Contro l’articolo 18 è chi pensa al lavoro come merce”. Intervento di Luigi Agostini, ex segret. nazionale Cgil” Autore: luigi agostinida. controlacrisi.org

Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa riflessione di Luigi Agostini che mette insieme l’attacco all’Art. 18 con l’assenza di politica economica e con il Ttip. Tutto da leggere. 

La competitività è diventato l’argomento centrale di chi sostiene che l’articolo 18 rappresenta la ragione di fondo della scarsa competitività dell’apparato industriale italiano.
Partendo da tale assunto la deduzione politica è semplice: per la salvezza di tutti si può sacrificare il diritto di chi lavora (non ovviamente le proprie rendite o la propria roba). Poi si vedrà. Il discorso sulla competitività, fa scattare immediatamente il raffronto con quello che succede da altre parti, specialmente con la Germania, data la forza competitiva raggiunta dal suo apparato produttivo.Trascurando per un momento il discorso generale, cioè la miopia di una concezione che pensa che il superamento della crisi possa realizzarsi attraverso l’adozione di una forma di mercantilismo centrato sulle esportazioni, (qualcuno dovrà pur importare in tale schema), è forse utile circoscrivere e approfondire il tema.

La competitività della industria tedesca ha un nome sopra tutti gli altri, si chiama FRAUNHOFER.
L’apparato produttivo tedesco ha alle spalle una grande Agenzia pubblica (si badi pubblica) composta da circa quarantamila tra scienziati, tecnologi, ingegneri etc., espressione dei grandi Politecnici tedeschi, a cui ogni azienda, di fronte ad una qualsiasi strozzatura produttiva, può rivolgersi, stabilendo un contratto di ricerca, per avere risposta all’eventuale problema.
La FRAUNHOFER alimenta così, con le sue risposte, un continuo flusso di investimenti e, attraverso tale flusso, un processo di innovazione incrementale e sistemico. Gli investimenti infatti non si improvvisano, tanto è vero che oggi, pur portando la BCE il denaro quasi a costo zero, il cavallo non beve.

DOMANDA STRATEGICA: a quando una FRAUNHOFER italiana, vista anche la particolare struttura produttiva italiana in cui le grandi imprese, oltretutto sempre più ridotte di numero, hanno sostanzialmente smantellato i loro istituti di ricerca (Pensiamo al CSM a POMEZIA per la SIDERURGIA), e le piccole imprese vivono soprattutto copiando, o affidandosi al famigerato “genio italico”? Esempio quotidiano la vicenda dei cosiddetti distretti industriali e la loro tenuta messa a dura prova dall’atavico ed esasperato privatismo individualistico dei loro singoli componenti.

Quindi una FRAUNHOFER ITALIANA; riorganizzando, unificando, ristrutturando, potenziando e finalizzando i centri di ricerca che pur esistono e spesso anche di notevole qualità, facendo, per questa via, POLITICA INDUSTRIALE, CIOE’ INNOVAZIONE DI PROCESSI E DI PRODOTTI, e quindi Investimenti, e quindi Occupazione e Diritti.

OGGI, LA POLITICA INDUSTRIALE, NON ESSENDOCI PIU’ LE PARTECIPAZIONI STATALI ed essendo impossibili le svalutazioni competitive, PASSA ESSENZIALENTE PER TALE VIA MAESTRA.
Si tratta, se non si vuole ridurre il tutto a denuncia o invocazione, di dare quindi un seguito alla grande tradizione italiana dei Natta, degli Ippolito, dei Buzzati-Traverso e strutturare un nuovo ruolo del Pubblico a tale livello strategico, dopo il fallimento degli animals spirits del Mercato, testimoniato dalla sovraccapacità produttiva accumulata in questi decenni. La Anarchia del mercato, ammoniva già Marx, non poteva che portare a tali esiti esiziali.

Una Sinistra Pensante questo dovrebbe fare e non unirsi al coro di una classe dirigente di MISERABILI (NEL SIGNIFICATO del termine), senza idee e senza progettualità, unicamente dedita a scaricare su chi sta peggio, sostenuta da un sistema comunicativo in gran parte di “venduti al Capitale”, i costi delle sue scelte CHE HANNO PORTATO IN QUASI TUTTI I SETTORI, AD UN ACCUMULO DI SOVRACAPACITA’ PRODUTTIVA SEMPRE PIU’ DIFFICILE DA SMALTIRE E SOPRATUTTO DA SOSTITUIRE.

