Lucca antifascista in piazza contro la teppaglia di destra e le coperture politiche che riceve Autore: fabrizio salvatori da: controlacrisi.org

Lucca di nuovo al centro delle cronache per le violenze ed intimidazioni fasciste. Nella notte del 15 Luglio la sede di associazioni e collettivi studenteschi e giovanili presso la scuola media di Sant’anna è stata devastata dai soliti noti che hanno lasciato la loro firma:una svastica. Semidistrutti i locali, l’ennesima provocazione da parte di una estrema destra che periodicamente aggredisce e devasta gli spazi di sinistra. Ma ancora una volta la reazione democratica e antifascista non è tardata e oltre 300 manifestanti ieri pomeriggio hanno affollato il centro storico conquistando con una lunga trattativa il passaggio nella centralissima via Fillungo che la questura aveva inizialmente escluso dal passaggio di un corteo composto in prevalenza da giovaniPresenti anche esponenti di Rc, “Cttà in comune” di Pisa, Pcl e dei cobas che hanno denunciato episodi che continuano incontrastati, perchè trovano appoggi e coperture: non è casuale che molti convegni e iniziative dell’estrema destra siano finanziati e patrocinati con soldi pubblici, i quali vengono lesinati o negati ad associazioni che operano sul territorio con progetti sociali e di integrazione tra migranti e popolazione locale.

Ma al di là della specificità del caso lucchese e delle relative coperture e connivenze politiche, in questi giorni da “Fratelli d’Italia” alla “Lega Nord”, da “Forza Nuova” a “Casapound”, a numerosi sindaci di destra, si fa a gara a soffiare sul fuoco della paura del migrante, del profugo, dell’esule da Paesi totalitari.
La paura alimenta falsi scenari, per esempio quello che il territorio italiano sarebbe invaso dai migranti, mentre, statistiche alla mano, da noi essi sono meno numerosi rispetto a gran parte dei Paesi europei.
La mancanza di lavoro, di casa e di reddito (il tutto dovuto a una spietata gestione governativa e padronale della crisi economica) è un elemento sociale devastante e viene cinicamente utilizzato dal razzismo per far credere che la responsabilità di questa situazione è dei migranti, che ci ruberebbero casa e lavoro.
A danno dei redditi bassi, negli anni, la soglia dell’esenzione fiscale è stata alzata proprio da chi oggi si erge a sommo giustiziere delle troppe tasse che riguardano il lavoro dipendente, da chi ha sempre permesso a capitali grandi e piccoli e a speculatori finanziari di ridersela, sempre meno tassati, se non detassati.
C’è poi un business costruito sulla pelle dei migranti, come delle persone con disabilità e dei ceti sociali meno abbienti, con un giro di cosiddette “cooperative sociali”, che retribuiscono con poche centinaia di euro al mese i dipendenti e allo stesso tempo si accaparrano gare di appalto per la gestione dei “centri di accoglienza” per migranti, gare impostate sul massimo ribasso e vinte sempre e comunque dagli stessi appaltatori.
Per non parlare, poi, dell’intreccio criminale tra malavita, esponenti bipartisan della politica locale e gestione delle emergenze, come dimostrato dall’inchiesta romana su “mafia capitale”.
In questo contesto, l’organizzazione della disinformazione al servizio della destra gioca un ruolo di primo piano, per far passare case senz’acqua e senza luce assegnate ai migranti, ai profughi, ai richiedenti asilo, per appartamenti di lusso; campi senza servizi igienici né acqua, con tende e containers esposti a 45 gradi, per residences di lusso.
Un po’ come succede nei luoghi di lavoro, dove vige lo sfruttamento più feroce e chi lotta contro la schiavitù padronale, che sia italiano o migrante, viene presentato come vagabondo, come sfaticato.
Ormai i diritti non esistono più per chi lavora, anche se non è migrante, anche se è “cittadino” italiano. Figuriamoci per chi è “straniero”. I diritti esistono solo per i padroni e per le loro corti di cani da guardia.
Tutto questo, mentre il razzismo distrugge ogni forma di solidarietà tra lavoratori, disoccupati, giovani e migranti, rivelandosi ancora una volta lo strumento più efficace per imporre a tutti la schiavitù, nel lavoro e nella società.

