Pubblico impiego, Usb proclama lo sciopero generale per il 20 novembre Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

USB P.I. proclama lo sciopero generale nazionale di tutte le categorie pubbliche per l’intera giornata del 20 novembre 2015 e auspica l’allargamento dello sciopero ai lavoratori delle aziende partecipate, degli appalti della pubblica amministrazione e di tutti i settori legati alle politiche pubbliche presenti in USB, di cui chiediamo la reinternalizzazione di funzioni e lavoratori.

USB Pubblico Impiego, riunito a Roma il 16 e 17 ottobre 2015, valuta molto positivamente il risultato della giornata di immediata mobilitazione del 16 ottobre con cui si è data una prima consistente risposta di massa alla Legge di Stabilità del 2016, presentata il giorno precedente dal Governo Renzi ed ora sottoposta al placet determinante della Commissione Europea. Ed esprime una valutazione completamente negativa sul complesso dei provvedimenti contenuti nella Legge di Stabilità ed in particolare per quanto riguarda il vergognoso e sprezzante stanziamento di previsione per il rinnovo dei contratti di 3.200.000 lavoratori pubblici.Lo stanziamento previsto per il rinnovo del contratto è di 200 milioni per il 2016,”mentre nulla è previsto per il 2015, in totale contraddizione perfino con la sentenza della Corte Costituzionale che ha obbligato il Governo, suo malgrado, alla apertura dei contratti”, si legge nel comunicato Usb. “Un tale stanziamento, 5 euro medi lordi al mese di aumento, i tagli alle spese delle amministrazioni, il rinnovo del blocco del turnover, la costruzione di un sistema fiscale a misura delle imprese, la mancanza di provvedimenti tesi ad eliminare i guasti provocati dall’introduzione della legge Fornero, l’ennesimo assalto alla scuola pubblica, alla sanità, al welfare e la spinta ad ulteriori privatizzazioni in danno dei cittadini – si legge ancora – esprimono la cifra della considerazione da parte del governo Renzi della dignità e dei diritti dei lavoratori pubblici dopo sei anni di blocco contrattuale.

Il Consiglio nazionale USB P.I. ritiene indispensabile mantenere alta la mobilitazione e la lotta per impedire che la Legge di Stabilità venga approvata dal Parlamento con questi contenuti. “La mobilitazione delle lavoratrici e dei lavoratori pubblici può obbligare il Governo a cambiare segno alla manovra di finanza pubblica, tutta tesa a favorire le imprese e i profitti”.

Il Consiglio nazionale USB P.I. auspica anche che la data del 20 novembre venga assunta da tutti coloro che condividono il giudizio negativo sulla manovra e che ritengono necessario mettere in campo il massimo di unità dei lavoratori pubblici per respingerla.

“Venticinque anni di legge antisciopero. Ormai bisogna pensare ad azioni illegali”. Intervista a Giorgio Cremaschi Autore: fabio sebastiani da: controlacrisi.org

Tra due giorni saranno venticinque anni di legge antisciopero, la famosa 146. E ancora stanno lì ad apportare modifiche che peggiorano la situazione per quanto riguarda i diritti dei lavoratori.
Vogliono cancellare lo sciopero di autodifesa e di autotutela, quello che crea più problemi all’impresa. Di fatto, stanno andando rapidamente verso la cancellazione del diritto di sciopero. E laddove non arrivano ecco che, nelle vesti del cosiddetto garante o di un sindaco, magari spalleggiato da un prefetto, assistiamo a delle vere e proprie invasioni di campo. Per attaccare uno sciopero c’è sempre un qualche tipo di “ragione superiore” fuori dalle regole, dai casi previsti, e tutta nella gestione che la politica fa del conflitto sociale.A cosa ti riferisci?
Allo sciopero dei trasporti indetto pochi giorni dopo l’apertura dell’Expo, oppure a quanto ha dichiarato il garante a proposito dello sciopero degli scrutini. Tutti casi in cui nonostante i lavoratori e le organizzazioni sindacali avessero osservato scrupolosamente le regole l’indizione di sciopero viene attaccata per il solo fatto di essere un’azione di lotta. Siamo ormai a una gestione politica, altro che Commissione di garanzia e regole.

