Danimarca, un voto vinto di misura dalla destra. E’ un leit motiv delle contraddizioni dell’Europa Autore: michele de rosa da: controlacrisi.org

L’ immagine della Danimarca nel mondo é passata in pochi giorni da “il paese delle biciclette e turbine eoliche” a “il paese dei razzisti”. Ma cosa succede realmente in Danimarca? Stando ai risultati del voto alle elezioni politiche nazionli di giovedí scorso, succede che il “blocco blu” di centrodestra ha vinto le elezioni conquistando 90 dei 179 seggi in parlamento, contro gli 85 conquistati dal centrosinistra. In realtá, la Groenlandia e le Isole Far Øer eleggono 2 deputati ciascuna al parlamento Danese e tutti e 4 sono stati assegnati al “blocco rosso”. Il centrosinistra ha quindi perso 89 a 90, per un soffio come ha dichiarato il premier uscente e leader del partito socialdemocratico, la internazionalmente stimata Helle Thorning-Schmidt. Il partito socialdemocratico resta il primo partito con il 26,3% (47 seggi), guadagnando persino 1,5% rispetto alle scorse politiche del 2011 mentre Venstre del virtuale neo-premier Lars Løkke Rasmussen perde ben il 7,2% totalizzando il 19,5% (34 seggi).

La notizia che ha fatto tanto rumore sui giornali internazionali é infatti proprio che il primo partito del blocco blu (e secondo nazionale) risulta invece essere il Partito del Popolo Danese (Danske Folkeparti, DF) con il 21,1% (37 seggi), +8,8% rispetto alle politiche del 2011. DF é un partito populista di destra anti-immigrazione fondato nel 1995, che si caratterizza per la difesa di valori tradizionali come la famiglia, la monarchia, la chiesa evangelica luterana, e sopratutto contro una societá multietnica. I cavalli di battaglia del DF sono: limitare fortemente l’immigrazione da paesi non occidentali ed islamici e l’asilo di rifugiati, leggi piú severe per chi delinque, rafforzamento dello stato sociale ed assistenza ad anziani e disabili.

Data la ridotta popolazione Danese, in termini assoluti DF conquista circa 741.000 voti, non paragonabile a i 6 milioni e mezzo di voti del Front National Francese alle presidenziali del 2012 (17,9%). La portata del successo del DF non era comunque stata prevista, superiore di circa il 2% persino agli ultimi sondaggi e puó essere rintracciata in diversi fattori: l’aspetto piú moderato della leadership di Thulesen Dahl rispetto alla precedente piú stridente Pia Kjærsgaard che faceva storcere il naso persino ad una parte del suo elettorato; la candidatura premier del poco credibile Lars Løkke Rasmussen coinvolto in uno scandalo circa l’uso di soldi publici per l’acquisto di beni personali, durante il suo governo 2007-2011; una difesa populista e demagogica dello stato sociale, che ha scavalcato a sinistra persino il partito della sinistra radicale, senza spiegare come lo stato sociale possa essere mantenuto o addirittura allargato appoggiando un candidato della destra liberale che promette una forte riduzione della spesa pubblica e delle tasse per i ceti piú elevati; la scelta di restare partito ‘di lotta’ anzicché ‘di governo’ per ben tre governi di centrodestra, dal 2001 al 2011 e che minacciano persino ora avendo ottenuto il 21%, complicando la partita per la formazione del governo. Pur garantendo solo l’appoggio esterno ai governi, DF é riuscito in dieci anni a dotare la Danimarca di una tra le leggi per l’immigrazione piú restrittive d’Europa.