Anche di questo si è parlato al corteo di lucca, una risposta allo squadrismo ma anche un occhio alla realtà di tutti i giorni.
Per questi motivi fascismo, razzismo, xenofobia, squadrismo vanno respinti con forza, non solo sul piano culturale o delle idee, ma nella pratica quotidiana, fuori da ogni retorica

Danimarca, un voto vinto di misura dalla destra. E’ un leit motiv delle contraddizioni dell’Europa Autore: michele de rosa da: controlacrisi.org

L’ immagine della Danimarca nel mondo é passata in pochi giorni da “il paese delle biciclette e turbine eoliche” a “il paese dei razzisti”. Ma cosa succede realmente in Danimarca? Stando ai risultati del voto alle elezioni politiche nazionli di giovedí scorso, succede che il “blocco blu” di centrodestra ha vinto le elezioni conquistando 90 dei 179 seggi in parlamento, contro gli 85 conquistati dal centrosinistra. In realtá, la Groenlandia e le Isole Far Øer eleggono 2 deputati ciascuna al parlamento Danese e tutti e 4 sono stati assegnati al “blocco rosso”. Il centrosinistra ha quindi perso 89 a 90, per un soffio come ha dichiarato il premier uscente e leader del partito socialdemocratico, la internazionalmente stimata Helle Thorning-Schmidt. Il partito socialdemocratico resta il primo partito con il 26,3% (47 seggi), guadagnando persino 1,5% rispetto alle scorse politiche del 2011 mentre Venstre del virtuale neo-premier Lars Løkke Rasmussen perde ben il 7,2% totalizzando il 19,5% (34 seggi).

La notizia che ha fatto tanto rumore sui giornali internazionali é infatti proprio che il primo partito del blocco blu (e secondo nazionale) risulta invece essere il Partito del Popolo Danese (Danske Folkeparti, DF) con il 21,1% (37 seggi), +8,8% rispetto alle politiche del 2011. DF é un partito populista di destra anti-immigrazione fondato nel 1995, che si caratterizza per la difesa di valori tradizionali come la famiglia, la monarchia, la chiesa evangelica luterana, e sopratutto contro una societá multietnica. I cavalli di battaglia del DF sono: limitare fortemente l’immigrazione da paesi non occidentali ed islamici e l’asilo di rifugiati, leggi piú severe per chi delinque, rafforzamento dello stato sociale ed assistenza ad anziani e disabili.

Data la ridotta popolazione Danese, in termini assoluti DF conquista circa 741.000 voti, non paragonabile a i 6 milioni e mezzo di voti del Front National Francese alle presidenziali del 2012 (17,9%). La portata del successo del DF non era comunque stata prevista, superiore di circa il 2% persino agli ultimi sondaggi e puó essere rintracciata in diversi fattori: l’aspetto piú moderato della leadership di Thulesen Dahl rispetto alla precedente piú stridente Pia Kjærsgaard che faceva storcere il naso persino ad una parte del suo elettorato; la candidatura premier del poco credibile Lars Løkke Rasmussen coinvolto in uno scandalo circa l’uso di soldi publici per l’acquisto di beni personali, durante il suo governo 2007-2011; una difesa populista e demagogica dello stato sociale, che ha scavalcato a sinistra persino il partito della sinistra radicale, senza spiegare come lo stato sociale possa essere mantenuto o addirittura allargato appoggiando un candidato della destra liberale che promette una forte riduzione della spesa pubblica e delle tasse per i ceti piú elevati; la scelta di restare partito ‘di lotta’ anzicché ‘di governo’ per ben tre governi di centrodestra, dal 2001 al 2011 e che minacciano persino ora avendo ottenuto il 21%, complicando la partita per la formazione del governo. Pur garantendo solo l’appoggio esterno ai governi, DF é riuscito in dieci anni a dotare la Danimarca di una tra le leggi per l’immigrazione piú restrittive d’Europa.

Ma la vera dimensione del risultato elettorale di giovedí non puó essere colta se non attraverso un’analisi piú ampia del quadro nazionale ed Europeo che mostra un panorama piú complesso. A ben vedere, é la perdita di consenso dei partiti tradizionali a liberare terreno da semina nell’elettorato; una crescente stanchezza nelle ricette tradizionali offerte dai vecchi partiti e la voglia di cambiamento sembra far tornare di moda partiti ideologici e meno tecnocrati. A sinistra, l partito della piú radicale ‘L’Unitá’ (Enhedslisten) ottiene infatti il 7,8% (+1,1%), ‘L’Alternativa’ il 4,8% partecipando per la prima volta alle elezioni mentre a destra, oltre al DF, ‘L’Alleanza Liberale’ ottiene il 7,5% (+2,5%). La contrapposizione sembra delinearsi tra una visione di politica che non ha bisogno di politica, dove burocrati e funzionari definiscono cosa é giusto e necessario, ed una politica militante, apertamente ideologica, che chiede cambiamenti rapidi e radicali in specifiche aree. In contesti, modalitá e direzioni spesso del tutto differenti, questo é avvenuto recentemente in molti paesi tra cui almeno in Grecia, Spagna, Inghilterra, Scozia, Italia e Francia.

