“Come è arrivata la mafia nell’Emilia rossa? Con la precarietà e il massimo ribasso”. Intervista a Stefano Luigi Autore fabio sebasiani

 

Stefano Lugli è il segretario regionale del Prc Emillia Romagna. Quando si parla della penetrazione della mafia al nord si mette poco in evidenza che queste regioni dovevano essere quelle “presidiate” dalle amministrazioni democratiche. Cosa è accaduto in realtà?
È successo che il 27 gennaio 2015 la Direzione Nazionale Antimafia compie l’operazione Aemilia, la più imponente contro la cosche calabresi nel nord Italia, e in Emilia Romagna in particolare, con il suo carico di 117 richieste di custodia cautelare che hanno coinvolto mafiosi, imprenditori, professionisti, politici, giornalisti e persino personale delle forze dell’ordine. È stato svelato un vero e proprio sistema criminale al punto che – usando le parole del Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti – “quella che una volta era orgogliosamente indicata come una Regione costituente modello di sana amministrazione ed invidiata per l’elevato livello medio di vita dei suoi abitanti, può ben definirsi “terra di mafia” nel senso pieno della sua espressione”.Quanto e come la crisi ha favorito la penetrazione?
La congiuntura economica negativa ha certamente avuto un ruolo nell’aprire alla criminalità nuovi terreni in cui infilarsi, ma dobbiamo considerare che la criminalità organizzata è da molti anni presente e attiva in Emilia Romagna, e proprio per questo ha avuto la capacità di adeguare la sua presenza alle mutevoli condizioni economiche e sociali che il territorio ha espresso. Prima della crisi ha fatto affari entrando in contatto con i settori dell’economia a più facile penetrazione criminale: dall’edilizia, al movimento terra, allo smaltimento dei rifiuti. Poi ha messo le mani nel gioco d’azzardo, nelle bische e nella gestione delle slot machine. A un certo punto è entrata in contatto con le istituzioni, come il caso dell’ex sindaco di Serramazzoni (MO) che riceveva nei suoi uffici un camorrista ci ha messo davanti agli occhi. Con il progredire della crisi economica la criminalità organizzata ha mutato ancora il suo volto e si è concentrata sui nuovi spazi di manovra che offre la difficoltà di accesso al credito per le imprese, e quindi l’usura, le truffe commerciali fino all’infiltrazione criminale nelle aziende. Di fronte a questo tipo di criminalità, che la Direzione Investigativa Antimafia chiama “mafia imprenditrice”, l’Emilia si è trovata impreparata, perché gli anticorpi che pensavamo di avere non hanno retto ad un assalto mafioso compiuto non con coppola e lupara ma con valigette piene di soldi portate da uomini in giacca e cravatta.

L’operazione Aemilia ha al centro la ricostruzione post sisma, com’è stato possibile per la criminalità aver messo le mani sugli appalti della ricostruzione?
È stato possibile perché la criminalità organizzata era già presente e strutturata ben prima del sisma e proprio per questo è arrivata addirittura prima dei soccorsi. Oggi sappiamo che già il 29 maggio 2012 – il giorno della seconda scossa che ha colpito l’Emilia – c’erano mafiosi che facevano il giro delle aziende con i capannoni crollati per verificare le esigenze delle imprese e proporre pacchetti di ricostruzione. Ma non solo, la mafia ha messo le mani prima sullo smaltimento delle macerie, poi sugli appalti milionari per la realizzazione d’urgenza delle nuove opere pubbliche e ora nella ricostruzione privata, che è il bacino oggi più appetibile. Paghiamo l’assenza di una legge quadro sulla ricostruzione nelle calamità naturali e l’assenza di norme e procedure che codifichino gli interventi emergenziali. La consapevolezza che il denaro della ricostruzione facesse gola era presente: per questo la Regione ha introdotto la white list, ma sono serviti mesi per essere rodata e tutt’ora c’è il problema che le risorse per controllare sul campo i cantieri sono del tutto insufficienti. A completare il quadro ci sono state anche inadempienze eclatanti, come il caso del Comune di Finale Emilia (MO) che affida consapevolmente appalti ad una ditta esclusa dalla white list con interdittiva antimafia da parte della Prefettura.