Ma la vera dimensione del risultato elettorale di giovedí non puó essere colta se non attraverso un’analisi piú ampia del quadro nazionale ed Europeo che mostra un panorama piú complesso. A ben vedere, é la perdita di consenso dei partiti tradizionali a liberare terreno da semina nell’elettorato; una crescente stanchezza nelle ricette tradizionali offerte dai vecchi partiti e la voglia di cambiamento sembra far tornare di moda partiti ideologici e meno tecnocrati. A sinistra, l partito della piú radicale ‘L’Unitá’ (Enhedslisten) ottiene infatti il 7,8% (+1,1%), ‘L’Alternativa’ il 4,8% partecipando per la prima volta alle elezioni mentre a destra, oltre al DF, ‘L’Alleanza Liberale’ ottiene il 7,5% (+2,5%). La contrapposizione sembra delinearsi tra una visione di politica che non ha bisogno di politica, dove burocrati e funzionari definiscono cosa é giusto e necessario, ed una politica militante, apertamente ideologica, che chiede cambiamenti rapidi e radicali in specifiche aree. In contesti, modalitá e direzioni spesso del tutto differenti, questo é avvenuto recentemente in molti paesi tra cui almeno in Grecia, Spagna, Inghilterra, Scozia, Italia e Francia.

Il voto Danese insegna inoltre che la bandiera ideologica comune dei partiti militanti, pur cosi diversi, é piantata nello stesso terreno della difesa dello stato sociale, in senso socialista e solidale nel caso di Enhedslisten, nella direzioni inquietante pseudo nazionalsocialista del Danske Folkeparti. Persino in una delle nazioni piú ricche e sicure al mondo, l’elettorato appare spaventato, chiede sicurezza sia economica che materiale. É questo un pericolo per il continente Europeo? Un grande pericolo, perché l’Europa sta attraveranso il momento piú delicato ed incerto degli ultimi settanta anni. Perché l’incerta prospettiva economica spaventa l’elettorato, sopratutto quello piú benestante nordeuropeo per cui la posta in gioco é piú alta. E perché le paure appaiono ovunque piú facilmente cavalcabili da destra, creando divisioni, additando nemici spesso immaginari e capri espiatori, piuttosto che da sinistra attraverso una narrativa unitaria e su principi di solidarietá collettiva.

La storia insegna del resto che la paura é facilmente strumentalizzata da spinte reazionarie. Un pericolo che ha forse come unico argine proprio la tanto criticata ed un po’ malandata idea di Unione Europea, argine contro l’avanzata di egoismi nazionalisti e le peggiori ombre della nostra storia Europea. É auspicabile che tutte le sinistre radicali (e non) d’Europa se ne rendano conto al piú presto e facciano della difesa del difficile ma essenziale percorso di costruzione di un Europa politica, insieme ai valori di solidarietá ed eguaglianza, i colori della loro bandiera.

“Podemos, se il percorso per fare la Syriza spagnola è irto di ostacoli”. intervento di Ramon Mantovani Autore: ramon mantovani da: controlacrisi.org

L’informazione della stampa italiana (tutta) circa il turno elettorale amministrativo del 25 maggio in Spagna è, tanto per cambiare, completamente falsata da semplificazioni (passi! data la conclamata ignoranza di molti giornalisti circa la politica estera) e soprattutto da distorsioni ispirate dal maldestro tentativo di usare ciò che avviene all’estero per un uso domestico.
È impossibile confutare una per una tutte le false notizie (le mezze verità sono più false delle menzogne spudorate) e le interpretazioni fondate sul nulla invece che sui fatti (almeno i dati elettorali dovrebbero valere qualcosa!). Per non parlare delle conseguenti previsioni! Ci vorrebbero diversi tomi.

Cercherò in questo articolo di fornire informazioni e dati che i lettori italiani purtroppo non conoscono. Le mie interpretazioni e previsioni valgono quel che valgono. Molto poco. Ma i fatti che citerò restano ed ognuno può verificarli e, se vuole, confrontarli con quelli piuttosto fantasiosi cha ha attinto dal sistema informativo italiano.
All’inizio del mese di maggio del 2014, prima delle elezioni europee, Ada Colau, fino ad allora portavoce del potente movimento contro gli sfratti a Barcellona (delle innumerevoli famiglie che non possono pagare il mutuo e che rimangono comunque debitrici verso le banche) insieme ad altre persone impegnate in diverse esperienze di lotta promuove una piattaforma di nome Guanyem Barcelona, con l’obiettivo esplicito di costruire una lista con tutti i partiti di sinistra (non il Partito dei Socialisti Catalani) e con movimenti ed associazioni provenienti dal Movimento degli indignati del 2011. Non una somma di sigle fra forze politiche con un programma e candidati scelti dalle segreterie dei partiti, bensì una lista costruita dal basso con metodo democratico alla quale i partiti, senza ovviamente sciogliersi, avrebbero aderito e partecipato al pari di tutti.