Il voto Danese insegna inoltre che la bandiera ideologica comune dei partiti militanti, pur cosi diversi, é piantata nello stesso terreno della difesa dello stato sociale, in senso socialista e solidale nel caso di Enhedslisten, nella direzioni inquietante pseudo nazionalsocialista del Danske Folkeparti. Persino in una delle nazioni piú ricche e sicure al mondo, l’elettorato appare spaventato, chiede sicurezza sia economica che materiale. É questo un pericolo per il continente Europeo? Un grande pericolo, perché l’Europa sta attraveranso il momento piú delicato ed incerto degli ultimi settanta anni. Perché l’incerta prospettiva economica spaventa l’elettorato, sopratutto quello piú benestante nordeuropeo per cui la posta in gioco é piú alta. E perché le paure appaiono ovunque piú facilmente cavalcabili da destra, creando divisioni, additando nemici spesso immaginari e capri espiatori, piuttosto che da sinistra attraverso una narrativa unitaria e su principi di solidarietá collettiva.

La storia insegna del resto che la paura é facilmente strumentalizzata da spinte reazionarie. Un pericolo che ha forse come unico argine proprio la tanto criticata ed un po’ malandata idea di Unione Europea, argine contro l’avanzata di egoismi nazionalisti e le peggiori ombre della nostra storia Europea. É auspicabile che tutte le sinistre radicali (e non) d’Europa se ne rendano conto al piú presto e facciano della difesa del difficile ma essenziale percorso di costruzione di un Europa politica, insieme ai valori di solidarietá ed eguaglianza, i colori della loro bandiera.

Il partito della crisi è di estrema destra Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

I francesi del Fn e il Fpo austriaco, gli olandesi di Wilders e la britannica Ukip, la nuova alleanza fiamminga e i veri finlandesi. A tenerli insieme il no a euro e immigrati, e il patriottismo economico

«Il par­tito della vita vera». Così Marine Le Pen defi­ni­sce il suo Front Natio­nal, movi­mento che ha più di un titolo per essere con­si­de­rato l’esempio di mag­gior suc­cesso della pro­po­sta poli­tica incar­nata dalla destra popu­li­sta in Europa. Nell’espressione «la vita vera», la lea­der fron­ti­sta sin­te­tizza infatti l’insieme di quelle tema­ti­che che indi­che­reb­bero il cre­scente scol­la­mento tra le élite poli­ti­che e il resto della popo­la­zione. Scol­la­mento su cui i popu­li­sti hanno pun­tato tutto.
Lo schema pro­po­sto è sem­plice, esprime una visione del mondo lineare, quasi una nuova ideo­lo­gia. Da una parte c’è «la gente comune», i lavo­ra­tori, le pic­cole e medie imprese, la «patria», o se si pre­fe­ri­sce lo Stato-nazione, le vec­chie monete nazio­nali, l’identità e la tra­di­zione con­si­de­rate come l’ultima chance per poter decli­nare ancora un caldo e con­so­lante “noi”; dall’altra ci sono le élite, nazio­nali ed inter­na­zio­nali, l’Euro, l’Unione euro­pea, le mul­ti­na­zio­nali che delo­ca­liz­zano all’estero o sem­pli­ce­mente chiu­dono le aziende per get­tarsi nell’economia finan­zia­ria, «l’immigrazione di massa» e «l’islamizzazione» che cam­biano il volto di quar­tieri e città, la glo­ba­liz­za­zione.
La dico­to­mia è secca, foto­gra­fata pla­sti­ca­mente, tran­quil­liz­zante nel suo estremo sche­ma­ti­smo e in grado di sedurre, spe­cie i più deboli, per­ché con­trap­pone ciò che si cono­sce del pas­sato a un pre­sente incerto e a un futuro pre­sen­tato come un buco nero da cui non ci si potrà sal­vare. A chi abita la vita vera, quella che dalla loro torre d’avorio le élite non vogliono vedere, o forse non sono più nem­meno in grado di per­ce­pire, fatta di disoc­cu­pa­zione e di impo­ve­ri­mento, di paura e insof­fe­renza verso tutto ciò che è diverso o stra­niero, di soli­tu­dine e smar­ri­mento anche emo­tivo, la destra popu­li­sta offre rispo­ste magi­che, ma appa­ren­te­mente effi­caci, in ogni caso nette.