Da quando si parla di penetrazione della criminalità nell’Emilia Romagna?
Nonostante appaia come un fenomeno recente in realtà la prima infiltrazione mafiosa la possiamo collocare negli anni ’60 con l’infausta pratica dei soggiorni obbligati che ha portato al nord, e in Emilia in particolare, mafiosi di primo calibro come Giacomo Riina, Tano Badalamenti e Francesco Schiavone detto Sandokan. Da allora la fotografia della presenza mafiosa in Emilia è molto cambiata, ed è oggi caratterizzata dai casalesi e dalla rete ’ndranghetista della cosca Grande Aracri smantellata con l’operazione Aemilia. Le prime indagini significative sul fenomeno mafioso risalgono invece all’inizio degli anni ’90 e nel 2012 Bologna diventa sede distrettuale della Direzione Investigativa Antimafia, un atto con cui si è riconosciuta ufficialmente la presenza di infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna e la necessità di contrastarle con tutti i mezzi possibili.

Qual è la denuncia politica di Rifondazione Comunista?
Se la presenza mafiosa in Emilia Romagna è arrivata a questo punto è anche a causa del progressivo indebolimento della politica di fronte all’economia e ai grandi affari e alla rinuncia delle istituzioni pubbliche a svolgere fino in fondo il loro ruolo di garanti del bene comune e di controllo della legalità. Le istituzioni sanno bene che le gare al massimo ribasso e la catena infinita dei sub appalti sono la porta d’ingresso della criminalità organizzata nell’economia legale, eppure questa pratica è sempre più spesso utilizzata, al punto che in Emilia Romagna il 70% degli appalti viene poi dato in sub appalto. Così come è noto che le esternalizzazioni dei servizi pubblici e i conseguenti presunti risparmi di spesa per i Comuni sono spesso pagati da condizioni di lavoro indegne e stipendi da fame. Ed è altrettanto noto che le operazioni immobiliari speculative sovente non sono altro che il modo per ripulire denaro proveniente da attività illecite. Insomma, l’operazione Aemilia non è un fulmine a ciel sereno e sorprende solo chi in questi anni non ha voluto o saputo ascoltare le tante denunce che da più parti segnalavano che l’Emilia stava diventando una “terra di mafia”, come oggi la definisce la Direzione Investigativa Antimafia..

Come sta rispondendo la società civile?
La società civile è stata certamente più sensibile della politica e negli ultimi anni ha tenuto alta l’attenzione mentre la politica non ha dimostrato quella lungimiranza e quella fermezza che invece le si richiede. Diversi sono stati gli allarmi che il territorio ha saputo lanciare e a titolo di esempio ne cito tre. Cinzia Franchini, modenese e presidente nazionale autotrasportatori FITA-CNA denuncia da tempo come la malavita sia entrata nel settore dei trasporti e proprio per questo ha ricevuto minacce di chiaro stampo mafioso ed è stata addirittura attaccata dai vertici nazionali di CNA per la sua netta presa di posizione dopo l’operazione Aemilia. Ci sono poi i ragazzi del giornale studentesco Cortocircuito che a Reggio Emilia tengono laboratori di legalità e per alcune loro inchieste sono stati minacciati. Infine la Cgil, che da tempo ha un osservatorio regionale sulla legalità che è offre un prezioso punto di vista sulle conseguenze sul lavoro dell’economia illegale. A diffondere consapevolezza nei cittadini un contributo importante è arrivato anche da alcuni giornalisti, le cui inchieste hanno contribuito a svelare il sistema criminale. Penso a Gateano Alessi che unisce l’impegno sindacale ad un’attività giornalistica senza compromessi o a Giovanni Tizian che da anni vive sotto scorta per le minacce ricevute dai casalesi..

Cosa si può fare di più, che le istituzioni non fanno?
L’Emilia Romagna non parte da zero, questo va detto. La Regione, nella precedente legislatura, ha approvato leggi per il contrasto della criminalità organizzata e del gioco d’azzardo e ha legiferato sugli appalti pubblici e privati in edilizia e logistica. Tutto questo però non è sufficiente, perché occorre da parte di tutto il sistema degli Enti locali un maggior impegno soprattutto nelle verifiche delle gare pubbliche e nei cantieri e l’abbandono immediato negli appalti della pratica del massimo ribasso, come chiede anche la Cgil con la legge di iniziativa popolare sugli appalti che noi sosteniamo.

Noleggia un clandestino: lo scandalo e l’antirazzismo dei migranti da: cordinamento migranti bologna

 

Siamo di fronte all’ennesimo «scandalo» sull’immigrazione. Un candidato della Lega Nord in Emilia Romagna ha prodotto infatti un video in cui spiega come poter lucrare sui richiedenti asilo.

