci­na­mento, quando non una con­ver­genza, tra la destra repub­bli­cana e quella estrema.

Un amaro bilancio

Per la sto­rica fran­cese, il bilan­cio da trarre al ter­mine della sua lunga immer­sione in vicende spesso poco note, non solo fuori della Fran­cia, non potrebbe essere per­ciò più inquie­tante. «Si tende a dimen­ti­carlo — spiega Tar­ta­ko­w­sky -, ma le mani­fe­sta­zioni di piazza fanno parte della cul­tura di alcune com­po­nenti della destra fran­cese, soprat­tutto le più radi­cali, ma non solo, visto che nel pas­sato è stato que­sto il ter­reno su cui si è misu­rata l’estrema destra delle leghe patriot­ti­che o dei monar­chici di Bar­res, ma anche i movi­menti socio­pro­fes­sio­nali del ceto medio e dei padron­cini. Da que­sto punto di vista, sia la Manif pour tous che il debutto dei Bonnets Rou­ges, s’iscrivono per­fet­ta­mente in que­sto pro­cesso di lungo corso carat­te­riz­zato dalle mobi­li­ta­zioni con­tro la sini­stra che hanno spesso avuto pro­por­zioni molto vaste e sono riu­scite a pesare anche in modo deter­mi­nante sul scelte del potere. In ogni caso, lungo l’intera sto­ria repub­bli­cana, ogni volta che la destra ha scelto la via della piazza, ha finito per pro­durre una sorta di rea­zione a catena dalle forti con­se­guenze sia in ambito sociale che politico».

Ucraina. I “martiri dell’Unione Europea”? Sono neonazisti da: contropiano.org di Marco Santopadre

Ucraina. I “martiri dell’Unione Europea”? Sono neonazisti

E’ davvero singolare l’ipocrisia dell’establishment dell’Unione Europea. Se le grandi famiglie europee del centrodestra e del centrosinistra proprio in queste settimane sono in prima fila nel chiedere ai cittadini del continente di non votare per forze politiche xenofobe o di estrema destra alle prossime e imminenti elezioni europee, allo stesso tempo sono proprio formazioni ultranazionaliste, razziste e a volte apertamente ispirate al fascismo e al nazismo quelle che l’Unione Europea sta sostenendo – e strumentalizzando – in Ucraina per destabilizzare il governo e costringerlo a ridurre i vincoli economici con Mosca e a stringere un patto con Bruxelles dal quale Kiev ha tutto da perdere.

 

Oggi i maggiori quotidiani europei – Repubblica e Corriere della Sera non si sottraggono di certo – utilizzano formule assai stereotipate e retoriche per presentare la tragica situazione di Kiev e parlano senza mezzi termini di ‘martiri filoeuropei’ ammazzati nelle strade dalle forze di polizia agli ordini del governo di Viktor Yanukovich. Non una parola, ovviamente, sulla spregiudicatezza delle cancellerie di Bruxelles e Washington che da mesi soffiano sul fuoco della divisione e della guerra civile e che non hanno esitato negli ultimi giorni a spingere le proprie pedine di nuovo verso lo scontro frontale con l’esecutivo che invece cercava di gestire la crisi attraverso la concertazione con le forze principali dell’opposizione liberal-nazionalista. Era ormai evidente che la mobilitazione di piazza iniziata ormai mesi fa e ampiamente sostenuta dall’Ue e dagli Stati Uniti non avrebbe ottenuto le dimissioni del governo e che anzi le manifestazioni conosciute come ‘euro-Maidan’ si stavano ormai svuotando di forza e contenuto. E così in maniera irresponsabile da occidente si è pensato che era venuta l’ora di ampliare e rafforzare la provocazione contro il governo ucraino, scavalcando i partiti del centrodestra impegnati da giorni in colloqui col governo spingendo allo scontro le formazioni dell’estrema destra. L’obiettivo sembra chiaro: aumentare il livello dello scontro, drammatizzare gli eventi e cercare il morto in maniera da riportare la crisi ucraina al centro dell’agenda internazionale per permettere a Ue, Stati Uniti e Nato di poter imporre sanzioni a Kiev – il che è prontamente avvenuto – e chiedere che la comunità internazionale intervenga contro “il regime che spara contro il suo popolo”. Un modello di destabilizzazione già pù volte sperimentato in altre aree del globo e ampiamente smontato e denunciato. Ma che evidentemente continua a funzionare, basta dare uno sguardo alle prime pagine dei sopra citati quotidiani italiani.