Il cata­logo è pre­sto fatto e pre­vede l’abbandono della moneta unica euro­pea, quando non l’uscita tout court dalla Ue, il «patriot­ti­smo eco­no­mico» decli­nato alle fron­tiere nella forma dei dazi da imporre alle merci stra­niere e, nella società, attra­verso la pre­fe­renza nazio­nale, ovvero la prio­rità in mate­ria di lavoro e ser­vizi sociali da riser­varsi ai locali sugli stra­nieri, il blocco totale dell’immigrazione o la sua ride­fi­ni­zione in ter­mini di quote, sul modello di quanto pro­po­sto nei mesi scorsi dal vit­to­rioso refe­ren­dum soste­nuto dalla destra popu­li­sta dell’Udc in Sviz­zera.
Que­ste, in estrema sin­tesi, le con­di­zioni evo­cate per tor­nare al benes­sere di «prima»: un prima che indica sia l’epoca ante­ce­dente alla crisi glo­bale che una sorta di pas­sato mitico, una sta­gione di sere­nità e fidu­cia nel futuro che spesso viene fatta coin­ci­dere con il «quando ci sen­ti­vamo padroni a casa nostra», prima cioè che la società diven­tasse più arti­co­lata e com­po­sita anche per l’arrivo di molti lavo­ra­tori immi­grati. Ad esem­pio la «Mar­si­glia di un tempo, dove si viveva tran­quil­la­mente», per dirla con Sté­phane Ravier, il can­di­dato del Front Natio­nal eletto sin­daco dei Quar­tieri nord della metro­poli pro­ven­zale, la più grande peri­fe­ria popo­lare di Fran­cia.
Ci sono arri­vati attra­verso tra­iet­to­rie diverse che ten­gono conto della sto­rie nazio­nali e del per­corso cono­sciuto da ogni sin­gola for­ma­zione, ma è que­sto il punto d’approdo comune delle nuove destre popu­li­ste: le forze poli­ti­che che in tutta Europa si pre­sen­tano oggi come «par­tito della crisi». C’è chi, come il Front Natio­nal di Marine Le Pen o l’Fpö austriaco di Heinz Chri­stian Stra­che, l’erede poli­tico di Jörg Hai­der, affonda le pro­prie radici nella destra radi­cale e nostal­gica del secondo dopo­guerra o nelle ultime bat­ta­glie a difesa del colo­nia­li­smo, o chi, come il Par­tito per la libertà di Geert Wil­ders in Olanda o la Lega Nord nel nostro paese, si è for­mato negli ultimi decenni prin­ci­pal­mente come «blocco anti-immigrati», tal­volta ride­fi­nen­dosi, dopo l’11 set­tem­bre, in fun­zione anti-islamica.
Ma ci sono anche for­ma­zioni meno radi­cali, come l’United King­dom Inde­pen­dence Party, la Nuova alleanza fiam­minga o il Movi­mento dei Veri fin­lan­desi, che par­tendo dalla messa in discus­sione, da destra, della Ue si spin­gono poi a riven­di­care meno diritti per le mino­ranze o i «nuovi arri­vati». Que­sto, senza con­si­de­rare il rischio, indi­cato dall’evoluzione cono­sciuta negli ultimi anni dal Par­tito popo­lare euro­peo che ha accolto par­titi come quello di Ber­lu­sconi o il Fidesz unghe­rese, che forme di popu­li­smo di destra gover­nino in Europa anche senza biso­gno di Marine Le Pen

La destra che occupa lo spazio pubblico Fonte: Il Manifesto | Autore: Guido Caldiron

Dall’affaire Dreyfuss al Front National. «Les Droites et la rue» di Danielle Tartakowsky. Una importante analisi storica sull’uso della piazza da parte di estrema destra e maggioranza silenziosa

Prima la Manif pour tous che ha mobi­li­tato per mesi milioni di per­sone in tutto il paese con­tro la legge in favore dei «matri­moni gay», quindi la rivolta fiscale dei Bon­nets Rou­ges che ha riem­pito le piazze della Bre­ta­gna, poi la Mar­cia per la vita all’inizio dell’anno che ha messo insieme in nome della lotta all’aborto la destra reli­giosa e quella poli­tica di Ump e Front Natio­nal, infine, alla fine di gen­naio, il cosid­detto «Giorno della col­lera» che ha riu­nito nella capi­tale gli oppo­si­tori più radi­cali al governo, gli estre­mi­sti neo­fa­sci­sti e i seguaci di Dieu­donné, gli inte­gra­li­sti cat­to­lici lefeb­vriani e gli iden­ti­tari che chie­dono senza mezzi ter­mini le dimis­sioni di Hollande.

Mai, nella sto­ria più recente della Fran­cia, la piazza era stata così for­te­mente ege­mo­niz­zata dalla destra. Mai dei movi­menti e delle mobi­li­ta­zioni nati per motivi spe­ci­fici, e tra loro molto diversi, ave­vano finito per con­ver­gere in una sorta di pro­gramma comune, quello della cac­ciata della gau­che dal potere, quasi si pen­sasse che pro­prio da quelle piazze potesse arri­vare la spal­lata deci­siva alle isti­tu­zioni repub­bli­cane oggi occu­pate da una sini­stra con­si­de­rata come «abu­siva» per­ché mino­ranza nel paese. Tutto ciò, ben prima che dalle urne delle recenti ele­zioni ammi­ni­stra­tive, uscisse pla­sti­ca­mente rap­pre­sen­tata que­sta situa­zione con la vit­to­ria di Marine Le Pen e del par­tito degli eredi di Sarkozy.