Un po’ la stessa cosa accaduta con il pronunciamento della Consulta sulle pensioni.
In quel caso, Morando prima e Padoan poi hanno sbattuto in faccia ai giudici della Consulta l’articolo 81 della Costituzione, quello che esige, lo voglio sottolineare, il pareggio di bilancio. E quindi hanno opposto un elemento preso, diciamo così dalle regole stesse. Questo da una parte riconferma la sciagura di aver voluto inserire il pareggio di bilancio in Costituzione, che funziona da arma definitiva,ovvero da pietra tombale, contro ogni tipo di diritto e,dall’altra, sottolinea che il Governo può arrivare tranquillamente a contestare una sentenza della Corte Costituzionale non applicandola nel dettato.

Insomma, il movimento sindacale sembra in un vicolo cieco…
Il movimento sindacale se non vuole soccombere ha davanti a sé il tema di trovare nuove forme di lotta. E dico, non esclusivamente quelle forme di lotta legate al rinnovo del contratto, ammesso che il contratto nazionale esista ancora in futuro, che in qualche modo quelle sono autorizzate entro certi limiti. Dico, le forme della lotta con le quali si vuole realmente conquistare qualcosa o bloccare una forzatura da parte dei padroni.

E’ un po’ la distinzione introdotta da Marchionne
Certo, in Fabbrica Italia quello che c’è scritto è che sono bandite, e dichiarate illegali, tutte le forme di lotta che di fatto bloccano la produzione o impediscono il comando sui lavoratori.

Secondo te cosa bisogna fare?

Lo voglio dire chiaro e, soprattutto senza che ci siano strumentalizzazioni. Senza azioni di lotta illegali non si va da nessuna parte. In un quadro in cui tutto viene vietato è chiaro che la soglia di legalità si alza. E allora bisogna avere la capacità di sfidarla questa soglia, altrimenti non si otterrà nulla di sostanziale.

Qualcuno propone di appellarsi alla violazione della Costituzione…
Bisogna capirci su questo. A parte i cosiddetti tempi lunghi di una strategia basata sul ricorso in sede giudiziaria, il punto è che lentamente ma inesorabilmente ci saranno sempre meno giudici disposti a prendere in considerazione le ragioni di chi lotta dal punto di vista del dettato costituzionale. Ripeto, la vicenda del pareggio di bilancio dimostra che nemmeno più la Costituzione è un territorio sicuro.

L’Usb indice lo sciopero generale il 24 ottobre. E il 14 novembre è nella mobilitazione dello sciopero sociale Autore: redazione da: controlacrisi.org

Usb ha deciso: sciopero generale il 24 ottobre per l’intera giornata e sostegno allo “sciopero sociale generalizzato promosso collegialmente dal sindacalismo di base e da settori dell’attivismo sociale per avviare un percorso di lotta contro la precarietà, per l’occupazione, il reddito il diritto all’abitare”. “A tal fine dispone almeno ulteriori quattro ore di sciopero – si legge nel dispositivo approvato all’unanimità dal Coordinamento nazionale – da effettuarsi nella giornata del 14 novembre con articolazioni a livello territoriale e/o di categoria. Inoltre, ribadisce il sostegno e la promozione delle Giornate internazionali indette dal 13 al 16 novembre 2014 a Roma dalla Coalizione Internazionale dei Sans Papier, Migranti e Rifugiati di cui la USB e’ parte integrante.

Nello specifico queste le motivazioni:

– Contro le politiche economiche e sociali del governo Renzi che provocano disoccupazione e precarietà, contro il Jobs Act, contro l’abolizione dell’articolo 18, contro le altre misure per il mercato del lavoro e la riforma Fornero del sistema previdenziale, per la riduzione dell’orario di lavoro e la crescita dell’occupazione.

– Contro il blocco dei contratti nel pubblico impiego e per consistenti aumenti salariali per tutti i lavoratori.