 

Che in piazza a Kiev non ci siano solo decine di migliaia di attivisti dei partiti nazionalisti e liberali che guardano all’Unione Europea è noto da tempo, ma alla stampa sembra non interessare. Eppure un lancio dell’agenzia di stampa Ansa, che riportiamo qui sotto, non sembra lasciare molti dubbi sull’identità di quelli che per Repubblica e Corriere sono ‘martiri della libertà’.

 

“A confrontarsi violentemente a Kiev con i ‘berkut’, le teste di cuoio ucraine, non sono – salvo alcune eccezioni – gli attivisti dell’opposizione che occupano pacificamente il Maidan da tre mesi, ma frange estremistiche riconducibili in gran parte a ‘Right sector’, un gruppo poco noto di estrema destra. Giovani, nazionalisti, spesso ultrà di calcio, provenienti da varie regioni ucraine, ben equipaggiati per gli scontri, ostili alla Russia ma anche alla Ue (“oppressore delle nazioni europee”), abili nell’uso dei social network: sono loro gli “irriducibili” delle barricate, quelli che da quattro giorni stanno tenendo testa ai poliziotti in assetto antisommossa con pietre e molotov nella centralissima via Grushevski, tra lo stadio della Dinamo e i palazzi del potere, non lontano dal Maidan.
‘Right sector’ si è formato sin dai primi giorni delle proteste, ma non ha né un quartier generale permanente né leader né tantomeno iscritti o gruppi formalmente affiliati. Il movimento include però diversi gruppi di estrema destra, da Tridente a Patriota dell’Ucraina, alcuni membri del quale sono stati condannati per aver distrutto una statua di Lenin. Patriota dell’Ucraina è peraltro in ottimi rapporti con Svoboda (Libertà), il partito ultranazionalista di Oleg Tiaghnibok (accusato di razzismo, antisemitismo e omofobia), quello dei tre dell’opposizione più incline agli scontri.
Gli estremisti delle barricate, tra i quali a volte non mancano neppure sedicenti anarchici con tanto di A sullo scudo, indossano generalmente maschere, elmetti e protezioni per mani e piedi, e usano bastoni o sbarre di ferro in caso di scontri con la polizia. Per comunicare con i loro sostenitori, ‘Right sector’ usa il sito dell’organizzazione nazionalista Tridente, Facebook e Vkontakte, popolare rete sociale russa.
Tutti i tre leader della protesta, compreso il campione di pugilato Vitali Klitschko, hanno criticato gli attacchi del movimento alla polizia e hanno definito i suoi attivisti dei provocatori. Ma la presa di distanza non è servita finora ad impedire gli scontri: il rischio ora per l’opposizione è quello di perdere il controllo della piazza e di essere identificata con il radicalismo violento. ‘Right sector’ ha già fatto proclami di guerra, sostenendo che le recenti leggi anti protesta hanno “messo fine alle aspirazioni dell’Ucraina per una soluzione pacifica della crisi”: l’attuale situazione è un’opportunità per “distruggere lo scheletro statale” e costruire un nuovo Stato”.

 

Forse il lancio dell’Ansa fa un po’ di confusione su sigle e parentele politiche, ma il quadro che traccia appare quanto mai fosco e getta una luce assai sinistra su quanto l’Unione Europea, il faro di libertà per la quale i giovani ucraini starebbero manifestando (e morendo), sta combinando nel paese che proprio in questi giorni celebra la sua unificazione nazionale nel 1919.

 

Insomma la palla è passata dai partiti di centrodestra a formazioni paramilitari di estrema destra come il ‘Right Sector’, una specie di federazione di gruppi politici ultranazionalisti, e ad altre che si richiamano apertamente al nazional-socialismo come Svoboda, guidata da Oleh Tyahnibok. Che siano convintamente pro-Bruxelles poco importa a chi le manovra da occidente, l’importante è che siano in grado di trasformare la capitale ucraina in una campo di battaglia e di riempire le cronache di morti e feriti. Soprattutto, che siano abbastanza organizzate e violente da ricattare le opposizioni parlamentari portandole sul terreno dello scontro totale se non vogliono perdere la guida dello schieramento filo-occidentale. Le dichiarazioni dei vari capi delle bande che stanno mettendo Kiev a ferro e fuoco, intervistati da alcuni media europei, non lasciano dubbi su quale sia la strategia dell’estrema destra: “Klichko e gli altri sono politicamente morti. Ora tocca a noi”.