Bisogna sapere che il movimento degli indignati a Barcelona scelse, dopo le grandi manifestazioni del 2011, di produrre decine e decine di lotte in tutti i quartieri integrandosi nel tessuto storicamente già molto ricco di partecipazione organizzata dal basso dei cittadini.
La proposta di Guanyem Barcelona era in sostanza fondata sull’immersione del movimento degli indignati in una pratica sociale permanente di 4 anni e sulla potenziale condivisione delle forze politiche organizzate della sinistra radicale ed alternativa dei contenuti di lotta e programmatici emersi dalla lotta e dall’opposizione al primo governo della destra catalana della città dopo la caduta del franchismo. Tutto il contrario di leader che si propongono come candidati a sindaco e raccolgono consensi intorno al “loro” programma, o di una coalizione di partiti che scelgono un sindaco con le primarie.

Nei comuni spagnoli si vota con la proporzionale senza preferenze, non esistono coalizioni previe al voto e si può anche governare in minoranza ottenendo voti ed astensioni su ogni singolo provvedimento. Perciò, come è facile intuire, ogni parallelo sottinteso o esplicito con le dinamiche elettorali italiane è completamente infondato e fuorviante.
Quando nasce Guanyem Barcelona non ci sono ancora state le elezioni europee, Podemos non è ancora sulla ribalta e, nei fatti, è solo una lista elettorale decisa da poche decine di persone.
Subito dopo la nascita ufficiale di Guanyem Barcelona in molte altre città spagnole nascono proposte simili e con gli stessi obiettivi. Tanto che nel luglio del 2014 Guanyem Barcelona propone la costruzione di una rete sulla base di principi e punti programmatici comuni. Tra i quali c’è, nero su bianco, quello che le liste devono essere costruite dal basso e non devono essere monopolizzate o dirette dai partiti che ne fanno parte.

Podemos nascerà come partito nell’autunno del 2014 e a Barcellona solo nel novembre, quando i colloqui fra Guanyem Barcelona e i partiti della sinistra radicale che si erano dichiarati disponibili sono già avviati da tempo. Solo la decisione di Podemos di non presentarsi alle elezioni municipali per evitare, essendo appena nato, di essere fagocitato localmente da ogni tipo di cordate, permette a Podemos Barcelona, buon ultimo, di entrare nel processo che porterà alla formazione della lista Barcelona en Comù con Ada Colau capolista (e per questo candidata a sindaco).

In Italia, e più precisamente su La Repubblica, abbiamo dovuto leggere che “…la lista Barcelona in Comu formata attorno a Podemos della candidata sindaco Ada Colau arriva prima…” (triplo sic: per il contenuto, per la sintassi e per aver sbagliato pure il nome della lista in catalano). Posso sommessamente dire che presentare le vittorie delle liste unitarie in diverse città importanti come vittorie di Podemos è fuorviante?
Intendiamoci, non è mia intenzione sminuire in alcun modo il contributo decisivo che certamente Podemos ha apportato ai risultati elettorali delle liste unitarie. Tuttavia non informare circa la vera novità di liste che riescono ad agglutinare dal basso partiti, realtà sociali e migliaia di militanti senza tessera (senza che nessuno debba rinunciare alla propria identità ed organizzazione) e che vincono le elezioni è, a parer mio, omettere proprio la cosa che invece dovrebbe costituire un’esperienza interessante anche per la realtà politica italiana.