NEO­FA­SCI­STI E NAZIONALISTI

Con il clima che si respira oggi a Parigi, non potrebbe giun­gere più tem­pe­stiva la pub­bli­ca­zione dell’ultimo lavoro di Danielle Tar­ta­ko­w­sky, Les Droi­tes et la rue (La Décou­verte, pp. 208, euro 18), la più ampia e arti­co­lata ana­lisi del rap­porto che le destre hanno cono­sciuto lungo l’intero arco della vicenda sto­rica tran­sal­pina con «la piazza» e le mobi­li­ta­zioni pub­bli­che. Stu­diosa dei movi­menti sociali e spe­cia­li­sta delle mani­fe­sta­zioni di piazza, si deve a lei un’importante ricerca sul valore delle cele­bra­zioni del Primo mag­gio nello svi­luppo della sini­stra fran­cese (La Parte du reve, 2005) e la con­di­re­zione dell’ampia Histoire des mou­ve­ments sociaux en France (2012), Danielle Tar­ta­ko­w­sky prende in esame una arco tem­po­rale che va dalla Terza repub­blica ai giorni nostri, par­tendo dalle mani­fe­sta­zioni nazio­na­li­ste e anti­se­mite che scan­di­rono le tappe dell’affaire Drey­fuss alla fine dell’Ottocento per giun­gere fino alle odierne mobi­li­ta­zioni di segno omo­fobo in difesa della «fami­glia tradizionale».

A dispetto di ciò che si sarebbe por­tati a cre­dere, la sto­ria delle destre è in Fran­cia anche e soprat­tutto una sto­ria di occu­pa­zione e presa dello spa­zio pub­blico, quando non di ten­ta­tivi di uti­liz­zare le pro­te­ste popo­lari per modi­fi­care lo sta­tus quo del sistema poli­tico. Il cata­logo offerto da Tar­ta­ko­w­sky non potrebbe essere più espli­cito da que­sto punto di vista: si tratti delle «manifestations-insurrections» dei seguaci del gene­rale Bou­lan­ger prima, o di quelli dell’Action fra­nçaise di Mau­rice Bar­res poi, dei «ras­sem­ble­ments catho­li­que» che si oppo­ne­vano alle sini­stre negli anni Venti o alle marce delle leghe patriot­ti­che, para­fa­sci­ste e vio­lente, con­tro il governo del Front popu­laire negli anni Trenta, del cor­teo che attra­versò Algeri nel mag­gio del 1958, segnando l’inizio della rivolta dei pieds-noirs con­tro l’indipendenza del paese nor­da­fri­cano dalla Fran­cia, o di quello che il 30 mag­gio del 1968 rispose alle pro­te­ste stu­den­te­sche riaf­fer­mando per le vie di Parigi il soste­gno di una parte del paese al gene­rale De Gaulle.

Per molti versi, il punto di svolta deci­sivo è pro­prio rap­pre­sen­tato dal Ses­san­totto e dalla suc­ces­siva fine del gaul­li­smo. Negli anni suc­ces­sivi emer­ge­ranno infatti, da un lato la defi­ni­tiva con­sa­cra­zione della piazza come luogo di espres­sione delle sini­stre poli­ti­che e sociali. dall’altro lato, la crisi irre­ver­si­bile di quella cul­tura nazional-patriottica che aveva tal­volta tenuto insieme con­ser­va­tori ed estre­mi­sti, la «mag­gio­ranza silen­ziosa» e i nostal­gici di Pétain, spesso all’ombra di un desi­de­rio di rivin­cita sulla repub­blica nata dalla Rivo­lu­zione che ema­nava da taluni set­tori della Chiesa cat­to­lica. Que­sto, per­lo­meno fino ad anni recenti.

Annun­ciate spo­ra­di­ca­mente dalle pro­te­ste del ceto medio e delle pro­fes­sioni libe­rali con­tro la pre­si­denza Mit­te­rand, e poi repli­cate nelle mobi­li­ta­zioni in difesa della «scuola libera» a metà degli anni Novanta, le piazze di destra sono infatti tor­nate pre­po­ten­te­mente pro­ta­go­ni­ste nell’ultima sta­gione della poli­tica fran­cese. Quella che, non a caso, all’ombra della figura di Nico­las Sar­kozy ha pro­dotto su molti punti un avvi­ci­na­mento, quando non una con­ver­genza, tra la destra repub­bli­cana e quella estrema.

UN AMARO BILANCIO

Per la sto­rica fran­cese, il bilan­cio da trarre al ter­mine della sua lunga immer­sione in vicende spesso poco note, non solo fuori della Fran­cia, non potrebbe essere per­ciò più inquie­tante. «Si tende a dimen­ti­carlo — spiega Tar­ta­ko­w­sky -, ma le mani­fe­sta­zioni di piazza fanno parte della cul­tura di alcune com­po­nenti della destra fran­cese, soprat­tutto le più radi­cali, ma non solo, visto che nel pas­sato è stato que­sto il ter­reno su cui si è misu­rata l’estrema destra delle leghe patriot­ti­che o dei monar­chici di Bar­res, ma anche i movi­menti socio­pro­fes­sio­nali del ceto medio e dei padron­cini. Da que­sto punto di vista, sia la Manif pour tous che il debutto dei Bonnets Rou­ges, s’iscrivono per­fet­ta­mente in que­sto pro­cesso di lungo corso carat­te­riz­zato dalle mobi­li­ta­zioni con­tro la sini­stra che hanno spesso avuto pro­por­zioni molto vaste e sono riu­scite a pesare anche in modo deter­mi­nante sul scelte del potere. In ogni caso, lungo l’intera sto­ria repub­bli­cana, ogni volta che la destra ha scelto la via della piazza, ha finito per pro­durre una sorta di rea­zione a catena dalle forti con­se­guenze sia in ambito sociale che politico».