Qui infatti sta’ la ragione vera della crisi che stiamo attraversando, in tutto l’occidente, e specificamente in Italia, e della impossibilità di superarla, se non mettendo mano all’insieme del modello di sviluppo: modello produttivo e modello di consumo.

L’articolo 18 rappresenta storicamente l’avamposto più avanzato di una concezione che pensa il lavoro non come una merce tra le altre, da affidare al diritto commerciale; il lavoro in tale concezione rappresenta l’aspetto essenziale di ogni persona, a protezione del quale si costruisce appunto un diritto preciso, il diritto del lavoro.

L’articolo 18, -fra l’altro riformulato recentemente, rappresenta un grande test, perfino in termini di onestà e di disonestà intellettuale e morale. Non per caso, è oggetto degli attacchi più disonesti e faziosi, a partire da gente come Sacconi e Brunetta che, -travestendosi da Moderni Innovatori secondo il vero sport dell’idiotismo italiota- invitano a superare le” ideologie”, a “uscire dal novecento”, come se uno strumento di difesa verso la eventuale prepotenza padronale fosse una ideologia e non uno strumento di contenimento, è come se il capitalismo di oggi non fosse figlio e continuazione del capitalismo di ieri.

Viene se mai da pensare, per quello che si può intuire, data la segretezza in cui si stanno svolgendo le trattative del cosiddetto Patto Transatlantico tra STATI UNITI ed EUROPA, che l’articolo 18 e la libertà di dimensionamento si configurino, dato lo squilibrio di forze tra i due contraenti, come le prime vittime di un drastico ridimensionamento, se non azzeramento, dei diritti del lavoro che Sindacati e Sinistra politica hanno realizzato in EUROPA nel corso di lunghe lotte.

Tali lotte –e’ bene ricordarlo agli smemorati- hanno avuto in fondo un comun denominatore: condizionare la totale libertà dell’impresa capitalistica, “civilizzare “cioè, come alcuni dicono, gli spiriti animali del capitalismo, contrastare la tendenza spontanea dell’impresa capitalistica a ridurre il lavoro semplicemente a Merce, da affidare alle regole del diritto commerciale.

Una Sinistra sociale e politica-specie ai tempi di papa Bergoglio -qualora decidesse di ammainare il simbolo più ricco di significato del diritto del lavoro prodotto in Italia, per di più gratis, potrebbe essere ricordata come quel tale di EFESO che per passare alla storia incendiò il tempio di Diana: una delle sette meraviglie del mondo.

“Il lavoro cambierà totalmente” Fonte: Il Manifesto | Autore: Antonio Sciotto

Articolo 18. Renzi accelera sulla riscrittura dello Statuto, ma non rivela i progetti sulla giusta causa. Sacconi (Ncd) preme per abolire la storica tutela, Angeletti (Uil) apre alla riforma: «Con Monti lo abbiamo già modificato»«Alla fine dei Mille giorni il diritto del lavoro sarà total­mente tra­sfor­mato e l’Italia sarà un Paese sem­plice, in cui inve­stire o non inve­stire». Una pro­messa, quella del pre­mier ieri in con­fe­renza stampa, indi­riz­zata non solo al pub­blico ita­liano (ormai sem­pre più impa­ziente per una ripresa che non arriva), ma soprat­tutto all’Europa, alla Ue e alla Bce: con Angela Mer­kel e con gli altri part­ner dell’Unione, con Fran­co­forte, Mat­teo Renzi dovrà con­fron­tarsi nelle pros­sime set­ti­mane, da lea­der del seme­stre euro­peo. Ma per chie­dere più «fles­si­bi­lità» sui conti, dovrà por­tare sul tavolo le famose «riforme» più volte invo­cate: quindi sulla delega del Jobs Act si dovrà acce­le­rare, prima degli stessi 1000 giorni.

Per Renzi, che vor­rebbe pas­sare alla sto­ria come il poli­tico che “sblocca” l’Italia, appunto euro­peiz­zan­dola, il faro da seguire non può che essere quello della “capo­classe”: «Dob­biamo ren­dere il nostro mer­cato del lavoro come quello tede­sco. La Ger­ma­nia è un modello in par­ti­co­lare su que­sto – ha spie­gato ieri – Quando ci ren­de­remo conto che un impren­di­tore non può morire di pastoie buro­cra­ti­che per assu­mere una per­sona, l’Italia sarà final­mente un paese normale».