E, purtroppo, parlare della grande vittoria di Podemos in tutta la tornata elettorale, è infondato.
Perché? E’ presto detto.
Domenica scorsa si è votato anche in 13 delle 17 comunità autonome (regioni) spagnole.
Ebbene. In 9 il primo partito è il PP. In 2 il Psoe. In due il primo posto è dei rispettivi partiti regionali (Navarra e Canarie).
In tutte e 13 Podemos è o il terzo partito (9), o il quarto (3), o il quinto (1).
Sebbene la perdita di voti di PP e Psoe sia di grandi dimensioni a me sembra difficile dire che Podemos, che da mesi è quotato nei sondaggi per le elezioni politiche come primo o secondo partito, in un testa a testa con il PP e con il Psoe notevolmente distanziato, e che ha fondato su questo la propria strategia politica, abbia vinto, essendo arrivato alla prima vera prova elettorale politica sempre dietro PP e Psoe in tutte le regioni.
Se stessimo ai risultati in sé per un partito che si presenta la prima volta dovremmo parlare di uno straordinario risultato. Ma se stiamo alle aspettative che Podemos stesso ha incoraggiato a più non posso si tratta di un inciampo notevole per un partito che vive prevalentemente di immagine sui mass media.

La confusione, sulla stampa italiana, di dati e commenti sulle comunali e sulle regionali di domenica scorsa ha omesso di verificare veramente la salute di Podemos e soprattutto della sua strategia. Per esempio, nel comune di Madrid lo stesso giorno, e con gli stessi elettori, la lista unitaria Ahora Madrid alla quale ha aderito Podemos ha preso il 31,85 % dei voti e la lista di Podemos alle regionali il 17,73 % dei voti.
Podemos da mesi, e più precisamente dalla sua fondazione ufficiale, ha deciso di rifiutare sdegnosamente la proposta avanzata da Izquierda Unida di preparare una lista unitaria di “unità popolare” per tentare di vincere davvero le prossime elezioni politiche. Sostenendo che non bisogna formare coalizioni di sinistra, con partiti troppo radicali o comunisti, per poter attrarre il voto degli scontenti “moderati” o anche di “destra”.

Ovviamente fino alle elezioni di domenica commentatori e dietrologi di ogni segno hanno scritto che Podemos aveva ragione e che Izquierda Unida era solo in difficoltà dato l’evidente travaso di suoi voti verso Podemos.
Ma ora come la mettiamo se si dimostra che le liste unitarie, con dentro partiti radicali e comunisti, vincono nelle città e sbaragliano PP e Psoe, mentre Podemos, nelle regionali e da solo, nelle stesse città prende meno voti ed è lontanissimo dalla possibilità di contendere a uno dei due partiti maggiori una sola vittoria in ben 13 regioni?

Inoltre ci sono altri due macigni sulla strada di Podemos.
Il primo è che ad erodere potentemente i voti moderati del PP, ed anche della ormai morta formazione di centro UPyD, è comparso sulla scena, super pompato dai mass media, un nuovo (per la Spagna in quanto già presente in Catalunya) partito (Ciudadanos) di stampo centrista e liberista, ma che tuona contro la casta e contro la corruzione come Podemos. Con buona pace del progetto né di destra né di sinistra capace, secondo Pablo Iglesias, di raccogliere i voti di tutti gli scontenti.
Ormai molti commentatori in Spagna osservano maliziosamente che il bipartitismo si sta sdoppiando in 4 partiti. Due dei quali vengono definiti “marcas blancas” degli originali. Come per i farmaci generici che non hanno la marca della casa che li ha inventati bensì un nome diverso e generico. Podemos e Ciudadanos potrebbero raccogliere rispettivamente i voti degli scontenti del Psoe e del PP, ma non ambire a vincere. Ed essere usati alla bisogna per permettere ad uno dei due di governare. Altro duro colpo per la immagine suggestiva di un Podemos spacca tutto.
Infatti il secondo macigno è costituito dal fatto che in ben 6 delle regioni dove Podemos si è presentato, ed è risultato dietro ai socialisti, c’è la possibilità di formare un governo alternativo al PP. E Podemos dovrà decidere se fare un accordo con il Psoe o meno.
Se lo farà inevitabilmente una parte del suo elettorato sarà delusa. E se non lo farà, provocando o un governo del PP o magari un governo PP Psoe, una parte del suo elettorato rimarrà delusa.
Una cosa è chiedere al Psoe sconfitto di appoggiare un governo municipale guidato dal programma e dal sindaco di una lista di sinistra radicale, come si farà in diverse città, ed un’altra è suscitare l’aspettativa di vincere contro entrambi i partiti maggiori e alla fine dover acconciarsi ad appoggiare un governo del Psoe o a sentirsi accusati di aver favorito il PP.