La destra che occupa lo spazio pubblico — Guido Caldiron, da: il manifesto.it

Saggi. Dall’affaire Dreyfuss al Front National. «Les Droites et la rue» di Danielle Tartakowsky. Una importante analisi storica sull’uso della piazza da parte di estrema destra e maggioranza silenziosa

Prima la Manif pour tous che ha mobi­li­tato per mesi milioni di per­sone in tutto il paese con­tro la legge in favore dei «matri­moni gay», quindi la rivolta fiscale dei Bon­nets Rou­ges che ha riem­pito le piazze della Bre­ta­gna, poi la Mar­cia per la vita all’inizio dell’anno che ha messo insieme in nome della lotta all’aborto la destra reli­giosa e quella poli­tica di Ump e Front Natio­nal, infine, alla fine di gen­naio, il cosid­detto «Giorno della col­lera» che ha riu­nito nella capi­tale gli oppo­si­tori più radi­cali al governo, gli estre­mi­sti neo­fa­sci­sti e i seguaci di Dieu­donné, gli inte­gra­li­sti cat­to­lici lefeb­vriani e gli iden­ti­tari che chie­dono senza mezzi ter­mini le dimis­sioni di Hollande.

Mai, nella sto­ria più recente della Fran­cia, la piazza era stata così for­te­mente ege­mo­niz­zata dalla destra. Mai dei movi­menti e delle mobi­li­ta­zioni nati per motivi spe­ci­fici, e tra loro molto diversi, ave­vano finito per con­ver­gere in una sorta di pro­gramma comune, quello della cac­ciata della gau­che dal potere, quasi si pen­sasse che pro­prio da quelle piazze potesse arri­vare la spal­lata deci­siva alle isti­tu­zioni repub­bli­cane oggi occu­pate da una sini­stra con­si­de­rata come «abu­siva» per­ché mino­ranza nel paese. Tutto ciò, ben prima che dalle urne delle recenti ele­zioni ammi­ni­stra­tive, uscisse pla­sti­ca­mente rap­pre­sen­tata que­sta situa­zione con la vit­to­ria di Marine Le Pen e del par­tito degli eredi di Sarkozy.

Neo­fa­sci­sti e nazionalisti

Con il clima che si respira oggi a Parigi, non potrebbe giun­gere più tem­pe­stiva la pub­bli­ca­zione dell’ultimo lavoro di Danielle Tar­ta­ko­w­sky, Les Droi­tes et la rue (La Décou­verte, pp. 208, euro 18), la più ampia e arti­co­lata ana­lisi del rap­porto che le destre hanno cono­sciuto lungo l’intero arco della vicenda sto­rica tran­sal­pina con «la piazza» e le mobi­li­ta­zioni pub­bli­che. Stu­diosa dei movi­menti sociali e spe­cia­li­sta delle mani­fe­sta­zioni di piazza, si deve a lei un’importante ricerca sul valore delle cele­bra­zioni del Primo mag­gio nello svi­luppo della sini­stra fran­cese (La Parte du reve, 2005) e la con­di­re­zione dell’ampia Histoire des mou­ve­ments sociaux en France (2012), Danielle Tar­ta­ko­w­sky prende in esame una arco tem­po­rale che va dalla Terza repub­blica ai giorni nostri, par­tendo dalle mani­fe­sta­zioni nazio­na­li­ste e anti­se­mite che scan­di­rono le tappe dell’affaire Drey­fuss alla fine dell’Ottocento per giun­gere fino alle odierne mobi­li­ta­zioni di segno omo­fobo in difesa della «fami­glia tradizionale».

A dispetto di ciò che si sarebbe por­tati a cre­dere, la sto­ria delle destre è in Fran­cia anche e soprat­tutto una sto­ria di occu­pa­zione e presa dello spa­zio pub­blico, quando non di ten­ta­tivi di uti­liz­zare le pro­te­ste popo­lari per modi­fi­care lo sta­tus quo del sistema poli­tico. Il cata­logo offerto da Tar­ta­ko­w­sky non potrebbe essere più espli­cito da que­sto punto di vista: si tratti delle «manifestations-insurrections» dei seguaci del gene­rale Bou­lan­ger prima, o di quelli dell’Action fra­nçaise di Mau­rice Bar­res poi, dei «ras­sem­ble­ments catho­li­que» che si oppo­ne­vano alle sini­stre negli anni Venti o alle marce delle leghe patriot­ti­che, para­fa­sci­ste e vio­lente, con­tro il governo del Front popu­laire negli anni Trenta, del cor­teo che attra­versò Algeri nel mag­gio del 1958, segnando l’inizio della rivolta dei pieds-noirs con­tro l’indipendenza del paese nor­da­fri­cano dalla Fran­cia, o di quello che il 30 mag­gio del 1968 rispose alle pro­te­ste stu­den­te­sche riaf­fer­mando per le vie di Parigi il soste­gno di una parte del paese al gene­rale De Gaulle.