Il pre­si­dente del con­si­glio con­ferma quindi di voler rifor­mare in modo pro­fondo lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori, e in quello che non sarà solo un maquil­lage rischia di finire male, quindi, anche l’articolo 18. Ma per il momento il pre­mier con­ti­nua a glis­sare, insi­stendo con la for­mula che «non è quello il pro­blema»: «Il dibat­tito estivo sull’articolo 18 è un ever­green», ha detto con una bat­tuta, rispon­dendo ai giornalisti.

«In Ita­lia i casi che ven­gono risolti con l’articolo 18 sono circa 40 mila – ha pro­se­guito Renzi – e per l’80% fini­scono con un accordo. Dei restanti 8000, solo 3000 circa vedono il lavo­ra­tore per­dere. Quindi noi stiamo discu­tendo di un tema che riguarda 3000 per­sone l’anno in un paese che ha 60 milioni di abi­tanti. Il pro­blema non è l’articolo 18, non lo è per me e non lo sarà».

Eppure le pres­sioni per modi­fi­care l’articolo 18 sono forti. Ieri Mau­ri­zio Sac­coni, cam­pione della bat­ta­glia per conto dell’Ncd, ha chie­sto una cor­re­zione alla delega che pre­sto verrà discussa in Par­la­mento (e pro­prio dalla Com­mis­sione Lavoro del Senato, che lui stesso pre­siede): «Il pre­si­dente del con­si­glio rico­no­sce la neces­sità di riscri­vere lo Sta­tuto dei lavo­ra­tori, cri­te­rio che non è oggi com­preso nella legge delega e che dovrà quindi essere intro­dotto», nota l’ex mini­stro del Lavoro.

L’Ncd mira a «pro­durre un nuovo Testo Unico il cui con­te­nuto fon­da­men­tale è la disci­plina del con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato. La rego­la­zione del recesso non inte­ressa solo i pochi casi di con­ten­zioso, ma tutti i datori di lavoro che hanno più di 15 dipen­denti e i mol­tis­simi disoc­cu­pati per­ché influenza la pro­pen­sione ad assumere».

Apre alle riforme la Uil, con Luigi Ange­letti: «Per noi è una cosa pos­si­bile – ha spie­gato – Fac­cio osser­vare che anche con il governo Monti abbiamo, in qual­che modo, modi­fi­cato l’articolo 18. I sin­da­cati sono dei rifor­mi­sti per definizione».

Una «solu­zione» per rifor­mare l’articolo 18, toglien­dolo a una cor­posa fetta di lavo­ra­tori ma senza abo­lirlo del tutto, la offre Con­fimi Impresa (Con­fe­de­ra­zione Indu­stria mani­fat­tu­riera ita­liana e dell’impresa pri­vata): «No all’abolizione dell’articolo 18, sì invece allo spo­sta­mento della soglia della sua appli­ca­zione dai 15 addetti attuali ai 35 – dice il pre­si­dente Paolo Agnelli – Que­sta modi­fica por­te­rebbe alla fine delle paure della cre­scita per le pic­cole e medie imprese sotto i 15 dipen­denti; alla fine dei motivi di nani­smo di molte imprese; a eli­mi­nare l’uso fasullo dei co.co.pro; alla dimi­nu­zione del lavoro nero per gli ecce­denti le 15 unità, al ter­mine dell’utilizzo delle false par­tite Iva».

Dal fronte del Pd, il pre­si­dente della Com­mis­sione Lavoro Cesare Damiano (che a sua volta affron­terà que­sto nodo nell’iter del ddl delega in Par­la­mento), cerca di spo­stare il dibat­tito dall’articolo 18 ai tanti con­tratti pre­ca­riz­zanti: «Gli ultimi dati Isfol danno ragione alla scom­messa che come Pd abbiamo fatto insieme al mini­stro Poletti: far aumen­tare le assun­zioni con l’apprendistato e il tempo deter­mi­nato senza can­ni­ba­liz­zare il tempo inde­ter­mi­nato. Nel secondo tri­me­stre 2014, il tempo deter­mi­nato regi­stra un +3,9%, l’apprendistato un +16,1% e il tempo inde­ter­mi­nato un +1,4%. Chie­de­remo al governo, nella delega, di disbo­scare la giun­gla delle moda­lità di impiego frutto della pas­sata sta­gione di deregolazione».