Insomma, mi spiace dover trarre la conclusione che la strada per la costruzione, in Spagna, di una esperienza analoga a quella di Syriza è molto più irta di ostacoli e di difficoltà di quanto non si possa dedurre dalla lettura dei giornali italiani.
Spero davvero di cambiare opinione e di riconoscere di essermi sbagliato. Ma fare progetti e farsi illusioni sulla base di scarsa conoscenza della realtà e di facili suggestioni è molto pericoloso nella vita. In politica è esiziale.
Spero soprattutto che Podemos dismetta la boria di partito autosufficiente e dia retta alla proposta del Partito Comunista di Spagna e di Izquierda Unida che in sostanza dice: facciamo come a Barcellona!

Renzi non ha cambiato le politiche europee Fonte: sbilanciamoci | Autore: Agenor

Il semestre italiano di presidenza dell’Unione europea si chiude lasciando dietro di sé quelle speranze che ad alcuni sembravano un po’ eccessive fin dall’inizio. Sia nella sostanza delle politiche europee, sia nel nuovo assetto istituzionale, il verso non è per niente cambiato. Sono migliorati gli sforzi comunicativi, si parla continuamente di rilanci, di modernizzazione e di rottura col passato, anche se poi la linea è sempre la stessa. Si annunciano rivoluzionari piani di investimento, che a ben vedere poi si scoprono basati sul nulla, ma intanto il messaggio passa. In questo senso il nuovo ciclo europeo ha un’impronta molto “renziana”.

Il tanto annunciato piano di investimenti da 315 miliardi in tre anni, che era valso alla nuova Commissione il voto favorevole dei socialisti europei, si è scoperto essere composto in realtà da 5 miliardi, più 16 come “garanzia”, per lo più prelevati da fondi europei già esistenti: quello per le reti di trasporto trans-europee e i fondi della ricerca inizialmente previsti come borse di studio per ricercatori. Il resto è lasciato alla buona volontà di investitori privati, che eventualmente vogliano contribuire al piano. In tempi in cui il settore privato è impegnato a rientrare dai debiti e non riesce ad investire neanche per le proprie attività, bisogna essere davvero ottimisti per sperare di arrivare ai 315 miliardi previsti.

Nell’ambito della nuova “razionalizzazione” delle leggi comunitarie si è poi giustamente deciso di abolire tutta una serie di leggi, per snellire la politica europea. Il cittadino penserà che finalmente Bruxelles la smetterà di stabilire i centimetri di curvatura delle zucchine o il diametro dei cetrioli. Perfetto. Purtroppo, invece, una delle prime vittime di questa “razionalizzazione” sarà la pur timida regolamentazione che suggeriva di separare le banche d’investimento dagli istituti di credito. Un’altra vittima saranno le normative ambientali a tutela della salute dei cittadini, con buona pace di chi per anni ha cercato di sensibilizzare i legislatori nazionali ed europei.

Come illustra efficacemente Comito nel suo articolo, le questioni economiche fondamentali, su cui i più ottimisti potevano sperare di vedere un cambiamento significativo, sono rimaste disattese. Date le condizioni attuali, la conseguenza non è una semplice delusione politica, ma la sempre più probabile implosione dell’unione monetaria per come l’abbiamo conosciuta finora.

L’ideologia dominante che ha guidato la politica europea di questi sette anni di “risposta alla crisi” non è stata accantonata. La differenza col passato, come abbiamo illustrato qualche tempo fa è che protagonisti di maggior rilievo politico sono saliti alla ribalta per prendere le redini della situazione. Nella nuova Commissione, Juncker, Katainen, e Dombrowskis, hanno un profilo molto più politico ed una competenza in materia più approfondita dei predecessori. Il nuovo presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha avuto un ruolo molto importante negli equilibri europei e internazionali, già da premier della Polonia.