– Contro il Piano Renzi per la scuola, per l’assunzioni di tutti i precari docenti ed Ata.
Per un ruolo del pubblico nell’economia, per massicci investimenti nella scuola, sanità, trasporti e servizi pubblici, per la difesa dei beni comuni e contro l’attacco generalizzato al welfare, contro le privatizzazioni, le grandi opere e la distruzione del territorio.

– Contro il Fiscal Compact e gli altri trattati antipopolari dell’Unione Europea, contro il pareggio di bilancio inserito nella Costituzione.
Per reddito garantito, salario minimo, rivalutazione delle pensioni, salute e sicurezza sui posti di lavoro, diritto all’abitare, contro precarietà e lavoro gratuito (modello Expo).

– Contro l’accordo del 10 gennaio 2014 tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil  e per la difesa e lo sviluppo della democrazia sui posti di lavoro e del diritto di sciopero. Contro la guerra che sta coinvolgendo l’Europa e l’Italia, contro le spese militari e le politiche di riarmo.

Il documento finale del Coordinamento nazionale

Strikemeeting, il documento finale dopo la plenaria di ieri ad Acrobax di Roma Autore: redazione da: controlacrisi.org

Ecco il comunicato finale dello #strikemeeting che si è svolto a Roma in questo fine settimana. Oltre 500 tra precari/e, lavoratrici/ori, attivist*, student* hanno discusso e lanciato alcune proposte per la costruzione di un’opposizione sociale, ampia e articolata, capace di resistere alla devastazione del «modello sociale europeo» e dei governi della BCE che stanno portando un attacco senza precedenti al salario, disoccupazione di massa, privatizzazioni del welfare (formazione, sanità, previdenza) e dei settori strategici, recinzione dei beni comuni.“Partiamo da un dato: nei tre giorni dello Strike Meeting, oltre 500 tra lavoratrici e lavoratori, precari, studentesse/studenti, attiviste/i sindacali, dei centri sociali e dei comitati che difendono i beni comuni, provenienti da tutta Italia e non solo, si sono incontrati e hanno discusso per ore, mettendo a confronto forme organizzative, pretese programmatiche, pratiche di lotta. Un dato per nulla scontato, che non si limita a registrare la forza quantitativa dell’evento, ma segnala, semmai, la qualità di un processo politico dove alla competizione tra gruppi si sostituisce la composizione virtuosa delle differenze. Da qui dunque occorre prendere le mosse per passare in rassegna i punti salienti del dibattito.

Nei workshop come nelle plenarie, nei tavoli programmatici come nella tavola rotonda con gli attivisti provenienti da Germania, Francia, Grecia, Spagna e Portogallo, centro dell’attenzione sono state le politiche neoliberali, approfondite dalla crisi, che stanno ridisegnando lo scenario europeo: attacco ai salari, compressione dei diritti sindacali, dequalificazione e aziendalizzazione della formazione e della ricerca, privatizzazione delle public utilities, recinzione dei beni comuni, nuovo governo della mobilità della forza-lavoro e sfruttamento del lavoro migrante. Altrettanto, e al seguito di una definizione non superficiale di questi fenomeni, è emersa l’esigenza di fare un salto di qualità nell’articolazione delle lotte e delle istanze programmatiche.

È evidente a tutte e tutti ‒ e l’avvio della tre giorni con la tavola rotonda animata dagli attivisti europei non è stato casuale ‒ che l’Europa è il terreno minimo dello scontro, la scala transnazionale decisiva per affermare conflitti capaci di incidere. Ed è evidente che senza la costruzione di uno spazio di relazione permanente e innovativo tra le lotte e i movimenti è inimmaginabile rompere l’impasse e sovvertire il presente. Lo sciopero sociale, generale e generalizzato, precario e metropolitano vuole essere un primo approdo, indubbiamente parziale ma fondamentale, di questa sperimentazione. Un modo per cominciare a rovesciare la narrazione tossica che sostituisce il merito all’uguaglianza, la competizione selvaggia alla felicità comune.