 

In questo quadro caratterizzato dalla propaganda – dall’una e dall’altra parte, ovviamente – le notizie che arrivano da Kiev sembrano abbastanza confuse e contraddittorie. Si parla di manifestanti morti sotto i colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia – che secondo altre fonti sarebbero invece pallottole di gomma – ma non c’è concordanza né sul numero delle vittime, né sulla loro identità. Secondo alcuni giornalisti negli ospedali della capitale negli ultimi giorni sarebbero stati ricoverati centinaia di manifestanti, alcuni dei quali pestati da mazzieri agli ordini del governo, i titushki, provenienti dalle regioni orientali. Ma è difficile in questa fase discernere le notizie vere da quelle fabbricate ad arte.

L’unica cosa certa è che gli appetiti europei e della Nato sul paese stanno portando l’Ucraina sull’orlo di una sanguinosa e duratura guerra civile che potrebbe avere ripercussioni affatto scontate. E che potrebbe convincere Mosca che dalla fase del “contenimento” per quanto attivo della destabilizzazione occidentale sia giunto il momento di passare all’offensiva

Le europee spiegate a un bambino Fonte: Esse blog | Autore: Paolo Andreozzi

Alexis TSIPRAS

1. A Strasburgo eleggeremo circa 750 parlamentari europei.

2. L’Italia ne elegge 73.

3. Si dividono praticamente in otto grandi gruppi inter-nazioni:

– estrema destra (AENM)

– euroscettici (EFD)

– liberal-conservatori (ECR)

– popolari&cristiani (PPE)

– liberal-riformisti (ALDE)

– socialisti&democratici (PSE)

– verdi&regionalisti (ALE)

– sinistra (GUE)

più un gruppetto misto.

4. Per capirci, la collocazione dei partiti italiani nei gruppi sarebbe:

– estrema destra: Fratelli d’Italia, Destra di Storace

– euroscettici: 5stelle, Lega

– liberal-conservatori: Scelta Civica

– popolari&cristiani: Pdl (forzaitalia), Udc

– liberal-riformisti: radicali

– socialisti&democratici: Pd, Sel

– verdi&regionalisti: verdi, autonomie locali (Svp…)

– sinistra: comunisti (Prc, Pdci), antineoliberisti…

5. In Italia si vota col proporzionale, e sbarramento al 4%.

6. Per i sondaggi attuali il prossimo parlamento avrebbe, più o meno:

– 30 deputati alla destra estrema (+30 rispetto a oggi)

– 30 euroscettici (=)

– 40 liberalconservatori (-20)

– 220 popolari&cristiani (-50)

– 80 liberalriformisti (-10)

– 220 socialisti&democratici (+25)

– 40 verdi&regionalisti (-20)

– 60 alla sinistra (+25)

– 30 gruppomisto (+30)

7. Per la prima volta le liste nazionali di tutti gli orientamenti dovranno dichiarare quel è il loro candidato alla presidenza della Commissione europea (il ‘premier’ continentale). al momento si conoscono le candidature di Martin Schulz (Spd tedesca) per i socialisti&democratici e di Alexis Tsipras (Syriza greca) per la sinistra.

8. Per i sondaggi attuali, nessuno dei 73 europarlamentari eletti dall’Italia apparterrebbe al gruppo della sinistra con Tsipras candidato (anche perché il ‘laboratorio’ per una lista di sinistra in Italia ancora non si è neppure ufficializzato).

9. Tuttavia, a sinistra non c’è il ‘vuoto quantico’: Rifondazione comunista si è già dichiarata per la costituzione plurale – di partiti (Prc, Pdci…), movimenti e singoli – di una lista unitaria proprio per smentire il sondaggio e riempire quel vuoto (purché si superi ovviamente il 4 per cento di sbarramento).

10. E, per quello che conta, io – da indipendente – farò questo e poco altro nei prossimi mesi: contribuire alla costituzione di quella lista e invogliare tutta la gente di sinistra che conosco a sostenerla. Perché a maggio in europa il voto utile – il voto del meno peggio, il voto a naso turato, il voto contro qualcuno – davvero non ha senso. Nel 2014 per Strasburgo si vota in libertà, secondo coscienza di cittadine e cittadini dell’Europa come la vorremmo. E, soprattutto, come faremo il possibile che diventi.