La linea nella sostanza non è cambiata, si è solo rafforzata. Tanto che oggi, alla vigilia di elezioni politiche in Grecia, questi leader possono esplicitamente “suggerire” al popolo greco chi votare e chi no. Possono anche richiedere, con maggior peso politico, quali riforme attuare e con quale ordine di priorità. Il senso di una Commissione “più politica” è tutto qui.

Il semestre italiano era poi anche il momento in cui il nuovo apparato burocratico doveva essere ricostituito. Il risultato per l’Italia è ben più magro di quanto ci si potesse aspettare. Come già ricordato, l’Italia ha ottenuto il posto di alto rappresentante per una politica estera comune, che di fatto non esiste. Le competenze strategicamente rilevanti erano altre, ma il nostro governo non è sembrato accorgersene. La battaglia per ottenere i posti chiave di capi di gabinetto dei 28 commissari, è finita malamente, con solo uno italiano. A livello di direttori generali, poi, l’Italia non è mai stata così sotto rappresentata, neanche negli anni bui del berlusconismo. Renzi aveva detto che non avrebbe fatto la battaglia sulle nomine, e bisogna riconoscergli che è stato di parola.

Tutto questo potrebbe segnalare una crescente ostilità da parte del governo italiano nei confronti di Bruxelles. Purtroppo, anche se questa fosse la ragione di fondo, la strategia è completamente fallimentare. Il paese tradizionalmente più euroscettico, la Gran Bretagna, è anche uno di quelli che meglio sa mantenere presenze rilevanti nelle posizioni strategiche per i propri interessi nazionali, all’interno delle istituzioni europee. In Italia forse si sottovaluta la capillarità, il livello di organizzazione e la capacità di lobbying istituzionale, che tutti i governi britannici hanno sempre saputo adoperare a Bruxelles e Strasburgo. Anche l’euroscetticismo richiede presenza nei posti chiave, professionalità e competenza dei rappresentanti, e visione di lungo periodo. Tutte qualità incredibilmente assenti durante questo semestre.

Elezioni in Ungheria: (estrema) destra pigliatutto | Fonte: Contropiano.org | Autore: Marco Santopadre

Le elezioni politiche di ieri in Ungheria hanno confermato una tendenza già evidente negli anni scorsi, con la destra di governo che conserva le sue posizioni di dominio e l’estrema destra neonazista all’opposizione che cresce. Aumenta anche l’astensionismo, di quattro punti percentuali, collocandosi la partecipazione al 61%.L’ex partito liberale Fidesz, portato dal primo ministro uscente Viktor Orban su posizioni apertamente reazionarie, populiste e xenofobe, ha ottenuto il 44,5% dei voti, percentuale che gli concede un’ampissima maggioranza nel parlamento di Budapest. E comunque la destra stacca di ben 20 punti i socialdemocratici, che ottengono solo un 25,9% a fronte dei nazisti di Jobbik che sfondano il muro del 20%, ottenendo il 20,7% dei consensi (era il 16,7 nel 2010). Solo un 5,2% per gli ecologisti dell’LMP, che basterebbe comunque a permettergli l’ingresso in parlamento visto che la soglia di sbarramento è fissata al 5%. In base a questi risultati, quasi definitivi, il Fidesz otterrebbe 133 seggi, il centrosinistra 38, altri 23 l’estrema destra di Jobbik e 5 gli ecologisti. Nei prossimi giorni dovrebbero però arrivare alcune centinaia di migliaia di voti espressi dagli ungheresi che vivono nei paesi limitrofi, ai quali il governo Orban ha recentemente concesso il diritto di voto e che potrebbero aumentare ulteriormente il vantaggio della destra populista.
Certo il Fidesz ha perso otto punti percentuali rispetto alle elezioni di quattro anni fa – quando prese il 52,7% – ma con 133/134 seggi Orban può comunque contare sui due terzi dei seggi totali dell’assemblea nazionale di Budapest, il che gli permetterà di avere i voti sufficienti, senza dover negoziare con nessuno dei partiti dell’opposizione, per imporre leggi di natura costituzionale.