Per molti versi, il punto di svolta deci­sivo è pro­prio rap­pre­sen­tato dal Ses­san­totto e dalla suc­ces­siva fine del gaul­li­smo. Negli anni suc­ces­sivi emer­ge­ranno infatti, da un lato la defi­ni­tiva con­sa­cra­zione della piazza come luogo di espres­sione delle sini­stre poli­ti­che e sociali. dall’altro lato, la crisi irre­ver­si­bile di quella cul­tura nazional-patriottica che aveva tal­volta tenuto insieme con­ser­va­tori ed estre­mi­sti, la «mag­gio­ranza silen­ziosa» e i nostal­gici di Pétain, spesso all’ombra di un desi­de­rio di rivin­cita sulla repub­blica nata dalla Rivo­lu­zione che ema­nava da taluni set­tori della Chiesa cat­to­lica. Que­sto, per­lo­meno fino ad anni recenti.

Annun­ciate spo­ra­di­ca­mente dalle pro­te­ste del ceto medio e delle pro­fes­sioni libe­rali con­tro la pre­si­denza Mit­te­rand, e poi repli­cate nelle mobi­li­ta­zioni in difesa della «scuola libera» a metà degli anni Novanta, le piazze di destra sono infatti tor­nate pre­po­ten­te­mente pro­ta­go­ni­ste nell’ultima sta­gione della poli­tica fran­cese. Quella che, non a caso, all’ombra della figura di Nico­las Sar­kozy ha pro­dotto su molti punti un avvi­ci­na­mento, quando non una con­ver­genza, tra la destra repub­bli­cana e quella estrema.

Un amaro bilancio

Per la sto­rica fran­cese, il bilan­cio da trarre al ter­mine della sua lunga immer­sione in vicende spesso poco note, non solo fuori della Fran­cia, non potrebbe essere per­ciò più inquie­tante. «Si tende a dimen­ti­carlo — spiega Tar­ta­ko­w­sky -, ma le mani­fe­sta­zioni di piazza fanno parte della cul­tura di alcune com­po­nenti della destra fran­cese, soprat­tutto le più radi­cali, ma non solo, visto che nel pas­sato è stato que­sto il ter­reno su cui si è misu­rata l’estrema destra delle leghe patriot­ti­che o dei monar­chici di Bar­res, ma anche i movi­menti socio­pro­fes­sio­nali del ceto medio e dei padron­cini. Da que­sto punto di vista, sia la Manif pour tous che il debutto dei Bonnets Rou­ges, s’iscrivono per­fet­ta­mente in que­sto pro­cesso di lungo corso carat­te­riz­zato dalle mobi­li­ta­zioni con­tro la sini­stra che hanno spesso avuto pro­por­zioni molto vaste e sono riu­scite a pesare anche in modo deter­mi­nante sul scelte del potere. In ogni caso, lungo l’intera sto­ria repub­bli­cana, ogni volta che la destra ha scelto la via della piazza, ha finito per pro­durre una sorta di rea­zione a catena dalle forti con­se­guenze sia in ambito sociale che politico».

Elezioni in Ungheria: (estrema) destra pigliatutto | Fonte: Contropiano.org | Autore: Marco Santopadre

Le elezioni politiche di ieri in Ungheria hanno confermato una tendenza già evidente negli anni scorsi, con la destra di governo che conserva le sue posizioni di dominio e l’estrema destra neonazista all’opposizione che cresce. Aumenta anche l’astensionismo, di quattro punti percentuali, collocandosi la partecipazione al 61%.L’ex partito liberale Fidesz, portato dal primo ministro uscente Viktor Orban su posizioni apertamente reazionarie, populiste e xenofobe, ha ottenuto il 44,5% dei voti, percentuale che gli concede un’ampissima maggioranza nel parlamento di Budapest. E comunque la destra stacca di ben 20 punti i socialdemocratici, che ottengono solo un 25,9% a fronte dei nazisti di Jobbik che sfondano il muro del 20%, ottenendo il 20,7% dei consensi (era il 16,7 nel 2010). Solo un 5,2% per gli ecologisti dell’LMP, che basterebbe comunque a permettergli l’ingresso in parlamento visto che la soglia di sbarramento è fissata al 5%. In base a questi risultati, quasi definitivi, il Fidesz otterrebbe 133 seggi, il centrosinistra 38, altri 23 l’estrema destra di Jobbik e 5 gli ecologisti. Nei prossimi giorni dovrebbero però arrivare alcune centinaia di migliaia di voti espressi dagli ungheresi che vivono nei paesi limitrofi, ai quali il governo Orban ha recentemente concesso il diritto di voto e che potrebbero aumentare ulteriormente il vantaggio della destra populista.
Certo il Fidesz ha perso otto punti percentuali rispetto alle elezioni di quattro anni fa – quando prese il 52,7% – ma con 133/134 seggi Orban può comunque contare sui due terzi dei seggi totali dell’assemblea nazionale di Budapest, il che gli permetterà di avere i voti sufficienti, senza dover negoziare con nessuno dei partiti dell’opposizione, per imporre leggi di natura costituzionale.