La piattaforma dello sciopero non può che comporre le istanze che segnano il mondo del lavoro e della formazione, del non lavoro e della cooperazione sociale. Rifiutare e respingere il Jobs Act e la riforma renziana della scuola, oltre alla nuova stagione di privatizzazione e mercificazione dei beni comuni, in generale la trasformazione neoliberale del mercato del lavoro e la rinazionalizzazione della cittadinanza, significa infatti battersi per un nuovo welfare, per il diritto all’abitare, per il reddito europeo sganciato dalla prestazione lavorativa, per il salario minimo europeo, per l’accesso gratuito all’istruzione, e lottare contro i dispositivi di selezione e di controllo che, attraverso le retoriche meritocratiche, aprono le porte delle scuole e delle università ai privati e fanno del sapere strumento docile degli interessi d’impresa. Non c’è solo la disoccupazione a colpire giovani e meno giovani, non è solo la sottoccupazione a trafiggere milioni di donne e di uomini. Si tratta del nuovo mantra dell’occupabilità che spinge ad accettare il lavoro purché sia, quello senza diritti e, addirittura, gratuito (vedi il modello Expo). Rivendicare reddito garantito e salario minimo europeo deve quindi procedere di pari passo con la pretesa della libertà e della democrazia sindacale, del diritto di coalizione e di sciopero, dentro e fuori i posti di lavoro. Ancora: senza la difesa dei beni comuni e la riappropriazione democratica del welfare è impensabile un processo di conflitto espansivo che sappia mettere all’angolo la gestione neoliberale della crisi.

Una piattaforma comune per uno sciopero sociale che sappia combinare le diverse forme di lotta e di sciopero sperimentate e progettarne di nuove, potenzialmente capaci di estendersi su scala europea: lo sciopero generale del lavoro dipendente, lo sciopero precario e metropolitano, lo sciopero di chi non ha diritto di sciopero, il netstrike, lo sciopero nei luoghi della formazione, lo sciopero di genere. Un caleidoscopio di pratiche da costruire pazientemente attraverso dei veri e propri laboratori territoriali dello sciopero.

Verso lo sciopero sociale, per il quale proponiamo la data del 14 novembre ‒ per avere il tempo di far crescere un processo reale che vada oltre l’evocazione roboante, e perché proprio a novembre si concluderà l’iter parlamentare del Jobs Act, mentre si procederà speditamente verso l’approvazione della Legge di stabilità e il giorno successivo si concluderà la consultazione del Governo sul Piano Scuola ‒, sono diversi gli appuntamenti importanti che rilanciamo con forza: il 2 ottobre a Napoli, per contestare il board della BCE; il 10 ottobre, la grande mobilitazione e gli scioperi delle studentesse e degli studenti, dei docenti e del personale ATA; l’11 e 12 ottobre a Milano, avviando la lunga agenda di conflitto contro l’Expo che avrà come approdo il 1 maggio; dal 9 al 12 ottobre, la guerriglia tag contro l’Internet Festival di Pisa; il 16 ottobre dove con buona probabilità prenderà forma lo sciopero generale della logistica. Proponiamo inoltre a tutte le reti europee di avviare una discussione sull’estensione transnazionale della pratica dello sciopero: saremo a Bruxelles al meeting lanciato dal coordinamento di Blockupy il prossimo 26 e 27 settembre per discutere iniziative comuni. Proponiamo anche per il 7 novembre una giornata di azioni dislocate in tutte le città contro il programma Youth Guarantee e più in particolare contro gli enti pubblici e privati (centri per l’impiego, Regioni, agenzie interinali, università/fondazioni) che il programma gestiscono. Sabato 1 novembre, e se la data del 14 novembre sarà accolta come la migliore per lo sciopero sociale, proponiamo di rivederci a Roma, un’assemblea dei laboratori territoriali per entrare nel vivo della preparazione dello sciopero stesso.

Da tutte e tutti coloro che hanno partecipato allo Strike Meeting un caloroso abbraccio agli attivisti ancora privi della libertà, nella speranza di rivederli presto con noi nelle lotte”.

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