Orban e i suoi non hanno nascosto l’entusiasmo di fronte ai risultati. “L’Ungheria è il paese più unito d’Europa” ha affermato trionfalmente il primo ministro al suo terzo mandato quadriennale, in un’esplicita frecciata all’establishment dell’Unione Europea che negli ultimi anni ha fortemente criticato e pressato l’esecutivo di Budapest dopo il varo di alcune leggi e la riforma della costituzione considerate non in linea con la giurisprudenza continentale e improntate a un nazionalismo aggressivo, autoritario e xenofobo. Ad esempio nel 2012 il governo ha cambiato unilateralmente la legge elettorale, cambiando la geografia dei distretti elettorali per favorire i candidati del Fidesz e portando i seggi da 386 a 199, oltre a cancellare il ballottaggio. Altre misure contestate da Bruxelles, oltre che dall’opposizione, sono state la riduzione dei poteri della Corte Costituzionale, il prepensionamento obbligatorio di molti magistrati invisi al governo e l’introduzione di una dura censura sui media, chiamata non a caso ‘legge bavaglio”.
Ma per molti ungheresi Orban è un campione degli interessi nazionali, visto che ha ridotto le tasse sui redditi ed ha abbassato le bollette elettriche aumentando il controllo statale sul settore energetico (anche grazie ad un accordo con la Russia inviso a Bruxelles). In campagna elettorale il leader del Fidesz ha promesso che taglierà le ipoteche in valuta straniera che pesano su molte famiglie, attaccando gli interessi delle banche di vari paesi dell’Ue che spadroneggiano in Ungheria. Oltretutto negli ultimi anni il governo ha ridotto il debito pubblico, ha aumentato i salari e ridotto la disoccupazione sotto il 10%. Argomenti che hanno fatto breccia in un elettorato poco incline a identificarsi nelle critiche ‘politiche’ delle opposizioni.

A preoccupare è naturalmente anche la crescita dei fascisti di Jobbik, che in molte circoscrizioni hanno di gran lunga superato il blocco formato dai socialisti e dai loro alleati. La campagna elettorale dell’estrema destra è stata aggressiva e martellante, al grido di ‘No all’Unione Europea, si alla Grande Ungheria’. «Vogliamo farla finita con la vecchia classe politica – ha gridato nei tanti comizi Márton Gyöngyösi, uno dei dirigenti di punta di Jobbik -. Il nostro obiettivo è prendere le distanze da Bruxelles, combattere il crimine, la corruzione e lo strapotere delle banche». Un linguaggio euroscettico che veicola contenuti apertamente fascisti e razzisti, sostenuti in questi anni dalle aggressioni contro esponenti della sinistra e soprattutto le comunità Rom. Nel novembre del 2012, mentre le squadracce dell’estrema destra, sopravvissute allo scioglimento della Milizia del partito, assaltavano interi villaggi abitati dagli ‘zingari’, in parlamento Gyöngyösi proponeva la schedatura non solo di tutti gli appartenenti alla minoranza Rom, ma anche dei parlamentari di origine ebraica. Durante la vittoriosa campagna elettorale ha chiesto « l’istituzione di una gendarmeria nazionale sul modello delle milizie create nel primo dopoguerra dall’ammiraglio Horty», il dittatore fascista che dal 1920 al 1944 guidò il paese con il pugno di ferro, alleandosi con i nazisti tedeschi.
Il governo di Orban compete con i fascisti – gli argomenti dei rispettivi schieramenti sono spesso gli stessi – ma al tempo stesso li legittima, spostando gradualmente a destra il proprio discorso. “Oggi l’Ungheria è dominata da una lobby politico-economica di stampo oligarchico – dichiara lo sconfitto candidato dell’opposizione, il socialista Attila Mesterházy -. Le forze di sinistra sono state letteralmente imbavagliate. Inoltre, ci sono stati brogli durante la raccolta delle firme. Le forze di maggioranza hanno dato vita a una vera e propria tirannia parlamentare, liquidando il pluralismo e lo stato di diritto». Ma sembra ormai ovvio che né l’europeismo nè il conformismo in campo economico e sociali delle opposizioni arresteranno l’ascesa delle due destre estreme nella doppia versione governi sta ed estremista. Anzi.