Li chiama clandestini perché, come spesso accade a certe persone, non sanno di cosa parlano. Voleva far ridere, ma non ride nessuno. Ciò di cui parla il simpatico leghista è la possibilità di ospitare richiedenti asilo presso famiglie, una misura proposta dal governo italiano e già adottata a Torino. Secondo questa idea, i 30 € giornalieri pro-capite che oggi finiscono nelle tasche delle associazioni e cooperative che gestiscono l’accoglienza andrebbero direttamente alle famiglie ospitanti. Alimentando la nota guerra tra poveri, leghisti e fascisti di ogni sorta si accorgono solo in questi momenti di ciò che non va: e così c’è chi, dopo aver governato per anni e tagliato ogni sussidio, dice che 30 € sono di più di quanto una famiglia riceve per l’assistenza ai disabili. Dopo aver avallato ogni tipo di cementificazione, oggi c’è chi dice che quei soldi dovrebbero andare agli alluvionati o ai terremotati. L’elenco potrebbe continuare, ma non è interessante. È invece interessante constatare come le sparate di leghisti e fascisti siano sempre un’occasione che altri sanno cogliere per fare la parte degli antirazzisti: basta una condanna, basta gridare allo scandalo. Noi pensiamo però che lo scandalo non sia in queste sparate, ma nella quotidiana condizione in cui i migranti sono costretti dalle leggi e dallo sfruttamento sul lavoro. Su una cosa, infatti, il candidato leghista si sbaglia di grosso: non è vero che poter lucrare sui migranti prima era riservato ai soli scafisti. Non solo il business dell’emergenza e della cosiddetta accoglienza è ormai chiaro a tutti. Lucrare sui migranti è anche la normale quotidianità per un sistema economico e sociale che costruisce giuridicamente una separazione formale per poter meglio ricattare e sfruttare una parte della popolazione. Lo è per uno Stato che chiede ai migranti di pagare per ogni documento, che non risponde alle regole che esso stesso impone, che preleva tasse e non restituisce i contributi versati.

Se tutti sono pronti a censurare leghisti e fascisti, però, non tutti sono pronti a cambiare queste leggi, a combattere lo sfruttamento, a prendere senza tatticismi la parte dei migranti. In Emilia Romagna il sistema delle cooperative che nella logistica ha istituzionalizzato il caporalato è cresciuto nel silenzio e nella complicità di partiti e sindacati sempre pronti a condannare a parole le sparate di un leghista o di un fascista. Sempre in Emilia Romagna esistono due CIE e alle parole favorevoli alla chiusura non è mai seguito un atto concreto, tanto che quello di Bologna è stato «superato» solo per motivi strutturali. Nei luoghi di lavoro lo sfruttamento non è diverso se fuori si pratica la volgarità leghista o il politicamente corretto di chi preferisce un razzismo più soft nei toni, ma durissimo nella vita reale degli uomini e delle donne che vivono in questo paese. Nelle Questure e nelle Prefetture non cambia l’uso arbitrario della discrezionalità amministrativa, se il sindaco vieta i negozi di kebab oppure invece parla di accoglienza. Il ricatto del permesso di soggiorno non cambia se qualche decina di fascisti alza la voce o se invece è un normale sabato di shopping. Gridare allo scandalo ottiene, anche quando non sia questo l’obiettivo, l’effetto contrario di far tornare nel buio la normalità del razzismo istituzionale, negando le divisioni che questo produce. Non è un caso che a gridarlo siano quasi sempre degli italiani. È infatti nella vita quotidiana che i migranti lottano e praticano il loro antirazzismo, contro lo sfruttamento e le leggi che lo sostengono come la Bossi-Fini. Questa lotta a volte è visibile, a volte avviene molto lontano dalle sparate dei leghisti e dei fascisti.

Le occasioni per rovesciare questa situazione però ci sono: stare dalla parte dei migranti, sostenere i loro scioperi, come quello che hanno praticato lo scorso 16 Ottobre nella logistica che ancora una volta ha bloccato molti magazzini in tutta Italia, e le loro prese di parola, come quella praticheranno domenica prossima, il 26 ottobre, a Modena nell’assemblea per discutere delle pratiche della Questura e Prefettura modenesi, contro la gestione politica dei permessi di soggiorno.

http://coordinamentomigranti.org/