Orban e i suoi non hanno nascosto l’entusiasmo di fronte ai risultati. “L’Ungheria è il paese più unito d’Europa” ha affermato trionfalmente il primo ministro al suo terzo mandato quadriennale, in un’esplicita frecciata all’establishment dell’Unione Europea che negli ultimi anni ha fortemente criticato e pressato l’esecutivo di Budapest dopo il varo di alcune leggi e la riforma della costituzione considerate non in linea con la giurisprudenza continentale e improntate a un nazionalismo aggressivo, autoritario e xenofobo. Ad esempio nel 2012 il governo ha cambiato unilateralmente la legge elettorale, cambiando la geografia dei distretti elettorali per favorire i candidati del Fidesz e portando i seggi da 386 a 199, oltre a cancellare il ballottaggio. Altre misure contestate da Bruxelles, oltre che dall’opposizione, sono state la riduzione dei poteri della Corte Costituzionale, il prepensionamento obbligatorio di molti magistrati invisi al governo e l’introduzione di una dura censura sui media, chiamata non a caso ‘legge bavaglio”.
Ma per molti ungheresi Orban è un campione degli interessi nazionali, visto che ha ridotto le tasse sui redditi ed ha abbassato le bollette elettriche aumentando il controllo statale sul settore energetico (anche grazie ad un accordo con la Russia inviso a Bruxelles). In campagna elettorale il leader del Fidesz ha promesso che taglierà le ipoteche in valuta straniera che pesano su molte famiglie, attaccando gli interessi delle banche di vari paesi dell’Ue che spadroneggiano in Ungheria. Oltretutto negli ultimi anni il governo ha ridotto il debito pubblico, ha aumentato i salari e ridotto la disoccupazione sotto il 10%. Argomenti che hanno fatto breccia in un elettorato poco incline a identificarsi nelle critiche ‘politiche’ delle opposizioni.

A preoccupare è naturalmente anche la crescita dei fascisti di Jobbik, che in molte circoscrizioni hanno di gran lunga superato il blocco formato dai socialisti e dai loro alleati. La campagna elettorale dell’estrema destra è stata aggressiva e martellante, al grido di ‘No all’Unione Europea, si alla Grande Ungheria’. «Vogliamo farla finita con la vecchia classe politica – ha gridato nei tanti comizi Márton Gyöngyösi, uno dei dirigenti di punta di Jobbik -. Il nostro obiettivo è prendere le distanze da Bruxelles, combattere il crimine, la corruzione e lo strapotere delle banche». Un linguaggio euroscettico che veicola contenuti apertamente fascisti e razzisti, sostenuti in questi anni dalle aggressioni contro esponenti della sinistra e soprattutto le comunità Rom. Nel novembre del 2012, mentre le squadracce dell’estrema destra, sopravvissute allo scioglimento della Milizia del partito, assaltavano interi villaggi abitati dagli ‘zingari’, in parlamento Gyöngyösi proponeva la schedatura non solo di tutti gli appartenenti alla minoranza Rom, ma anche dei parlamentari di origine ebraica. Durante la vittoriosa campagna elettorale ha chiesto « l’istituzione di una gendarmeria nazionale sul modello delle milizie create nel primo dopoguerra dall’ammiraglio Horty», il dittatore fascista che dal 1920 al 1944 guidò il paese con il pugno di ferro, alleandosi con i nazisti tedeschi.
Il governo di Orban compete con i fascisti – gli argomenti dei rispettivi schieramenti sono spesso gli stessi – ma al tempo stesso li legittima, spostando gradualmente a destra il proprio discorso. “Oggi l’Ungheria è dominata da una lobby politico-economica di stampo oligarchico – dichiara lo sconfitto candidato dell’opposizione, il socialista Attila Mesterházy -. Le forze di sinistra sono state letteralmente imbavagliate. Inoltre, ci sono stati brogli durante la raccolta delle firme. Le forze di maggioranza hanno dato vita a una vera e propria tirannia parlamentare, liquidando il pluralismo e lo stato di diritto». Ma sembra ormai ovvio che né l’europeismo nè il conformismo in campo economico e sociali delle opposizioni arresteranno l’ascesa delle due destre estreme nella doppia versione governi sta ed estremista. Anzi.